Ragnatele vive, affrettate, aggrappate

Ragnatele vive, affrettate,
aggrappate

a strumenti sbagliati, stonati,
sfibrati.

Ragnatele tese come trappole

sorprese ad afferrare errori,
scambiandoli per tesori.

Ragnatele strappate, sfilacciate, vi
tradite.

Ragnatele,
sapessi chi vi ha teso,
chi vi ha abbandonato.

Ragnatele di sospetti, di dubbi.

Ragnatele, destino di una vita
in soffitta,

di una vita sconfitta dai colpi di
tosse.

Ragnatele, tessuti di seta,
sudari lussuosi,

per miti sforniti di gioia.

Ragnatele mi avete convinto,
tra voi mi rilasso
e sogno di altro:

del cielo,
del Tempo, del vento, del mondo.

Ragnatele, in attesa di venir
divorata,
stringetemi al petto,
scaldatemi un attimo.

Una storia del futuro

1

“Saranno le voci dei vicini…” commentò un pensiero nella sua testa, infastidito.
Gli altri pensieri non erano d’accordo con lui.
Nel parlamento della sua mente, la confusione crebbe fino a diventare una rivoluzione tra le milioni versioni di se stessa, molte delle quali Rebecca ancora non conosceva. Quel fragore interno la svegliò.
Fuori dalla finestra la luna brillava, uno zero scalfito nel cielo, e la sua luce si proiettava come un’ombra sul letto.
Rimase sdraiata, immobile, nella speranza di riaddormentarsi.
Le voci, eco di sogni abbandonati, erano già state dimenticate.
I vicini erano più silenziosi del solito.
Qualunque fosse stato l’elemento di disturbo, ora non esisteva più, svanito con il sonno.
Di malumore, Rebecca si diresse verso il bagno.
La luna la seguì.

Si sciacquò la faccia.
Le gocce ghiacciate le punzecchiarono la pelle e la vita racchiusa in ognuna di esse riprese a distrarla. S’infilò una vestaglia di cotone pallido e salì in terrazza.
Dall’alto, l’oscurità sembrava sgranocchiare lentamente la città partendo dai bordi; prima o poi sarebbe arrivata a divorare anche lei.
Dopo poco, Goffredo si sedette in silenzio accanto a lei; una tazza di caffè tra le mani e nessuna domanda tra loro.
Rebecca intrecciò le mani attorno al collo ed inarcò la schiena per stirarsi.
Allargò le braccia e le sue dita finsero di volere raggiungere le estremità dell’universo; per poi accontentarsi di arrivare solo poco più in là di quanto, in realtà, avessero davvero sperato.
Abbozzò un sorriso e tornò in casa.
Lungo la spirale di scale che scendeva in cucina, si accorse di essere scalza. L’indifferenza verso i piedi nudi era la stessa che provava per il resto del suo corpo, abbandonato al mondo.
Sul tavolo in cucina, la caffettiera era ancora bollente. Scelse una tazza e la riempì del liquido scuro. Era una notte d’estate e l’alba sarebbe arrivata presto; in attesa dello schiarirsi del cielo, Rebecca si sdraiò sul divano a leggere.
Quando alzo’ gli occhi dal libro, la penombra nello studio era svanita. La luce improvvisa la stupì. Guardò fuori dalla finestra e urlò; da quel momento in poi, nei suoi ricordi avrebbero troneggiato solo le urla e le fiamme.

Rebecca abbandonò lo studio, senza prendere nulla, spalancò la porta d’ingresso e si scaraventò giù dalle scale di emergenza.
Tra l’ attico e il piano terra, c’erano altri trentacinque piani infernali.
In quella discesa eterna si scontrò contro famiglie intere che riconobbe a fatica; il fumo nascondeva tutti e nella galleria della sua mente l’unica direzione era giù, non c’era spazio o tempo per distrarsi.
Gli scalini di metallo bruciavano a contatto con i piedi nudi, ma il dolore non la rallentò, anzi. Appena la pelle lo percepiva, la sua corsa aumentava di velocità. Poi, non senti’ più nulla e per un secondo si chiese se stesse volando.
Continuò a correre, a urlare, a farsi strada a spintoni; dietro di lei, l’apocalisse.
In fondo, l’ingresso del grattacielo era un via vai furibondo di donne e uomini in pigiama che cercavano di uscire e uomini e donne in divisa che cercavano di entrare. Il fumo e il calore ebbero il sopravvento e a Rebecca mancò improvvisamente il respiro.
Rimase immobile a guardare, oltre la parete di cristallo, il mondo esterno dove sapeva che le fiamme si sarebbero acchetate. Per un secondo temette che non lo avrebbe raggiunto. Poi sentì una spinta e qualcuno che la strattonò.
Ritornò in sé e riprese a correre.
Quando si fermò di nuovo, era tra le braccia di un vigile del fuoco.
In cima al grattacielo, lingue di fuoco incandescenti illuminavano la notte e sembravano volere incendiare anche la luna che nonostante tutto continuava a splendere annoiata.
Avvolta da una coperta, tra le mani un bicchiere d’acqua, Rebecca cercò attonita di dare un significato agli ultimi minuti della sua vita.
Gli occhi le bruciavano per il fumo e qualcuno, accanto a lei, singhiozzava e piangeva; ma non era possibile distinguerne le parole, poiché le sirene assordanti mascheravano tutti i lamenti.
Una voce conosciuta sussurrò:
“Non abbiamo più nulla.”
Rebecca riconobbe Goffredo e si voltò.
Il suo pigiama di seta a righe rosse e blu spuntava a tratti da sotto la coperta.
Nel notare le ciabatte di pelle nera che il marito aveva indosso, le ustioni sotto ai suo piedi diventarono insopportabili e Rebecca, senza rispondergli, zoppicò via dalla folla.
Con il passare delle ore, il delirio si attenuò. Quando la polizia, i vigili del fuoco e le ambulanze iniziarono ad avere la situazione sotto controllo, anche la folla di civili cominciò a dissiparsi.
Ormai era quasi mattina e gli agenti che si occupavano di Rebecca e Goffredo consigliarono loro di andare riposarsi.
“Tanto ci pensiamo noi, signora. Non si deve preoccupare.
E’ stata fortunata, ad accorgersi dell’incendio così presto. Un po’ di ritardo e sareste entrambi rimasti per sempre lassù.”
Indicò con un dito il cielo e Rebecca si domandò se intendesse il piano attico o altrove.
Probabilmente anche l’ufficiale, come tutti i Marnesiani, era ateo e per lui quell’indicare in alto non era affatto un gesto ambiguo.
“Si. Siamo stati davvero fortunati. Se Rebecca non si fosse svegliata…”
Goffredo rabbrividì e Rebecca si accorse solo ora di non averlo mai cercato.
Non aveva perso un secondo; alla vista della prima fiamma fuori dalla finestra aveva cominciato a correre. Neanche quando era ormai fuori pericolo, si era domandata dove fosse suo marito. Dentro di lei l’incendio aveva continuato a bruciare.
Una limousine si accostò dietro a loro.
Il fratello di Goffredo, avvertito della tragedia, aveva telefonato alla polizia e all’ospedale; e appena scoperto che erano sani e salvi, aveva mandato il proprio autista a cercarli. La coppia salì in macchina, senza proferire parola, e si lasciò condurre via, lungo il fiume, fuori dalla città.
A mattina inoltrata giunsero a destinazione.
Sulle scale della villa li attendeva un uomo alto con i capelli caffellatte.
Il suo viso era solcato da linee profonde, incanalate negli anni da eccessi di emozioni.
Rebecca azzardò un sorriso e nel fallire si accorse di preferire il pianto.
“Che tragedia…
Stanno dicendo ora al telegiornale che siete state vittime di un attentato terroristico Eridiano…”
La voce profonda di Giacomo ruppe il silenzio.
“Fate come se foste a casa vostra; potete restare qui fino a quando tutto sarà risolto.
Per te, Rebecca, ho fatto preparare la stanza di Rachele…”
Rebecca vide gli occhi di Goffredo acquisire una strana luce ma era troppo stanca per rifletterci sopra. Le palpebre pesanti e gli occhi ancora arrossati dal fumo le impedivano di concentrarsi.
Dentro la villa, una scala di alabastro si apriva a ventaglio verso l’alto. In basso a sinistra, vide un divano bordeaux. Una macchia di sangue che stonava nel candore generale. Seduto, un uomo della stessa età di Rebecca le sorrise con affetto tiepido.
“Rebecca. Mi hanno appena detto cos’è successo. Mi dispiace tantissimo. Per fortuna siete entrambi sani e salvi.”
“Giulio. Come mai qui? Dal funerale non sei più tornato.”
“Ero al Polo Sud. Faccio parte di una missione scientifico-militare…”
Disinteressata, Rebecca iniziò a salire le scale.

La camera della moglie di Giacomo era esattamente come quando l’aveva vista l’ultima volta: le tende bianche, la carta da parati celeste, il tappeto rosa cipria.
Sul tavolo accanto allo specchio d’argento c’erano ancora i suoi trucchi e profumi.
Sulla scrivania davanti alla finestra, oltre a un mucchio di lettere chiuse, Rebecca vide una foto. In essa, Rachele guardava ridendo il figlio Tristano.
Rebecca sorrise e la prese tra le mani.
Rachele era sempre riuscita a rincuorarla e, anche in quel momento di bisogno, lo spirito che impregnava ogni oggetto attorno a lei le diede forza.
Chiuse le tende e nella penombra s’infilò sotto le coperte. Mentre si addormentava, le tornarono in mente le voci che le avevano disturbato il sonno e salvato la vita; sperò che anche loro fossero riuscite a sfuggire all’incendio.

CAPITOLO 2

La pioggia si accaniva contro la vetrata con fragore assordante. Scendeva imperterrita da giorni e aveva allagato tutte le strade.
Il fiume Marn, da cui la Marnesia prendeva nome, aveva già straboccato più volte inondando campi e villaggi.
Rinchiusa nella villa di Giacomo, completamente isolata, Rebecca appoggiò sul tavolo di cristallo l’ennesimo libro illeggibile trovato in biblioteca.
Era diventato impossibile raggiungere la capitale Lamarnia con le sue librerie e Rebecca aveva passato in rassegna tutti i volumi della collezione di Giacomo senza risultati soddisfacenti. Con rammarico le tornò in mente il romanzo che stava leggendo la notte dell’incendio e si fece una nota mentale di ricomprarlo, appena quel diluvio implacabile glielo avesse permesso.
“Se solo fosse arrivato con qualche settimana d’anticipo, il mio attico sarebbe ancora lì…”
Sospirò.
Quel lamentarsi tra se e se fu interrotto dalla voce di una donna alle sue spalle.
“Ho provato a bussare, Rebecca, ma non rispondi…”
“Non ti ho sentito… Il rumore della pioggia copre tutto…”
Il familiare botta e risposta le regalò un pò di buon umore. Per lo meno Maria era bloccata li con lei.
Dopo l’incendio, la vecchia signora Eridiana che da anni non lavorava più per lei era tornata a aiutarla e confortarla.
Quando Rebecca era piccola, i suoi genitori viaggiavano spesso e la lasciavano a lungo sola con Maria. Più di una balia, quasi una madre, la donna le era stata vicina nei momenti più difficili della sua vita.
Alla morte dei genitori, Rebecca era venuta con Maria a vivere in una villetta accanto al lago, all’interno della proprietà della famiglia di Giacomo, Goffredo e Giulio.
Quest’ultimo, undicenne come lei, era diventato il suo unico amico; Goffredo, che aveva sedici anni, non l’aveva degnata neanche di uno sguardo; e il terzo fratello, Giacomo, era già all’Università.
Così, a diciotto anni, quando aveva scoperto di avere ereditato assieme a un patrimonio consistente anche l’attico dei suoi genitori nel quartiere più raffinato di Lamarnia, Rebecca non se l’era fatto ripetere due volte: fatti i bagagli, si era trasferita.
Lì aveva vissuto fino alla notte dell’incendio, prima con Maria poi con Goffredo.
Il giorno dopo il matrimonio, Maria si era licenziata definitivamente.
Vederla sorridere accanto a lei le spalancò il cuore.
“Questa volta, quanto hai intenzione di restare?”
“Non lo so. Dipende da te…”
Maria appoggiò il vassoio sul tavolo e le versò il te fumante.
“Posso restare un po’, se vuoi, ma prima o poi vorrei tornare a casa mia. Tuo marito che ne pensa?”
Da una settimana Goffredo era scomparso.
Prima che iniziasse a diluviare era partito per Lamarnia; ed era rimasto bloccato nel suo albergo.
“Chissà? Secondo me, a lui non dispiacerebbe tornare a vivere qui.”
Il pensiero della villetta sul lago la intristì.
Non era stato un periodo felice della sua vita, quello che aveva passato in quel luogo.
Bartolomeo, il padre di Giacomo, l’aveva ospitata con Maria ma non l’aveva mai fatta sentire parte della famiglia. Era un uomo cupo e severo che non faceva sentire a casa nemmeno i suoi figli. Solo Giulio era stato affettuoso con lei.
Maria la osservava con attenzione.
Rebecca lesse nei suoi occhi una nota di rimprovero. Era uno sguardo che conosceva bene e preferiva evitare.
“Potresti darmi una mano ad organizzare la festa d’autunno?”
Chiese per cambiare discorso.
“Fino all’anno scorso se ne occupava Rachele. E’ il primo autunno che manca.”
“Già ci pensi? Un po’ prematuro.”
“E’ questa pioggia.”
“Però dopo la festa me ne torno a casa.
L’umidità della campagna non fa bene alle mie ossa.”

Rebecca le sorrise grata, sapeva che Maria non vedeva l’ora di andarsene.
La vecchia donna aveva sempre odiato quel posto.
Era rimasta basita quando aveva scoperto che, nel testamento, i genitori di Rebecca le avevano imposto di andare a vivere li.
“Le sembra quello il posto dove crescere una bambina da sola!”
Aveva imprecato contro l’avvocato; e in sette anni che avevano vissuto li, non era passato un giorno senza che lei si lamentasse.
Fuori, i tuoni e i lampi non si notavano più, offuscati da un unico mantra ipnotico, lo scrosciare dell’acqua.
Nella villa, i camerieri vagavano, la loro vita sospesa nel nulla.
Bevuto l’ultimo sorso di tè, Rebecca si alzò a ravvivare il fuoco nel camino ma la legna era finita ed era rimasta solo la brace.
Maria era andata chissà dove e chiedere ad altri le sembrava impensabile.
Ci rinunciò e uscì dal salotto.

Dall’atrio dell’ingresso, vide Giulio salire le scale e, all’ultimo piano, infilarsi dietro a una porta.
Da li, una scaletta a chiocciola portava alla terrazza che occupava tutto il tetto.
Annoiata, decise di seguirlo.
Quando aprì la porta del terrazzo, un’ondata d’acqua la travolse. Richiuse di fretta e sentì una risata dietro di lei.
“Ci ho provato appena adesso anch’io!”
Zuppa e infreddolita, Rebecca lo guardò infastidita.
I riccioli castani gli sgocciolavano sulla faccia e negli occhi luccicanti. Era appoggiato con la schiena alla balaustra. Rebecca fece un passo verso di lui e scivolò.
L’acqua dalla terrazza aveva invaso il pianerottolo ed era scesa a ricoprire tutti i gradini della scala a chiocciola. Giulio la prese al balzo, prima che volasse giù.
“Sarà un’impresa scendere!”
Era impossibile non ridere, la situazione era assurda.
“Vuoi qualcosa per scaldarti?”
“Quassù?”
” E’ una composizione di erbe che usiamo al Polo Sud per non ammalarci.”
Così dicendo, Giulio tirò fuori dalla tasca quella che sembrava una caramella.
“Basta che la mastichi lentamente.”
Rebecca socchiuse gli occhi sospettosa.
“Tranquilla! Non sono fuochi d’artificio. Nessun effetto psicotropo.”
Rebecca decise di credergli.
La caramella aveva un sapore leggermente acido ma piacevole. Mentre la masticava sentì il suo corpo scaldarsi. Lo guardò piena di stupore.
“Visto? Portentosa. Non sai quante volte mi ha evitato una polmonite. Poi se vuoi qualcosa di più divertente non ti basta che chiedere.”
Giulio aveva fatto della chimica e delle droghe la sua passione e professione.
“Grazie, magari alla festa d’autunno.”
“Ah si! Ho saputo. Sono felice che tu abbia deciso di rimanere a vivere qui. E’ sicuramente la scelta più saggia, sopratutto per Goffredo.”
La fissò per un attimo negli occhi, l’espressione che riflettevano ovvia.
“Ha deciso lui, eh? Beh, per lo meno rimarrete a vivere in questa villa. Non è male, dai? Ho visto di peggio nella vita.”
“In questa villa?”
” La fortuna questa volta è dalla tua parte.
A quanto pare la villetta dove vivevi con Maria è stata completamente sommersa dall’acqua.
Giacomo ha deciso di cogliere l’occasione e ristrutturarla per se, una volta finito questo diluvio universale.
E’ dalla morte di Rachele che dice di volere andare a vivere li. Questa villa è troppo grande per un uomo vedovo e senza più voglia di vedere nessuno. Ora, i doveri della famiglia ricadono su di voi.”
Con questa ultima frase Giulio scoppiò di nuovo a ridere. Era una frase tipica del padre. A Rebecca invece era tornato il cattivo umore. Per nasconderlo, provò a cambiare discorso.
“Cosa fai al Polo Sud?”
“Magari te lo potessi raccontare. E’ una missione top secret.”
Si mise il dito davanti alle labbra e, dopo un secondo, ci soffiò sopra come sopra una pistola.
Rebecca lo guardò incredula.
Giulio sorrise.
“Sto scherzando. Il mio lavoro è interessante ma non ci capiresti nulla se te lo spiegassi. Stiamo studiando le proprietà chimiche di alcuni elementi scoperti secoli fa da quelle parti.”
Rebecca si era già distratta.
L’unico suo pensiero era trovare Goffredo per urlargli contro e così fissava i gradini cercando di capire se si sarebbe ammazzata o meno a scenderli.
“Secondo me, se ti tieni stretta ce la puoi fare”
Indovino’ Giulio.
Rebecca lo guardò e gli sorrise, per la prima volta con vero affetto.
Mentre scendeva lentamente si chiese se fosse stato un velo di tristezza quello che, per un attimo, aveva offuscato gli occhi di suo cognato; ma non si voltò a
La mattina dopo, a colazione, Giacomo le chiese di fare due chiacchiere nello studio.
Giulio doveva avergli raccontato del loro incontro.
“Dunque, tu non ne sapevi nulla?”
Giacomo non perse tempo, non era nella sua natura sprecare parole.
“No. Se devo essere onesta, sono stata presa abbastanza alla sprovvista.”
Il suo tono era capriccioso e teatrale, quello che usava da piccola quando non otteneva ciò che voleva.
“Rebecca non esagerare. Ci avrai pensato anche tu.
E’ la soluzione più ovvia per tanti motivi.
Non ultimo questo nubifragio.
Non hai idea dello stato dei palazzi in centro a Lamarnia.
Campi e villaggi sono stati devastati, e tutte le infrastrutture urbane.
Trovare una casa bella quanto quella che sfortunatamente hai perso sarà un’impresa.
Questa e’ una delle ville più importanti del paese; pensa anche a Goffredo. Ha diritto a vivere qui.
Io sento il bisogno di isolarmi.
Non ne voglio più sapere di società, cene, feste e altri impegni che per me sono sempre stati inutili ma che accettavo volentieri per fare felice Rachele.
Dal giorno dell’incidente, tutto ciò che voglio è stare solo, tra i miei libri e le mie carte.
Goffredo, d’altro canto, è stanco degli spazi ristretti della città.
Che resti tra di noi, è anche stufo di vivere a casa tua proprio perché non hai mai smesso di fargli pesare che fosse casa tua.
Ti supplico, fa un tentativo.
Almeno un anno o due. Puoi sempre andare in città il week end.
Con tutti gli alberghi di lusso che possediamo a Lamarnia, ci sarà sempre una suite pronta per te.
Pensaci.
Dopo l’estate, se questa si può chiamare estate, ne riparleremo… “

Rebecca attesa che finisse.
Giacomo aveva ragione su tutto.
La sua espressione preoccupata e stanca la colpì.
Doveva essere successo un macello in città.
Fuori dalla finestra dello studio, l’acqua scrosciava.
” Dopo la festa d’autunno…”

Ci vollero altre tre settimane, perché il diluvio finisse.
Una mattina, Rebecca aprì gli occhi e sentì il silenzio.
Per un secondo pensò di essere diventata sorda.
Poi, la pace le penetrò nell’animo e ogni fibra del suo essere respirò la luce, che la raggiunse fino a sotto le coperte.
Aprì le finestre; fuori il prato bagnato brillava allegramente e gli uccelli cantavano così forte che sembrava stessero esagerando di proposito.
Si vestì, afferrò soprabito e borsa e di corsa scese giù.
La confusione le diede il benvenuto nell’atrio.
Rebecca uscì e si diresse verso il garage della proprietà. Per arrivarci, i suoi piedi sprofondarono in un numero improbabile di pozzanghere ma Rebecca neanche le notò.
Il garage, di solito pieno di macchine, era quasi vuoto.
“Signora! Sono già partiti tutti!
Tutti di fretta!
Non vedevano l’ora di tornare in città! “
Un uomo Eridiano fumava una sigaretta appoggiato all’ultima macchina rimasta, sempre la stessa limousine.
“Bene! Partiamo anche noi!”
“Non è proprio la macchina giusta per la strada che ci aspetta, signora.”
“Non m’importa.
Proviamo.
La prego…”
La supplica nella sua voce o forse la noia lo convinse.
Dopo poco, avevano attraversato il cancello principale.


CAPITOLO 3

Rebecca non credeva ai suoi occhi.
Le sembrava di essere su una scialuppa in mezzo a un oceano verde.
“Ah, il rancore degli Dei contro di noi. “
Mormorò l’autista.
Rebecca non replicò.
Gli Eridiani, a differenza dei Marnesiani, erano profondamente religiosi, anche se non aveva mai capito in cosa realmente credessero. Erano una diaspora senza più un paese. L’Eridia, una nazione grande quanto un continente, praticamente metà del globo, era scomparsa.
I cambiamenti climatici avevano trasformato in deserto tutto il suo territorio. Anche le loro tradizioni culturali e religiose avevano fatto fatica a sopravvivere.
Tutto ciò che rimaneva era la loro fede in un pantheon di divinità ambigue.
Persino Maria ogni tanto imprecava contro qualcuno di quegli Dei quando, a sentirla dire, proteggevano questo o quell’altro suo nemico invece di proteggere lei.
Poco prima di entrare in città, Rebecca notò un lago che non aveva mai visto, con strane croci che spuntavano nel centro. Dopo pochi secondi si rese conto che non era un lago ma un villaggio Eridiano completamente sommerso dalle acque del fiume.

Lamarnia, la capitale della Marnesia, si era sviluppata nei secoli attorno all’estuario del fiume Marn. Quando studiava arte all’università, Rebecca aveva visto dipinti di città antiche costruite su palafitte al centro di laghi e lagune; lo spettacolo che l’accolse, per quanto moderno, non era differente.
I grattacieli sorgevano, come giacinti d’acqua o ninfee, in mezzo a quello che era diventato uno stagno gigantesco; mentre basse e al di sotto di loro, le case popolari erano svanite, sommerse in un budino verde.
Se non fosse stato per le strade sopraelevate, che s’intrecciavano a ragnatela su tutto il territorio urbano, non sarebbero mai arrivati a destinazione.
Quando finalmente approdarono la hall dell’albergo era sovraffollata.
Uomini d’affari con stivali di gomma discutevano tra loro, intralciati da bambini che si rincorrevano sui tappeti melmosi, mentre signore elegantemente vestite da pesca prendevano il tè come se niente fosse.
Rebecca scavalcò a fatica le valigie ammassate ovunque e, solo per miracolo, non andò a sbattere contro il bancone della reception.
“Signora! Benvenuta!”
Il concierge la riconobbe immediatamente, dopotutto la sua famiglia era proprietaria della catena alberghiera che gli pagava lo stipendio.
” Che inferno!”
“Eh si!
Almeno ha smesso di piovere.
Vuole che le faccia preparare la suite accanto a quella di suo marito?”
“Non si preoccupi, vorrei partire prima di notte. Lui è qui? “
“Purtroppo no, signora…”
“Per favore, posso avere le sue chiavi? Con questa confusione, lo aspetterei volentieri in camera…”
“Certamente. Per qualsiasi cosa…”

Nella suite al piano attico, Rebecca si sentì a casa. Accese la televisione nel salotto e senza ascoltarla attraversò la camera da letto e si diresse verso il bagno, dove aprì il beauty-case di Goffredo.
Presa in mano una boccetta, rimase un secondo soprappensiero.
Nell’altra stanza, al telegiornale, qualcuno stava rispondendo a una domanda che Rebecca non aveva sentito.
“No.
Non sono per niente stupito dalle tragedie che solo ora stanno venendo a galla.
Mi perdoni lo sfortunato gioco di parole.
Non sono passate nemmeno ventiquattr’ore dalla fine dei temporali e il numero di vittime è già incalcolabile. Purtroppo, in questo momento tragico dobbiamo farci un’analisi di coscienza.
Tutti i quartieri sommersi sono quartieri popolari, interamente abitati da Eridiani.
Io credo sia essenziale capire perché, ancora oggi, la differenza etnica sia sinonimo di differenza sociale ed economica.
Se sarò eletto mi farò carico di risolvere questa situazione una volta per tutte.
Nel frattempo, in attesa delle elezioni, la mia azienda farmaceutica sta distribuendo gratuitamente tutti i farmaci necessari, senza limiti di genere o qualità.
Vi ricordo, infatti, che la chimica aiuta non solo a superare le malattie fisiche ma anche quelle dell’animo.
Oggi, ad esempio, le Gocce possono rafforzare le nostre difese psicologiche davanti a problemi a prima vista insormontabili; e con una disposizione d’animo migliore possiamo affrontare imprese da giganti e aspirare a veri e propri miracoli.
Vorrei quindi, solo per un’attimo, spostare l’attenzione su un dettaglio del mio programma elettorale che sembra estraneo a questa circostanza ma non lo è: la liberalizzazione della ricerca chimica, i cui risultati eccezionali sono essenziali per la crescita dell’umanità…”
Anche se la mente di Rebecca non lo stava più ascoltando, il suo cuore gli diede ragione e, aperta la boccetta, fece sgocciolare sulla sua lingua dodici gocce; poi si leccò le labbra: sapevano di fragola.
Qualcuno nell’altra stanza spense la televisione.
“Sei corsa subito qui! Potevi aspettare che la situazione diventasse più regolare, al momento è impossibile fare qualsiasi cosa.”
Goffredo era allegro, quasi eccitato.
Rebecca non riuscì a trattenersi.
“Stavo impazzendo! Dopo tre settimane, non ne potevo più di quella villa. L’atmosfera è cupa e triste e tu vuoi andare a vivere li per sempre?
Te lo puoi scordare.”
La sua rabbia lo prese di contropiede e Goffredo rimase in silenzio un secondo, per valutare cosa rispondere.
“Hai visto cosa è successo qui, non possiamo parlarne un’altra volta? Non ho tempo di pensarci.
Ti prego aspettiamo a discuterne, devo scappare a pranzo con Ruth. Anzi, ho un’idea fantastica: perché non mangiamo tutti e tre insieme.
Dai, amore, vieni con me.”
Amore, non l’chiamava così da anni.
Rebecca infastidita dalla strumentalizzazione della parola decise che non valeva la pena litigare in quel momento.
Quel litigio aveva bisogno di un teatro più solenne; l’anticamera del bagno, in un’anonima suite d’albergo, non era sufficiente.

Il ristorante dell’albergo era affollato come non mai. Non c’era neanche un tavolo libero.
“E’ brutto a dirsi ma questo diluvio è stato un manna per gli affari. Tutti gli alberghi sono pieni. Per non parlare della ricostruzione o della restaurazione di tutte le infrastrutture pubbliche e private. Le nostre imprese edili sono già tutte prenotate, da domani fino a chissà quando.”
Ruth era già seduta, con un bicchiere di champagne in mano.
Quando li vide avvicinarsi si alzò.
Più alta di Rebecca, aveva i capelli neri tagliati a caschetto, gli occhi azzurri, le labbra truccate di rosso e indossava un tailleur nero, con la gonna sopra il ginocchio.
Era l’unica in tutto l’albergo a portare i tacchi.
“Mia cara, come stai? Da quanto tempo non ci vediamo! Sarai elettrizzata dall’emozione! Segretario della Sicurezza Interna, sono così orgogliosa!”
Rebecca fulminò con un punto interrogativo indignato Goffredo.
Suo marito alzò le mani, per ammettere colpa e resa contemporaneamente, e smorzò un sorriso.
“Non esageriamo. Aspettiamo le elezioni di novembre. Tutto può cambiare, cara. Anche se Alessandro venisse eletto potrebbe dover cedere alcuni posti governativi alla coalizione…”
Alessandro Farnieri, fratello maggiore di Ruth e amico di famiglia da anni, era il candidato presidenziale che poco prima al telegiornale era stato interrotto mentre elogiava il potere della chimica.
“Rebecca, te lo avrei detto. E’ stata una decisione degli ultimi giorni. Mi hanno proposto di fare parte del nuovo governo e come potevo dire di no…”
Rebecca non rispose e si sedette a tavola; le gocce zuccherate alla fragola contribuivano in gran parte alla sua calma.
“Dovevo prenderne di più”.
Fu il suo unico rassegnato pensiero.

CAPITOLO 4

Il cancello d’ingresso della villa era incandescente e il suo calore e le luci sgranavano l’oscurità addolcendola.
Quando lo attraversavano, gli invitati si slacciavano i cappotti pesanti e le pellicce, stupiti dalla temperatura tiepida nel parco. L’avanzare dell’autunno, per una sera, sembrava essere stato frenato.
Alle vetture era vietato entrare nella proprietà ma, sorpresi dallo splendore della notte, a nessuno dispiacque fare una passeggiata.

Dentro la villa, Rebecca li sentì invadere ogni sala. Le ondate di voci, lo scalpitare di tacchi.
La loro frenesia le trasmise solo rancore.
Decisa a medicarsi con le pozioni del suo cognato più giovane, quello più simile a lei, non ci mise molto a trovarlo.
Giulio era sulla terrazza e dall’alto osservava la scena.
“Dovresti essere giù con loro.”
Disse allungandole un bicchiere di liquido trasparente.
“Non ti preoccupare, è solo acqua.”
Fu la risposta alla sua esitazione silenziosa.
Certa e grata che non fosse solo acqua, Rebecca svuotò il bicchiere tutto d’un fiato e si appoggiò anche lei alla cornice del parapetto.
Capì il fascino di quel punto di vista.
Davanti alla scala d’ingresso della villa si era creato un roseto umano che volteggiava sotto i loro occhi.
Sarebbe rimasta tutta la sera lì accanto a lui a osservare la festa da lontano, ma una figura la riporto’ alla realtà.
Una donna vestita di scuro si era allontanata dal sentiero illuminato e stava attraversando la zona più incolta del bosco.
“Da quella parte non c’è nulla?”
Anche Giulio l’aveva notata e scosse la testa.
“Niente di particolare, solo la terza villa, quella che non apriamo mai.
Prima o poi ti porto a vederla.
Sarei dovuto andare a viverci io ma Giacomo insiste che sia meglio di no e probabilmente ha ragione.”
Rebecca non lo stava più ascoltando.
Aveva capito chi era la donna.
Non era un’invitata e si sentì in colpa per averla abbandonata a gestire tutta la festa.
In fondo, non doveva essere compito di Maria.
La vecchia signora faceva già troppo.
Ringraziò Giulio del regalo trasparente e scese le scale.
Nella sala dove era stato preparato il rinfresco vide Goffredo aggirarsi tra gli ospiti.
I due ghiaccioli incastonati nel suo viso riflettevano le emozioni degli invitati.
Rebecca sapeva che non avrebbe guardato o ascoltato nessuno ma che tutti si sarebbero lo stesso sentiti al centro della sua attenzione; un serpente a sonagli che era meglio evitare.
Scivolò rapida oltre una porta di servizio e prima che i camerieri la notassero attraversò le cucine e sbucò nel retro del giardino.
Maria era svanita.
Nel bosco trovò un sentiero e lo percorse fino alla villa di cui le aveva parlato Giulio, ma di Maria nessuna traccia.
Stava per ritornare sui suoi passi quando sentì un rumore metallico.
Mentre si guardava attorno per capirne la provenienza, si accorse che la temperatura dell’aria cambiava in alcuni punti del perimetro della villa.
Il massimo calore proveniva da un angolo dove non c’erano né porte né finestre; solo una colonna.
Quando la sfiorò percepì uno strano contrasto.
Il muro era freddo e l’aria calda, come se il calore attraversasse la pietra senza mutarne la temperatura.
Sentì delle voci dietro di lei.
Colta di sorpresa, si nascose.
Una coppia d’invitati si avvicinò chiacchierando con leggerezza e le loro risate presero possesso dell’oscurità.
La donna si accostò all’angolo dal quale proveniva il calore. Nascosta, Rebecca vide la colonna svanire.
La coppia attraversò il varco apparso al suo posto e Rebecca si affrettò a seguirli, senza saperne il motivo.
Non fece in tempo a superare l’entrata, che dietro di lei il varco si chiuse.
Così intrappolata, non poteva fare altro che andare avanti.
Grazie al cielo, i due invitati non l’avevano vista. Un senso di nausea la prese allo stomaco e si ricordò del liquido trasparente.
Quando sarebbero iniziati i suoi effetti e quali sarebbero stati non le era chiaro.
Si maledisse per la fretta: la scala a chiocciola sotto di lei sarebbe stata quasi impossibile da affrontare al ritorno.

Le voci dei due ospiti la raggiunsero, poi una terza voce, la voce di Maria.
Per quanto si sforzasse, Rebecca non riuscì a capire cosa stesse dicendo.
Tra le parole farfugliate, distinse il suo nome e quello di Goffredo pronunciati con tono acido e stanco.
La nausea aumentò fino a farle perdere l’equilibrio. Si appoggiò al muro. Ancora una volta fu colpita dalla sua somiglianza con il ghiaccio.
“E dire che fa così caldo, qui sotto.”
Pensò.
I tre dovevano essersi allontanati, perché non li sentiva più parlare.
Lungo un corridoio scarsamente illuminato, notò una serie di bassorilievi e lasciò che le sue dita lo percorressero come un alfabeto braille.
Una paura antica si risvegliò nel suo animo.
Le tornarono in mente i bassorilievi primitivi che aveva studiato all’università.
Sentì la sua razionalità scivolare via passo a passo. Non poteva guardarli con attenzione, non c’era abbastanza luce, ma sapeva che i personaggi della storia rappresentata lungo quel muro erano uomini che si trasformavano in bestie.
L’aria sul suo viso ormai era bollente.
Continuò a camminare.
Avrebbe voluto incontrarsi faccia a faccia con Maria, eppure, senza saperne il motivo, temeva la coppia che era con lei.
Finalmente giunse alla fine del corridoio e si voltò.
Davanti a lei era c’era una gabbia immensa.
Il materiale con cui era stata costruita aveva un colore violaceo e luminescente.
Dentro la gabbia, avvinghiata da catene grosse come tronchi di alberi, una creatura altrettanto immensa si agitava impazzita.
Aveva il corpo di un uccello rapace, forse un’aquila, e il viso di una donna fuori di senno.
Le mani e i piedi erano lunghi artigli contorti, lame affilate e pungenti.
Le ali nere erano piegate da ulteriori catene.
La sua bocca si contorceva in silenzio.
Nelle braci luminose dei suoi occhi, Rebecca lesse il dolore che provava.
Davanti a quell’orrore, i tre si erano inginocchiati.
Passò un istante o due, poi Maria si alzò e tirò fuori un mazzo di chiavi dalla tasca.
Aprì la porta della gabbia ed entrò.
La creatura era immobile e la osservava con attenzione.
Partendo dalle ali, lentamente, Maria aprì i lucchetti di tutte le catene. Quando giunse agli ultimi due, quelli degli artigli, si voltò verso la coppia e sorrise, il suo sorriso candido e gentile.
Fu l’ultima volta che lo vide.
Con un colpo secco, un artiglio le trafisse il petto.
Mentre Maria cadeva a terra senza vita, Rebecca perse conoscenza.

Si risvegliò sdraiata su un divano in un salotto.
La festa doveva essere finita perché non c’era più nessuno, tranne alcuni uomini in divisa e il medico di Giacomo.
Goffredo e Giulio parlavano in un angolo.
Ogni tanto Giulio si voltava verso di lei ma Rebecca non era in grado di leggere le sue emozioni.
Alcune parole cominciarono a trovare un senso nella sua memoria.
Droga, coltello, sangue, Maria.
Un agente dall’aria diffidente le si avvicinò quando vide che aveva ripreso conoscenza.
“L’inchiesta non avrà nessuna ripercussione sui giornali. Le elezioni sono dopodomani…
Non vi preoccupate.”
Un’altra voce alle sue spalle.
“Fate tutte le indagini che dovete, non sentitevi in imbarazzo.”
Il viso di Giacomo era più scuro del solito.
“Rebecca, non giriamoci intorno.
Giulio ci ha detto cosa ti ha dato.
Ha confessato di averlo preso anche lui; purtroppo con conseguenze diverse.
Non so come dirtelo…”
La voce si fece sempre più soffusa e quando arrivò al dunque era ormai un sussurro.
Rebecca capì solo che l’avevano trovata nel bosco con un pugnale stretto tra le mani e Maria di fianco a lei, morta.

CAPITOLO 5

La mattina dopo si svegliò all’alba; la nebbia che le diede il benvenuto le anticipò l’umore collettivo.
Dovunque, il silenzio la precedeva.
Le sale, piene di camerieri indaffarati a pulire i ricordi frantumati della festa, si congelavano al suo passaggio.
Nessuno la guardava negli occhi; quasi fosse morta e diventata un fantasma.
Insofferente, Rebecca decise di fare una passeggiata nel bosco.
Si avvolse in una mantella sbiadita e sperò che il grigiore che abbracciava ogni cosa tingesse anche lei del colore del cielo; poi si abbandonò alla volontà dei suoi piedi flemmatici che si inseguivano l’uno con l’altro.
Vagò persa nei suoi pensieri, senza seguire un tracciato.
Quando si trovò davanti alla villa della sera prima non si stupì, nella sua testa non l’aveva mai abbandonata.
Allungò una mano.
La pietra era gelida, era una mattina fredda; del calore della sera prima nessuna traccia.
Girò attorno alle mura e quando vide la colonna, quella che era svanita nel nulla, sobbalzò.
La sua normalità fu un pugno nello stomaco.
Le pizzicarono gli occhi, le prime lacrime.
Avrebbe voluto trattenerle ma non ci riuscì.
Per la prima volta, l’unico pensiero fu Maria.
Non demoni a cui nessuno avrebbe creduto o complotti che si era solo immaginata sotto l’effetto di droghe che neanche conosceva.
Solo Maria e il sorriso che ancora brillava nella sua memoria e la dolcezza della voce l’ultima mattina che l’aveva rimproverata.
Il tono acido e stanco della sera prima, quello che poteva essersi sognata, per un attimo fu come se non fosse mai esistito.
Solamente Maria e la certezza che non l’avrebbe mai più vista.
Poi dentro di lei tornò il vuoto.
Un abisso abitato da un demone di cui non poteva parlare.
Chi le avrebbe creduto?
L’artiglio che attraversava il petto e spuntava illuminato di sangue era un immagine ferocemente reale che l’avrebbe fatta impazzire; se solo fosse stata un’incubo.
Dopo aver inutilmente studiato la colonna, socchiuse la porta d’ingresso ed entrò nella villa.
L’odore di muffa, la polvere e le ragnatele le diedero il benvenuto.
Salì la scala centrale di marmo.
La sua struttura a ventaglio era uguale a quella di tutte le altre ville della proprietà.
Nelle stanze al primo piano trovò mobili ammuffiti, dai colori sbiaditi.
In quella che doveva essere stata una camera da letto, vide una cassettiera senza cassetti e un tavolino con uno specchio sfregiato.
Nello studio accanto, scatole di carte abbandonate vicino a un camino.
Scese di nuovo al piano terra e cercò l’ingresso delle cantine.
Al piano sotterraneo non c’era nulla.
Affranta, stava per uscire quando si accorse del fatto più ovvio.
Era l’unico luogo senza ragnatele.
S’inchinò a terra e sfiorò con le dita la polvere sul pavimento.
Lo strato che lo ricopriva era sottile, un velo rispetto ai piani superiori.
Si guardò ancora attorno, non vide nient’altro.
Strinse al petto le braccia.
L’umidità che le trafiggeva le ossa era diventata insopportabile e la mantella quasi inutile.
La differenza con il calore secco della sera prima la turbò e sentì l’urgenza di scappare da quel luogo.
Fuori, un agente di polizia l’attendeva appoggiato a un albero.
Doveva averlo colto di sorpresa perché notò il suo imbarazzo.
Infastidita dal non essere mai stata sola si diresse verso casa ma, a metà strada cambiò idea.
La villa che Giacomo stava restaurando accanto al lago era più rumorosa del solito.
Dovevano essere tutti li.
Nell’atrio, Giacomo stava parlando con Goffredo e Giulio.
Quando entrò i tre fratelli si voltarono a guardarla, nessuno di loro sorrise.
L’imbarazzo evidente di Goffredo la irritò.
” Mi avete fatto seguire. Cosa pensavate? Che fuggissi o che sotto l’effetto di nuove e strane droghe uccidessi qualcun’altro? “
Giacomo fece un passo avanti e allargò le braccia.
“Credevi forse che ti lasciassero libera?
Sei il principale, anzi l’unico indiziato in un omicidio di cui nessuno parlerà ma che c’è stato.
E’ ovvio che vogliano un agente sempre con te.
Tutto quello che ho potuto fare è stato convincerli che saresti rimasta rinchiusa all’interno della nostra proprietà fino alla fine delle elezioni che saranno, come ben sai, domani.
Dopodomani, inizierà una normale inchiesta.”
“Una normale inchiesta?
Cosa può esserci di normale in un’inchiesta posticipata; chiunque sia stato avrà tutto il tempo per far sparire ogni traccia.”
“Chiunque? Rebecca, è solo un favore che mi fanno. Magari sparissero le tracce.
Se ti arrestassero ora, saresti sicuramente condannata.
Cerca di essere ragionevole, quello che è successo è stato un brutto incidente; ed è tutta colpa di Giulio.
Cosa gli sia saltato in testa non lo so.
Non credo che neanche si senta in colpa, quel disgraziato.
Farò il possibile per sistemare tutto, te lo prometto, ma ci vuole tempo e calma.
Per fortuna ci sono le elezioni e il capo della polizia comprende la delicatezza di questo momento politico.
Se non fosse per questo, saresti già stata arrestata.”
Rebecca tremava di rabbia ma non riusciva a parlare. Giulio fissava il pavimento, Goffredo la trapassava con lo sguardo.
Era sola con Giacomo.
Si arrese e uscì dalla villa.
Appena attraversata la porta, li sentì ricominciare a discutere. Giacomo era furente.
Rebecca avrebbe voluto allontanarsi e lasciarli ai loro litigi ma ogni loro parola era una freccia che la faceva sanguinare di rimorso.
Così, di nascosto, li continuò ad ascoltare.
“Non è sempre colpa mia!
Quando eravamo piccoli forse ma tutti e due siamo cresciuti e cambiati.”
Giulio tentò invano di sovrastare l’ira di Giacomo.
“Tanto cambiati non mi sembra…”
Goffredo continuava a comportarsi come se lui non c’entrasse nulla.
“Per cominciare, dieci anni con te cambiano chiunque. Prima almeno era simpatica, ora è solo psicopatica.”
“Pensate a lei per un secondo vi prego…”
Giacomo era l’unico preoccupato per lei ma anche l’unico che non l’avrebbe mai ascoltata.
“Senza volerlo ha ucciso la persona che le era più cara al mondo…”
“Su questo sono d’accordo con te, Giacomo.”
Goffredo l’interruppe.
” Secondo te, Giulio, è diventata una psicopatica; io non credo. Siamo più simili di quanto tu pensi. Io sono abbastanza felice con lei e lei con me…”
Rebecca sentì Giulio ridere.
“Serena.
Felice.
Hai guardato nel suo cassetto dei medicinali?
Io si, in cerca di qualcosa per passare il tempo.
Ero curioso…”

“So benissimo cosa hai trovato.
Quelle gocce ora le usano tutti; anch’io.
Non sono ancora legali ma lo diventeranno presto. Stiamo tutti molto meglio da quando sono state scoperte.
Sono completamente diverse dalla Salvia Divinorum che fumavi tu all’università…”
Dopo poco, i due fratelli salutarono Giacomo.
Dal suo nascondiglio, Rebecca li vide allontanarsi. Stava per fare lo stesso quando sentì qualcuno sopra di lei bisbigliare qualcosa a Giacomo.
“Dunque? “
” Il loro appartamento è vuoto. Nella confusione di ieri, sono spariti entrambi. Nell’appartamento della vecchia abbiamo trovato una valigia pronta…
L’ho appoggiata nel suo studio…”
“Hai fatto bene. Nascondi tutto.
E’ quasi una fortuna che Rebecca fosse li.
Speriamo che continui ad attirare l’attenzione della polizia su di se.
Anche se l’hanno appena dichiarata, non possiamo ancora permetterci questa guerra…”

CAPITOLO 6

La nebbia si era ormai dissolta.
Il viale che tagliava il bosco a metà era nitido ora, privo di mistero.
Mentre ritornava verso casa, per un attimo, tutto sembrò tornato alla normalità.
Attorno a lei, i giardinieri spazzavano onde di foglie ramate e le accumulavano sotto alberi spogli.
Quando passò davanti a loro, la salutarono.
Rebecca li ignorò.
Raggiunse la villa; anche li la scala centrale di marmo che saliva a ventaglio era l’anima della struttura, la sua spina dorsale.
Il sollievo che provò nel vederla la stupì.
Salì i gradini con lentezza, ogni passo una carezza silenziosa.
La stanza era stata pulita e rassettata in sua assenza. Ogni cassetto era stato riordinato.
Le cameriere dovevano avere avuto l’ordine di cercare medicine o altre sostanze sospette.
Rebecca sorrise.
Le droghe sintetiche che aveva trovato Giulio erano ancora li; nessuno gliele rimproverava.
Era vero che presto sarebbero diventate legali.
Prese in mano una boccetta.
Le gocce che conteneva erano fondamentali per la serenità di quasi tutti i suoi conoscenti.
Da anni, esperti nel settore, psicologi e psichiatri, assicuravano la popolazione della loro innocuità.
Chi fosse stato a sintetizzarle anni prima non si sapeva. All’inizio, solamente la popolazione più povera, gli Eridiani, ne aveva fatto uso. Poi con il tempo avevano raggiunto le fasce più alte della società. Adesso che nessuno riusciva a farne a meno si cominciava a parlare di legalizzazione. Effettivamente non c’erano mai stati casi di morte per overdose o di comportamenti aggressivi o nocivi.
Se tutti erano più felici con le gocce perché proibirle?
Non era forse meglio controllarne la produzione, assicurarsi che fossero sempre innocue e magari anche tassarle?
Invece che spendere fondi pubblici nella lotto contro di esse?
Attorno a questi argomenti era stata costruita un’intera campagna elettorale.
Le gocce non avevano un nome.
La formula era troppo complessa da ricordare e stranamente quando erano apparse sul mercato nero nessuno si era preoccupato di dare loro un soprannome.
Continuavano ad essere “Le Gocce”.
Semplici.
Comuni.
Anonime.
La proposta di legge usava la formula intera per identificarle ma su tutti i giornali si parlava sempre di gocce di gioia, gocce di serenità, gocce di energia, gocce di benessere.
Ben diversa era la Salvia Divinorum del suo passato, causa di visioni terribili, delusioni di grandezza, comportamenti asociali e dipendenza.
Rebecca aveva ancora le Gocce in mano.
Quella marea di emozioni la scosse e nello specchio vide il blu delle sue iridi allargarsi fino a sommergere il nero delle pupille.
Le succedeva quando provava emozioni troppo forti.
A quanto pareva era una rara e innocua malattia genetica. Anche la moglie di Giacomo, Rachele, ne aveva sofferto; era l’unica cosa che le due donne avessero in comune.
L’effetto era sconcertante, come spesso le avevano fatto notare. Poche gocce l’avrebbero riportata alla normalità ma Rebecca le ripose nel cassetto.
Le fila dei suoi pensieri si erano attorcigliate attorno a una decisione: cercare Giulio.
Mentre si apprestava ad uscire le tornò in mente Giacomo. Lui sapeva che lei non aveva ucciso Maria. Perché aveva mentito ai fratelli e alla polizia?
La nota di preoccupazione affettuosa nella voce di Giacomo le era sembrata genuina.
Eppure non c’erano dubbi; non solo Giacomo sapeva della sua innocenza ma la stava usando per nascondere qualcos’altro. Avevano parlato di una guerra e non c’erano guerre da centinaia di anni. Qualche battaglia qui e la ma tutte piccole e poco importanti; di cui nessuno parlava, neanche i giornali. Forse era una guerra metaforica.

A parte qualche camicia nell’armadio, la camera di Giulio era vuota. Spinta dalla curiosità, Rebecca entrò lo stesso.
La valigia era aperta e appoggiata su un basso mobile di legno. Rebecca stava per uscire quando vide sotto il letto una borsa di pelle rossa scura, quasi marrone. Si inginocchiò e l’aprì. Dentro c’erano decine di piccole fiale piene di liquidi colorati. Rebecca non si stupì, dopotutto Giulio era un chimico.
Il colore di una di esse la stregò.
Era di un blu violaceo e sembrava brillare di luce propria.
Era dello stesso colore della gabbia dentro la quale era stato imprigionato il mostro.
La sua luminescenza tingeva l’interno della borsa di sfumature indaco. Incuriosita, decise di studiarne meglio il contenuto e la infilò nella tasca interna della sua giacca di velluto.
Fuori dalla finestra vide Giulio allontanarsi in direzione del lago.
Decise di raggiungerlo.
Uscì nel corridoio e di corsa scese la scala di marmo. Ai margini del giardino, Giulio stava per svanire nel bosco. Affrettò il passo, incerta se farsi vedere o seguirlo di nascosto.
Lo aveva quasi raggiunto, quando sentì una voce che la congelò sul posto.
“Questo si che è un problema…”
Rebecca si girò.
Davanti a lei un uomo si stava grattando la nuca, come per scacciare pensieri indesiderati. Era lo stesso uomo che aveva visto la notte precedente.
Rebecca rimase immobile a guardarlo, incapace di reagire a quella scena imprevista.
Quando, senza perdere un istante, l’uomo allungò le braccia e l’afferrò, le sembrò di cascare nell’abbraccio soffocante di un fiume e annegare. CAPITOLO 7

Il profumo di gelsomino fu la prima cosa che notò al suo risveglio; e le onde lontane del mare, agitate dalle frustate del vento.
Quel paesaggio le era familiare; eppure non aveva la più pallida idea di dove si trovasse.
Il cielo si srotolava gioioso sulla superficie luminosa dell’oceano, nessuna nuvola, nessuna ombra a fare inciampare lo sguardo.
Davanti a lei, roseti dai vari colori si rincorrevano lungo canali d’acqua intrecciati, fino a raggiungere mura rossastre, decorate da cascate di glicine a grappoli.
Udì voci confuse bisbigliare oltre ai cespugli e quello che per un attimo le sembrò un ruggito soffuso provenire dal basso.
Il suo sguardo s’inchinò verso destra.
Rebecca sobbalzò.
Ai suoi piedi era accovacciato un leopardo.
La pelliccia maculata era della stessa tonalità dorata del sole e i suoi occhi la osservavano attenti.
Il suo ruggire era rivolto alle voci oltre ai cespugli.
Un raggio brillò sul manto del felino e si rifletté nel giallo abbagliante degli occhi.
L’animale appoggiò una zampa sul suo grembo, poi si alzò.
Senza timori, Rebecca lo seguì oltre i cespugli, dove un gruppo di persone circondava un uomo alto vestito con una tunica bianca.
Nessuno la notò.
Continuò a camminare dietro al leopardo, lungo giardini che s’incatenavano l’uno nell’altro; dove pappagalli blu volavano e si confondevano con il cielo e dove scimmie dalla pelliccia candida e lunare si rincorrevano saltellanti tra i rami; e dove. sottili cascate d’acqua scivolavano giù da torri filiformi, migliaia di campanelle di cristallo contro il marmo azzurro delle fontane che le ospitavano.
I suoi passi, felpati come quelli del leopardo, sfioravano appena la terra.
Al suo passaggio le pallide scimmie si fermarono di colpo ad osservarla, i pappagalli si azzittirono e anche le cascate si congelarono nell’aria.
La natura attorno a lei sembrò trattenere il fiato, sorpresa dalla sua presenza; ma gli uomini e le donne neanche la notarono così, indisturbata, raggiunse un arco di pietra.
Il leopardo l’oltrepassò; Rebecca attese un attimo poi lo seguì.
Dietro l’arco, una scala a chiocciola precipitava verso il ventre della terra.
Abbagliata dal sole all’esterno, le sembrò di scendere alla ceca scalini che, diversi l’uno dall’altro, sfidavano ogni sua capacità di premonizione.
In fondo, l’attendevano cunicoli bassi, illuminati con parsimonia da mozziconi di candele consumate.
Rebecca continuò a seguire il leopardo, fino a quando il cunicolo che stava attraversando si allargò e diventò una caverna.
Lì, Rebecca vide un gruppo di donne, uomini e bambini seduti attorno a un uomo elettrizzato dalle proprie parole. Ipnotizzati dall’oratore, nessuno di loro si voltò.
L’uomo alzò lo sguardo verso di lei.
” Dal tramonto all’alba il Tempo si arrotola attorno alla sua fonte.
L’universo si avvolge su se stesso e in un granello di sabbia si dissolve…”
Con un balzo, il leopardo squarciò la gola dell’uomo e interruppe il suo discorso a metà.
Rebecca si svegliò urlando.

“Forse abbiamo esagerato un pò…”
Due divertiti occhi grigi si posarono su di lei. Appartenevano ad una ragazza.
Accanto a lei, lo stesso uomo con la tunica bianca del suo sogno la osservava preoccupato.
Dietro di lui, una grande vetrata sporca.
Le mura nude, arazzi di mattoni rossastri logorati dal tempo, erano sorrette da pilastri di metallo scuro.
Un intenso odore d’umidità pervadeva l’aria.
Libri, a centinaia, erano sparsi qua e la, su tavoli e mensole, in bilico.
Dall’esterno, un suono familiare la raggiunse; forse quello di una nave. Poi altri rumori lontani le ricordarono quelli del porto.
In fondo a quello spazio indefinibile, quattro persone erano immerse nella penombra.

L’uomo con la tunica bianca era Eridiano.
Aveva gli occhi chiari, quasi trasparenti, di Maria; lo stesso naso aquilino, gli stessi zigomi alti e gli stessi capelli candidi.
Era impossibile dire con esattezza la sua età.
Tra i trenta e i quarant’anni i capelli degli Eridiani impallidivano nello spazio di una notte.
Rebecca si ricordava ancora la mattina in cui Maria si era risvegliata con i riccioli bianchi.
Nella sua mente annebbiata gli occhi di Maria si confusero con gli occhi dello sconosciuto; e Rebecca agli occhi della donna che le era stata madre e amica domandò, con voce soffocata:
“Cos’era quel mostro?”
“Un Dea, un Dio, dipende a chi di noi ti riferisci…”
Fu la risposta della giovane a lui, accompagnata da una strana risata.

Religione.
A Rebecca non sarebbe potuto venire in mente un concetto più lontano.
I Marnesiani deridevano qualsiasi credenza, qualsiasi idea di coscienza superiore, qualsiasi allusione all’eterno.
“Quel mostro orrendo era una Dea? “
Rebecca sbottò incredula.
“Quello in gabbia?”
“Si…
Zaira è la Dea dell’amore e dell’odio. La gabbia dove l’hai vista è stata la sua dimora per secoli. Imprigionata sotto terra, dimenticata da quasi tutti gli uomini…
Io invece sono Apate.
Ogni tanto anch’io sono una Dea.
Lui, invece, è Eskandar: l’ultimo sacerdote che ci è rimasto.”
Rebecca si sforzò di ricordare, ma l’immagine di Maria che cadeva a terra, trafitta da un artiglio di quel mostro, era troppo dolorosa. Rabbrividì e sentì gli occhi inumidirsi.
La ragazza, Apate, continuò quasi le avesse letto nel pensiero.
“Maria o Myriam, il suo nome Eridiano originale…
Ha terminato la sua missione; ha assolto il suo compito su questa terra. Da anni cercava il luogo dove ci avevate imprigionate. Per questo era venuta a lavorare per voi; e quando finalmente ha trovato mia sorella…”
A quelle parole, Rebecca si sentì di nuovo mancare. Dentro di lei non c’era posto per divinità sconosciute e affetti traditori.
Mentre parlavano, una delle persone in fondo alla sala si era staccata dal gruppo e si era avvicinata a loro.
I suoi occhi le tolsero il respiro: erano gli stessi del mostro alato.

” Decine di secoli fa il mondo era molto diverso. L’Eridia era il continente più potente e benestante.
La loro religione aveva un pantheon complesso di divinità, tra le quali c’eravamo anche noi; poi gli equilibri iniziarono a cambiare.
Le Divinità sparirono, una alla volta.
La Marnesia divenne sempre più potente, mentre l’Eridia attraversò un periodo di gravi sconvolgimenti climatici che causarono la desertificazione del suo intero territorio, la scomparsa della sua civiltà e la diaspora della sua popolazione…”
Zaira fece una pausa per permettere a Rebecca di assorbire ciò che le stava raccontando, ma il timbro onirico della sua voce aveva confuso Rebecca che riuscì solo a mormorare.
“Non capisco cosa c’entrino Maria e la mia famiglia.”
Come se non l’avesse sentita, Zaira continuò.
“Gli Eridiani non persero mai la fede in noi.
Erano convinti che la desertificazione dell’Eridia fosse stata causata dalla nostra scomparsa.
Poi, cinquant’anni fa, fecero una scoperta che confermò le loro teorie e non solo…”
Zaira estrasse dalla tasca una fiala.
Conteneva un liquido blu con luminescenze violacee. Era una copia esatta della fiala che Rebecca aveva in tasca.
” Questa è tua o, almeno, tu sei la proprietaria dell’unica miniera al mondo che produce questo minerale liquido-gassoso.
La miniera è al Polo Sud.
Anzi, la miniera è l’intero Polo Sud, dove da anni lavora il fratello di tuo marito, Giulio.”
Cosi dicendo Zaira le mise la fialetta tra le mani. Poi continuò.
“Secondo le loro scoperte, questo minerale chiamato Zedir avrebbe permesso ai Marnesiani d’imprigionarci, d’incatenarci alla terra; di ridurci proprio come mi hai trovato tu: nient’altro che mostri in gabbia”.
Gli occhi di Zaira ardevano e bruciavano tutte le ombre attorno a lei.
Parte di quella storia, Rebecca la conosceva bene.
La Diaspora Eridiana era vecchia quanto la storia Marnesiana.
Lamarnia era stata costruita dopo la distruzione dell’Eridia.
Erano stati gli immigrati Eridiani a posare ogni pietra della capitale e da allora il loro stato sociale ed economico non era mai cambiato.
Il Quartiere Eridiano, uno degli insediamenti più antichi della capitale, era rimasto intrappolato su due lati dal mare e dal fiume Marn; e qualche mese prima l’alluvione estiva lo aveva sommerso quasi interamente.
A Rebecca tornò in mente come nessuno del governo si fosse preoccupato di inviare soccorsi efficienti.
Avevano lasciato che l’acqua nascondesse i cadaveri di tutti i loro pregiudizi.
“Che disastro… “
Mormorò a quel ricordo, per la prima volta da quando aveva visto la tragedia con i suoi occhi.
Guidata da un telepatico sesto senso, Zaira rispose.
“Per fortuna l’ospedale, l’orfanotrofio e la scuola non ne hanno sofferto. Anche la libreria e il Tempio si sono salvati. Sono proprio sopra di noi…
Per quanto ormai contino così poco…”

“Cosa?
Credevo che negli Eridiani la fede fosse innata, quasi un’eredità genetica…”
Zaira sospirò.
“Lo era…
Quelle maledette gocce stanno rimbambendo tutti: giovani, vecchi, disoccupati e lavoratori.
Trovare rifugio in esse vuol dire smettere di soffrire; e la strada più breve e indolore è sicuramente la più semplice, ma la serenità che portano è sintetica e provoca danni all’animo umano, sopratutto all’animo Eridiano.
Li allontana dalle Divinità…”
“Pensavo che voi Divinità foste state tutte imprigionate…”
“ Semi di Divinità sono sparsi dappertutto e qualcuno potrebbe sbocciare in una nuova Dea o un nuovo Dio…
Se in futuro, però, tutti prenderanno le Gocce, nuovi Dei o vecchi Dei non faranno alcuna differenza.
Sarà un mondo morto…
Altro che alluvione…”

Gli occhi di Zaira rimbalzarono dentro i suoi, due raggi di sole tra nebbia e acqua, per poi posarsi su Apate, velati da uno strano rimprovero.
Oltre la vetrata, Rebecca vide la statua di un uomo che cavalcava un leopardo.
“Quello è Moros.
Un altro nostro fratello…
Il Dio del sole, del giorno, del coraggio, della fortuna e della sfortuna, dell’avventura, delle imprese impossibili e dei miracoli…
Al momento, anche lui imprigionato chissà dove…”
Accanto alla statua di Moros, un’altra rappresentava un giovane o una giovane ( era difficile da capire) con una coda di pesce al posto delle gambe.
“Quella sono io!”
Apate esclamò allegramente.
“La Divinità Guardiana dell’acqua, dei fiumi, e dell’intelligenza. La Divinità più complessa.
Sono a volte donna, a volte uomo, dipende dall’orario del giorno.
La Divinità del crepuscolo e dell’alba; dell’intelligenza, della furbizia, del dubbio e della comprensione. Delle scienze e delle leggende, della verità e dell’inganno.
Sono la Divinità del tempo e del mutamento; e le mia casa è alla sorgente del fiume Eris e del fiume Marn, che è poi lo stesso luogo, dove nasce il tempo e…”
Rebecca rabbrividì, senza capire le parole di Apate.
“ Parli del Polo Nord?”
Chiese.
“Si.”
“E il Polo Sud?”
“Ah…
Laggiù è dove il tempo muore.”

Accanto ad Apate, c’era una mappa del mondo aperta su un tavolo. Era antica e mostrava il territorio dell’Eridia come doveva essere stato centinaia di anni prima.
Un intero continente, un tempo solcato dall’immenso fiume Eris.
Metà del globo, il lato opposto, il lato oscuro.
Sul corno finale di quello che ormai era solo un vastissimo deserto, Rebecca vide il Polo Sud.
“Dove muore il tempo.”
Ripetè tra se e se, mentre le sue dita sfioravano il disegno.
“Era Eridia anche il Polo Sud?”
Domandò.
“Si ma solo metà, come solo metà di questo mondo appartiene a voi.”
In quel momento, Rebecca fu distratta da una voce conosciuta.
In un angolo della sala, era apparsa la sagoma di un uomo. Nella penombra era difficile distinguerne i tratti ma Rebecca non ebbe dubbi sulla sua identità.
Giulio si avvicinò ad Apate in silenzio, il suo sorriso un quarto di luna spento.
Era un’espressione che Rebecca non aveva mai visto: seria e rattristata, preoccupata; emozioni che Giulio non aveva mai mostrato a nessuno di loro in famiglia.
Nel vederlo, Apate s’interruppe.
“ Ci sono spiegazioni, che però non toccano a me…”
Rebecca non stava più ascoltando; dietro a Giulio, aveva scorto un fantasma.

CAPITOLO 8

Era estate, la prima volta che Rebecca e Rachele si erano conosciute.
Rachele era circondata da un gruppo di ragazzi e con loro, di nascosto, fumava la Salvia Divinorum.
A sedici anni, Rebecca non aveva il coraggio di sperimentare e spaventata era scappata via a cercare Giulio.
Il profumo della Salvia era mescolato, nei suoi ricordi, ai profumi delle piante estive di un giardino al tramonto.
Si trovavano a una festa; in una villa su un promontorio dal quale si vedeva il sole coricarsi in mare: la dimora dei genitori di Rachele, risplendente tra le tinta arancioni, rosa e violacee del cielo.
Neanche la penombra ammuffita dove ora si trovava poteva attenuare i colori, litografati per sempre nella sua mente, di quella villa e di quel giardino: lo stesso giardino del suo sogno.
Rebecca provò ad alzarsi dal divano, dov’era ancora sdraiata ma le mancarono le forze; così rimase a fissare Rachele, silenziosa e immobile davanti a lei.
Giulio fu il primo a parlare.
“Rebecca…
Prima di cercare di spiegare, devo presentarti qualcuno…”
Una donna si avvicino’.
“Lei è Ariadne. Ci siamo conosciuti all’Università. Studiava con me chimica ed etnobotanica.
Un giorno, mentre in laboratorio facevamo un esperimento insieme, le sue iridi si allargarono…
E allagarono gli occhi, per trasformarli in piccoli oceani blu.
Proprio come succedeva a te e a Rachele…”
Rebecca riconobbe la giovane donna: era la stessa che aveva visto la notte prima, la stessa che aveva liberato Zaira.
“ Forse, all’inizio, m’innamorai di lei solo per emulare Giacomo e Goffredo che avevano due donne così simili. Nel tempo, però, Ariadne divenne il centro della mia vita e il mio segreto più prezioso.
Per amore trasformai tutte le sue idee nelle mie bandiere.
Avevo scelto la mia facoltà con leggerezza, spinto da Giacomo e da mio padre. Non avevo una passione particolare per la materia, ero interessato solo ai prodotti finali, per così dire. In particolare alla Salvia Divinorum, come tutti in quel periodo.
Per Ariadne era diverso.
I suoi genitori erano entrambi chimici e etnobotanici. Avevano lavorato al Polo Sud, nei centri di studio dove sono ora ricercatore anch’io.
Quando Ariadne mi presentò, mi raccontarono quello che ti ha appena spiegato Zaira.
La miniera è tua; così come è tuo il minerale prodotto: lo Zedir.

Il Polo Sud presenta limiti straordinari, quasi insormontabili.
La storia di Apate e della sorgente del tempo non è un mito. Laggiù, il tempo rallenta fino quasi a fermarsi; e il sole e la luna splendono insieme in un cielo illuminato da un’eterna pallida luce grigia.
Uno spettacolo che farebbe sentire chiunque completamente solo nell’Universo.
E’ impossibile arrivare al centro della miniera, l’effetto del tempo che rallenta è devastante sugli esseri umani.
Lo chiamiamo “Effetto Eternità”.
Per questo lo Zedir è ancora raro: riusciamo a minare solamente nella periferia esterna, dove il minerale è scarso, impuro e meno potente.
Nei laboratori studiamo metodi per ridurre l’effetto Eternità. Con scarsi risultati abbiamo selezionato e allenato gli uomini che dimostravano maggiori capacità di sopportazione: sono solo Eridiani ma non tutti gli Eridiani vanno bene, solo quelli che hanno superato la Soglia della Saggezza.
Quando i loro capelli diventano improvvisamente bianchi…
Ti ricordi quando successe a Maria?
Chiaramente in quei dannati laboratori stiamo studiando anche la Soglia della Saggezza.
Per ora abbiamo fatto pochi passi avanti.
Gli Eridiani attraversano la Soglia della Saggezza più o meno dopo i trent’anni; le Gocce la ritardano e la Salvia Divinorum l’anticipa.
Non abbiamo idea da che cosa sia provocata.
Puoi indovinare i problemi logistici; i minatori sopra i trent’anni non sono sicuramente i più efficienti.
La tua miniera è stata sezionata in tre zone conosciute. Il primo livello è quello dove arrivano i minatori Eridiani che hanno superato la Soglia della Saggezza o che, in poche parole, sono invecchiati di colpo.
Il secondo livello è quello che vorremmo raggiungere, ma siamo ancora ben lontani da capire come.
Oltre, al terzo livello, l’inconscio del Polo Sud ci aspetterà in eterno…
Per fortuna…”
Rebecca guardò Giulio sempre più confusa.
“Il tuo Zedir, oltre ad essere l’elemento alla base delle Gocce, rallenta il tempo forse quasi fino a fermarlo.
In maniera localizzata.
Puoi immaginare le implicazioni economiche e militari di tale miracolo?
Per ora, i nostri esperimenti sono ostacolati dall’incapacità di sfruttare la miniera al suo pieno potenziale.
Prima o poi, però …”
Giulio le porse un ritaglio di giornale.
“Questo è uscito, subito dopo l’Alluvione…”
Rebecca lo aprì e lesse:
“Censimento degli Eridiani.
Goffredo Ostuni richiede, per ragioni di sicurezza nazionale, il censimento degli immigrati Eridiani al fine di creare un database con le informazioni esatte su ogni uomo, donna o bambino di origine Eridiana presente sul territorio Marnesiano.
Tale database produrrà un documento d’identificazione speciale che tutti gli Eridiani, inclusi i minorenni, avranno l’obbligo di portare sempre con se, pena l’arresto e la deportazione…”
Sul viso di Giulio apparve un ghigno spento:
“E’ questa la campagna elettorale di tuo marito. Associala al programma di Alessandro Farnieri sulla liberazione della ricerca chimica e alla legalizzazione delle Gocce.
La nostra è una battaglia contro il tempo.
Se dopodomani vincono le elezioni, inizieranno a deportare tutti gli Eridiani senza documenti al Polo Sud…”
Persa in un maelstrom di informazioni ed emozioni, Rebecca alzò lo sguardo verso Rachele, rimasta in silenzio ad ascoltare.
“E’ tutto vero.” Rachele disse sottovoce.
“Il padre e la madre di Ariadne erano segretamente specializzati anche nello studio della Salvia Divinorum.
Erano convinti che se fosse stata studiata assieme e paragonata allo Zedir, la sua provenienza, le sue proprietà chimiche e i suoi effetti sull’essere umano e sul tempo avrebbero dimostrato la simmetria dell’Universo e il suo equilibrio biochimico.
La Salvia Divinorum cresce, infatti, solo al Polo Nord e in enormi quantità può accelerare il corso del tempo. “Apate, nasce di fretta e muore lentamente.”
E’ un detto Eridiano.
Apate, prima di essere imprigionata, rinasceva ogni giorno al Polo Nord, donna; per poi morire uomo, al Polo Sud.
I genitori di Ariadne compresero che lo Zedir era il segreto che teneva imprigionate le Divinità Eridiane. Pensarono allora che forse la Salvia Divinorum fosse la chiave per liberarle. Mandarono Marcus, il fratello di Ariadne, nelle piantagioni al Polo Nord per capire se la loro teoria fosse corretta; e scoprirono l’esistenza di una sola e unica proprietaria del Polo Nord.
Sono io la proprietaria di quella terra vasta e desolata; ma non sapevo nulla dei tentativi falliti di coltivare la Salvia in qualsiasi altro luogo al mondo; né delle piantagioni segrete, proprietà dell’Esercito Marnesiano.
Soprattutto, non avevo la più pallida idea che tutto fosse sotto il controllo di mio marito e del tuo, Rebecca.
Ipnotizzato dall’amore e impressionato dai loro racconti, Giulio scelse di andare a lavorare come scienziato nei laboratori militari al Polo Sud e si sforzò di diventare amico mio, cosa che prima non era mai stato. Poi mi presentò Ariadne e tutta la sua famiglia.
Con il tempo, anche a me parlarono delle loro teorie; e di quello che Marcus aveva scoperto al Polo Nord.
Il fratello di Ariadne mi raccontò che anche al Polo Nord esiste un simile Effetto Eternità.
Là, il tempo accelera e allo Zenith va a una velocità tale che è come se fosse fermo; esattamente come al Nadir del Polo Sud.
Inoltre, come solo gli Eridiani riescono a sopportare l’effetto Eternità al Polo Sud, solo i Marnesiani lo sopportano al Polo Nord e solo dopo che hanno superato la loro Soglia.
Eh si…
L’ironia dell’Universo…
Anche i Marnesiani hanno scorretto di avere una Soglia, la chiamano “Soglia dell’Innocenza” per differenziarsi dagli Eridiani.
Accade, come agli Eridiani, tra i trenta e i quarant’anni; ma non ci sono effetti esterni, facili da osservare e non si capisce il momento esatto con certezza. Anche nel loro caso, la Salvia accelera e le Gocce rallentano l’avvicinarsi di tale Soglia.
Per questo la Salvia Divinorum in Marnesia è vietatissima.
I Marnesiani temono la loro Soglia, perché non sanno nulla su di essa…”
Rachele le strinse le mani.
“ Non potevo credere alla mia fortuna quando conobbi Ariadne. Era la prima volta che incontravo qualcuno come me. Anche tu Rebecca mi assomigliavi ma eri viziata, annoiata e distaccata dalla realtà. In te, nonostante il nostro affetto, non sono mai riuscita a trovare una confidente. Con lei è stato subito diverso. Con lei, finalmente, ho iniziato a comprendere le mie origini e le mie vere radici.
I miei genitori erano distanti. Si sentivano superiori a tutti per qualche misterioso motivo che non volevano spiegarmi. Oggi so che i contratti con l’esercito Marnesiano per l’utilizzo delle nostre terre li rendevano talmente ricchi da infischiarsene di tutto e di tutti quanti.
Grazie ad Ariadne ho scoperto l’ingiustizie che hanno da sempre dovuto sopportare gli Eridiani, ho capito di esserne in parte responsabile anch’io e di avere un ruolo importante da svolgere.
Poi quando quest’estate Apate è stata liberata…
Ti ricorderai anche tu il diluvio e l’alluvione…”
A quelle parole Apate posò il suo sguardo su Rebecca, l’espressione nei suoi occhi illeggibile, e disse:
“Forse ho esagerato un pò…”
La stessa frase che aveva usato quando Rebecca si era svegliata urlando.
La voce di Eskandar interruppe i suoi pensieri.
“Avrei un suggerimento. La nostra ospite, per così dire, ha bisogno di riposarsi. Lasciamola sola poi, più tardi, decideremo sul da farsi.
“Un secondo… “
A Rebecca, anche la propria voce sembrò estranea.
“Rachele, puoi rimanere un attimo? “
Mentre Rachele assentiva con la testa gli altri uscirono dalla stanza.
Solo Apate sembrava non volersene andare.
“Potrei aiutarti io a mettere in ordine i tuoi pensieri se vuoi…
Avrei tante storie da raccontarti ma sono anche la Divinità dell’inganno, ti fideresti? “
Quando rimasero sole, Rebecca semplicemente chiese:
“Cosa ti è successo?”
Poi, senza dire nulla, attese. CAPITOLO 9

“Da piccola la mia vita sembrava perfetta.
Ti ricordi le nostre scimmie? Quelle con la pelliccia bianca come la luna? Il giorno in cui mio padre le portò a casa e le vidi per la prima volta rincorrersi tra i rami, pensai di essere la bambina più fortunata dell’universo. Così come il giorno in cui arrivarono i pappagalli blu. Meraviglie come quelle non le aveva nessuno.
Solamente noi.
Non esisteva un giardino più bello del nostro.
Le fontane a cascata di marmo azzurro, le nostre piante. Avevamo un’albero il cui tronco era composto da migliaia di fili argentati che s’intrecciavano tra loro; il loro abbraccio si diradava verso il cielo, dove i rami si abbandonavano, si allungavano e si disperdevano nel vuoto. Da quei rami, che erano tutt’uno con le radici, sbocciavano fiori dello stesso colore della notte: lo stesso blu dei nostri occhi.
Quando ero piccola, pensavo fossimo gli unici ad avere le iridi di quel colore che, come dice Giulio, inondavano gli occhi fino a trasformarli in minuscoli oceani.
Poi incontrai te.
La prima volta che vidi le tue iridi comportarsi in quel modo mi mancò la terra sotto ai piedi. In quel momento, nello scoprire di non essere unica, iniziai a sentirmi sola.
La tua presenza nel mio mondo sollevò domande fino ad allora ignorate dal mio inconscio. Domande alle quali tu non potevi darmi alcuna risposta. Eri più piccola di me, viziata e capricciosa; era comprensibile perché avevi perso entrambi i genitori ed eri cresciuta a casa di Giacomo, il cui padre, diciamocelo, non era un gigante d’affetto.
Così le mie domande rimasero appese per aria.
Né la mia famiglia, né quella di Giacomo diedero loro peso e la mia vita proseguì, non più perfetta.
Nell’angolo più profondo del mio animo iniziai a covare un’ombra, un vuoto, che negli anni crebbe fino a quando, un giorno, Giulio divenne mio amico.

Ci eravamo sempre ignorati e il suo cambiamento avrebbe dovuto stupirmi ma non lo fece. Il mio matrimonio con Giacomo era un matrimonio felice. Mi amava moltissimo, anch’io lo ricambiavo ma il mio amore non era equivalente al suo. A lui, io bastavo; a me, lui no.
Inizialmente, Giulio fu una distrazione benvenuta dalla mia solitudine. Ridavamo molto insieme e, sopratutto, fumavamo moltissima Salvia Divinorum. A casa mia la Salvia era sempre stata accettata e tollerata. La usavamo per celebrare le occasioni familiari più importanti; ma a casa di Giacomo, come in tutta la Marnesia, era vietata. Erano i miei genitori ad essere troppo liberali, non potevo lamentarmi con mio marito. Però, appena Giulio si mostrò interessato, non me lo feci ripetere due volte.
Passò un po’ di tempo e Giulio mi presentò la sua fidanzata Ariadne. Quando vidi le iridi blu dei suoi occhi non fu come quando conobbi te ma il contrario, provai un profondo senso di gioia.
C’era un’altra persona come noi!
Tutte le mie domande risalirono a galla e nella famiglia di Ariadne trovai alcune delle risposte che cercavo.
Non mi svelarono tutto subito.
Attesero due o tre anni e quando mi raccontarono la loro storia mi fidavo ormai ciecamente di loro. Decisi lo stesso, però, di vedere con i miei occhi e chiesi a Giacomo di accompagnarmi a visitare le mie piantagioni di Salvia Divinorum al Polo Nord.
Era tutto vero.
Le coltivazioni coprono quasi interamente la metà Marnesiana del Polo Nord.
L’altra, quella Eridiana, è un deserto dove neanche la Salvia cresce più. Lassù il cielo diventa sempre più scuro, l’opposto del Polo Sud dov’è sempre di un grigio pallidissimo. In quella notte eterna senza astri, il tempo accelera. Allo Zenith va talmente veloce che praticamente è fermo. Nessuno in teoria dovrebbe riuscire ad arrivare fin lì. I coltivatori sono tutti Marnesiani, perché hanno una maggiore capacità di sopportare l’Effetto Eternità al Nord…”
Rachele fece una pausa.
“I miei occhi devono essere come i suoi ora…”
Pensò Rebecca mentre veniva risucchiata da due vortici blu e le mancava la terra sotto i piedi.
“La prima notte o forse il primo giorno, in quel posto è impossibile dirlo con esattezza, fumai la Salvia da sola prima di addormentarmi. Dopo poche ore, mi svegliai di colpo. Fu come se qualcuno mi chiamasse. Mi alzai e, senza svegliare Giacomo, uscii da quella che era la nostra stanza. Camminai fino all’inizio delle piantagioni che costeggiano il fiume Marn e le seguii, fino a raggiungere la sorgente.
Nella notte, non avevo bisogno di luci.
L’acqua del fiume era illuminata. La sua luce non era brillante come quella del sole né rassegnata come quella della luna; assomigliava, piuttosto, alla luce poco prima dell’inizio di un sogno o al momento del nostro risveglio, quando ancora ricordiamo quello che abbiamo sognato.
Quando la raggiunsi, sentii che la sorgente del fiume Marn mi attendeva, forse mi attendeva da secoli.
Affrettai il passo per non farla attendere ancora. Attorno alla sorgente stessa c’era una costruzione dal cui ingresso il fiume Marn sgorgava allegramente via, verso la civiltà, verso Lamarnia. Senza pensare, oltrepassai un arco scolpito nella pietra. Dentro, l’acqua illuminava lo spazio, riflettendosi luminescente sulle pareti affrescate. Ritraevano uomini e donne che si trasformavano in pesci. Davanti a me, vidi una statua. Rappresentava una fanciulla. Lungo i suoi capelli e dai suoi occhi l’acqua scorreva luminosa come infinite lacrime di luce.
La fanciulla era cavallo di un delfino.
In lei, riconobbi Apate.
Ero nel suo tempio; il luogo dove secondo le leggende nasceva il tempo ma quello spazio sacro era vuoto, privo di vita.
L’ombra che covavo nell’animo si trasformò in sgomento.
Quando mie lacrime si confusero con quelle della statua presi una decisione che cambiò per sempre la mia vita.

Aspettai di rientrare a Lamarnia prima di parlarne con Giacomo. Volevo discuterne con Ariadne per capire quale fosse il modo migliore per implementare il mio piano. Appena entrata in casa loro, m’imbattei in Marcus.
Tale era il mio bisogno di confidarmi che non attesi Ariadne ma raccontai subito a lui la mia esperienza nel tempio di Apate.
Vidi uno strano sorriso sorgere sulle sue labbra.
“Quello che hai visto è uno spettacolo per pochi prescelti.”
Disse.
“Il tempio è quasi allo Zenith, dove né Marnesiani né Eridiani possono andare; e dove neanche tu saresti arrivata se fossi stata realmente una di loro…”
Marcus fece una breve pausa, poi continuò.
“Anch’io ho visitato il tempio e i miei genitori visitarono il tempio di Apate al Polo Sud, alla sorgente del fiume Eris. Fino ad ora non conoscevamo nessuno che fosse stato in grado di fare lo stesso.
Che anche tu ce l’abbia fatta, conferma le nostre teorie. Sarebbe utile incontrare qualcuno’altro come noi per ripetere lo stesso esperimento.”
Pensai subito a te, Rebecca.
Anche durante il viaggio ti avevo pensato spesso.
Eri parte del mio piano.
A Marcus, risposi.
“ E’ quello che ho capito e ho deciso di fare!
Dentro al tempio di Apate ho compreso che né i Marnesiani né gli Eridiani si conoscono abbastanza.
Non conoscono le origini delle loro tradizioni, né il perché delle loro differenze.
Non abbiamo mai fatto studi approfonditi e comparati tra di noi.
Voglio creare un centro di studi sulla Salvia Divinorum e sull’Effetto Eternità al Polo Nord.
Sarà condotto da scienziati di entrambi i popoli. Vorrei anche parlarne con Rebecca, raccontarle tutto; proporle di fare la stessa cosa al Polo Sud per lo Zedir….”
Vidi l’espressione sul viso di Marcus cambiare.
“E’ un bellissimo progetto ma non credo verrà appoggiato da tuo marito. E’ un’idea pericolosa, forse è meglio se ci pensi un attimo su…”
Aveva ragione ma non mi sarei arresa senza tentare. Dopotutto, ero io la padrona di quel luogo e dunque anche del tempio di Apate.
Mi sentivo responsabile per il vuoto che avevo sentito li dentro.
Speravo di trovare una risposta alle domande che custodivo nel mio cuore.
Così non lo ascoltai e appena tornata a casa corsi nello studio di Giacomo. Mi ricordo come se fosse ieri il momento in cui entrai. Giacomo era seduto alla scrivania. Tra noi, a separarci, colonne di documenti dietro le quali mio marito si nascondeva da anni. Mi chiesi per la prima volta se per lui fossero più una prigione che un rifugio. Un’altra domanda alla quale non sapevo rispondere e la solitudine si ribellò dentro di me. Fu lei a dettare il tono della nostra conversazione. Ripetei le stesse parole che avevo detto a Marcus ma non era entusiasmo quello che risuonava in loro, piuttosto amarezza e rabbia. Inevitabilmente, c’intrappolammo in un litigio e il grande progetto fu soffocato dalle mie urla e dai suoi silenzi.
Uscii sbattendo la porta.
Dopo qualche ora mi ritrovai nel corridoio, davanti alla porta chiusa del suo studio. Per un attimo mi fermai, incerta se entrare a far la pace. Sentii delle voci e decisi di attendere che se ne andassero. Giacomo stava descrivendo a Alessandro e Ruth il mio progetto.
Sentii anche la voce di Goffredo.
Alessandro Farnieri è un uomo che non ho mai amato in particolare ma quella sera mi colpì la crudeltà nella sua voce. Erano tutti d’accordo che andavo fermata. Il rancore si risvegliò e abbandonai i miei buoni propositi. Avrei fatto la pace il giorno dopo.
La mattina mi svegliai presto.
Ancora non ero pronta ad affrontare Giacomo e decisi di andare a Lamarnia a fare acquisti per distrarmi.
A metà strada la macchina sbandò e volò giù da un dirupo; direttamente dentro il fiume Marn.
Persi coscienza in volo.
Quando tornai in me, ero sdraiata proprio lì dov’eri sdraiata tu.”
Gli occhi di Rachele sembravano due finestre aperte su una notte eterna, priva di stelle. Il loro blu era così scuro da essere quasi nero.
Eppure era blu, sfumato da emozioni che Rebecca faticava a distinguere.

“Mi raccontarono in seguito cos’era successo. Qualcuno aveva sabotato i freni. L’autista, incredibilmente, non solo era sopravvissuto ma, in fondo al fiume, era riuscito ad uscire dalla macchina e trascinare fuori anche me.
Un miracolo.
Come tutti i nostri autisti era Eridiano e un’infiltrato della Resistenza.
Erano tanti quelli come lui, tra loro anche Maria e Eskandar.
Tu non te lo ricorderai sicuramente ma quest’ultimo è stato maggiordomo a casa nostra per anni.
Durstan, così si chiamava l’autista, non sapendo cosa fare, mi portò qui. Presto arrivarono anche Marcus, Ariadne e Giulio. Facevano tutti parte della Resistenza Eridiana ma non avevano avuto il coraggio di dirmelo. Dopotutto Giacomo e sopratutto Goffredo avevano opinioni ben chiare sul terrorismo Eridiano.
Quando mi ripresi dallo shock, cominciai a riflettere sulla mia situazione. Non avevo dubbi che Alessandro e Ruth fossero colpevoli ma Giacomo? Era possibile che anche lui fosse d’accordo? Avevano fallito una volta e ci avrebbero riprovate sicuramente; se lui non fosse stato dalla mia parte chi mi avrebbe protetto? Cosa sarebbe successo a mio figlio Tristano?
Decisi, per il momento, di fare finta di essere morta davvero per scoprire cosa fosse successo realmente.
E’ passato un anno e sono ancora lontana dall’avere certezze. Sono convinta che l’incendio del tuo grattacielo sia stato causato dalle stesse persone che hanno tentato di uccidere me e non da un attacco terroristico Eridiano come ti hanno voluto fare credere.
Un giorno, all’inizio di quest’estate, eravamo tutti qui riuniti mentre Giulio esponeva una sua nuova teoria su come le Divinità fossero state imprigionate. Aveva costruito con lo Zedir una scatola o piuttosto una gabbia in miniatura.
L’oggetto emanava una luce violacea e io m’incantai a guardarlo. Ero ipnotizzata. Mi ricordava qualcosa ma non riuscivo capire cosa. Tutto d’un tratto mi tornò in mente. Quella scatola era simile a una scatola che mio padre teneva nascosta in cassaforte. L’avevo scorta una volta da piccola, mentre ero con lui nel suo studio.
Mi resi conto che doveva essere ancora li.
Non avevo tolto nulla dalla casa dei miei genitori. Alla loro morte non avevo voluto venderla. Era il luogo dove speravo Tristano andasse a vivere una volta cresciuto. I giardini sono ancora mantenuti alla perfezione. Le scimmie, i pappagalli, le cascate.
E’ come se la mia famiglia vivesse ancora li.
Dalla mia finta morte avevo cominciato a tornarci anch’io: inabitata mi rassicurava e non rischiavo di venire scoperta. Spesso scorgevo Tristano da lontano. Mio figlio andava a passeggiare da solo in quel giardino per perdersi nei suoi pensieri.
Così, un pomeriggio estivo, entrai di nascosto nello studio che era stato di mio padre e aprii la cassaforte.
La scatola era ancora li, luminescente come quella di Giulio. Sopra di essa erano state intagliate delle figure.
Erano riproduzioni in miniatura delle stesse immagini che avevo visto nel tempio di Apate.
Senza perdere neanche un secondo l’aprii.
Un profumo inebriante invase la stanza. Inconfondibile, era lo stesso profumo della Salvia Divinorum e proveniva da un sacchetto di velluto verde.
Lo presi tra le mani, slegai con cura il cordoncino e infilai una mano al suo interno. Le mie dita sfiorarono qualcosa di tiepido al tatto.
Erano tre chiavi.
Il profumo nasceva da loro.
Erano fatte con radici di Salvia Divinorum.
Senza parole, le riposi nel sacchetto che richiusi nella scatola. Nascosi la scatola nella mia borsa e tornai in giardino.
Per un pelo non mi scontrai con Tristano ma lui non se ne accorse neanche, perso com’era nei suoi sogni tristi. Ancora vestito a lutto, non sembrava in grado di scrollarsi di dosso la disperazione per la mia morte.
Mi spezzò il cuore.
Rimasi a osservarlo da lontano per un po’, poi decisi di tornare verso quella che ormai era diventata la mia unica casa.
Era l’ora del tramonto e il sole si tuffava nel mare color porpora. Accesa una sigaretta di Salvia, pensai che forse avrei dovuto rivelare al mondo che ero ancora viva.
Non potevo continuare a fare soffrire così mio figlio. In quel momento l’ultimo raggio di un sole ormai interamente sommerso dalle onde colpì una grotta e intravidi qualcosa.
Immagini scolpite nella parete rocciosa.
Le stesse immagini che avevo visto nel tempio di Apate. Le stesse immagini incise sulla scatoletta nella mia borsa.
Senza esitazioni, entrai.
L’acqua era bassa e umidiva appena i miei piedi. Seguii i bassorilievi che rappresentavano la trasformazione di uomini e donne in pesci o altri animali marini. Erano illuminati da una strana luce violacea, la cui sorgente si trovava da qualche dentro alla grotta.
Proseguii lentamente.
In fondo mi attendeva una gabbia, come mi aveva atteso il tempio al Polo Nord.
Dentro, si agitava un mostro metà ragazzo metà pesce.
I suoi capelli lunghi ondeggiavano attorno a lui come serpenti. Gli occhi verde petrolio erano illuminati da una rabbia impazzita.
Chiunque sarebbe rimasto pietrificato dalla paura, non io.
Davanti a quell’immagine irreale e folle, il vuoto che covavo da anni nel mio cuore svanì.
Nel vedermi, Apate afferrò con le mani le sbarre di Zedir e urlò di dolore e di gioia.
I suoi movimenti erano limitati da lunghe catene ancorate a terra, anch’esse di Zedir.
Sapevo cosa fare.
Estrassi le chiavi dalla mia borsa e mi avvicinai alla porta della gabbia. Una di esse, come m’immaginavo, aprì il lucchetto. Entrai e, sempre con la stessa chiave, liberai Apate dalle catene. Le altre due chiavi non erano per lei. Il mio intuito mi disse che erano per Zaira e Moros.
In quel momento giurai a me stessa che avrei liberato anche loro.
Sentii un rumore lontano diventare sempre più forte. Pensai fossero tuoni e mi stupii, fuori il cielo era limpido.
Dall’ingresso della caverna iniziò velocemente a entrare acqua.
Vidi Apate nuotare verso l’uscita e in un attimo svanire.
Ero sola e il livello dell’acqua nella grotta continuava a salire. Annaspai e tentai di restare a galla; quando arrivai a toccare il soffitto con la testa, mi arresi.
Ripresi conoscenza nel giardino di casa mia.
Pioveva a dirotto e, sopra di me, i fulmini squarciavano l’oscurità del cielo.
Quando rientrai, raccontai tutto ai miei compagni.
Per fortuna non avevo perso la mia borsa, così Giulio ebbe modo di studiare le tre chiavi.
Il diluvio sommerse quasi interamente il quartiere Eridiano. Il tempio, la biblioteca, l’ospedale, l’orfanotrofio e la scuola si salvarono e noi accogliemmo tutti i poveretti rimasti senza tetto.
Qualsiasi altro progetto divenne secondario.
La priorità era aiutare la comunità Eridiana a superare la tragedia e la vita quotidiana tentennò a lungo prima di tornare ai suoi ritmi ordinari.
Così, il ricordo di Apate si affievolì.

Una mattina passeggiavamo lungo il porto, Giulio, Ariadne e io. Da lontano, vidi avvicinarsi una giovane donna. Era alta e i suoi lunghi capelli erano agitati dal vento. Anche se l’ultima volta che l’avevo vista era metà uomo e metà pesce la riconobbi subito.
“L’ho sentita. Zaira è qui vicino. So esattamente dov’è. Aiutatemi a liberarla.”
Un ordine.
Ariadne la fissò senza parole, l’espressione dei suoi occhi indescrivibile.
“Perché vi siete fermate?”
Mi voltai verso Giulio, la sua domanda incomprensibile. Ci guardava perplesso.
Apate sorrise.
“Non mi può vedere, né sentire…”
Incredibilmente, era vero.
Né Giulio né Eskandar potevano vedere Apate.
Solo dopo capii che Eskandar, a differenza di Giulio, almeno ne percepiva la presenza.
Apate ci spiegò che per un brevissimo secondo aveva sentito la voce di Zaira. Poi era di nuovo scomparsa.
Poi, ancora, l’aveva risentita, in luogo differente.
Devono essere telepatiche in qualche modo.
Giulio teorizzò che dopo che avevo liberato Apate, Zaira doveva essere stata spostata.
Secondo lui, per trasportarla avevano usato un camion isolato dallo Zedir; ma dovevano averla fatta uscire dalla gabbia e per un attimo Zaira era rimasta esposta, non protetta dalle proprietà magnetiche del minerale. Così, Apate l’aveva percepita e ora sapeva esattamente dov’era.
Il resto lo conosci o lo puoi immaginare da sola.
Il momento migliore per liberarla era ovvio: la sera della festa d’autunno.
Sia Giulio che io sapevamo che avresti fatto organizzare tutto a Maria e che non avresti notato nulla attorno a te.
Sei fatta così, Rebecca; infatti così è stato.
Se non ti fossi trovata sul tetto con Giulio, in quel momento preciso, non avresti visto Maria entrare nel bosco e non l’avresti seguita. Tutto il resto è successo per caso o, forse, per fortuna.”
Rachele smise di parlare.
Rebecca chiuse gli occhi.
Il suo unico intenso desiderio era di essere di nuovo a casa sua.
Non nella camera color cipria che un tempo era stata di Rachele. Non in quella stanza sconosciuta.
A casa sua, sulla terrazza in cima al grattacielo, seduta con una tazza di caffè ad osservare la luna intagliata in cielo; e forse, di fianco a lei, non le sarebbe dispiaciuto avere anche Goffredo. CAPITOLO 10

Il divano sul quale era seduta, di un bordeaux rovinato, alludeva incerto a un ricordo sfocato.
Rebecca tentò di tornare indietro nel tempo al momento esatto in cui quel ricordo era stato creato; ma il suo sforzo fu interrotto dall’ingresso di Eskandar.
Il timido sacerdote chiuse la porta con delicatezza. Rebecca lo guardò esausta all’idea di dovere ascoltare anche lui, ma l’uomo si avvicinò alla finestra e, in silenzio, indicò oltre la vetrata sporca le statue di Moros e Apate.
Nel suo sguardo lesse un’ombra di rimprovero e Rebecca domandò, senza nascondere il proprio stupore:
“Lei non le può né vedere né sentire, vero?
Eppure è il loro sacerdote…”
“Non le vedo ma le sento…
Sento un cambiamento nella pressione dell’aria quando sono presenti. Sento correnti fredde quando passa Apate o calde nel caso di Zaira. Sopratutto, sento quello che mi dice il mio cuore e non quello che loro vorrebbero farci credere. Il non vederle e non sentirle è la mia benedizione. Non mi possono affabulare, ipnotizzare o affascinare o qualsiasi sia l’effetto che fanno a tutti voi; ma non sono neanche come Giulio.
Per lui è come se non esistessero, non percepisce nulla. E’ quindi facile da imbrogliare; per amore crede a tutto quello che gli dice Ariadne, non ha mezzi per potersi creare un’opinione propria.
Quando Apate entrò in questa stanza per la prima volta sentii il mio sangue gelare. Tutto dentro di me mi urlò di scappare. La pressione dell’aria diventò pesante ed ebbi la certezza che dovunque si trovasse Apate lì non ci fosse posto per me. Da quando è arrivata Zaira è ancora peggio, ma da qui non me ne andrò perché sono l’unico a capire quanto siano pericolose e ingannevoli quelle due creature. L’ho sempre saputo e ho pregato tutta la vita che non venissero mai liberate.
Da quando ero bambino ho sentito leggende, storie raccontate sottovoce di notte, troppo terribili per essere scritte. Mio padre era sacerdote anche lui, così come suo padre prima di lui. Da generazioni le attendiamo e preghiamo che non ritornino. Restiamo qui a osservare quelle statue; sappiamo che non possiamo abbandonarle, che il nostro compito è di proteggere gli Eridiani da tutto ciò che esse rappresentano…”
Il ricordo del suo sogno, quello di cui anche Eskandar era stato ospite, si risvegliò nella mente di Rebecca. All’improvviso le tornarono in mente le parole confuse, recitate sottoterra da un uomo sconosciuto.
Le tornò in mente anche il leopardo che, con un balzo, lo divorava.
Rebecca rabbrividì.
“Da sempre, tutti i Marnesiani sono atei perché non hanno mai potuto percepire le Divinità; tranne alcuni che, come Giulio, credono solo perché si fidano ciecamente dei racconti e delle esperienze di altri diversi da loro.
Noi Eridiani le percepiamo come una presenza minacciosa e terribile e non possiamo fare altro che credere e temerle; e cercare, in tutti i modi, di rappacificarle.
Perché, invece, alcuni come voi le possano sia vedere che sentire è un mistero che da secoli cerchiamo di risolvere. Maria era venuta a lavorare a casa vostra per scoprire cos’era che vi rendesse così diversi. Io feci lo stesso: lavorai per anni come maggiordomo per la famiglia di sua cognata.
Ho sempre saputo dove fosse imprigionata Apate; Maria ha sempre saputo dove fosse Zaira. Questo era il nostro segreto.
Quando ormai era diventato inevitabile, Maria decise di essere lei a liberare Zaira.
E’ entrata nella gabbia e si è sacrificata alla rabbia di un mostro a lei invisibile…”
A Rebecca venne un dubbio.
“ Come fa la famiglia Ostuni o l’esercito Marnesiano a sapere dell’esistenza delle Divinità, se non le sentono? Come fanno a custodire e controllare gabbie dentro le quali non vedono nulla?”
“La risposta è ovvia, Rebecca: ci sono altri come voi. Non siete gli unici, checché ne pensino Rachele e Ariadne.
Altri come voi sono nascosti all’interno dell’esercito o del governo o chissa’dove; altri come voi che per qualche motivo ritengono importante tenere le Divinità imprigionate e sopratutto impotenti.
Non a caso i tuoi genitori e i genitori di Rachele stipularono contratti con l’esercito Marnesiano. Non a caso dalle tue miniere e dalle piantagioni al Polo Nord provengono gli elementi che da secoli le tenevano ingabbiate in segreto.
Non oso immaginare cosa succederà quando libereranno Moros e temo che ciò accadrà presto…”
Rebecca rimase in silenzio a riflettere sul senso delle parole di Eskandar.
In cuor suo era d’accordo con lui.
Finalmente, alcune cose le erano più chiare; avrebbe voluto fargli migliaia di domande.
Cominciava a capire Rachele.
Scoprire di non essere sola, che altri, chissà quanti, fossero come lei era sconcertante e allo stesso tempo esilarante.
Tuttavia, era convinta che le risposte alle sue domande non le avrebbe trovate li.
Doveva tornare da Giacomo.
Pensò alle elezioni che si sarebbero svolte il giorno dopo e sentì di doversi affrettare.
Qualche cosa non tornava, qualche cosa di cui neanche Eskandar sembrava essere cosciente.
Dentro di lei strani pensieri iniziarono a farsi strada.
“Voglio andare a casa.”
Disse ad alta voce.
“Voglio tornare a casa mia.”
Ripetè quasi urlando e a quelle urla Giulio e Rachele rientrarono nella sala.
“Sono accusata dell’omicidio di Maria se si accorgono che sono sparita penseranno che sono scappata e che quindi sono colpevole. Non m’interessa nulla delle vostre storie; come dite voi non mi sono mai interessata a niente.
Non m’interessa cominciare oggi, ora.
Voglio tornare a casa e rifletterci sopra.
Tanto cosa volete che dica.
Se tutto ciò che mi avete detto fosse falso sembrerei solo più pazza di quello che già credono; d’altro canto se fosse tutto vero non lo ammetterebbero certo.
Lasciatemi stare, lasciatemi tornare.
Per quel che mi riguarda potete anche venire con me.
Giulio mi può accompagnare. Volendo anche Apate e Zaira, tanto nessuno le vedrebbe. Sono solo Marnesiani dopotutto e avete detto che per loro le Divinità sono invisibili.”
Lentamente, Eskandar suggeri’.
“E’ comprensibile.
Potrebbe essere accompagnata da Giulio e da Apate.
C’è ancora tempo, potrebbero non essersi accorti della sua assenza…”
“Per modo di dire ..
C’era un agente della polizia incaricato a seguirmi, questa mattina…
Mi starà cercando come un disperato, poveretto…
Giuro che non dirò niente…
Fatemi tornare a casa…”
Rebecca replicò, con tono sempre più insistente e supplicante.
Ariadne, che fino a quel momento non aveva detto nulla, borbottò:
“ Questo è un momento troppo delicato. Non possiamo rischiare, lasciarla andare…”
“ E cosa dovremmo farne di lei?”
Domandò Eskandar.
Dietro di lui, una figura maschile gli diede ragione. Doveva essere Marcus. Alto, moro, con gli occhi blu come sua sorella e, diversamente da lei, un sorriso gentile.
“Ariadne, lasciamola andare. Se la teniamo qua rischiamo che diventi solo un problema in più. La possiamo tenere sotto controllo. Giulio può andare con lei e Apate potrebbe seguirla di nascosto…”
Ariadne si voltò verso Apate.
La Divinità, ora un ragazzo con i capelli lunghi legati dietro la schiena, sorrise.
“Potrei andare con lei ora e domani potresti andarci tu, Zaira…
Chissà tutto ciò si potrebbe rivelare più utile del previsto…
Sicuramente tenerla qui creerebbe solo disagi inutili. Non abbiamo bisogno di lei per cercare Moros.
Altri piani sono in moto che tra poco riveleranno la collocazione della sua gabbia…
E’ al massimo una questione di giorni…”
Il viso di Ariadne era teso ed preoccupato ma Rebecca notò che la donna temeva di contraddire Apate; per la prima volta fu grata di quella divina e inquietante presenza.
Nel giro di poco tempo, Rebecca si ritrovò nel baule della macchina di Giulio dove attese accovacciata al buio, fino a quando sentì una breve discussione tra Giulio e una guardia: dovevano essere arrivati al cancello del parco.
La discussione durò solo qualche istante per poi dileguarsi nel borbottio del motore.
Quando il baule si aprì a Rebecca sembrò di risvegliarsi da un incubo; ma fu un breve sollievo che si dileguò davanti al ghigno canzonatorio di Apate.
“Eccoci qui mia cara… Giulio è entrato a distrarre la tua famiglia. Se corri ora, di fretta, su dalle scale, non dovresti incontrare nessuno. Io ti seguirò fino alla porta della tua camera, non si sa mai tu abbia bisogno di me…”
L’ingresso della grande villa era vuoto.
La scala d’alabastro era una scultura di ghiaccio all’angolo della quale Rebecca vide il divano bordeaux, inevitabile come una macchia di sangue sulla neve.
Rebecca la percorse veloce, senza voltarsi indietro. Stava per entrare nella camera di Rachele ma sentì delle voci e non riuscì a resistere; si fermò ad ascoltare.
La porta dello studio di Giacomo, al piano di sotto, si era aperta e ne erano usciti Giulio e l’agente che con tanta assiduità l’aveva seguita quella mattina.
Giulio stava difendendo l’agente con Giacomo.
“Certo che so dov’è Rebecca. Si è nascosta. Secondo te si sarebbe fatta pedinare tutto il giorno? Si vede quanto la conosci. Scommetto che ora è in camera sua.
Inutile dire che prima non c’era…
Scommettiamo che è li? Lascia stare il ragazzo; ha fatto il meglio che poteva. Rebecca è cresciuta in questo parco come noi. Se avessi voluto scomparire per una giornata intera ce l’avrei fatta anch’io come, tra l’altro, ce l’avresti fatta benissimo anche tu.
Solo Goffredo, forse, potrebbe essere talmente tonto da non riuscire in un’impresa così facile…
A proposito, le elezioni di domani? Quali sono le previsioni?”
Grata per la velocità di Giulio nel cambiare argomento, Rebecca si chiuse finalmente in camera.
Attorno a lei, l’arredamento color cipria non le diede alcun sollievo.
La foto di Rachele con Tristano, incorniciata sul tavolo, le fece tornare in mente la lunga conversazione che avevano avuto e nella sua testa il caos tornò alla carica. Fu presto chiaro che quella camera le avrebbe offerto solo un rifugio provvisorio ma al momento non aveva altro. Rassegnata a un sonno inquietato sprofondò nel letto; per poi svegliarsi in tarda mattinata incredibilmente riposata.

Aprì gli occhi e si stiracchiò; gli avvenimenti della giornata precedente un affresco sbiadito nella sua mente.
I suoi ricordi avevano preso la strana abitudine di apparire e svanire a piacere.
Decise di lasciarli sbiaditi ancora per un po, giusto il tempo di recuperare le forze.
Con calma si vestì e si guardò allo specchio. L’immagine riflessa era di una donna di trentasei anni, con i capelli biondi scuri tagliati a caschetto e gli occhi blu.
Provò per un attimo a cercare somiglianze tra se stessa, Rachele, Ariadne e Marcus ma a parte gli occhi non ne trovò; e dire che a sentire loro facevano parte di un gruppo diverso e separato da tutti. Non erano né Marnesiani né Eridiani. Si domandò se avessero un nome anche loro e da dove venissero.
Qual‘ era la loro storia?
Tutte domande che sentiva avrebbero trovato risposta se rivolte ad Apate.
Al pensiero di quell’essere ambiguo le venne la nausea.
Zaira le faceva un’effetto diverso.
Quello che provava nei suo confronti era puro terrore alimentato dal ricordo del mostro che, due sere prima, con tanta facilità aveva ucciso Maria.
Mentre si spazzolava i capelli, sentì un languore nello stomaco e decise di scendere.
L’orario della colazione era passato ma avrebbe trovato sicuramente qualcosa per acquietare la fame. Preoccupata dall’idea d’incontrare qualcuno ( e per evitare domande alle quali non sapeva o poteva rispondere) decise di entrare in cucina dalla porta che dava sul retro del giardino.
Riuscita nell’impresa, Rebecca si avviò finalmente verso il lago.
Il cielo era limpido e la nebbia del giorno prima svanita.
Nell’aria fredda, quasi invernale, l’elettricità era innegabile.
Era arrivato il giorno delle elezioni e quella sera sarebbero usciti i risultati.
Nella confusione di tante aspettative, Rebecca sperò di essere stata dimenticata. CAPITOLO 11

Seduta su un sasso a capolino sull’acqua, Rebecca si era persa a osservare il proprio riflesso tra le onde. Quando alzò lo sguardo vide una figura camminare sul lato opposto del lago.
Una donna alta con i capelli neri tagliati a caschetto, spuntata come dal nulla, si avvicinò’.
Ruth, la nuova arrivata, alzò un braccio per salutare Rebecca che in cambio smorzò appena un sorriso di benvenuto.
“Che emozione oggi, no? Tra poche ore avremo conferma di questa vittoria così sofferta e tanto meritata.
Immagino che anche tu non sia riuscita a dormire stanotte. Alessandro e Goffredo al governo…
Quante riforme da fare…
Quante cose riusciranno a cambiare…
E pensare, poi, al tuo sfortunato incidente, vedrai sistemeranno tutto…”
Incapace di condividere tanto entusiasmo, Rebecca non disse niente.
In netto contrasto con il tono febbrile di quella cascata di parole, gli occhi di Ruth erano inespressivi; le loro iridi nient’altro che sottili cornici avvinghiate a due pupille quasi invisibili.
“Vorrei fare una passeggiata attorno al lago, per dissipare i miei pensieri…
Mi fai compagnia?”
Dietro a Ruth apparve un’altra figura.
Era ancora lontana ma Rebecca non ebbe dubbi sulla sua identità. Apate, immobile sul bagnasciuga del lago, sembrava riflessa al contrario, come se da sott’acqua la Divinità osservasse la propria immagine rispecchiata nell’aria.
Rebecca provo’una forte sensazione di malessere e fece finta di non notarla.
“… Tanto pensano tutti che sia pazza…”
Commentò tra se e se e, senza cercare di giustificarsi troppo’, saluto’ di fretta Ruth, si alzò dal sasso e si allontanò con passo innervosito.
Alle sue spalle sentì Ruth sorridere.
Si voltò un’ultima volta e vide la donna girarsi verso il lago, verso Apate.
Rebecca alzò lo sguardo oltre le due donne.
Una nuvola aveva coperto il sole e proiettava sul terreno un’ombra.
“Sembra un’ala…”
Pensò Rebecca accelerando il passo in direzione del bosco.
Presto le aveva lasciate entrambe alle sue spalle.
Camminò a lungo, lasciandosi vagare. Quel familiare stato di abbandono era il suo stile di vita: una volta imboccata una strada non le importava più decidere, certa che andasse seguita fino in fondo. Camminò fin dove la condussero i suoi piedi ipnotizzati dal sentiero e la loro meta non la stupì.
Era l’unica destinazione possibile.
Oltre alle porte socchiuse della villa disabitata, Rebecca scorse l’ atrio e la scala di marmo bianco o, piuttosto, grigio beige per lo sporco.
Al primo piano era tutto come il giorno precedente.
I suoi occhi cercavano qualcosa che la sua mente non riconosceva. Entrò e uscì da alcune stanze, fino a quando, accanto a un camino, vide una scatola piena di carte impolverate. La prese tra le mani e cercò un angolo dove sedersi.
Erano tutti documenti datati, poco importanti, lettere indirizzate a personaggi sconosciuti. Senza alcuna idea del perché li stesse leggendo, Rebecca continuò a guardarli con attenzione, saltando da un foglio all’altro, andando avanti e indietro, girando ogni foglio su se stesso, e appoggiandoli poi uno di fianco all’altro sul pavimento impolverato. Non c’era niente di comprensibile o interessante, eppure non riusciva a smettere di leggerli. Trattavano di argomenti noiosi, come il trasporto e lo scambio di merci ed erano datate fino ad oltre cinquant’anni prima. Alcune firme si rincorrevano tra loro: B.O. , o V. D.; oppure R.O, o F.D. ; o ancora G.O , e E. D.
Alla fine Rebecca prese alcuni fogli a caso, li piegò in quattro e se li mise in tasca; poi abbandonò la scatola, con tutto il resto, in cima alla scala.
Scesa al piano terra cercò le cucine e le attraversò per tornare in cantina.
Tutto era coperto da una spessa coltre di polvere, tutto tranne il pavimento. Rebecca lo sfiorò di nuovo con un dito. Si, non c’era alcun dubbio: era polvere fresca, quasi finta. Rebecca continuò a guardarsi attorno.
Da qualche parte doveva esserci un modo per scendere sottoterra.
“Quello che cerchi non è qui…”
Una voce dietro di lei sussurrò.
Rebecca non si voltò.
Aveva riconosciuto chi aveva alle spalle e immobile sperò che se ne andasse. Attorno a lei, l’aria cominciò a riscaldarsi. Dopo pochi secondi, l’afa era diventata insopportabile. Zaira si accostò a lei; i suoi capelli ricci le sfioravano appena le spalle e ondeggiavano attorno al viso, colpiti da raffiche di vento impercettibili.
“Come d’accordo, sono venuta a tenerti compagnia…
Di tutti i luoghi, però, non sceglierei di passare il nostro tempo qui. La gabbia è ancora la sotto e il dolore che mi provoca molto fastidioso.
Andiamo?”
A Rebecca tornò in mente la sera prima, quando in preda al panico aveva chiesto di essere riportata a casa. Effettivamente aveva proposto lei di essere riaccompagnata da Apate o Zaira.
Conscia dell’inutilità di qualsiasi discussione si limitò a chiedere.
“Dove?”
“Per iniziare, fuori di qua.”

Rebecca seguì Zaira su dalle scale, oltre l’uscita di servizio delle cucine, fino al giardino sul retro della villa. Senza dire nulla, Zaira s’inoltrò nel bosco.
Gli occhi della Divinità erano meno terrificanti del giorno precedente; anzi, quando si posarono su Rebecca la loro espressione le sembrò quasi di rimorso.
“Io ho un debito nei tuoi confronti, Rebecca Delacroix. Non amo sentirmi in difetto…”
“Un debito?”
“Maria, Myriam.
Il nome non è importante in questo caso.
Era l’unico tesoro custodito dal tuo cuore e io te ne ho privato.
Il suo sacrificio è stato volontario e inevitabile; ma il mio artiglio ha trafitto anche il tuo animo.
Dunque il mio debito e io cerco sempre di mantenere il mio rapporto con voi umani più o meno in equilibrio.
Apate non è d’accordo con me. Ritiene che il fatto che ci abbiate imprigionate per secoli sia un ottimo motivo per distruggervi tutti.
Io però vorrei capire cos’è successo e perché; che voi siate riusciti a imprigionarci è incredibile; se solo riuscissi a comprendere come avete fatto…
Per il momento, tuttavia, devo attendere l’evoluzione degli eventi con pazienza.
Nel frattempo posso aiutarti a capire meglio la tua situazione…
La mia esperienza è che spesso sia meglio allontanarsi.
Guardare il mondo dall’alto…”
Con quelle parole, davanti agli occhi di Rebecca, Zaira si trasformò nel mostro terrificante che aveva incontrato due notti prima.
Il mostro spalancò le ali immense e sorrise.
Rebecca respirò profondamente, cercando di non tradire la propria paura.
“Andiamo.”
Questa volta non era una domanda.
Rebecca osservò in silenzio il viso del mostro.
Il sorriso e gli occhi le erano familiari ora.
Notò la luce del sole riflettersi sulle penne nere delle ali e si stupì nello scoprire che in realtà erano blu. Lo stesso blu dei suoi occhi e di quelli di Rachele.
“Dove?”
Domandò, finalmente incuriosita.
“Al Polo Nord.”
“Perché proprio al Polo Nord?”
“Per capire la fine di una storia, bisogna comprenderne l’inizio.
Sali sul mio dorso e tieniti forte; anche se non c’è realmente rischio di cadere, ti potrebbe spaventare la nostra velocità di volo.”
Rebecca annuì incerta, terrorizzata da Zaira e dalla sua proposta, ben oltre tutto quello di cui si era da sempre ritenuta capace. Fin da piccola, infatti, il rapporto costante tra i suoi piedi e la terra era stata l’unica certezza della sua vita.
Purtroppo, Zaira aveva ragione.
Aveva bisogno di comprendere meglio la situazione nella quale si trovava; l’opportunità offerta dalla Divinità poteva non ripresentarsi mai più.
Così si fece coraggio e salì a cavallo del mostro che aveva distrutto il suo mondo.
Immediatamente si sentì a suo agio.
Le piume scure e morbide le facevano da cuscino e il corpo del mostro emanava un calore rassicurante; le abbracciò stretto il collo e Zaira spiccò il volo.
In una frazione di secondo, oltrepassarono le rare nuvole del cielo.
Sotto di lei, il fiume Marn era diventato una sottile linea azzurra che si allungava lungo la terra, da nord a sud.
Da lassù, Rebecca comprese allibita che quello che aveva sempre pensato fosse un mare, non fosse nient’altro che un lago, oltre il quale il fiume Marn continuava la sua corsa.
Zaira volteggiò e si allontanò dal fiume per un attimo e Rebecca vide, oltre le terre verdeggianti della Marnesia, quelle aride e spente dell’Eridia; poi Zaira ritornò a risalire il fiume Marn.
Il cielo iniziò ad oscurarsi.
Ben presto divenne impossibile vedere nel buio; tranne l’acqua del fiume Marn, luminescente proprio come le aveva raccontato Rachele.
Zaira iniziò la sua discesa per atterrare nei pressi della sorgente del fiume.
La luminescenza dell’acqua erodeva l’oscurità attorno a lei e Rebecca vide l’arco descritto da Rachele.
Si voltò a guardare Zaira che le fece un cenno con il capo, incoraggiandola a proseguire.
Così, oltrepassò l’arco come Rachele prima di lei e entrò.
Il tempio di Apate era vuoto.
L’acqua che risuonava nello spazio era un pianto solitario al quale nessuno prestava attenzione da secoli.
Apate era stata liberata ma non era ancora tornata.
Rebecca cominciò a curiosare attorno a se.
Si avvicinò alla statua e notò che dietro di essa lo spazio sembrava illuminato da una luce pallida e grigia. Rebecca si arrampicò sulla statua e la scavalcò.
Scesa dall’altra parte, per poco non scivolò dentro una piscina di pietra bianca.
L’acqua nel tempio sembrava provenire dalla piscina; eppure dentro la piscina non era luminescente.
Era la pietra pallida ad illuminare lo spazio attorno.
Provò a guardarci dentro; la piscina le sembrò senza fondo.
Al suo centro, una colonna d’acqua grigia si rovesciava a cascata senza provocare onde attorno a se.
L’acqua entrava, attraversava la superficie e continuava verso chissà dove, perpendicolare al cuore della terra; verso il Polo Sud pensò Rebecca, senza stupirsi di quel pensiero.
Iniziò a costeggiare con attenzione la piscina, per raggiungere il lato opposto, indifferente al tempo che ci avrebbe messo per arrivare fin là.
Quando incontrò un canale d’acqua, di nuovo luminescente, decise di seguirlo.
Da quel canale l’acqua entrava veloce nella piscina, per poi, altrettanto veloce, raggiungere il tempio. Rebecca era certa che quell’acqua fosse la stessa del fiume Marn.
Il canale la condusse fuori, oltre un arco simile a quello che aveva oltrepassato per entrare nel tempio.
Il cielo sopra di lei era quasi nero ma la luce dell’acqua le faceva da guida. Rebecca continuò a camminare; presto, il canale divenne un fiume sempre più vasto e agitato.
Non era più il fiume Marn.
Si trovava alla foce di un altro fiume che impetuoso andava incontro alla propria fine.
C’era qualcosa di strano nell’aria e anche nell’acqua, ora che la guardava con attenzione. Persino l’oscurità del cielo non le era più familiare.
“E dire che il buio è buio…”
Pensò rabbrividendo per colpa di un freddo incompatibile con i suoi ricordi.
Girò sui tacchi e con decisione ritornò sui suoi passi.
Quando si ritrovò di nuovo davanti alla piscina, fu colpita da un nuovo pensiero: la certezza che il tempo fosse fermo.
Tornò a guardare dentro l’acqua e si accorse che non rifletteva nessuna immagine.
Quel non vedersi la turbò e per un secondo dubitò della sua esistenza, o della sua identità; o forse, ancora, dubitò solo dei propri dubbi. CAPITOLO 12

Fuori dal tempio di Apate, Zaira era scomparsa.
Mentre si guardava attorno, le tornarono in mente le parole di Eskandar.
Aveva ragione lui.
Rebecca si maledì per non averlo ascoltato; per essersi fidata di lei.
Cosa poteva fare sola al Polo Nord?
Accanto a lei, il fiume Marn scivolava allegramente via, indifferente alle sue paure e ai suoi turbamenti d’animo.
Rebecca decise di seguirlo verso le piantagioni di Salvia Divinorum e gli accampamenti dei coltivatori Marnesiani.
Nel suo racconto, Rachele aveva fatto lo stesso.
Non dovevano essere troppo lontani.
Sempre più conscia dell’oscurità del cielo sopra di lei, cominciò a camminare verso sud.
Accanto a lei, le ombre si rifugiavano lontano dalla luce dell’acqua e si addensavano in due buie compatte muraglie parallele al fiume.
Due alternative impossibili e le sue uniche compagne.
Poi, tutto d’un tratto, le ombre furono disturbate da risate umane frustate contro quell’atmosfera irreale da un gruppo di uomini seduti attorno a un falò.
Colta all’improvviso, Rebecca sobbalzò.
Non aveva idea di quanto tempo fosse passato.
Gli uomini davanti a lei non l’avevano notata.
Chiacchieravano tra loro e s’interrompevano l’uno con l’altro. Qualsiasi storia si stessero raccontando doveva essere divertentissima, perché singhiozzavano dal ridere.
Rebecca rimase immobile, incerta. Se da un lato una donna da sola nel buio del Polo Nord sarebbe potuta risultare un pò strana, dall’altro la solitudine in quel luogo avverso non era una valida opzione.
L’unica soluzione era avvicinarsi e attirare l’attenzione senza spaventarli.
Fece qualche passo, indecisa se farsi sentire o meno.
Gli uomini continuavano a ridere a squarciagola.
Rebecca si avvicinò ancora.
Ormai alle loro spalle, alzò un braccio in segno di saluto.
Mentre tentava quel pacifico gesto, uno degli uomini posò distrattamente lo sguardo su di lei e urlò.
Il suo urlo iniziò una reazione a catena e presto un coro di urla aveva sostituito le risate.
“Vi prego, calmatevi! Ho bisogno di aiuto!”
Rebecca non aveva idea di cosa dire oltre a quello ma il suo appello urgente e istintivo ebbe l’effetto desiderato.
Gli uomini si azzittirono.
Nelle tenebre interrotte solo dall’acqua del fiume Marn e dalle fiamme del loro falò, la fissarono con terrore.
Rebecca vide alcuni afferrarsi le mani per farsi coraggio. Poi, quel momento di stallo fu interrotto da un assurdo gesto familiare: uno di loro si accese una sigaretta e gliela offrì.
L’aroma di Salvia Divinorum si mischiò con l’odore di legno bruciato.
Rebecca senza pensarci due volte la prese e diede un tiro veloce e intenso, per poi pentirsi subito dopo.
Troppo tardi, il sangue le affluì alla testa.
Gli uomini ricominciarono istericamente a ridere e Rebecca si aggiunse al loro coro.
Di colpo, le tornarono in mente i fogli che aveva in tasca e le lettere le rotearono in testa in cerca di risolvere un enigma che un enigma non era.
Erano le iniziali di sua madre e suo padre, di Bartolomeo Ostuni, del padre di quest’ultimo e dei genitori di Rachele.
Il malloppo di fogli nelle sue tasche conteneva le iniziali di generazioni e generazioni di Ostuni, Delacroix e Greyjoy che da secoli si scambiavano le due merci più preziose dell’universo: la Salvia Divinorum e lo Zedir.
In sottofondo, i racconti degli uomini erano racconti di vite passate alla velocità della luce: una loro settimana al Polo Nord era equivalente ad anni di vita passati a Lamarnia.
Le loro risate, fusioni atomiche d’ironia e saggezza, doni della Salvia in cambio del tempo a loro rubato, incendiarono i pensieri di Rebecca come una pioggia di stelle cadenti.
La gabbia di Moros, ora sapeva dov’era.
Dov’era sempre stata: sotto la villa di Giacomo, ovvero sotto la sua futura dimora.
La banalità di quella conclusione fu adombrata da un’illuminazione meno ovvia, la certezza che Ruth avesse visto Apate quella mattina, che Ruth fosse quindi come lei e Rachele e, di conseguenza, anche Alessandro Farnieri, futuro leader della Marnesia.
Tra poche ore i risultati delle elezioni sarebbero stati ufficiali, anche se nessuno aveva alcun dubbio sul vincitore.
Tutti erano certi che domani si sarebbero svegliati sotto il governo di Alessandro Farnieri; anche Rebecca che da anni non leggeva un giornale.
Il viso pallido di Goffredo le apparve dipinto nell’oscurità e lentamente si trasformò nel volto pensieroso di Giacomo e poi in quello scherzoso di Giulio.
Rebecca senti’ di essere sul ciglio di un precipizio insieme a loro tre e che ci fosse qualcuno alle loro spalle, pronto a spingerli giù.
Si voltò impaurita.
Dietro di lei Apate sorrise e allungò le braccia umide e luminescenti per afferrarla.

Mentre precipitava nella profondità del fiume Marn, Rebecca vide, proiettate nelle acque, immagini di una vita passata insieme a tre uomini che non aveva mai voluto né vedere né ascoltare.
Il dolore di Giacomo al funerale di Rachele; lo sguardo triste di Giulio sulla scala a chiocciola, qualche mese prima; il silenzio di Goffredo in terrazza accanto a lei, la notte del incendio.
Doveva avvertirli; sopratutto, doveva salvare Goffredo.
Rebecca era certa che la sua vita fosse in pericolo.
Provò a nuotare per risalire in superficie ma era impigliata tra le onde. Stremata, si abbandonò all’abbraccio tenace di Apate.

” Quante domande hai deciso di fare, tutto d’un tratto…
Quante risposte vuoi trovare…
Che ne dici, per una volta, di provare ad ascoltare?”
Ogni sua parola, un geroglifico nell’acqua.
” All’inizio eravamo solo noi tre.
Zaira e Moros, eterni assoluti, e io incastrata tra di loro, tollerante e ragionevole.
Loro immobili ed immutabili; io evanescente.
Loro che si amavano e si odiavano; io che li capivo entrambi; per sempre imprigionata dalle loro guerre e dalle loro passioni turbolente.
Ogni giorno io stessa nascevo grazie all’avvolgersi dei loro esseri; e ogni sera venivo ucciso dal loro inevitabile abbandonarsi.
In questa mia evoluzione continua, mi accorsi di non essere la sola a cambiare; anche il mondo che ci circondava era sempre diverso.
Le guerre e gli amori dei miei fratelli costruivano e distruggevano mondi; universi interi si succedevano l’uno con l’altro; nelle cui vene scorrevo Io come il sangue dentro voi umani, apparsi dal nulla e condannati dalla nascita proprio come me.
I primi che notai furono i Marnesiani ma loro non mi notarono e presto mi stancai di osservarli.
Poi, fu il turno degli Eridiani, che percepivano la mia presenza e non solo, anche quella dei miei fratelli.
Quel percepirci risvegliava in loro un sacro terrore; e inutilmente tentavano di rappacificarci attraverso complicati riti religiosi, in templi innalzati apposta per noi.
Non ci misi molto a stufarmi anche di loro.
Un giorno, alla fonte del fiume Marn, incontrai un bambino.
Quando mi vide nascere dalle acque, le sue iridi si espansero e colmarono gli occhi di un blu intenso, quasi nero: lo stesso blu dei tuoi occhi.
“Chi sei? ” mi chiese e allungò un mano per accarezzarmi.
Rimasi immobile, senza parlare; dopotutto, parlare era qualcosa che non avevo mai fatto.
Io e i miei fratelli non avevamo mai comunicato tra di noi attraverso le parole.
Per nulla impaurito, il bambino continuava a sorridere con stupore estasiato.
Per la prima volta, mi sorpresi nel capire.
Di colpo smisi di interessarmi ai miei fratelli e mi concentrai solo su quel bambino.
Lo chiamai Apax.
Passavo tutto il tempo che potevo a parlare con lui.
A ogni alba, Apax veniva a salutarmi, a raccontarmi la sua vita e a chiedermi consigli.
Passò il tempo e grazie a lui scoprii che il tempo ero io; Apax crebbe, crebbe la sua comprensione del mondo e capii che anche la comprensione ero io.
Stremata dai miei continui mutamenti, mi sentivo inferiore ai miei fratelli, meno di loro; mentre loro avevano certezze assolute e inscalfibili, anche se a volte rovesciate nei loro opposti, io avevo solo brevi illuminazioni che si trasformavano inevitabilmente in dubbi.
Grazie ad Apax capii che anche i dubbi si trasformavano in illuminazioni.
Dubbi e illuminazioni facevano parte di una catena infinita ed eterna che, a differenza dei miei fratelli, si evolveva sempre.
Fu così che il concetto di evoluzione fece capolino per la prima volta nella mia mente per poi trasformarsi in un’ossessione che non mi avrebbe mai più abbandonato.
Quando Apax mi portò i suoi figli mi accorsi che erano come lui, mi potevano vedere.
Ben presto, erano in centinaia all’alba ad attendermi a ogni mia rinascita. Poi in migliaia mi chiesero consigli, nel tempio che solo per me avevano costruito, alla fonte del fiume Marn.
Diedi loro il nome di Apaxiani.
La mia teoria era che gli Apaxiani si fossero evoluti dagli Eridiani, che a loro volta erano un’evoluzione dei Marnesiani.
Forse, potevo evolvermi anch’io; diventare più forte dei miei fratelli, superiore a loro.
Tentai varie strade fino a che mi rimase solo l’idea di non morire.
All’inizio i miei fratelli neanche si accorsero del mio nuovo cambiamento.
Poi il fiume Eris si asciugò completamente e tutta l’Eridia si trasformò in un deserto immenso.
Zaira e Moros tentarono allora di convincermi a ricominciare a morire. Al mio rifiuto mi trascinarono con la forza alla foce del fiume Eris, dove gli Apaxiani avevano costruito un altro tempio in mio nome.
Li mi uccisero; poi all’alba, come se niente fosse successo, mi attesero alla fonte del fiume Mars.
Decisi liberarmi di loro, almeno per un po’.
Cominciai a studiare insieme agli Apaxiani le proprietà degli elementi vegetali e minerali che mantenevano in equilibrio l’Universo.
Quando scoprimmo le caratteristiche della Salvia Divinorum e dello Zedir costruii due gabbie e le catene di Zedir, poi le chiavi di Salvia Divinorum.
Convinsi gli Apaxiani a venerare Moros e Zaira.
Se all’inizio ne videro le immense qualità, l’amore assoluto e il coraggio; dopo poco ne videro l’odio e l’avventatezza e le guerre e le tragedie di cui erano fonte e ispirazione.
Terrorizzati seguirono i miei consigli per imprigionarli.
Costruirono loro due templi dentro le quali nascosero le gabbie; e io suggerii ai miei fratelli di entrare per farsi adorare.
Lo Zedir nelle gabbie assorbì le loro forze e quando entrambi persero conoscenza gli Apaxiani li incatenarono per sempre.
Dopo qualche secolo, gli Apaxiani imbrogliarono anche me, alla stessa maniera.
Mi costruirono un tempio a Lamarnia, accanto al lago in quella che sarebbe diventata la proprietà della famiglia Ostuni.
Quando vi entrai scoprii di essere anche la Divinità della Stupidità. Avevo peccato di arroganza ed ero stata ingannata.
Era potuto succedere solo perché i miei fratelli non non erano lì a proteggermi.
Capii che la mia forza era legata alla loro; senza di loro non ero nulla o, per lo meno, di me rimanevano solo le debolezze.
Quando fui liberata da Rachele decisi che dovevo liberare in fretta anche i miei fratelli.
Prima però avevo bisogno di un’assicurazione.
Cercai tra tutti gli Apaxiani quelli che, in cambio di potere e ricchezze, mi avrebbero giurato fedeltà e lealtà; tra loro Alessandro e Ruth Farnieri; Ariadne e Marcus; e infine anche Rachele.
A ciascuno di loro feci una promessa e la farò anche a te.
Quando libererò i miei fratelli, darò la colpa di tutte le loro sventure agli Eridiani.
Giura di proteggere il mio segreto e anche tu sarai tra coloro che governeranno questo mondo.
I Marnesiani saranno per sempre al vostro servizio e se gli Eridiani ne soffriranno non sarà molto di più di quanto non soffrano ora…”

Mentre affogava in quel fiume di parole, Rebecca vide il sorriso di Maria e gli occhi chiari e pensierosi di Eskandar tra le onde; e di nuovo ebbe la sensazione che Goffredo fosse in pericolo.
Proprio in quel momento, qualcosa strappo’ Rebecca dall’abbraccio di Apate e la sollevò in aria.
Sopra di lei, le ali nere di Zaira nascondevano completamente il cielo.
“So dov’è Moros! Apate…”
“Lo so anch’io, purtroppo…”
Tra tuono e sussurro, la voce di Zaira rispose e il loro viaggio di ritorno fu ancora più veloce di quelle poche parole.

CAPITOLO 13

A Lamarnia era notte inoltrata.
Zaira atterrò non lontano dalla villa principale.
” Mi dispiace averti abbandonata.
Era l’unico modo di capire.
Apate non avrebbe mai confidato la verità a me o a Moros.
E’ la Divinità dell’Inganno; per fortuna abbiamo strumenti diversi per capire e l’intelligenza è solo uno di essi.
Apate è arrogante e farle pensare che le avevo creduto è stato facile; poi lei ha fatto il resto ed io ho ascoltato il suo racconto.
Dobbiamo trovare Moros, prima che lo faccia lei.
Gli strumenti di comprensione di Moros sono più complicati e lavorano a scoppio ritardato.
Prima attacca, solo dopo riflette. A volte ci prende, a volte no.
Per questo è il Dio della fortuna e dei miracoli ma anche della sventura e degli incidenti.
Per questo Apate ha scelto di liberare me prima di Moros.
Colui che libererà Moros sarà il primo a morire incendiato, poi sarà il turno di tutti quelli accanto a lui.
Solo dopo aver incenerito quasi tutto attorno a se, Moros ascolterà.
Apate voleva assicurarsi che io fossi già sua alleata prima di affrontarlo.
D’altra parte, Moros è la nostra forza.
Senza di lui non abbiamo alcun potere reale.
Apate se ne è accorta troppo tardi, solo quando è stata imprigionata dagli Apaxiani.
Ora si affretterà a liberarlo e sacrificherà chiunque alla sua ferocia, pur di calmarlo abbastanza da convincerlo del suo inganno.
Dobbiamo fermarla.
Una volta convinto, Moros non cambierà più idea o quando lo farà sarà comunque troppo tardi per salvare gli Eridiani.
Io però non posso fare molto, purtroppo però, perché la sotto non posso andare.
Lo Zedir della gabbia mi renderebbe inerme e potrebbero imprigionarmi di nuovo.
Devi andare tu…
Mi dispiace…”

La voce di Zaira, il suo sguardo e qualcos’altro, Rebecca non sapeva dire cosa ma c’entravano Goffredo e i suoi fratelli, fecero breccia dentro di lei.
Si domandò cosa avrebbe potuto fare da sola, contro tutti loro; forse nulla, ma ci avrebbe provato.
Così entrò nella villa dalla porta della cucina.
Sentì un bisticcio di voci provenire dall’ingresso principale e si nascose.
Dal suo nascondiglio, vide Rachele in cima alla scale d’alabastro.
Ai piedi della scala, Giacomo e Alessandro la fissavano immobili.
Rebecca vide seduti sul divano bordeaux, Ruth e Goffredo.
Ariadne, Giulio e Marcus, assieme a una decina di soldati armati, incorniciavano la scena.
Rebecca era abbastanza vicina per vedere negli occhi di Giacomo sorpresa, gioia, orrore e disperazione inseguirsi senza alcun ordine.
Decise di non fermarsi ad ascoltare e ritornò su sui passi, di nuovo sul retro, giusto in tempo per vederli uscire come un corteo dall’ingresso principale; e quando in un angolo della villa, una colonna si aprì e ad uno ad uno sparirono dietro di essa, li seguì.
La scala a chiocciola, i bassorilievi, il calore secco e le mura ghiacciate, tutto era uguale fino all’ultimo dettaglio: la gabbia.
Dietro a quelle sbarre violacee, lo stesso leopardo del suo sogno li fissava immobile; ogni suo muscolo teso, pronto a scattare; gli occhi verdi attenti ad ogni movimento davanti a lui.
L’unico ad averla notata.

Gli Apaxiani fissavano ipnotizzati la Divinità; i Marnesiani, incapaci di vedere nulla, fissavano con silenzioso terrore la gabbia vuota.
La voce di Giacomo spezzò la tensione.
” Rachele non farlo… Sono secoli che lo teniamo imprigionato, non possiamo liberarlo…”
Disperato, Giacomo volse lo sguardo verso i suoi fratelli.
“Non parlarne con me…
E’ troppo tardi.
Hai avuto a disposizione una vita intera per spiegarmi le ragioni dietro ai vostri segreti…”
L’amarezza e la delusione di Giulio vanificarono le sue preghiere in un istante.
” Giacomo, anche io credo che Moros debba essere liberato. E’ arrivato il momento…
Neanche ci ricordiamo più perché lo abbiamo imprigionato…
Magari il mondo cambiera’ in meglio…”

Goffredo si voltò verso Ruth.
Ancora sotto l’effetto della Salvia, Rebecca capì Goffredo aveva complottato con i Farnieri da ben prima che Rachele s’imbattesse in Apate.
L’intera campagna elettorale non era altro che un vero e proprio colpo di stato contro Giacomo, e il suo regno nell’ombra.
Le Gocce, prodotte dalla casa farmaceutica Farnieri con lo Zedir della sua miniera, impedivano alle loro iridi di comportarsi in maniera bizzarra e avevano aiutato Alessandro, Ruth e chissà quanti altri Apaxiani a confondersi con i Marnesiani.
Intendevano liberare le Tre Divinità solo dopo avere ottenuto la vittoria alle elezioni e l’appoggio ufficiale dell’esercito.
Avevano causato l’incendio del grattacielo così come l’incidente stradale di Rachele, a insaputa di Giacomo.
L’incontro di Rachele con Apate e la sua liberazione erano state due imprevedibili coincidenze, che avevano dovuto assecondare.

“Rachele…”
Abbandonato da tutti, Giacomo era rimasto solo e indifeso.
Rachele non lo guardava, ipnotizzata da Moros che ora aveva occhi per lei: Rachele teneva, infatti, tra le sue mani la terza chiave.
“Aiutami…”
Le parole di Moros risuonarono nella mente di Rebecca.
Come Maria prima di lei, ad uno ad uno Rachele aprì i lucchetti di Zedir.
Moros si accese come il sole, incendiò l’aria attorno a se e avrebbe incenerito anche Rachele se Giacomo non si fosse lanciato davanti a lei nel tentativo di proteggerla da un mostro a lui invisibile.
Quando Goffredo vide il corpo di suo fratello in fiamme urlò; troppo tardi, le fiamme si erano estese, ormai, a tutto l’ambiente attorno a loro.
Rebecca vide Moros correre fuori e abbandonarli al loro destino.
Tutti si avventarono attraverso i corridoi adornati da bassorilievi incandescenti, su per la scaletta a chiocciola, spingendosi e tirandosi l’uno con l’altro.
Solo Rebecca non riuscì a muoversi.
Il ricordo di un altro incendio la paralizzò e rimase indietro.
Era l’ultima.
Quando finalmente raggiunse la scala a chiocciola inciampò.
A terra, sotto di lei, vide Goffredo svenuto.
Doveva essere stato tirato giù dalla scala da qualcuno, nella fretta di fuggire alle fiamme.
Provò a sollevarlo ma era troppo pesante.
Mentre lo scuoteva le mancò l’aria e perse i sensi.
Le fiamme erano ormai troppo alte.
Come in un sogno, vide Goffredo alzarsi, tossire, raggiungere la scaletta, per poi svanire oltre la porta, attraverso la colonna ancora aperta.
Nessuno sapeva della sua presenza, nessuno l’aveva vista.
Le fiamme la ricoprirono interamente, per l’ultima volta.

Mentre bruciava, la sua anima si fuse per un attimo con quella di Moros e Rebecca diventò l’incendio che aveva ormai divorato la villa e presto si sarebbe lanciato contro Zaira e Apate che lo attendevano sul prato.
Attraverso gli occhi del Dio, Rebecca vide Eskandar correre con le braccia stese verso il cielo stellato, nel tentativo di rappacificare le tre Divinità davanti alle quali era cieco ma di cui sentiva la confusione, la rabbia e l’inganno.
“ Fermatevi, vi prego!” Lo udì urlare disperato.
Le sue parole furono interrotte da Apate:
“Ecco…
Sono loro i colpevoli…
Gli Eridiani, sono stati loro ad imprigionarci…”
Rebecca sentì Moros incendiarsi ancora di più.
Sentì la sua forza e capì perché la Divinità a cui lui avrebbe dato fiducia sarebbe stata vincitrice.
Moros, che non era né intelligenza né amore, senza pensarci due volte attaccò’ Eskandar.
Quando Zaira si lanciò’ davanti al sacerdote per proteggerlo, l’ira rovente, da secoli compressa nella gabbia, si scatenò contro di lei; inferocito, Moros azzannò sua sorella e la uccise.

Così, assieme alle ultime scintille di Rebecca, anche Zaira si disintegro’ tra le fiamme; e l’oscurità le divorò entrambe.
Ormai a Rebecca non rimase null’altro da fare che cercare di ricordare se davvero, un tempo, fosse stata qualcuno o se, forse, fosse stata da sempre solo buio e silenzio.
Forse, le voci, le urla e le fiamme erano state solo un sogno.
Infine, le varie versioni di se stessa s’ acquietarono, d’accordo sul non essere più nulla.

Dopo una pausa eterna, nell’oscurità si accese una minuscola luce pallida, non più grande della capocchia di uno spillo.
Lentamente, la capocchia s’ingrandì per diventare un cerchio, sempre pallido.
Era la luna che aveva ricominciato a splendere annoiata, ancora.
Poi, la luna si accorse di non essere più la stessa e di non essere più sola.
Riflessa nella propria ombra, Zaira vide una donna.
Aveva i capelli biondi tagliati a caschetto, gli occhi blu scuro quasi neri.
Le sue iridi finalmente avevano conquistato l’oscurità attorno a lei e ora tutto era del colore delle sue ali.
La donna sorrise e si trasformò in una signora con i capelli candidi e gli occhi chiari, quasi trasparenti; poi in un uomo senza età con gli stessi occhi e gli stessi capelli; poi in un altro, con la chioma color caffellatte, gli occhi marroni e le rughe tracciate da emozioni incanalate da secoli.
Erano con Zaira un tutt’uno, come le stelle con il cielo stellato.
Infine, il viso del suo carceriere si fuse di nuovo con la sua ombra e dentro di essa Zaira si riflesse ancora: doveva decidere che forma prendere.
Lontano udì il ruggito di Moros.

Decisa a perdonare il fuoco che l’aveva appena forgiata nuova, Rebecca sbatte’ le ali e spicco’ il volo, sollevando attorno a se una nuvola nera.
Come una cometa attraversò le braci incandescenti.
La scala di marmo, ormai del colore dell’ebano, e tutto quello che era rimasto della villa si disintegrarono al suo passaggio. Anche il divano, l’unica nota sbagliata, diventò cenere come tutto il resto.
Superate le macerie, raggiunse il cielo e dall’alto, vide Moros scagliarsi contro ad Apate.
Rebecca planò sull’erba del prato e con gli artigli strappò Apate dalle zanne del fratello.
Insieme, volarono via.
Quando raggiunsero il Polo Sud, la notte si era sbiadita.
Rebecca atterrò sul letto arido del fiume Eris.
Poi, entrò nel tempio dove posò’ il corpo inerme di Apate davanti alla sua statua; e la Divinità del Tempo svanì.
Rebecca oltrepasso’ la piscina con al centro la colonna d’acqua.
Dall’altra parte, alla fonte del fiume Mars, era di nuovo buio e del tempio non c’era più neanche l’ombra; ma Apate era già lì ad aspettarla.
Poi, il buio fu travolto dalla luce del sole.

Moros avanzo’ verso di loro
A ogni suo passo la terra tremò’.
“ Sei cambiata sorella.
Sei cresciuta.”
Ruggì.
Le ali d Rebecca ripresero fuoco.
Epilogo

Alba.

Luce e tenebra non sono più incoscienza o ignoranza; mi abbracciano e, nel loro calore profondo, mi risveglio.
È il mio primo ricordo.
L’inizio di una storia al contrario.
Una storia del futuro.

Una donna davanti a me mi guarda e nei suoi occhi mi sento a…
Casa.

La prima parola non l’ho inventata.
L’ho appena sentita, mormorata prima da qualcuno vicino a me e poi ripetuta da altre voci.
È la prima parola che tutti sembrano scoprire.

Attorno a me, non si conoscono ma si riconoscono altri come me che si chiamano tra loro.
Camminiamo insieme, accanto a una striscia luminescente attraverso lo spazio.
Ogni tanto qualcuno c’incontra e noi lo salutiamo con un gesto della mano.
Il passante ci risponde.
Forse risponde a se stesso.

Formiamo gruppi attorno ad oggetti sconosciuti.
Prima, attorno ai più grandi, solidi e rassicuranti; alberi.
Poi, lontano, indichiamo curve alte, appuntite alcune, morbide altre; montagne, colline.
Cielo.
Sole.
Luna e stelle.
È scesa la prima notte.
Il primo giorno e’ passato.

Domani.
Se ieri era ieri, oggi e’ gia’ domani.
Domani- oggi troviamo nuove parole.
Per cose nuove che si muovono, corrono, saltano: animali.
Passiamo tanti domani-oggi a cercare un nome per ognuno di loro; e per cose delicate e piccole che si strappano con le dita, fiori.
Grandi, piccoli, hanno le sfumature di quello che abbiamo già chiamato tramonto.

I domani-oggi s’inseguono e diventano tanti ieri.
La donna con gli occhi casa ora la chiamo mamma.
Ci sono altre mamme e altri come me, bambini.
Poi papà, fratelli.
Tutti cercano cose nuove, nuovi nomi.
Ogni istante, lo spazio attorno a noi regala una nuova meraviglia da nominare con il cuore.
Tutti, tranne me, cercano parole.

Io ascolto.
Ogni parola, come la mia prima parola, casa, la ripeto, la capisco.

Ascolto e guardo, il tempo passa.

Notte, luna, giorno, sole.
Tanti nomi e ancora tanti da scoprire.
Un domani-oggi noto qualcosa di così piccolo che nessuno ha ancora nominato.
Piccolissimi fiori viola attraversano il prato come la striscia luminescente accanto alla quale abbiamo camminato; come la striscia di stelle che solca il cielo.

La seguo.
Una striscia di stelle viola su un cielo verde.
Oltre gli alberi continua e io cammino per un po’, fino a quando non sento più nessuno.
La striscia viola finisce, finisce ogni rumore.
In quel buio silenzioso mi guardo attorno.

Una donna e un uomo sono seduti accanto a una ragazza sdraiata a terra.
L’uomo mi ricorda un animale feroce, tatuato da lacrime d’ombra; dietro alla donna vedo ali di fuoco e dalla fanciulla scivola via la stessa luce che accompagna ogni mio sogno; anche quando, ormai, mi sono già svegliato.

“Dei!”
Finalmente, la mia prima parola, la invento e li chiamo felice.


La donna con le ali di fuoco mi guarda pensosa e scuote la testa; poi s’innalza in volo.
Un’unica fiamma.


Fenice.

La corte delle stelle

“Non lo avete ancora trovato?”, tuonò il mago. “Da giorni, che dico, da mesi lo state cercando. Il mondo è grande, ma non così tanto!”
Per sfuggire a quel fracasso assordante, un piccolo gufo planò giù dalla Rocca del Destino diretto verso il Golfo di Boffo.
“Dove mai sarà?” pensò, mentre lottava contro al vento che si stava alzando e non prometteva nulla di buono.
“Laggiù o da nessun’altra parte”, sussurrò per farsi coraggio. “E comunque dal mago Orfeo io non torno!”
In prossimità del Golfo trovò ad attenderlo un cumulo di nuvole grigie e nere. Dietro quello strano muro di fortuna, per la paura, si erano nascosti sia il mare sia il cielo. Il piccolo gufo chiuse gli occhi e scese in picchiata. Un fulmine interruppe il suo volo. Si udì un colpo secco e breve, accompagnato da un boato. L’aria si frantumò in minuscole schegge di vetro, dispettose, che s’infilarono tra le sue penne. Il povero piccolo gufo precipitò.
L’atterraggio fu morbido, quasi liquido. La spiaggia era spumosa, soffice, diversa da tutte le spiagge che aveva mai incontrato nei suoi voli. Sbattè le ali nuotando tra onde asciutte e tostate dal sole, e piccoli granelli s’infilarono nel becco. Erano dolci, rotondi come caramelle e, incredibilmente, profumavano di aghi di pino e di gelsomino. Tutto a un tratto, la paura svanì e, altrettanto all’improvviso, fu pervaso da un senso di quiete.

Si alzò e rimase a lungo con gli occhi chiusi e la mente vigile. Ascoltò i primi rumori attorcigliarsi attorno alle orecchie, sottili e cristallini come fiocchi di neve o zucchero filato. Questi rumori furono seguiti da altri; dalle note di una canzone che proveniva dal mare, si arrampicava sulle onde e raggiungeva la terra.
Riaprì gli occhi e si guardò intorno. Il cielo era privo di ombre, il sole brillava e, quando il tepore gli ebbe asciugato le penne, si sentì felice. Perfino le sue zampette avevano ritrovato un saldo equilibrio su quella terra mobile.
E’ la stanchezza a confondermi le idee, pensò. Quella era l’ora che precede il tramonto, quando le cose si trasformano, confondono gli uomini e anche i piccoli gufi. Tu credi di vedere una lucertola, invece è un leone. Quella pera sembra una mela invece è un’arancia. In buona parte è colpa della luce che scherza col colore e gioca con la polvere e le ombre.

Una voce squillò dietro di lui e lo fece saltellare in aria, accompagnato da una nuvola di sabbia.
“Non ho mai visto un gufo con le penne del tuo colore! Viola! Veramente non ho mai visto un gufo, ma davvero non ho mai sentito raccontare di gufi dalle penne viola!”
Il piccolo gufo si voltò. Una bambina era seduta su un masso lanciato alla cieca da un gigante arrabbiato. Aveva i capelli lunghi, neri e ricci, e due punte di cielo azzurro intrappolate negli occhi. Sorrideva.
Il gufetto, incerto, volò via, a nascondersi tra i pini marini. Si appollaio’ sul ramo più alto e da lassù rimase a guardarla. Quella bambina gli ricordava qualcuno. Chi? Le bambine si somigliano un po’ tutte. Questa, però, aveva un non so che di stranamente familiare. Prima di tutto, sorrideva sempre.; anche ora che era scivolata giù dal masso e camminava sulla sabbia bollente. Cantava una canzone senza parole. Per un attimo, il vento si zittì.
E al piccolo gufo venne voglia di seguirla.

2

La bambina risalì il sentiero e dalla spiaggia raggiunse una casa bianca, in bilico sulle rocce di un altipiano. Era l’unica nei dintorni e dominava il golfo dall’alto. Ampia e squadrata si opponeva alla forza del mare; e restava impassibile davanti alle onde che, rumorose, si sfracellavano contro gli scogli.
Costruita sul confine tra terra e oceano, di quest’ultimo domava l’arroganza quando provava a sconfinare senza chiedere il permesso.
Il gufo volò verso il cielo. Dall’alto, la grande casa sembrava un faro e s’immaginò come, durante la notte, le sue luci potessero guidare le navi disperse verso porti sicuri. Si posò sul tetto piatto e osservò il sentiero che, attraverso la pineta, arrivava a bussare alla porta della cucina. I piedi della bambina sfioravano appena i ciottoli bianchi. Il gufo si stupì che i suoi sandali argentati non fossero alati.
“Anna!” chiamò una voce. Proveniva da una donna sdraiata su un’amaca tesa tra due alberi del giardino e impegnata a leggere. Lunga e sottile, con una nuvola di capelli ricci e neri, ricordava una sirena intrappolata in una rete di pescatori che, felice del suo destino, non si dibatteva, anzi. Non si alzò nemmeno per salutare la bambina.
“Ero sulla spiaggia a dipingere ricordi”, le rispose Anna, mentre entrava nel salotto azzurro che separava la cucina dalla terrazza.
Ogni estate Anna camminava lungo la battigia e dipingeva nella sua mente i dettagli, anche i più lievi, del paesaggio. I nascondigli dei granchi dietro gli scogli, le ombre degli alberi a un passo dal mare e le figure che l’acqua abbandonava sulla spiaggia quando si ritiravano le onde. Così sapeva di poter chiudere gli occhi e tornare in un attimo indietro nel tempo, per raggiungere qualsiasi luogo o momento preciso del suo passato. Quando voleva.

Il salotto della casa si tuffava in terrazza oltre a un’ampia porta di vetro. L’azzurro delle poltrone, il bianco del marmo e il blu dei tavoli si mescolavano con l’aria, le nuvole e l’acqua. In quel punto, arrampicata sull’orizzonte, la casa non sembrava più così solida e per un attimo l’aveva vinta il mare, in tutta la sua immensità.
“Capperi! Non ho dipinto il gufo…”, disse Anna, mentre si abbandonava sulla poltrona di vimini al centro della terrazza.
Lei e la mamma erano appena arrivate nella casa del nonno, dove avrebbero trascorso l’estate. Sua madre la chiamava Torre della Solitudine perché le ricordava una prigione e per questo non la amava. Nonostante ciò, per qualche oscura ragione, ogni anno vi faceva ritorno.
Per Anna, invece, quel soprannome racchiudeva il motivo del suo amore per quel posto. Lei amava il silenzio, come il nonno, e della Torre si sentiva Regina. La considerava un luogo magico, ogni suo angolo era speciale. Per esempio, dalla poltrona di vimini si potevano aspettare l’alba e il tramonto, senza mai doversi alzare.
“E’ come sedersi al centro del mondo… ” diceva ogni giorno, piena di gratitudine verso la sua torre e il suo regno. A bassa voce, per non disturbare il magnifico silenzio che la circondava.
Quella sera, però, Anna aveva compagnia. Il piccolo gufo viola osservava dal tetto la bambina che con i gessetti colorati gli stava facendo il ritratto. Le sue mani si muovevano veloci come ali di fringuello e tracciavano migliaia di segni sul foglio.
“Si”, sorrise quando ebbe finito. “Me lo ricordo. Era proprio così”.
“Anna vieni, è pronta la cena!” La voce impaziente della mamma spezzò la calma incantata che aveva avvolto fino a quel momento la terrazza. Anna si alzò e scivolò dentro casa. Il foglio scivolò per terra.
Il gufo ne approfittò. Planò giù dal cornicione, per guardare da vicino. Quando si vide riflesso sulla carta, piuma viola per piuma viola, credette di essere davanti a uno specchio. Aprì l’ala destra e la mosse su e giù. La sua immagine rimase immobile. Riprovò. Aprì l’ala sinistra e la mosse alla stessa maniera. Sbatté entrambe le ali, alzandosi qualche centimetro da terra. Il gufo sul foglio rimase ancora al suo posto, con le ali chiuse, le piume congelate e le zampette ben ancorate sulla carta. Solo allora si convinse che quello non fosse altro che un disegno.
Si voltò verso l’orizzonte, dove il sole stava sbadigliando ed era sul punto d’inciampare nel mare. Mentre calava la sera, spiccò un balzo e disegnò qualche cerchio nell’aria, per dare la buonanotte a quel luogo sconosciuto. Poi volò via.
Poco dopo arrivò il buio e, da qualche parte al centro della pineta, si sentì un tonfo sordo.

3

Il gufo entrò nella pineta e si apprestò a trascorrere la notte ai piedi di un grosso ramo spezzato. La mattina dopo fu svegliato dalla carezza calda e lucente di un timido raggio di sole che si era intrufolato fra gli aghi di pino. Aprì gli occhi e guardò in alto. Intrecciate tra loro, le piatte chiome degli alberi si stendevano sopra di lui e ricamavano figure bizzarre sulla tela cerula del cielo.
Dove sono? Si chiese. Non ricordava.
La notte l’aveva passata a scrutare le stelle. Poi all’arrivo dell’alba doveva essersi addormentato e quei minuti di sonno erano bastati a confonderlo. E così rimase, fino a quando il frastuono metallico di tante pentole si rovesciò nelle sue sensibili orecchie.
La bambina, la casa bianca, la signora! Il piccolo gufo si rizzò dritto sulle sue zampette, si spazzolò le penne e volò in direzione della scogliera. Un frastuono si levò dalla cucina, e riecheggiò in ogni stanza e in giardino. Quando il gufo si posò sulla finestra, accanto a una pianta di gerani rossi, vide i petali dei fiori tremare.
Incorniciata dalle tendine bianche, la mamma di Anna era sdraiata a terra circondata da stoviglie che le erano cadute dalle mani. Svelta, la donna si rialzò, raccolse quello che non si era frantumato e spazzò via tutto il resto. Come una trottola impazzita cominciò le faccende di casa. La colazione, i letti da rifare e i cuscini da sprimacciare, i panni da stendere, il pranzo da preparare, i piatti da lavare, i pavimenti da lucidare: la signora non conosceva la calma; e era così distratta che quando il gufo le passò davanti, con le sue piume viola, non lo notò neppure.
“Incredibile. Ieri era immobile quanto una statua di sale, oggi è un tornado”, pensò il gufo, mentre la guardava danzare frenetici valzer con qualunque oggetto avesse tra le mani. A un certo punto spostò un grande vaso di porcellana azzurra, pieno di tulipani bianchi e quasi inciampò di nuovo. Per fortuna, Anna fece capolino da dietro una porta e la sorresse gentilmente con entrambe le mani. Una mano per la mamma, una per il vaso. Elegante e delicata, la bambina assomigliava poco alla madre. I suoi movimenti non passavano dalla calma alla tempesta; erano leggeri e costanti, musicali come tanti campanellini di cristallo mossi dalla brezza.
Anna si soffermò un istante in salotto, poi uscì dalla porta della cucina e andò a sedere a un tavolo di granito in giardino. Il suo passaggio spazzò via la confusione nell’aria e riportò la pace. Approfittando di quel momento di tranquillità, il gufo prese coraggio a quattro ali e le si avvicinò.
“Ciao!” salutò la bambina. Nel frattempo, alle sue spalle, la madre era riuscita nell’impresa di restare avvolta come una mummia nel lenzuolo rosa che stava cercando di appendere al filo steso tra i rami.
Anna si mise a ridere.
“Vuoi una mano, mamma?”
Senza aspettare una risposta, si alzò ad aiutarla. Poi si sedette di nuovo al tavolo. Il gufo, ancora appoggiato sul granito, si accorse che la signora continuava a ignorarlo.
“Chissà dove ha la testa?” pensò.
Anna fissò gli occhi viola.
“Vieni! Ti faccio vedere una cosa, è un segreto”, sussurrò. Poi, con lo sguardo complice, si rialzò dal tavolo e gli fece cenno di seguirla.
Lungo il sentiero, mentre scendevano insieme verso la spiaggia, Anna gli indicò una fila di orme profonde che tagliavano la strada.
“Non le avevo mai viste prima”, disse. “In questa pineta non vivono animali così grandi”.
E nemmeno uccelli, e gufi come me, pensò il gufetto. Gli si drizzarono le penne e per un attimo rabbrividì. Quegli alberi spalancati sopra di loro come ombrelli erano più deserti del deserto.
Il gufo decise che dovevano essere pini marittimi. In fondo, profumavano di pino e del pino avevano la forma. Solo che i loro tronchi, i rami e le foglie erano troppo scuri, come se avessero assorbito le ombre. Chissà, forse la notte si rifiutava di abbandonarli.

Raggiunsero il mare e Anna si avvicinò agli scogli che dalla spiaggia iniziavano a zigzagare verso l’altipiano. Cominciò la salita e il gufo si appoggiò sullo scoglio più alto per non disturbarla. I piedi della bambina saltellavano da una pietra all’altra, indipendenti come le zampe di un gatto.
“Eccoci!”, strillò di gioia, poi tutto d’un tratto si fermò. Il gufo la raggiunse, davanti a una grossa roccia appuntita, sotto la terrazza della casa. I lati della roccia, sfaccettati e lisci come il vetro, sembravano tanti specchi e quando riflettevano i raggi del sole sembravano stelle intrappolate nella pietra. Il gufo strinse gli occhi, infastidito da tanta luce.
“Guarda, dietro gli scogli, c’è una grotta. Io sono arrivata fino a qui, ma se mi accompagni, possiamo esplorarla, insieme.” Nella grotta il buio era denso, cremoso, una promessa di avventura. Il gufo fu il primo ad attraversare il passaggio.
Un ultimo spicchio di sole s’infranse su una pozza d’acqua e sulle sue penne viola. Anna lo seguì. Purtroppo, ipnotizzata da quella luce, non notò uno scoglio bagnato, alto e tondo come un uovo. E scivolò.

4

Anna capitombolò proprio dentro l’acqua. Ancora seduta al centro della pozza, alzò gli occhi verso l’alto per cercare il gufo, senza trovarlo. Attorno a lei le stalattiti si erano allungate. Le aveva notate anche all’ingresso, dov’erano piccole e compatte come lacrime di pietra che non volevano abbandonare la roccia. Ora, però, erano diventate tanti ghiaccioli sottili e trasparenti, che le ricordavano l’inverno. Rabbrividì, solo un istante, poi ad alta voce disse con fermezza:
“Sto rabbrividendo solamente perché sono seduta nell’acqua e le stalattiti non sono nient’altro che cristalli di sale”.
E si rialzò lentamente, facendo attenzione a non scivolare di nuovo.
Eppure qualcosa non tornava. La luce le splendeva di fronte, non più alle sue spalle. Si era girata e non se n’era accorta? Disorientata si mise in ascolto. Da qualche parte non lontano da lei, sentì un rumore di passi nell’acqua. D’istinto cercò con gli occhi l’uscita ma non fece in tempo a raggiungerla. Qualcuno afferrò lesto le sue mani, e le lego’ dietro la schiena.
“Di corsa a fare la spia? Non l’avrei mai detto che mi avreste trovato, da dove siete entrati?”
Anna si girò.
Si trovò faccia a faccia con un ragazzino che doveva avere più o meno dodici anni, anche se non era molto più alto di lei. Aveva i capelli di un castano rossiccio, gli occhi verdi come la giacca che portava addosso. Era buffo perché per essere così giovane aveva un’espressione seriamente preoccupata. Troppo.
“Dall’ingresso… ” iniziò a spiegare Anna, ma fu interrotta con veemenza.
“L’unico ingresso di questa grotta è quello che si apre sul golfo e io, che sono a guardia da ore, non ho visto passare nessuno. In ogni caso le tue bugie contano poco, tanto, una volta dentro la grotta non si esce più… Almeno non senza il mio permesso.”
Anna era solita rispettare le opinioni degli altri e per un attimo rifletté sul da farsi. Purtroppo non riuscì ad arrivare a una conclusione perché quel ragazzino scortese la strattonò per un braccio e la spinse dietro una grossa roccia.

Quello che vide la lasciò senza fiato. All’improvviso la grotta sembrava immensa. Così vasta che nel lago sotterraneo era attraccata una barca. Anzi no, un vascello! Tale e quale a quello di Capitano Uncino. Sotto il vascello, l’acqua del lago era densa, scura e impenetrabile.
“Deve essere molto profonda.” Fu il suo primo pensiero. Il secondo fu che nessun pesce avrebbe in alcun modo potuto vivere lì. L’acqua era oleosa come il petrolio.
Incantata da quello spettacolo, salì da sola sulla barca, il ragazzino non dovette neanche spingerla.
Una volta sul ponte, Anna trovò ad aspettarla il gufo viola, legato stretto a uno dei due alberi che sorreggevano le vele.
“Ok, adesso basta! Lasciaci andare!”
Reagì, vedendo il suo piccolo amico dibattersi inutilmente nel tentativo di liberarsi. Una piuma viola si staccò dalle ali, galleggiò nell’aria e si posò sulla giacca verde del ragazzo che non se ne accorse e le rispose:
“Certo! Così, potete correre a raccontargli dove siamo nascosti. Neanche per sogno.” Sbatté capricciosamente i piedi, infastidito.
“Scusami, ma non capisco. A chi dovrei raccontare che cosa?”
Anna continuava ad essere gentile, sforzandosi di comprendere di che cosa stessero parlando.
“Tu, forse, non capisci. Lui sicuramente si.”
Il ragazzo indicò col dito il gufo imprigionato. Anna si domandò chi tra loro due fosse il più matto: lei che ragionava con lui o lui che aveva paura del gufo.
Non ebbe il tempo di rispondersi.
Da dietro la roccia, emersero sette figure. Incappucciate, affrettate e affannate si avvicinarono a loro. Non riusciva a sentire cosa stessero dicendo. All’inizio, le loro voci erano stanche e prive di fiato. Poi, quando i sette furono attorno a loro, udì a malapena:
“Capitano, corri a vedere, il sole sta tramontando!”.
“Non dite fesserie, sarà appena mezzogiorno.”
Incredulo, il ragazzo non voleva abbandonare i prigionieri da soli sul ponte. Per un attimo tentennò diffidente. Alla fine la curiosità vinse e, voltatosi verso i sette nuovi arrivati, scese con loro dalla barca.

Anna tentò di seguirlo ma le mani legate la rallentavano e le rendevano difficile mantenere l’equilibrio sulla passerella.
“Slegami, che cado….” provò a chiedere, ma quando finalmente riuscì a scendere dalla barca, il ragazzino era già uscito dalla grotta. Anna rimase in silenzio. A tenerle compagnia, solo il ritmico sgocciolare dell’acqua sull’acqua. La quiete improvvisa era tale che il tic toc delle gocce rimbombò nelle sue orecchie, quasi anch’esse fossero diventate due grotte.
Poco a poco, muovendo leste le mani e contorcendole tra loro come serpenti, riuscì a liberarsi. Per fortuna aveva le ossa sottili e i nodi non erano poi così stretti. Con le mani finalmente slegate, raggiunse la roccia e attraversò l’arco. Una luce stranamente rosacea la raggiunse e le indicò la strada. Anna la seguì fino a fuori dalla grotta e per la seconda volta, ammutolì. Il cielo che si stendeva davanti a lei era rosa come uno dei lenzuoli appesi nel giardino di casa sua: il sole stava tramontando.
Una luna pallidissima si era affacciata da dietro aguzze montagne ricoperte di neve. Anna fece scorrere gli occhi rapidamente su un panorama che non le era per nulla familiare. Il golfo che si apriva davanti a lei era più ampio e rotondo del solito. Gli alberi erano sempre pini marittimi, ma i loro colori erano molto più chiari di come li ricordava. Infine, c’erano quelle montagne. Spennellate di viola dai raggi di sole, erano bellissime certo ma, a sua memoria, non erano mai state li.

5

Il crepuscolo e il freddo cominciarono lentamente a riflettersi sulla sua pelle e Anna si riprese dallo stupore. Si girò per osservare gli altri. Schierati a fianco a lei con il naso puntato verso l’alto, continuavano a fissare il cielo, in un silenzio turbato da chissà quali pensieri.
“Chissà che ore sono?”
Si accorse di avere perso ogni cognizione del tempo. Le tornò in mente sua madre: “Se è arrivato il buio così in fretta anche da lei e non mi trova da nessuna parte, sarà preoccupatissima!”.
Questo pensiero la scosse. Fece un passo indietro e scivolò via per rientrare nella grotta inosservata. Oltrepassò la roccia e si trovò di nuovo davanti al vascello. Tutto quello che prima era illuminato dalla luce del sole, ora era buio. L’unica cosa che riusciva a distinguere era l’acqua torbida che inghiottiva parti della nave come un animale affamato.
Anna avrebbe voluto affrettarsi ma, per risalire la passerella che portava sul ponte, poteva solamente affidarsi alle sue mani che la guidavano incerte. Avanzò con cautela, un piede davanti all’altro, con la sensazione che bastasse solamente sbagliare di qualche millimetro per cadere giù. Quando raggiunse il ponte, respirò profondamente.
Cercò come riferimento tra le ombre attorno a lei, gli alberi della nave. Ne scorse uno solo. Mentre tentava di capire dove fosse finito il secondo albero, inciampò. L’aveva trovato, disteso e talmente lungo che spuntava fuori dalla nave come un trampolino teso verso il nulla. Qualcosa lo aveva fatto cadere, qualcosa o qualcuno molto forte o pesante. Anna si guardò intorno. Del gufo non c’erano tracce.
“Chissà da che parte devo andare, per uscire da dove sono entrata”, pensò, ma fu distratta da una sagoma che troneggiava a prua. Sembrava uno stambecco. Le sue corna enormi si avvolgevano a spirale su loro stesse. Anna indietreggiò verso la poppa della barca. La figura la seguì e fu illuminata brevemente da un debole raggio di luna.
Un muflone snello e altissimo avanzava sul ponte del vascello. Tutto in lui era viola: la pelliccia, gli zoccoli, persino gli occhi. Illuminate a tratti dai deboli raggi, le corna anch’esse viola, gli conferivano un’aria maestosa e regale.
Si osservarono a vicenda con molta attenzione. Dopo qualche secondo, Anna si accorse che lo statuario animale era stato attratto da qualcosa alle sue spalle. Sentì il rumore di passi. Prima lontani, poi sempre più vicini.
Anche se non le era sembrato aggressivo, adesso il muflone era sul chi va là, pronto ad attaccare. Qualcosa in questo cambiamento rassicurò Anna, invece che spaventarla. Nell’oscurità, i suoi occhi brillavano come lanterne viola e la bambina si sentì abbracciare da uno sguardo carico d’affetto. Si accostò e allungò una mano. L’accarezzò. La pelliccia era morbidissima.
L’animale piegò le zampe anteriori e s’inginocchiò: Anna aveva trovato un alleato che come lei desiderava uscire il più in fretta possibile da quella grotta. Salì sulla sua schiena e insieme si voltarono a fronteggiare le figure che si erano avvicinate alla passerella e sbarravano la strada.
Il muflone sbatté gli zoccoli sul legno del ponte e annunziò con quel tamburellare l’inizio dello scontro. Seguirono alcuni secondi di silenzio. Poi, di colpo, senza darle preavviso l’animale caricò i suoi avversari. Spaventati da quell’attacco, gli otto si scostarono di lato lasciando libero il passaggio. Iniziarono così a galoppare verso l’ingresso, fino a quando, incorniciate dagli scogli, Anna scorse le montagne e lo frenò urlando.
“Non di là, quella è l’uscita sbagliata”.
Il muflone tornò indietro. Presero un’altra galleria ma la speranza fu presto strozzata da un cumulo di pietre, che interruppe la loro corsa. Cercarono ancora. Anna scese a terra, certa che la sua uscita fosse oltre quella barriera imprevista. Oltre quella massa di sassi, c’era la strada di casa. Con le sue dita sottili accarezzò le rocce. Poi appoggiò anche i palmi, chiuse gli occhi e con tutta la sua forza spinse.
Il muflone alzò gli zoccoli e scalciò ripetutamente anche lui contro quel muro. Niente. Da quella grotta, una volta dentro, non si usciva proprio più. Lo aveva detto il ragazzino. Come sarebbe tornata alla Torre della Solitudine, alla terrazza al centro del mondo e al suo golfo senza montagne?
Mentre questi pensieri affollavano la sua mente, Anna udì voci confuse bisticciare tra loro e veloce si nascose. Il muflone tentò d’imitarla ma il suo corpo era così grande che chiunque lo avrebbe scoperto. Per fortuna, i proprietari delle voci convinti che i loro ostaggi fossero già fuori dalla grotta, non li cercarono più.
“Capitano, dobbiamo fermarli, prima che ritornino da lui. Al sorgere del nuovo sole sarà troppo tardi…” Poi, le voci si allontanarono nella notte.

6

Anna attese. E attese. E attese ancora un po’. Gli otto strani personaggi erano svaniti nel nulla. Quando decise di avere aspettato abbastanza, usci dalla grotta e lasciò le sue prime orme sulla spiaggia misteriosa che si allungava davanti a lei. I minuscoli granelli di sabbia catturavano la luce della luna e si trasformavano in una via lattea di stelle infinitamente piccole; stelle che incorniciavano il mare blu cobalto.
Anna guardò il paesaggio e le venne in mente l’anello della nonna che la mamma qualche volta indossava. Uno zaffiro blu come quel mare, circondato da diamanti che brillavano proprio come in quel momento luccicava la spiaggia. Da piccola, aveva fissato lo zaffiro per ore, convinta che dentro quella pietra dal colore del cielo notturno, fosse nascosto un altro universo. Adesso le pareva che quell’altro universo l’avesse sommersa. Mentre passeggiava trasognata, udì il suono di un flauto tubare lontano, era il vento che soffiava tra i rami.
Si girò, dando le spalle al golfo e vide un fitto colonnato di alberi separarla dalle alte montagne. Non era una pineta ordinata, come quella di casa sua, ma una foresta. Le sue piante si affollavano una sopra l’altra senza lasciarsi spazio per respirare, e si rincorrevano fino sotto i monti, appuntiti e incoronati dalla neve.
“Chissà cosa c’è dall’altra parte? Ma soprattutto, adesso, dove vado?” domandò a voce alta.
Tutto si aspettava fuorché di sentire, accanto a lei, il muflone risponderle con voce da tenore:
”Ora sei tu che devi seguire me. Dobbiamo lasciare la spiaggia prima che il Capitano Coppoli ritorni insieme ai suoi pirati.”
Anna lo fissò negli occhi viola. Poi, certa che il muflone e il gufo fossero lo stesso animale, lo seguì, proprio come quella mattina il gufetto aveva seguito lei.

7

Non era facile attraversare la foresta. La densa vegetazione s’intrecciava in una rete tesa a intrappolare gli estranei. Anna fece pochi passi ma le dispettose spine del sottobosco presto le strapparono il bordo ricamato del vestito di cotone bianco, mentre le sue scarpette argentate si riempirono di sassolini appuntiti. Quando si sedette su un tronco per svuotarle e riposarsi un istante, accanto a lei notò un fiore a forma di campana, di cui non riuscì a distinguere con precisione il colore. Il fiore era tra il rosa e l’arancione chiaro; e pieno d’acqua. Anna pensò che avesse piovuto da poco, ma le sue dita sfiorarono la terra e la trovarono tiepida e asciutta. L’aria fresca e umida della notte si riscaldava e seccava vicino alla terra. Il nonno le aveva spiegato che le correnti di aria calda salgono verso l’alto, mentre quelle fredde scendono. In quella foresta, le correnti correvano al contrario.

Aveva appena infilato la seconda scarpetta, quando fu investita da un rumore assordante. Alzò gli occhi e vide gli alberi del bosco tremare. Ogni ramoscello, pianta e albero si scosse con rabbia nel tentativo di scacciare una presenza nemica. Lei, forse. Lontano, udì l’ululato di un lupo.
“Presto! Monta in groppa!” Urlò il muflone, “ Dobbiamo raggiungere le montagne! Lì saremo al riparo.” Anna si arrampicò sul dorso dell’animale e con le piccole braccia afferrò il collo. Cominciarono a correre, il muflone saltava agilmente da un punto a un altro, a volte quasi volava con la leggerezza del piccolo gufo. Attorno, le piante si attorcigliavano e con ostinazione tentavano di afferrarli. Ma il muflone era più veloce di loro e schivava ogni ostacolo con l’abilità di chi l’aveva già fatto e non una volta sola. Affidandosi completamente alla sua guida, Anna chiuse gli occhi e, per non scivolare, si strinse forte al collo possente dell’animale.

8

Aveva perso ogni cognizione del tempo.
Distesa sul dorso del suo nuovo amico, Anna girò il capo a destra e a sinistra per guardarsi intorno. La foresta era alle loro spalle e avevano raggiunto le montagne. Gli alberi avevano smesso di tremare. Saltò a terra, felice di sentirla di nuovo ferma sotto i suoi piedi. Si avvicinò alla parete rocciosa che s’innalzava ripida davanti a lei. Dal suo punto di osservazione, non riusciva a vederne la cima ed era incerta se considerarla un rifugio o un ostacolo alla sua fuga. Quel mondo cominciava a sembrarle ostile. Mentre galoppavano nella foresta, aveva avuto la sensazione che mille occhi la stessero osservando. Ogni sasso, ogni ramoscello, ogni minuscola foglia. Sapevano che lei non apparteneva a quel mondo. Udì di nuovo il lupo. Adesso però la foresta taceva e l’ululare risuonò più vicino e insistente. Anna pensò che il lupo gridasse di dolore non di rabbia. Forse era un mondo ostile a tutti, non solo a lei. Quanto le mancava la quiete serena della Torre, le sembrava fossero passati giorni da quando l’aveva lasciata.

“Devo tornare a casa.” Disse a sè stessa e al muflone accanto a lei. “Tu mi puoi aiutare?”
La voce da tenore la meravigliò di nuovo, morbida e melodica le parve viola come il suo padrone.
“Tutto ciò che posso fare è portarti dal Mago Orfeo. Non è cosa da poco. Il mago Orfeo un tempo regolava gli spostamenti tra questo e gli altri mondi. Era il Guardiano dei Confini. ”
“Fu lui ad aprire per primo i Passaggi e la grotta doveva essere uno di questi. Da quando ha abbandonato la Corte delle Stelle, vive dall’altra parte di queste montagne. Io devo tornare da lui…”
Anna pensò che se questo tale Orfeo era addetto agli spostamenti tra un mondo e quell’altro, questi spostamenti dovevano essere abbastanza frequenti. Forse c’erano altre persone come lei, perse in un mondo che non era il loro.

Il muflone continuò:
“C’è una galleria che attraversa le montagne e conduce dall’altra parte. Arriveremo in fretta e presto tornerai a casa.”
Mentre parlavano, arrivarono proprio davanti all’ingresso della galleria. In alto, su entrambi i lati, erano incastonate torce da cui emanava un’intensa luce verde.
“Almeno non è buia” pensò, tirando un respiro di sollievo.
“Anna, prima di andare oltre, vorrei cogliere l’occasione di presentarmi. Il mio nome è Sekel ma, se preferisci, puoi chiamarmi Sek.”
Era la prima volta che Sek la chiamava per nome e Anna sentì che davvero erano amici, legati da un filo invisibile e indistruttibile.
E fu così che entrarono insieme nella galleria.

9

Di nuovo in groppa a Sekel, si aggrappò al collo e appoggiò la guancia sulla pelliccia morbida. Le luci sulle pareti scivolavano verso l’infinito. Sotto di loro le corna viola rilucevano come scolpite nell’ametista.
Il buio era lontano, racchiuso in un cerchio scuro e indietreggiava a ogni loro passo. Anna cercò di afferrarlo con gli occhi, ma il punto dove le luci s’incontravano ed erano risucchiate dalle tenebre continuava a sfuggirle come il pendolo di un illusionista. Lentamente, l’oscillare di quell’immaginario pendolo oscuro e il rumore del tamburellare degli zoccoli di Sek la ipnotizzarono, fino a farla cadere in un sonno profondo.

Quando aprì gli occhi era sul ponte di un vascello simile a quello che aveva visto nella grotta. Attorno a lei era in corso una battaglia e uomini sconosciuti si rincorrevano l’uno con l’altro, brandendo armi di ogni sorta. Erano nel mezzo di una tempesta. Lampi feroci, annunciati da tuoni assordanti, squarciavano il cielo verde scuro. Il mare nervoso colpiva con forza la nave facendola fremere come impazzita, e le sue onde arrivavano così in alto da ricoprire il ponte, per poi ricascare scroscianti sull’altro lato. Mancò poco che una di esse non la travolgesse. Fradicia di pioggia e acqua di mare, corse a cercare un nascondiglio. Aveva i capelli e i vestiti bagnati e gocce salate le bruciavano gli occhi. Si accucciò dietro il secondo albero, battendo i denti per il freddo. Nella confusione, non si accorse che di fianco a lei si era nascosto anche qualcun altro.

A prima vista lo scambiò per un bambino, piccolo di statura e con i lineamenti affilati. Poi udì la voce che usciva da quelle labbra sottili mentre mormorava parole sommesse, quasi fossero una preghiera. Era dura e tagliente come la lama di un coltello. L’ometto fissava con ossessione un medaglione che stringeva tra le mani. Le sue dite tremavano come foglie, doveva essere molto spaventato.
Tutto a un tratto, da una fessura circolare al centro del medaglione si levò un raggio luminoso che salì alto nel cielo e bucò le nuvole. Oltre la coltre, il raggio si piegò su se stesso. Con una curva a spirale ricadde giù, colpì il ponte della nave e lo tagliò a metà.

Il vascello si spezzò e la prua affondò quasi immediatamente. In un attimo fu risucchiata dalle onde, come se non fosse mai esistita. Anna vide il volto di un uomo davanti a lei tingersi di terrore e si accorse che erano rimasti solamente in otto a combattere a poppa. Gli altri marinai erano finiti in fondo al mare. Anche l’ometto era sparito. Tra le urla dei superstiti, sentì qualcuno che la chiamava: “Anna, Anna…” Strinse gli occhi per cercare di distinguere da dove provenisse la voce. Quando li riaprì, era di nuovo a cavallo di Sek nella galleria. Si toccò il vestito, asciutto; e anche i capelli. Il tepore della galleria era talmente diverso dal freddo violento che aveva provato sulla nave che la confuse.

“Brutto sogno?” Chiese Sek. Anna per qualche secondo non disse niente. Di solito i suoi sogni erano molto realistici, ma questo… Questo non era stato un sogno. La pioggia, il vento e il freddo, li sentiva ancora sulla pelle.
“Questa galleria potrebbe durare in eterno” disse Anna indicando le due fila di torce sulle pareti che si riflettevano l’una nell’altra trasformando le fiamme in migliaia di specchi.
“Vedrai, è una scorciatoia…” mormorò Sek per rincuorarla.

In quel preciso istante fu interrotto da una vocetta acuta e indispettita.
“Solo per chi sa la strada!”
Anna udì il breve squarcio nel silenzio. La galleria semibuia sembrava vuota. Forse erano state le pareti a parlare?
“Più giù, più giù signorina. Mica siamo tutti alti come questo caprone…”
Anna si girò verso Sek che fissava attentamente le ombre sul pavimento. In un angolo della parete, c’era un piccolissimo tavolino dietro il quale stava seduto un topino vestito da portiere. La divisa era rossa. Sulla testa, portava un cappellino dello stesso colore. I bottoni della giacca e le rifiniture della visiera sembravano invece d’oro zecchino.
“Oh…un ratto che fa l’usciere.”
Anna fu colpita dalla risposta laconica e sprezzante di Sek. Non se l’aspettava.
“Usciere? Io?“ La voce del topino sembrava possedere il timbro giusto per raggiungere orecchie molto lontane da lui.
“Un po’ di rispetto per favore. Io sono il Guardiano della Montagna!” disse rimarcando con forza le due vocali della prima persona singolare.

10

A questa solenne dichiarazione, Anna saltò giù dalla schiena di Sek e ritrovate le buone maniere, si presentò:
“Buona sera, Signor Guardiano, il mio nome è Anna. Sono onorata di fare la sua conoscenza”.
Con un balzo piuttosto felino per un topo, il Guardiano si avvicinò a lei. Per guardarla meglio, si alzò sulla punta dei piedi. Poco soddisfatto del risultato, si voltò, saltò sul tavolo e si ricompose. Poi, ritto come un soldatino, le rispose con la sua voce squillante.
“Buona sera signorina Anna. Cosa la porta da queste parti?”
“Non è per farmi i fatti suoi, sa. E’ il mio ruolo di Guardiano che m’impone di farle domande indiscrete.“
Ma ad Anna la sua schiettezza non aveva dato fastidio, così decise di essere altrettanto sincera. In fondo non aveva alcun motivo di mentire.

“Mi sono persa. Credo di avere perso non solo la strada, ma anche il mio sole, la mia casa e il mio golfo. Sek mi sta portando da una persona che conosce. Dice che forse potrà aiutarmi. Il mago Orfeo…”
“Cosa?” A quel nome il topino sussultò.
“Il Mago Orfeo non aiuterebbe nemmeno la sua immagine riflessa in uno specchio…”
Sek tamburellò infastidito gli zoccoli e, scortesemente, tagliò corto:
“Beh, se non per bontà d’animo, sicuramente per curiosità…”
Il muflone e il guardiano si scambiarono sguardi carichi di risentimento.
“Se fossero lame, s’infilzerebbero.” Pensò Anna, sentendo la tensione crescere nell’aria.
Per riportare la pace, chiese:
“Vi conoscete da molto?”
“Da anni. Da quando, prima di diventare Guardiano della Montagna, ero un topo da vascello.”
Rispose il topino mentre scendeva dal tavolo e le faceva segno di abbassarsi.
Anna s’inginocchiò e il piccolo Guardiano si arrampicò sulla sua mano, poi, come da un palcoscenico, iniziò a raccontare.

“Ci incontrammo durante la mia ultima traversata. Il Mago Orfeo, Sek e i suoi fratelli viaggiavano con noi. Si può immaginare la confusione nella stiva, con le loro stazze… Un giorno, durante una spaventosa tempesta, il nostro vascello fu attaccato dai pirati. Sek e i suoi fratelli riuscirono a volare via, abbandonando tutti gli altri un attimo prima della tragedia. Avrà notato, credo, che solo quando brilla la luna Sek si trasforma in un gigante caprone…”
“…muflone…” Lo interruppe dolcemente Anna.
“Un nome vale l’altro. In ogni caso, durante il giorno, non è altro che un piccolo gufo. Ad ogni modo, io non seppi mai cosa successe veramente. Mi ero nascosto sotto la stiva. In quegli anni, sa, non mi distinguevo per il mio coraggio… Si dice che quando il Mago Orfeo tentò di fuggire, la paura e la tempesta gli giocarono un brutto scherzo e qualcosa andò storto. Il Mago svanì e la nave andò a fondo. I superstiti furono pochissimi…”
Il topo terminò con tono drammaticamente teatrale e sfidò con un gesto della zampa il suo avversario a controbattere.

Anna non riuscì a trattenersi.
“Mi scusi, ma non capisco. La colpa della tragedia fu sicuramente dei pirati, no?”
“Brava Anna!” esclamò Sek.”Sono d’accordo con te. Ed è esattamente quello che dissi anch’io.
Purtroppo però, pochi la pensarono come noi. Dopo la tragedia, il mago Orfeo fu ritenuto l’unico responsabile. Solo i miei fratelli ed io lo difendemmo. Ancora oggi crediamo abbia avuto un buon motivo per fare quello che ha fatto.”
“Sciocchezze!” Strillò, irato e impaziente, il Guardiano della Montagna.
“Anche un topo infante sapeva che il Capitano Coppoli, come Guardiano del Mare, non avrebbe potuto torcere un pelo a nessuno.”
Anna non capiva più nulla. Quei due la stavano confondendo.
“Come può un pirata essere il Guardiano del Mare? E il Capitano Coppoli, non è quel ragazzino che abbiamo visto nella grotta?”
“Oh, certo che no. E’ quella gran peste di suo figlio. Il vecchio Capitano Coppoli era un vero gentiluomo.”
Il topino si girò verso di lei, abbassò la voce e pazientemente provò a spiegarle.
“Vede signorina, per mantenere l’equilibrio tra mare e terra, una piccola parte del carico di ogni nave che solca le onde spetta di diritto ai pirati. Ai suoi tempi, il Capitano abbordava le navi solamente per riscuoterla. Quella notte rimasero uccisi, oltre ai passeggeri del vascello, anche undici dei suoi diciotto pirati. E tutto questo grazie al “povero” Mago Orfeo. Che l’abbia voluto o meno, ha spinto lui questo mondo verso il caos. I Guardiani mantengono l’equilibrio tra gli elementi. Rappresentano la natura e lo spirito delle cose in ogni momento e cambiano col mutare dei tempi. Dopo la morte del vecchio Capitano Coppoli, molti Guardiani sono spariti, si sono distratti o sono stati corrotti. Tra tutti, solo io e pochi altri prendiamo ancora seriamente il nostro ruolo. Ma questa è un’altra storia.”

Sek scalpitò con rabbia.
“Basta dire sciocchezze. Il mago Orfeo era il più potente Guardiano della Corte delle Stelle. Ci sarà stata una ragione per il suo agire. Doveva essere accaduto qualcosa di molto grave per averlo spinto a comportarsi così. Ormai va di moda affibbiargli tutte le colpe del mondo.
“Beh” disse il topino sommessamente ”è stato cacciato dalla Corte oppure no? Neanche lui è più il Guardiano dei Confini.”
Dal nervoso, Sek era diventato più viola del solito.
“Perché sia stato cacciato, non lo sa nessuno. Credo che tu debba smettere di spaventare Anna con storie inventate da malelingue. “

11

“Fate come volete, io vi ho avvertito…” borbottò il topino e scuotendo la testa tornò a sedersi dietro la sua scrivania.
“Su, Anna, andiamo…” anche se era un Sek molto spazientito quello che le stava facendo cenno di proseguire, ad Anna dispiaceva lasciare le cose in quel modo e s’inginocchiò di nuovo a terra per salutare il Guardiano. Non riuscì a guardarlo negli occhi, perché li aveva coperti con la visiera del cappello eppure pensò di avere visto l’accenno di un sorriso.

“Comunque… Se fossi in voi… Io andrei da quella parte.” E quella fu l’ultima cosa che sentì dire da lui. Poi dalla sua minuscola zampa sbocciò, come un piccolo fiore, una lucina verde.
“Anna…” Sek la richiamò con tono di rimprovero.
“Aspetta.” Anna seguì la lucina che si era avvicinata a un lato della galleria. La bambina allungò la mano aspettandosi di toccare la roccia. Non sfiorò nulla, la parete davanti a lei era fatta di vapore.
”Non è solida, guarda, sembra una nuvola”.
Fece pochi passi e l’attraversò.

Per qualche secondo si perse nella nebbia. Quando ne uscì e guardò in alto, la luna brillava, piena e immobile nel cielo scuro. Era di nuovo ai piedi della montagna. Dietro di lei, udì un rumore di zoccoli.
“Che furfante, ” stava borbottando tra sè e sé il muflone. “Sono anni che passo di qua e mi ha sempre fatto fare la strada più lunga.”
“E’ giusta allora? Siamo dall’altra parte della montagna?”
Ad Anna il paesaggio notturno sembrava identico a quello che avevano lasciato prima di entrare nella galleria.
“Si. Siamo vicini alla Rocca del Destino, la dimora del mago Orfeo.” Confermò Sek.
“Peccato, siamo andati via senza ringraziarlo! Era buffo, ma gentile. Vero Sek?”
“Buffo, si…Non ti preoccupare, lo rivedrai sicuramente… ”
Sek indicò con gli occhi la lucina verde che si era posata sulla sua spalla.
“Che carina! Chissà se ci accompagnerà anche lei?” Anna sorrise. La luce verde volò in alto volteggiò nella notte e poi svanì tra i ricci neri della bambina.

“Chissà?” disse Sek. ”Adesso, però, vediamo di trovare un posto dove tu possa mangiare e riposare.”
“Mi sono già riposata prima nella galleria. Mi sono addormentata sulla tua schiena…”
Mentre diceva quelle parole, Anna pensò al sogno che aveva fatto e a quanto fosse simile al racconto del Guardiano.
“Chissà se quel piccolo ometto era il Mago Orfeo?” Si chiese. Qualcosa dentro di lei la trattenne dal parlarne con Sek e fu distratta dal gorgogliare del suo stomaco vuoto.
“E’ vero. Ho fame.” Constatò, risalendo sulla groppa di Sek.

Mentre costeggiavano la montagna, Anna ripensò alla storia del Mago Orfeo.
“Sek?”
“Si?”
“Che cos’è la Corte delle Stelle?”
“La Corte delle Stelle è il centro di questo mondo. Il suo ruolo, e quello dei Guardiani, è di mantenere tutto in equilibrio. E’ governata dalla Regina Ottavia e dal re Uberto. La regina, seduta sul Trono del Sole, regge e garantisce l’ordine durante il giorno; la notte, il re Uberto fa lo stesso dal Trono della Luna. Sono aiutati dal Consiglio dei Guardiani degli Astri Celesti.”
“E dov’è? Lontana da qui?”

“Tutte le strade del nostro mondo portano alla Corte delle Stelle, se chi le percorre, vuole veramente arrivare. Quando hai un motivo importante per cercarla, la trovi sempre. In realtà di solito, pochi tra gli abitanti hanno occasione o necessità di recarsi là. La vita è sempre molto più interessante quaggiù. Adesso però… non è mai successo che il sole tramontasse alla mattina. Molti vorranno delle spiegazioni. Non oso immaginare l’anarchia cui porterà questa notte improvvisa.”

Mentre parlavano, raggiunsero un’abitazione costruita in modo tale da sembrare che tutte e quattro le sue mura si arrampicassero sulla montagna. Era come se la casa, in fuga dalla foresta, cercasse disperatamente di raggiungere la cima.
“Siamo arrivati. Questa locanda è gestita da una donna dal cuore d’oro. Se entri e le racconti che ti sei persa, ti darà sicuramente qualcosa da mangiare e un letto dove riposare.”
“Tu non entri con me?”
“Beh, sono un po’ grande per entrare. In ogni caso, la mia relazione con il Mago Orfeo mi rende malvisto quasi dappertutto. Non ti preoccupare, basta che tu non le dica dove stai andando e con chi. Vedrai, si prenderà cura di te. Un’ultima cosa, mi raccomando. Se quando ti svegli non mi trovi, aspettami. Se devi per forza muoverti, continua a costeggiare la montagna. Non entrare mai nella foresta. È pericolosa soprattutto per persone come te. Persone cioè che non appartengono al nostro mondo”.

Anna abbracciò Sek. Se avesse potuto, non lo avrebbe mai lasciato, ma la fame era ormai davvero accecante.
“Ci vediamo tra poco”. Lo salutò mentre, ancora incerta, apriva la porta di legno della locanda.

12

Gli occhi impiegarono qualche secondo ad abituarsi all’oscurità della locanda. La foresta, grazie alla luce della luna piena che splendeva alta in cielo, era molto più luminosa. Lì, invece, le poche candele accese riuscivano a malapena a rischiarare il buio sui tavoli dov’erano posate.
Quando finalmente riuscì a distinguere un posto libero, andò a sedersi in un angolo e provò a guardarsi attorno. Quel luogo era immenso. Da dove era seduta, faceva fatica a vedere la parete opposta. E dire che dall’esterno, la locanda non le era sembrata particolarmente grande. Provò a contare i tavoli e si accorse che dovevano essere più di una trentina. Quelli in fondo erano talmente immersi nel buio che era impossibile calcolarne il numero esatto. Ai due lati della sala vide due colonne di un’oscurità ancora più intensa. Attorno, la luce scompariva e le ombre diventavano solide.

Poco distanti dalla colonna più vicina a lei, quattro energumeni giocavano con la testa china nascosta dietro le carte e bisbigliavano a bassa voce, senza mai incrociare gli sguardi. Quando lanciavano o raccoglievano le carte, le loro braccia, grosse come tronchi d’albero, si muovevano a fatica. Anna non riusciva a capire se fossero le braccia o le carte ad essere troppo pesanti. Erano quattro montagne immobili. Dall’altra parte della stessa colonna oscura, si accorse di una coppia immobile come i quattro giocatori. Come loro, anche i due si muovevano a fatica e quasi non proferivano parola, gli occhi di entrambi fissi sul piatto. A differenza dei giocatori di carte, però, le braccia della coppia erano lunghissime e sottili con, ancorate in fondo, mani grandi quanto pinne. Potevano essere fratello e sorella, avevano le stesse orecchie a sventola, lo stesso viso tondo e lo stesso collo sottile che per puro miracolo sosteneva la testa. Nonostante fossero seduti allo stesso tavolo, sembravano lontanissimi l’uno dall’altro, imprigionati nelle loro sedie. Anna sentì il buio anche dentro di loro.

“Vuoi un bicchier d’acqua, mentre li aspetti?”
Anna si voltò. Una donna alta e robusta si era avvicinata e aveva acceso una candela. Portava una cuffietta nera annodata storta sulla testa, un grembiule bordeaux e un vestito grigio. Anna si stupì di non averla sentita arrivare. Il silenzio era tale che ogni rumore avrebbe dovuto rimbombare, invece tutti i suoni erano assorbiti, risucchiati proprio come le particelle di luce attorno alle due colonne.

“Aspetto…?”
“I tuoi genitori, cara.” Continuò gentilmente la signora.
“Ah, loro…Beh, vede… Li ho persi, questa mattina quando…” Anna lasciò sospesa la sua spiegazione. La locandiera strinse gli occhi preoccupata e tra le sue sopracciglia si formò un punto interrogativo ..?..”
“Oh cielo! Quando?…”
“Sì…ecco, speravo…. non ho soldi ma…”
Anna stava per continuare ma l’interrogativo sulla fronte della donna si trasformò d’un tratto in un punto esclamativo: “!”.
La locandiera e Anna tirarono assieme un respiro di sollievo.

“Certo tesoro mio! Ti porto subito qualcosa da mangiare e dopo ti troviamo un letto, va bene?”
Chiaramente felice di rendersi utile, la donna girò i tacchi e fece qualche energico passo verso il centro della sala. Poi, vicino alla prima delle due colonne d’ombra, di colpo svanì.
Dopo qualche secondo riapparve nello stesso punto dove era scomparsa. Portava un vassoio di legno su cui Anna vide una scodella e un piatto.
“Ecco qua! Zuppa, pane e formaggio….Aspetta un attimo che…” ancora una volta, la donna si dileguò per ritornare con una caraffa e una coppa di metallo.

Anna la ringraziò e iniziò a mangiare lentamente la zuppa, ipnotizzata dai suoi colori luminescenti. Ogni volta che immergeva il cucchiaio, vivide pennellate viola, arancioni, verdi e rosse s’intrecciavano tra di loro senza mai fondersi l’una con l’altra. Gli ingredienti della zuppa si ribellavano e si rifiutavano di mischiarsi tra loro. Ogni pennellata aveva vita propria; si attorcigliava, si allungava e disegnava forme strane nella scodella.
Qualcosa dentro di lei le suggerì di non mangiarla, così Anna provò a prepararsi un panino con il formaggio. Ebbe la stessa impressione. Nella sua bocca, il sapore del pane non andava più d’accordo col sapore del formaggio. Provò la stessa sensazione che aveva provato da piccola quando aveva assaggiato il cioccolato con il pomodoro. Buoni tutti e due, ma decisamente meglio mangiarli da soli! E così fece, mangiò prima il formaggio, bevve una coppa d’acqua e poi mangiò il pane.

Stava pensando come nascondere la zuppa, per non offendere la gentile signora, che la porta si spalancò e un giovane uomo molto alto fece il suo ingresso nella locanda. L’uomo si sedette al tavolo accanto al suo. Aveva lunghi riccioli neri, che gli scendevano sulle spalle, e i suoi lineamenti erano allo stesso tempo decisi e delicati. Portava un cappello di feltro scuro dalle falde larghe e una giacca adornata con bottoni preziosi e intricati ricami.

Il suo arrivo risvegliò la locanda come una scarica elettrica. Appena lo vide, la locandiera, aiutata da due ragazze bionde, apparecchiò il tavolo con premura affrettata. Poi, scacciò via le cameriere, e si mise a sedere di fianco a lui.
“Su, su! Lasciate mangiare con calma il nostro ospite”, disse, con un tono che lasciava supporre ben altre intenzioni. Seduta accanto a lui, lo guardava infatti con impazienza come se stesse attendendo qualcosa. Il giovane non disse nulla. Nel silenzio Anna sentì la preoccupazione di entrambi riecheggiare assordante.

Passarono molti minuti così, immersi nel rumore dei tanti pensieri, poi la locandiera non riuscì più a trattenersi e domandò:
“Allora? Che notizie ci sono dalla Corte? Avete spiegazioni per quello che è successo?”
Dalla familiarità con cui gli parlava, Anna decise che si dovevano conoscere piuttosto bene.
“Mi dispiace Luisa, purtroppo sono solo un messaggero. Nessuno alla Corte sa di certo cosa stia succedendo. So solamente che Re Uberto è scomparso e la regina Ottavia ha abbandonato il Trono del Sole per sedersi sul Trono della Luna al posto del suo compagno. Sotto suo incarico sto andando alla Rocca a parlare con il mago Orfeo e mi è stato chiesto di venire prima da te per domandare il tuo aiuto. La regina spera tu decida di accompagnarmi. Abbiamo bisogno di te per convincerlo a collaborare con noi. Per aiutarci a cercare il nostro Re. Senza di lui, il Guardiano più potente che sia mai esistito, non abbiamo speranze.”
Luisa abbassò gli occhi e, per un secondo, si voltò a guardare Anna. Poi, si rivolse di nuovo verso il giovane.
“Tateb, mi dispiace. Non posso lasciare le ragazze a gestire la locanda da sole, soprattutto non di questi tempi se neanche i Guardiani sanno cosa più quello che succede. Poi, anche se decidessi di venire con te, sarebbe completamente inutile, credimi. E’ passato troppo tempo, siamo cambiati entrambi.”
Tateb le strinse le mani, scuotendole con forza.
“Ti prego Luisa, devi fare un tentativo. Se non riuscirai tu a convincerlo, non ci riuscirà certamente nessun’altro. Ricorda quello che la Corte ha fatto per voi in tutti questi anni…”
Senza nemmeno finire di ascoltare, Luisa si staccò da lui, si alzò e si avvicinò ad Anna.
“Forza tesoro, andiamo a dormire.” Parlò con tono deciso e la condusse per mano fino al centro della stanza, dove Anna aveva notato una delle due colonne di ombra.

Proprio lì, nascosta agli occhi di tutti, una scaletta a chiocciola si arrampicava in alto e attraversava il soffitto. Cominciarono a salire i gradini. Al secondo giro di spirale, Anna guardò in su e ne vide ancora molti inseguirsi uno dietro l’altro e scomparire nell’oscurità. Continuò a salire, con la sensazione di non arrivare mai. Dopo un’eternità, o forse dopo solo un istante, Anna non ne era sicura, raggiunsero il primo piano e Luisa finalmente sorrise.
“Interessante, vero? Un regalo di un vecchio amico. C’è un’altra scala esattamente uguale sul lato opposto della sala, che porta alle camere degli ospiti. Queste sono le mie stanze private.”

La stanza, come tutto nella locanda, era molto più vasta di quanto Anna si aspettasse e decisamente molto caotica. C’erano poltrone rosse, blu, marroni e verdi, dei materiali più disparati e distribuite a caso nello spazio, e poi tappeti di altrettanti colori, sovrapposti gli uni su gli altri. C’erano tavoli alti e bassi, alcuni intarsiati preziosamente, altri di umile legno grezzo, accantonati l’uno vicino all’altro senza senso. Anna vide alcuni mobili antichi sui quali erano dipinte scene di vita campestre, e altre che invece rappresentavano le vite di persone benestanti. In questi ultimi, Anna notò che tutte le figure erano vestite con mantelli e cappelli rossi o blu scuro. Su ciascuno dei mantelli vide disegnati simboli argentati o dorati. Infine, dappertutto, sui tavoli, sui mobili e sulle poltrone, erano ammucchiate decine e decine di libri. Ogni volume doveva essere stato letto più volte, perché tutte le copertine erano sgualcite. Alcuni erano stati abbandonati aperti per terra, le loro pagine stropicciate e macchiate, da un lettore distratto da troppi pensieri. A rallegrare quell’incredibile confusione, il fuoco scoppiettava in un grande camino di pietra grigia.

13

La locandiera accompagnò Anna in una stanza arredata con un tavolo, una sedia, un letto e nient’altro. Dopo la confusione del salotto, la camera sembrò meravigliosamente ordinata, proprio come piaceva a lei.
“Adesso riposati… Ora che ci penso, piccola, non so neanche il tuo nome…”
“Anna. La ringrazio tantissimo per tutto…”
“… Luisa. Non ti preoccupare di nulla, cara. Ora cerca di riposare e più tardi, quando ti sarai svegliata, parleremo. Stai tranquilla Anna, vedrai che andrà tutto bene.”
Luisa uscì socchiudendo gentilmente la porta.

Anna si sedette sul letto, abbassò gli occhi e scorse, appoggiata su un dito, la lucina verde.
“Sei ancora qui! Dove ti eri nascosta?”
Per tutta risposta, la lucina s’infilò nella manica per poi uscirne di nuovo tornando a posarsi delicatamente sull’indice della mano sinistra. Anna la guardò con maggiore attenzione. Anche se non era calda, la piccola luce verde emanava serenità e allegria. Era un concentrato di vita. Anna si distese, si girò su un fianco e si addormentò di colpo. Quando riaprì gli occhi, la lucina verde era ancora accanto a lei. Lentamente si stiracchiò e scese dal letto, posando con molta calma i piedi per terra. La lucina, però, era impaziente di uscire e volò veloce verso la porta.
“Aspetta!” La chiamò Anna e si affrettò a seguirla in salotto.

Luisa, seduta su una poltrona, guardava pensosamente il fuoco.
“Già sveglia?”
“Mi sembra di avere dormito per mesi.”
Anna pensò a Sek. “E se non lo trovo più?” Il dubbio era rimasto con lei dal momento in cui era entrata nella locanda e ora desiderava con tutta la sua forza uscire a cercarlo.

In quel momento, la testa di una delle due ragazze bionde affiorò dal pavimento. Anna rimase di stucco, poi si ricordò dell’invisibile scala a chiocciola.
“Tieni mamma.” Disse la ragazza, allungando a Luisa un pacco di vestiti. Poi la testa bionda svanì.
“Questi sono abiti di quando Greta era piccola come te. Quelli che hai indosso non sono molto indicati per andare in giro nella foresta.”

Luisa le porse una casacca rossiccia e un paio di pantaloni marroni di tela grezza. Anna notò con sollievo anche un paio di sandali di cuoio. Le sue scarpe argentate erano quasi consumate.
“Ti ho fatto portare anche una borsa di pelle, dove mettere le tue cose, e una coperta, per il freddo. Quando hai finito di cambiarti, vieni in cucina. Vado a prepararti qualcosa da mangiare da portare con te.”
Così dicendo, Luisa aprì la porta accanto al camino ed uscì.

In quel momento, la lucina verde cominciò a danzare vorticosamente attorno ad un vecchio libro abbandonato per terra. Sulla rilegatura di pelle blu, Anna lesse Hendegaard, scritto in grossi caratteri argentati. Aprì il libro e sulle pagine davanti a lei vide delle facce muoversi e contorcersi. Tormentate dall’odio e dalla rabbia, non sembravano umane. Fu solo un attimo, poi le pagine tornarono bianche.
“Forse è un diario” pensò, riappoggiando turbata il libro dove l’aveva trovato. Quelle figure apparse e svanite in un istante, le erano rimaste impresse nella mente come se dalle pagine fossero saltate dentro di lei.
“Me le sarò immaginate.” Quella spiegazione non la convinse completamente ma si alzò lo stesso e si diresse verso la stanza. “Vieni?” disse alla lucina che sembrava impazzita e saltava avanti e indietro dal libro alla borsa.
“Vuoi che lo prenda? Non posso. Non è mio, non è giusto prendere le cose degli altri…”
La lucina non sembrava volerla ascoltare e continuava a saltare. Sembrava un luminoso grillo verde ubriaco. Anna sorrise. Dopo qualche minuto, impressionata da tanta insistenza, rifletté.
“E’ solo un diario vuoto… Va bene, va bene, lo prendo!”
Di fretta nascose il libro sul fondo della borsa, lo coprì bene con la coperta, poi rientrò nell’altra stanza a cambiarsi.

Quando fu pronta, tornò in salotto. Le dispiaceva lasciare quel posto così diverso da casa sua. Anche se il disordine dei libri, i colori vibranti delle poltrone e dei tappeti e il fuoco scoppiettante erano lontani dall’ordine, dalla calma e dal silenzio della Torre della Solitudine erano, a loro modo, accoglienti e familiari, sicuramente più della foresta e della notte che l’attendeva fuori dalla locanda. La voglia di ritrovare Sek, tuttavia, era più forte di qualsiasi altra cosa. Sek l’avrebbe condotta dal Mago Orfeo e poi finalmente a casa. Anna, con la speranza nel cuore, si avvicinò alla porta accanto al camino, la spinse delicatamente con la mano…

14

… e scivolò nel corridoio. Il buio la avvolse come un mantello, le incappucciò il volto e le coprì gli occhi. Lentamente, davanti a lei, un minuscolo puntino luminoso cominciò a crescere, poi sempre più grande esplose in un fiore di luce argentata e disperse le tenebre. Anna rimase immobile, ancora una volta senza parole. Com’era finita sui gradini più alti di un immenso anfiteatro?

Era tutto di marmo bianco, illuminato a specchio dalla luce della luna che splendeva alta in cielo. Le scalinate scendevano ripide come tanti ruscelli di montagna gonfi di neve, che confluivano attorno a un palcoscenico semicircolare. Li, al centro dell’anfiteatro, Anna vide un trono d’oro e uno d’argento, entrambi ricoperti di pietre preziose.

C’erano diversi gruppi di persone, abbigliate vistosamente con cappelli e mantelli di velluto blu scuri o rossi. Ad Anna tornarono in mente le scene rappresentate sui mobili nello studio di Luisa. Tutti discutevano aggressivamente tra loro. I più litigiosi sembravano inveire soprattutto contro i due troni scintillanti al centro dell’anfiteatro.

Quello d’oro, a destra, era vuoto. Su quello argentato, a sinistra, era seduta una donna vestita di nero, con lunghissimi capelli biondi. Era la donna più bella che Anna avesse mai visto, ma il suo viso era tirato, una maschera triste indifferente al mondo che la circondava. Mentre la osservava, la donna alzò gli occhi e i loro sguardi s’incrociarono in un abbraccio. Anna si sentì intimamente connessa a lei, talmente vicina da poterla toccare. Alzò una mano per farle una carezza e la donna sorrise, un debole raggio di sole in quella notte eterna. Poi, il sorriso svanì.

“La disperazione costruisce un muro tra noi e gli altri, dietro al quale, a volte, ci nascondiamo, come dietro una fortezza, per non reagire, per non provare a cambiare le cose. Speriamo che la disperazione stessa ci protegga da nuove sofferenze… Ma non è così… ”
Anna si voltò e vide accanto a lei un vecchio signore di mezza statura. Aveva i capelli bianchi, la barba molto curata e gli occhi grigi chiarissimi, come il colore del cielo all’alba. Sulle spalle portava un mantello blu scuro con degli strani disegni o, piuttosto, segni. In quel momento, Anna notò che ogni mantello era diverso dagli altri.
“Sono i nostri sigilli…” mormorò il vecchio signore.
“Mi ha letto nel pensiero?”
“Oh no! Ti ho letto negli occhi! La curiosità è un tratto molto evidente, che illumina lo sguardo in maniera irriverente. A differenza di chi la teme, è una qualità che io ammiro tantissimo nelle persone. Chi ne è spaventato è perché ha qualcosa da nascondere. Io credo che invece sia essenziale nella vita. Nel tuo caso, ad esempio, aiuta a orientarsi in mondi sconosciuti, non trovi? Prendi i nostri mantelli. Tutti noi vestiti di blu, siamo i Guardiani degli Astri Celesti. Io, come dice il mio sigillo, sono il Guardiano di Saturno. Quelli laggiù, vestiti di rosso, sono i Guardiani Terrestri. Poveretti, loro sì che hanno motivo di lamentarsi. Sono rimasti in pochi e nessuno che li guardi o li ascolti.”
Così dicendo le indicò uno dei gruppi abbigliati di rosso. Era isolato dagli altri e composto da bizzarre figure con l’aria mesta, desolata e disillusa. Tra loro, Anna vide un piccolo topino che saltellava energico per farsi notare tra gli altri e riconobbe in lui il Guardiano della Montagna. Lo salutò con un gesto della mano e lui la ricambiò.

“Buon giorno signorina Anna…. Anzi no, purtroppo buonasera come sempre. Cosa ci fa da queste parti? Anzi no, lasci stare, non voglio dare sempre l’impressione di impicciarmi nei fatti suoi.”
Dalla manica di Anna uscì fuori la lucina verde. “Ciao Tara!” esclamò il topino” Vedo che siete diventate amiche.”
Anna lo guardò perplessa.
“Pensavo le avesse detto lei di restare con me.”,
“No, no. Tara fa sempre quello che vuole. E ora vuole venire con lei, signorina Anna. Comunque, le stavo dicendo di non darsi pena a rispondermi. Sa, non avrei dovuto domandarle cosa ci fa lei qui. “Qui” siamo tutti presi da gravi problemi…
Anna si abbassò leggermente per sussurrargli più da vicino.
“Mi scusi signor Guardiano, ma dove siamo, “Qui”?”
“Come dove siamo? Siamo alla Corte delle Stelle!”

Anna sospettava di essere alla Corte delle Stelle. Quello che non riusciva a capire era come avesse fatto ad arrivare sino a lì. Si girò per cercare il Guardiano di Saturno e vide che la stava aspettando, con l’aria di chi vuole dire ancora qualcosa.
“Adesso magari lo chiedo a lui…” pensò.
“Arrivederci…” ma il tentativo beneducato di salutare il topino fu del tutto inutile poiché aveva già ripreso a discutere con gli altri Guardiani vestiti di rosso e non ascoltava più.
Tornò allora sui suoi passi e allungò la mano verso il Guardiano con il mantello blu.
“Mi scusi, credo di essere stata molto scortese a non presentarmi: io sono Anna.”
“Anna è certamente quello che credi di essere…” Le rispose il vecchio signore dall’aria gentile.

15

L’ultima cosa che vide fu il suo sorriso. Poi la avvolse un’oscurità familiare e ancora una volta la nebbia fitta di poco prima cancellò tutto e tutti. Esplose di nuovo il fiore di luce argentata e si ritrovò nel corridoio. Davanti a lei, la porta della cucina era aperta.
Anna fece appena in tempo a lanciarsi su un lato, che un piatto volò accanto a lei per frantumarsi contro il muro.
Oltre la porta udì un trambusto terribile. Urla di rabbia accompagnavano una bufera di stoviglie impazzite. Piatti, bicchieri, perfino l’argenteria, turbinavano nell’aria come munizioni lanciate da qualcuno che Anna inizialmente non fu in grado di distinguere. Quando a gattoni provò a entrare di soppiatto, vide che, tra gli agguerriti combattenti della cucina, le più feroci erano le due ragazze bionde. Proprio le stesse che, poche ore prima, avevano apparecchiato la tavola accanto a lei con sobria cortesia. Le facce delle ragazze, quelle di un vecchio signore vestito con un grembiule da cuoco e di un ragazzino poco più grande di lei, erano talmente contorte dall’odio da non sembrare più umane. Un brivido di freddo le corse lungo la schiena… Quelle erano le stesse facce che aveva visto nel libro.

“Anna, presto, vieni con me”. Luisa era apparsa dal nulla, i suoi occhi caldi erano annacquati dalla tristezza.
“Ma, sono le sue figlie?” domandò incredula.
“Si. Le mie piccole Greta e Gherta. Sono gemelle. Da quando sono nate, non si sono mai separate e non hanno mai litigato, neanche una volta. E Kastor e Kai, il cuoco e lo sguattero, sono nonno e nipote. Non diresti a guardarli adesso che Kastor per amore del nipote abbia abbandonato la Corte delle Stelle e da allora faccia il cuoco e lavori giorno e notte per mantenere Kai lontano da quel luogo …”

La donna fu interrotta da una caraffa di bronzo che volò sopra di loro. “Per tutti i Guardiani del Cielo, sta andando tutto allo sfacelo! E io posso pensare solo a una persona in grado di aiutarci, accidenti! Andiamo su, prima che cambi un’altra volta idea!”
Luisa prese un largo vassoio d’argento e un vecchio mestolo di legno, Anna fece lo stesso. Insieme si fecero strada in quella guerra domestica usando i vassoi come scudi e i mestoli come spade. Quando raggiunsero la porta, Anna guardò indietro e ancora una volta fu certa che quelle erano le stesse facce che aveva visto sul libro. Con la mano strinse istintivamente a sè la borsa, dove lo aveva nascosto, convinta ormai che, qualunque cosa fosse, Hendegaard sicuramente non era un diario.
Poi, senza proferire parola, seguì Luisa lungo il corridoio che conduceva alle stanze degli ospiti della locanda.

Quando arrivarono davanti alla camera numero 16, trovarono ad aspettarle il giovane dai riccioli neri. Aveva il mantello di velluto sulle spalle e il cappello tra le mani, pronto per partire.
“Il baccano in cucina…” ma la frase della locandiera rimase sospesa senza diventare una domanda. “Si, alla Corte delle Stelle siamo nella stessa situazione. Prima di arrivare qui, ho assistito a scene molto simili in tutti i villaggi che ho attraversato. Dovunque, ho visto comunità sgretolarsi e l’amore tra le persone dissolversi in rabbia e odio. Sembra che tutti i legami del cuore che normalmente ci tengono uniti si stiano spezzando…”
Mentre lo ascoltava parlare, Luisa pensosamente annuì.
“Non credo di avere scelta, dobbiamo partire in fretta. In queste condizioni, non posso lasciare le ragazze da sole troppo a lungo. Anna scendi con Tateb dalla scala a chiocciola, io vi raggiungo subito.”

Anna fece come le era stato detto e seguì il giovane in fondo al corridoio. Proprio davanti all’ultima camera, vide dei gradini a spirale scomparire sotto il pavimento e nel buio. Piano, cominciò a scendere i gradini. Quando giunse al piano terra, si accorse di essere di nuovo nella sala da pranzo della locanda, accanto alla seconda colonna oscura.

L’aria della locanda era però cambiata. La prima cosa che udì furono le urla. Poi li vide. I quattro energumeni, che prima giocavano a carte, erano impegnati in una rissa violenta. A differenza della cucina, volavano sedie e tavoli che, per dei giganti come loro, dovevano essere leggeri come piume. La coppia di spilungoni, invece, si tirava orecchie e capelli come bambini inferociti. Anna riconobbe gli stessi visi, contorti da odio e rabbia. I loro occhi furono la cosa che la colpirono di più: voragini nere pronte a risucchiare tutto ciò che vedevano. Quando insieme a Tateb uscì dalla locanda, respirò profondamente per il sollievo.

“Non so quanto là fuori possa essere meglio.” commentò il suo compagno. Anna non udì quasi le sue parole. Tutto ciò che riusciva a pensare, era di ritrovare Sek, ma del muflone non c’erano tracce.
Dopo qualche minuto li raggiunse Luisa. Portava una sacca simile a quella che aveva regalato ad Anna.
“Vado a prendere il mio cavallo. L’ho lasciato legato qui accanto.” Disse Tateb e fece cenno a Luisa e ad Anna di seguirlo, ma la bambina non si mosse.
“Tesoro, vieni con noi. Non puoi sicuramente restare qui sola. Chiunque tu stia aspettando lo capirà e vedrai, ti raggiungerà.” L’affetto nelle parole di Luisa, la commosse e anche se avrebbe preferito aspettare Sek, le venne in mente quello che le aveva detto prima di lasciarla. La foresta non era sicura. Così, quando la locandiera e il cavaliere si avviarono lungo il sentiero che costeggiava la montagna, Anna decise che era meglio andare con loro.

16

Il lupo grigio viveva nel cuore della quercia. Da un’eternità, attraverso gallerie scavate da possenti radici sotto tutta la foresta, l’animale e l’albero governavano in simbiosi.
Quella notte, nel buio sotterraneo, il lupo grigio fissava l’uomo terrorizzato legato davanti a lui. Lo aveva atteso, certo che sarebbe tornato. Ora, finalmente, si sarebbe vendicato.

Le voci incessanti, tremanti di rabbia e rancore, le avevano fatto venire il mal di testa. Inseguivano i suoi pensieri. Invano provava a rifugiarsi negli angoli più nascosti della sua mente. Le voci la trovavano sempre.
La regina non aveva tempo per loro. Non poteva sprecare un solo secondo ad ascoltarle. Un secondo con loro era tempo prezioso trascorso lontano dai suoi ricordi. Era tradire e condannare l’amato compagno a un secondo di oblio.

La disperazione l’aveva soffocata fino a quando i suoi occhi avevano incontrato gli occhi azzurri della bambina. Lì, per un istante, il suo cuore aveva riscoperto l’aria. Quel viso e quei capelli le ricordavano lui. Com’era possibile? Sebbene in piedi in cima all’anfiteatro, la piccola sembrava accanto a lei. Aveva abbracciato il suo sguardo. Per il sollievo le aveva sorriso, ma spaventata da un urlo di protesta proveniente dalla folla, era tornata a ripararsi dentro se stessa. Quando la regina Ottavia aveva sollevato di nuovo lo sguardo, la bambina era svanita.

“Maestà” disse una voce alla sua destra.
La regina si girò.
“Buonasera, Silas.” Il Guardiano di Saturno la osservava con intensità.
“Prima o poi, dovrà ascoltarli, Maestà. Non la lasceranno rimanere seduta sul trono della luna a lungo. Non è il suo posto, deve tornare a sedere sul trono del sole. Il sole deve tornare a splendere, a scaldare. I ritmi della vita, altrimenti, si fermeranno.”

“E chi si siederà qui? Anche il ruolo della luna è importante per i cicli della vita. Ti vuoi sedere tu, Silas? O, magari, hai in mente un altro Guardiano? Questo è il suo trono, qui seduta mi sento ancora vicina a lui. Non lo abbandonerò. Non fino a quando lui non sarà ritrovato.”

Poi la regina si rivolse verso l’anfiteatro sempre più gremito di gente, che continuava ad arrivare.
“Se vi domandate il perché di questa notte, sappiate che riflette la notte del mio cuore. Re Uberto è scomparso. Abbiamo cercato invano. Io resterò qui, seduta sul trono della luna, fino a quando qualcuno di voi non mi porterà sue notizie. Se rivolete il vostro sole, riportatemi la mia luna! In cambio, offrirò come ricompensa questo…”

Le voci finalmente cessarono. In silenzio, i Guardiani fissavano una piccola pietra nera che pendeva da un sottile filo d’oro. Gli occhi di alcuni di loro si allargarono, mal celando l’ambizione di entrarne in possesso. Erano gli occhi dei pochi che ne conoscevano il potere.

“Maestà, ne è sicura?” Domandò Silas, preoccupato. “Deve aver visto la bambina con cui stavo parlando. Avrà notato la rassomiglianza. Ha detto di chiamarsi Anna. Bizzarro che sia apparsa proprio oggi, non trova?”

17

Da ore percorrevano il sentiero che separava la foresta dalla montagna e Tateb aveva rinunciato a cavalcare il suo elegante cavallo grigio per offrirlo ad Anna e Luisa, così che a turno potessero darsi il cambio a sedere sulla comoda sella. Anna era stanca e aveva fame. L’urgenza di raggiungere il mago Orfeo le aveva tuttavia incollato le labbra. Anche i suoi compagni di viaggio erano muti, i loro pensieri lontani. Chissà dove… Il silenzio fu interrotto dal rumore di ramoscelli spezzati.

“Anna.” Sussurrò una voce che le riempì il cuore di gioia.
“Sek, sei tornato!” La bambina corse ad abbracciare il muflone che emergeva lentamente dall’oscurità e affondò il suo piccolo viso nella morbida pelliccia viola.
“Ti ho cercato, ti ho aspettato…dov’eri finito?”

“Anna, il Mago Orfeo è sparito, è inutile cercare di raggiungere la Rocca del Destino.”
“Orfeo, o cielo…” La voce di Luisa la fece voltare.
Anna aveva letto tante emozioni diverse negli sguardi della donna, da quando l’aveva conosciuta. Ora però il suo volto e i suoi occhi erano spenti, vuoti, derubati della loro scintilla.

“Luisa.” Sek la salutò con grave rispetto.
“Come fai a esserne certo, Sek? Se non sei tornato alla Rocca, come fai a saperlo?”
“Glielo abbiamo detto noi.” Due mufloni, forse ancora più grandi di Sek, uscirono dalla foresta.
“Quando la notte è scesa improvvisamente, il mago Orfeo si è spaventato. Anzi, terrorizzato. Non ci ha detto il perché. Eravamo alla Rocca del Destino, l’oscurità imprevista ci aveva appena fatto riprendere la nostra forma da mufloni. Siamo partiti di corsa tutti insieme per raggiungere la Corte delle Stelle. Purtroppo, non abbiamo fatto molta strada. Nella foresta siamo stati attaccati da creature che non avevamo mai visto, lucertole giganti, con artigli affilati come coltelli. Io e Alder siamo riusciti a scappare perché nel buio è difficile trovarci…”

Il muflone che stava raccontando aveva la pelliccia nera come la pece, quello accanto a lui era blu notte, come il cielo che li sovrastava. Entrambi invisibili nella penombra.
“…e gli altri, Banyan?”
“Catturati da quelle creature, Luisa. Abbiamo provato a cercarli, ma Orfeo e i nostri fratelli sono spariti nel nulla.”

Tateb interruppe la conversazione.
“Il mio compito era di portare un messaggio al mago Orfeo da parte della Regina Ottavia. Dovevo chiedergli di accompagnarmi alla Corte delle Stelle. Se lui non è più alla Rocca del Destino, il mio dovere ora è di tornare dalla mia sovrana il più in fretta possibile. Soprattutto, perché un attacco al mago Orfeo, una settimana dopo la scomparsa di Re Uberto, non può essere una coincidenza. Mi dispiace, ma devo lasciarvi…”.

Anna vacillò. Il mago Orfeo, l’unica persona in grado di aiutarla, era scomparso. Fino a quel momento raggiungere la Rocca era stato il suo unico obiettivo. Ora, dove sarebbe andata? E con chi? Anna era sconcertata. Quel mondo, come fino allora lei lo aveva conosciuto, stava per cambiare di nuovo. La sua unica certezza si era dissolta in quelle poche parole.

“Non ti preoccupare Anna, vengo io con te…” Una voce, una fune cui aggrapparsi. Ancora una volta, Luisa le veniva in soccorso. Anna, commossa, rispose:
“Lei non può. Lei deve tornare dalle sue figlie, alla sua locanda…”

“Devo anche cercare mio marito. Non potrei tornare da Greta e Gherta senza sapere cos’è successo al loro padre. Forza, non c’è tempo da perdere. Siamo a poche ore di cammino dalla Rocca del Destino. Prima arriviamo, prima potremo scoprire cosa fare di te e… di me…”

Il tono rassicurante di Luisa si scontrava con il vuoto nei suoi occhi. Anna si sforzò di sorriderle, cercando di apparire incoraggiata, ma nella sua testa le domande si accavallavano sempre più tra loro. Mentre Tateb si affrettava verso la Corte delle Stelle, Anna non poteva non pensare a quella sua nuova scoperta: Luisa e il mago Orfeo erano sposati?

18

Alder e Banyan proposero di farsi cavalcare, per arrivare il prima possibile alla Rocca, ma Anna preferì Sek. Luisa scelse Banyan.
“Tenetevi forte.” I mufloni iniziarono a correre.
Anna pensò all’ultima volta in cui il suo amico muflone aveva corso così in fretta per portarla in salvo. Erano passate forse poco più di ventiquattro ore, eppure le sembrava una vita.
Dopo un po’, le braccia cominciarono a farle male, strette com’erano attorno al suo amico.

“Vi prego, possiamo fermarci un attimo?” Domandò al gruppo.
“Certo, cara, scusami, non ho pensato che cavalcare potesse stancarti.” Luisa saltò a terra e si avvicinò a Sek, per darle una mano.
“Tranquilla, riposati. Siamo ormai vicinissimi alla Rocca. In meno di un’ora saremo là.”
Dalla manica di Anna, Tara, la piccola luce verde, saltò fuori danzando vorticosamente davanti a lei.

“Guarda chi c’è qui”, disse Luisa stupita.
“E’ Tara. Mi accompagna da prima che arrivassi alla tua locanda. Deve essere timida, è rimasta nascosta tutto il tempo.”
Tara faceva delle ellissi attorno a lei, sfrecciava dritta lungo la strada che avevano percorso e poi ritornava indietro. Si stava comportando come quando l’aveva convinta a prendere il libro.
“Sembra che Tara abbia più fretta di noi.” Luisa era divertita e incuriosita allo stesso tempo. L’apparizione di Tara aveva sollevato la nebbia dai suoi occhi.
“Tara, sono stanca, adesso ripartiamo, aspetta un po’.”
La piccola luce verde, imperterrita, continuò la sua danza come se non l’avesse sentita.
“Fossi in te, l’ascolterei. Sembrerebbe sapere qualcosa più di noi su tutta questa faccenda. Vedi cara, Tara, esattamente come i mufloni, viene da un altro mondo.”
“Un altro? Ma quanti mondi ci sono?”

“Non lo so. Orfeo saprebbe risponderti. E’ sempre stato ossessionato dall’idea che esistessero altri mondi. Da piccolo studiava le stelle e gli insetti, che per lui erano già esempi di mondi immensi o microscopici. Era un bambino basso e magrissimo, con l’espressione sempre assorta o svanita, che attirava i dispetti degli altri bambini come il miele attira le api. Io ero più grande e lo proteggevo. In cambio lui mi raccontava storie incredibili e fantastiche. Verso i quindici anni lasciammo il nostro villaggio per andare alla Corte delle Stelle, come tutti i ragazzi della nostra età. Io diventai aiuto cuoca nelle cucine reali. Orfeo, grazie alla sua curiosità, attirò presto l’attenzione del Guardiano di Mercurio.
Il vecchio Guardiano studiava la magia, la medicina, l’alchimia e condivideva con Orfeo l’ossessione per i mondi diversi dal nostro.
I primi anni avevamo occasione di incontrarci spesso durante i momenti di riposo per raccontarci le nostre avventure e ridere delle persone che stavamo conoscendo. Orfeo parlava del vecchio, come di un pazzo che inseguiva ombre inesistenti. Parlava dei suoi esperimenti. Io gli riportavo i pettegolezzi del palazzo che inevitabilmente raggiungevano le cucine.
Presto la nostra amicizia si trasformò e si colorò di sfumature romantiche. Orfeo mi chiese di sposarlo. Nacquero le gemelle, Greta e Gherta. Eravamo una famiglia ed eravamo felici. Dopo qualche anno però ci fu uno spaventoso terremoto. Quel giorno Orfeo era via con il Guardiano di Mercurio. Quando tornò a casa, qualcosa era cambiato.
Divenne taciturno, ancora più distratto del solito, come se la sua testa restasse sempre lassù, nella torre con il vecchio guardiano.
Un giorno, Orfeo mi fece vedere una pietra nera come la pece. Disse che proveniva da un altro mondo e che il Guardiano di Mercurio era convinto potesse aiutarli ad aprire passaggi tra quel mondo e il nostro.
E così fu. Orfeo e il Guardiano aprirono i Passaggi che permisero alle creature più strane di entrare nel nostro mondo. I mufloni e Tara ne sono un esempio.

Il re Uberto prendeva parte alle loro riunioni. Divennero amici. Col tempo, Orfeo divenne il suo consigliere personale. Acquistò un grande potere a Corte e fu nominato Guardiano dei Confini tra i Mondi.
Un giorno, mentre era in viaggio per conto di re Uberto successe un terribile incidente navale. I pettegolezzi di Corte incolparono solamente lui e Orfeo divenne ancora più scortese e impossibile con me.
Così Greta, Gherta ed io lasciammo la Corte per venire a vivere dove sai. Fu lo stesso Orfeo a costruire la locanda per noi. Da allora non abbiamo più avuto occasione di incontrarlo.
Non so cosa successe poi. Il Re e Orfeo litigarono aspramente e Orfeo abbandonò la Corte giurando di non ritornare più. Andò a vivere con i nove mufloni alla Rocca del Destino.”
Mentre Luisa parlava, Anna si sentì come ipnotizzata e, in maniera simile al sogno sotto la montagna, visse il racconto come se fosse stata presente.
Vide la piccola Luisa e il piccolo Orfeo crescere e diventare grandi. Gioì per il matrimonio di Luisa e Orfeo. Vide Orfeo cambiare, Luisa rattristarsi e lentamente allontanarsi da lui.
Vide e visse tutto come fosse stata sempre accanto a Luisa. Poi di colpo, ritornò al presente.
“Orfeo non ha mai più visto Greta e Gherta?”
“Ah no, lui le ha viste sicuramente, siamo noi che non abbiamo mai più visto lui.”

19

Ai piedi della montagna, Anna osservava preoccupata i gradini di marmo che si arrampicavano verso l’alto per condurre alla Rocca del Destino.
“Sono tantissimi… Non arriveremo mai in cima…”.
Luisa, invece, iniziò la salita senza neanche un attimo di esitazione. Anna decise di seguirla senza lamentarsi troppo.

Mentre saliva sentì degli strani versi. Quando si voltò, la stanchezza svanì di colpo e scoppiò a ridere fragorosamente.
“Non è così divertente come sembra” bofonchiò Sek.
I tre enormi mufloni stavano salendo dietro di lei. I loro zoccoli erano così grossi che i gradini scomparivano sotto di loro. Ad Anna sembrarono tre elefanti sopra un filo di ragnatela.

“Chissà se trovano la cosa interessante.” Pensò, ma non ebbe il coraggio di dirlo ad alta voce. Sek allungò il muso in un sorriso incerto e un po’ sofferente.
“Be’, avresti dovuto vederci mentre scendevamo, oltretutto…… era la prima volta. Di solito lasciamo la Rocca solo di giorno quando, come ben sai, siamo gufi e possiamo volare. Quando siamo mufloni ci limitiamo a passeggiare pigramente in cima alla montagna. Al massimo quattro passi e non di più. E tutte le volte inciampiamo l’uno sull’altro! Noi siamo nove animali enormi e la cima della montagna come vedrai, è piuttosto piccola, fatto che Orfeo non considerò abbastanza quando decise di trasformarci in mufloni. Pensa la delusione… Lui s’immaginava di vederci correre agili su e giù per i dirupi, ma per qualche motivo siamo completamente impacciati su queste rocce. Orfeo era sempre furioso. Probabilmente quando siamo mufloni soffriamo anche di vertigini… E dire che come gufi voliamo più in alto delle nubi. Comunque, morale della favola, non siamo mai scesi di notte. Quando ha deciso di partire per la Corte, Orfeo doveva avere degli ottimi motivi… Altrimenti, di notte, non ci avrebbe mai portato con lui…”

Anna avrebbe potuto giurare che l’espressione nei suoi occhi tradisse un certo imbarazzo.
“E’ stato lui?” Per un attimo, Anna si chiese come mai non avesse ancora domandato a nessuno il perché della loro curiosa condizione.
“Si. Quando ci ha portati in questo mondo, è stato Orfeo a scegliere le forme che avremmo preso di giorno e di notte. Una volta scelte, non le ha potute più cambiare…E’ una lunga e complessa storia, che sentirai però un’altra volta. Adesso siamo arrivati.”

“Ma chi crede di essere?” esclamò Luisa. La rabbia che tradiva quel commento stupì Anna.
“Non poteva vivere in una casa come tutti. No, si è costruito un tempio. Guarda un po’.”
Erano davanti a un palazzo che assomigliava molto a un tempio greco-romano. Sull’ingresso c’era un frontone triangolare decorato con strani disegni e scritte che non riuscì a leggere. Il cortile interno, a cielo aperto, era circondato da gigantesche colonne di marmo. Attorno al cortile si sviluppavano le stanze, arredate lussuosamente con tappeti e mobili preziosi. Il mago Orfeo si trattava molto bene.

“E adesso cosa facciamo?”
“Proviamo a cercare degli indizi, qualcosa che possa aiutarci a capire quel che gli è successo.”
“Ma cosa?”
“Qualsiasi cosa strana, particolare o fuori luogo …”
Anna si guardò intorno. Dappertutto c’erano oggetti bizzarri e incomprensibili. Era difficile trovare qualcosa fuori luogo in quel posto. Al centro di una delle stanze più grandi pensò di vedere appeso un lampadario gigante che aveva però qualcosa di strano.

Si avvicinò e si accorse che, anche se emetteva luce, non poteva essere un lampadario. Era composto di due semisfere di cristallo appoggiate l’una sulla schiena dell’altra. Il lato concavo della semisfera superiore era rivolto verso il soffitto, quello della semisfera inferiore verso il pavimento.
Era come se qualcuno avesse tagliato un mappamondo a metà e avesse riattaccato le due parti capovolte, unendo il Polo Nord al Polo Sud.
Lo strano oggetto era illuminato da quelle che le sembravano instabili scariche elettriche di luce blu ed emetteva uno strano rumore di sottofondo. Bzzz…Bzzz…
Sulle superfici trasparenti delle due semisfere Anna vide dei segni familiari luminescenti. Erano gli stessi sigilli che aveva visto sui mantelli blu e rossi dei Guardiani. Nel punto d’incontro delle due sfere c’erano due sigilli. Uno dei due era spento. Dall’altro partivano le scariche di luce blu che si diradavano verso l’alto e verso il basso a intermittenza.

“Che cos’è?” Domandò a Sek, che l’aveva appena raggiunta.
“E’ un planisfero.”
“Cosa?”
“Le due semisfere rappresentano il piano celeste e quello terrestre. I sigilli sono i Guardiani e i loro protettorati. Le luci blu, che hanno origine dal trono della luna, tracciano le relazioni tra loro. Sembrano in fibrillazione perché non sono più stabili. In un giorno normale vedresti luci dorate scorrere come ruscelli di miele a nutrire il piano celeste e il piano terrestre con tutti i loro abitanti. E’ la luce che nasce dal trono del sole. E’ una luce che scalda i cuori e, attraverso l’amore, unisce tra loro le diverse forme di vita. La luce blu del trono della luna porta invece equilibrio, rinfrescando le relazioni, rinnovandole e rendendole più leggere. Se ci fosse solo la luce dorata, le relazioni diventerebbero ossessive e statiche. Il mondo sarebbe attraversato da troppa passione, non ci sarebbero razionalità e tolleranza. Con l’armonioso alternarsi delle due luci, nel mondo regna l’ordine e la pace. Ora, invece, senza la luce del sole che scalda e fortifica, l’amore sta diventando odio, le relazioni si spezzano e si trasformano in aspri scontri. La luce lunare che, insieme alla luce solare, rendeva le relazioni malleabili ora, senza di essa, le rende fragili. Gli uomini, gli animali e le piante si stanno allontanando gli uni dagli altri. Presto, scoppieranno ribellioni e guerre.”

Anna vide che una parte del piano terrestre era completamente buia, come un buco nero. Le luci blu che la raggiungevano si spegnevano di colpo.
“E lì? Perché lì non c’è nulla?”.
“Quella è la foresta. E’ così da prima dell’arrivo della notte improvvisa. Un giorno il suo Guardiano l’ha chiusa al resto del mondo. Tutti quelli che provano ad attraversarla vengono attaccati e nessun abitante originario della foresta è più uscito. E’ come se il Guardiano, il lupo Tacatà, l’avesse tagliata fuori da tutto il sistema. Hai visto come, al nostro passaggio, anche la terra abbia tremato. Il lupo Tacatà non vuole estranei nella sua foresta. La Corte delle Stelle ha mandato ambasciatori per capire le ragioni di questa decisione, ma non sono mai tornati.”

“Anche Orfeo e gli altri sono stati attaccati nella foresta. Perché, secondo te, sono passati da lì?”
“E’ la strada più veloce per raggiungere la Corte delle Stelle. Il mago Orfeo deve avere avuto un buon motivo per attraversarla.”
“Potrebbe averli rapiti il lupo.”
“Non credo. Le bestie che li hanno attaccati non erano abitanti della foresta. Alder e Banyan dicono di non averle mai viste…”

20

Anna continuò a vagare fino a quando raggiunse una stanza con un caminetto, una poltrona e tantissimi libri sparsi ovunque. Per un secondo, pensò di essere tornata alla locanda.
“Gli piacevano tanto i libri. Erano i suoi migliori amici. Passava più tempo con loro che con noi. Quando sono andata via, ho portato con me tutti i libri che potevo, per sentirmi ancora vicina a lui. Quando mi mancava, li mettevo in disordine apposta. Così sembrava che lui fosse appena uscito, o che stesse per tornare a casa…“ Mormorò accanto a lei Luisa, quasi le avesse letto nel pensiero.

Ad Anna venne in mente il libro che aveva nascosto nella borsa e arrossì, sentendosi in colpa. Se Tara non l’avesse convinta a prenderlo…
“Devo ricordarmi di guardarlo meglio, appena ho un attimo di tempo.”
Oltrepassò un’altra porta. La stanza dove ora si trovava era quasi completamente vuota. Solo il centro era occupato da un grande letto con un tavolo di legno a fianco. Anna si sedette.
Il suo sguardo scivolò lungo le pareti vuote senza mettere a fuoco nulla. Poi, distratto, si posò sul tavolino. Qualcosa colpì la sua attenzione. Inizialmente, non riuscì a capire cosa. Piano, piano si accorse di avere forse trovato un oggetto che era fuori luogo: una piccola normalissima scatola bianca.

Anna era sicura di avere già visto la stessa identica scatolina accanto al letto di suo nonno. Alla Torre della Solitudine, la scatola si confondeva tra gli altri oggetti. Anna l’aveva registrata nella sua memoria, senza mai farci veramente caso. Nella casa del mago Orfeo, piena di oggetti bizzarri e misteriosi, quella piccola semplice scatola era invece una presenza completamente aliena.

Anna la prese tra le mani e, senza pensarci troppo su, sollevò il coperchio. Di colpo si sentì risucchiare da un vortice. Il suo cuore, la sua pancia, la sua testa, iniziarono a girare come dentro un frullatore. Sentì tutto il suo corpo che si comprimeva e diventava piccolo, piccolo. Per la paura, chiuse gli occhi. Quando li riaprì era immersa nel buio. L’oscurità era impenetrabile. Anna provò a muovere le mani, ma non riusciva a vederle. Attorno a lei, sentiva dei rumori, come dei fruscii e dei piccoli passi. Per un attimo, le sembrò di sentire qualcuno borbottare.

Il terrore stava per invaderle la mente, quando Tara sbucò fuori dalla sua manica, e brillando cominciò a crescere. Dopo qualche secondo si era trasformata in una piccola sfera la cui rassicurante luce verde permise a suoi occhi d’iniziare a perforare il buio. Appena fu in grado di distinguere le ombre attorno a se, Anna notò una figura accucciata poco lontano da lei. Oltre alla figura, il paesaggio era brullo, arido, privo di qualsiasi forma di vita. Anna fece qualche passo per avvicinarsi. Le sue gambe tremavano per la paura e inciampando lanciò un piccolo urlo spaventato.
“Shh, zitta!”
“Signore…” Anna sussurrò, ma fu subito interrotta.
“Shh! Ho detto fa silenzio! O ci troverà subito…”
La figura si voltò verso di lei. I lineamenti affilati del viso la lasciarono per un secondo senza parole, poi…
“Orfeo!”
“Shh! Quante volte te lo devo ripetere, se Lei si accorge che siamo qui è la fine!”
“Qui, dove?”
“Nel Mondo delle Cose Impossibili no? Dove pensi di essere finita? Nel tuo guardaroba?”
Anna non riusciva a stare zitta.
“E come ci siamo finiti qui?”
“Io sono stato rapito, anche se non so come sono finito qui. Tu?”
“Credo sia stata la scatoletta che era accanto al suo letto…”
“Accanto al mio letto? Che facevi accanto al mio letto? E poi non dire sciocchezze, quella scatoletta è solo un semplice canale tra mondi, non un Passaggio.”

Orfeo doveva aver notato l’espressione persa sul volto di Anna, perché continuò a spiegare in maniera infastidita.
“La differenza tra una serratura e una porta, no? Dalla serratura puoi vedere e sentire quel che succede dall’altra parte della porta ma non ci puoi andare…”
“ORFEO!”
Una voce tuonante fracassò il silenzio. Sembrava provenire dal cielo. Sobbalzando, Anna alzò gli occhi, vide le nuvole muoversi e attorcigliarsi, spinte da un vento infuriato. Nuvoloni scuri, contro un cielo ancora più nero cominciarono a disegnare i lineamenti di un viso gigantesco.
Enormi occhi si aprirono su di lei. Enormi occhi crudeli.
“Orfeo! Dov’è il talismano?”
“O illustrissima e temibilissima Signora del Caos, è stato rubato…Lo giuro!”
Il mago Orfeo era in ginocchio completamente terrorizzato. Anna era in piedi. I tratti del viso le ricordavano qualcuno. Se le labbra non fossero state tirate in quel ghigno ma si fossero aperte in un dolce sorriso, se gli occhi non fossero stati così agghiaccianti ma colmi d’amore… Quei tratti del viso le avrebbero ricordato sua madre.

In quel momento gli occhi si voltarono verso di lei. La fissarono a vuoto per un secondo e poi di colpo fu come se anche loro riconoscessero in lei qualcosa, perché s’illuminarono di gioia folle.
Mentre le nubi cominciavano a scendere verso di loro ruotando in un tornado, Anna si strinse forte a Orfeo per nascondersi da quello sguardo. Di colpo iniziò a sentire una sensazione spiacevolmente familiare: si sentì risucchiare da un vortice e, di nuovo, cuore, pancia, e testa fecero un viaggio all’indietro ruotando alla velocità massima di una centrifuga impazzita. Tutto il suo corpo ridiventò piccolo, piccolo, chiuse gli occhi e quando li aprì era sdraiata sul pavimento alla Rocca del Destino.
Accanto a lei il mago Orfeo urlò:
“La scatola, chiudi la scatola!”
Anna chiuse in fretta la piccola scatola bianca. Orfeo fece un profondo respiro di sollievo. Dalla porta si sentì un rumore di passi che si avvicinavano.

“Orfeo…” Anna vide Luisa entrare nella stanza e fermarsi di colpo. Poi si voltò a guardare Orfeo.
Entrambi erano immobili. Anna pensò che avrebbero dovuto correre l’uno nelle braccia dell’altro, ma non successe. Rimasero così per un po’. L’espressione sui loro visi era indecifrabile. Era come se stessero parlando una lingua diversa dalla sua. Anna sapeva che quello era un codice che solo i grandi conoscevano. Un alfabeto fatto di sguardi che allo tempo stesso aveva il gusto del dolce e del salato ma che per lei, ancora, non sapeva proprio di nulla … Dopo poco, i due cominciarono a chiacchierare tra di loro con la cortesia dei grandi e si allontanarono lasciando, ancora con la classica educata disattenzione tipica degli adulti, Anna tutta sola nella stanza.

21

Il capitano Coppoli sedeva sulla spiaggia e guardava la luna. “Bizzarra…” era tutto ciò che riusciva a pensare. La sua preoccupazione non era la notte, ma la bambina e quel muflone. Se lo sentiva, quei due gli avrebbero portato solo guai. Poi fu distratto dal soffocato rumore di passi sulla sabbia. Sette figure incappucciate lo circondarono, ma lui non fece nemmeno il gesto di alzarsi.
“Capitano… di loro nemmeno l’ombra.”
“E possiamo ben dire che con questo buio sarebbe comunque difficile da trovare anche un’ombra qualsiasi…” pensò alzando gli occhi verso i nuovi venuti. I sette uomini si levarono il cappuccio mostrando sette visi anziani e stanchi. “Non vi preoccupate, li troveremo. Ritorniamo al vascello, magari sono ancora nella grotta.”
Nella grotta, purtroppo, non c’era nessuno. Il capitano Coppoli stava per essere sopraffatto dalla disperazione quando un’idea fece capolino nella sua testa. “L’altro ingresso! Devono essere scappati da lì!”
Gli uomini anziani lo guardarono perplessi. “Voi non eravate ancora arrivati. Quando quella ragazzina è sbucata nella grotta, è arrivata da un punto alle mie spalle. Io ero di guardia e ne sono certo: non è passata dalla spiaggia!”
Coppoli ritornò sui suoi passi, ricostruendo l’incontro con Anna. Con una candela in mano s’inoltrò nella grotta, raggiungendone la parte più interna senza alcun successo. Non c’era un’altra via d’uscita. Si voltò e disse. “Proviamo con il talismano del mago Orfeo”.
I sette formarono un cerchio attorno a lui. Ognuno di loro tirò fuori dalla tunica un frammento di pietra nera. Coppoli li prese in mano, li unì tra loro e aggiunse, al centro, un cerchio con un piccolo foro. Dal foro uscì un raggio di luce che colpì prima il soffitto della caverna, poi, un punto su una parete. Proprio li, si aprì un varco dal quale Coppoli vide chiaramente splendere la luce del sole. Con un certo timore, tutti insieme lo attraversarono. Per un pelo non finirono in mare. Erano in cima a una scogliera a strapiombo sulle onde. Alla loro sinistra, videro una spiaggia. Lentamente, arrampicandosi sugli scogli, la raggiunsero. Fino a quel momento, nessuno aveva parlato. La luce del sole era così abbagliante per i loro occhi, ormai abituati alla luna, che tutti guardavano in basso, intimoriti. Poi, mentre l’uno con l’altro si fissavano le punte dei piedi, qualcuno disse:
“ Questa volta, Capitano, non ci sono dubbi. Siamo davvero finiti lontano da casa.”

22
Il capitano Coppoli aveva anche un altro nome: Tobia. Un nome piccolo come lui, che non usava mai. Guai a chi lo chiamava così. Tobia era un capitano, come suo padre prima di lui, e, come suo padre, un Guardiano del Mare. Dei Guardiani, però, ne aveva fin sopra ai capelli. Quando un Guardiano aveva ucciso suo padre, quei vecchi babbioni ne avevano discusso all’infinito, in riunioni interminabili. E poi alla fine non avevano concluso nulla.
Tobia allora aveva giurato che si sarebbe fatto giustizia da solo. Altro che curarsi degli equilibri marini, al nuovo capitano era venuta un’idea. Suo padre gli aveva raccontato di un talismano che poteva aprire e chiudere passaggi tra mondi e tra il passato e il futuro. Un talismano che poteva addirittura trasportarti in luoghi lontanissimi tra loro. Grazie a questo talismano, il Mago Orfeo era diventato il Guardiano dei Confini.
Così, Tobia era andato a cercare la Rocca del Destino, dove viveva il Mago. Si era arrampicato fino in cima, si era nascosto per bene e con pazienza aveva aspettato la notte. Al tramonto, nove gufi colorati erano tornati in volo per posarsi nel cortile centrale della Rocca. Al primo raggio di luna, i gufi si erano trasformati in mufloni. Come i gufi, ogni muflone era di un colore diverso: bianco, nero, blu, viola, verde, rosso, giallo. Ce n’erano anche uno tutto d’oro e uno d’argento. Nonostante il suo stupore, Tobia non si era fatto distrarre. Appena scorto il mago, lo aveva seguito silenziosamente fin dentro la sua stanza da letto e aveva atteso che si addormentasse. Nel mezzo della notte, mentre Orfeo russava in maniera assordante e una bolla sul naso si gonfiava e si sgonfiava seguendo un ritmo tutto suo, Tobia si era avvicinato al letto, con le sue agili dita aveva sollevato il talismano… e via! Glielo aveva sfilato senza nemmeno fare scoppiare la bolla. Poi era scappato giù dalla Rocca, terrorizzato che all’alba i gufi potessero venirlo a cercare.
Davanti alla foresta nera e minacciosa, la paura era diventata quasi paralizzante. Di colpo, dal talismano era partito un raggio di luce che aveva raggiunto il cielo per poi ripiegarsi e, attraversando la foresta, era andato a colpire un punto vicino a mare. Tobia aveva cominciato a correre, senza mai guardare indietro, senza riprendere fiato. In mezzo alla foresta buia, illuminata solo dal raggio di luce, aveva corso come mai nella sua vita. Infine era arrivato sulla spiaggia. Il raggio puntava contro gli scogli. Tobia li aveva raggiunti e aveva scorto, dietro di essi, una grotta. Con timore, era entrato proprio mentre stava sorgendo l’alba. Dentro, la grotta era immensa. C’era addirittura un lago di acqua salata.
Mentre stava pensando che in quella grotta ci sarebbe stato abbastanza spazio per ancorare un vascello, un’idea si era fatta largo nella sua mente, un’idea che la fretta e la paura avevano temporaneamente rimosso. Così, davanti a quel lago sotterraneo, Tobia aveva compreso che il talismano lo aveva aiutato a scappare e a nascondersi.
Incredulo, il giovane ladro aveva preso di nuovo tra le mani lo strano oggetto del suo furto, per osservarlo con attenzione: un cerchio con un piccolo foro al centro, scolpito in una pietra nera e lucente. Stravolto per la stanchezza, lo aveva stretto a sé, e si era addormentato.

23
Il talismano ne avrebbe avute tante da raccontare, se solo qualcuno gli avesse domandato qualcosa. Caduto ai piedi di un giovane mago, aveva il potere di aprire passaggi tra mondi e nel tempo. Il mago era ambizioso e lo aveva condotto a spasso tra passato e futuro, saltando come una cavalletta da un punto a quell’altro e combinando tanti guai. Un giorno, il talismano aveva cambiato padrone e le sue disavventure non erano finite. Un piccolo capitano, ancora più giovane del mago, lo aveva rubato e spezzato in otto parti. Il talismano adesso viveva in otto tasche, accanto ad otto cuori. Otto pirati che lo usavano per rubare dappertutto, tutto quello che volevano. Il talismano ne aveva abbastanza del mago, divorato dall’ambizione, e del capitano sempre alla ricerca di tesori nascosti. Così per dispetto, ormai faceva di testa sua. Non se n’era accorto nessuno. Qualcuno aveva pensato che funzionasse male o che si fosse rotto. Invece, non era così. Il talismano stava cercando qualcuno: una bambina, con folti capelli ricci neri e immensi occhi azzurri.

Dal giorno del furto, il Capitano Coppoli aveva fatto della grotta nel Golfo di Boffo, il suo rifugio. Per evitare che il talismano tornasse nelle mani del mago, lo aveva spezzato in otto, tenendo per sè la parte centrale. Le altre sette parti le aveva date ai sette pirati sopravvissuti al naufragio. Quando ricomponevano il talismano unendo i pezzi di pietra nera, questi riprendevano vita e dal centro partiva un raggio che indicava dove era possibile aprire un passaggio. Non tutti i luoghi erano adatti. La grotta era il posto migliore. Dal centro del lago, il talismano li poteva portare dappertutto. Poteva trasportare addirittura il loro vascello. Così, grazie al loro nuovo alleato, il capitano e i sette pirati erano diventati ladri professionisti, temuti in tutti gli angoli del loro mondo. Si materializzavano all’improvviso e attaccavano le navi che solcavano il mare. O si facevano trasportare dentro città che custodivano tesori inimmaginabili. Gli abitanti della Corte erano ancora gli unici a non essere stati derubati. Gli otto non avevano trovato il coraggio di osare tanto.
Sarebbe stato tutto perfetto se non ci fosse stato un piccolo inghippo: infatti, potevano muoversi solo di notte. Durante il giorno, restavano nascosti nella grotta, temendo che i gufi del mago Orfeo potessero trovarli. Tobia, aveva visto la trasformazione dei gufi e sapeva che di notte i mufloni non li avrebbero mai cercati. Fino a quel giorno era stato così. Il loro nascondiglio non era stato scoperto. Ormai, però, era una questione di tempo. La notte avrebbe solamente rallentato il muflone viola. Non lo avrebbe certo fermato.
“Dopotutto, se restiamo qui siamo salvi.” pensò il capitano Coppoli,” Questo è sicuramente un altro mondo.” Era la prima volta che il talismano apriva per loro un passaggio tra un mondo e l’altro. Tobia, curioso come un gatto, aveva provato spesso senza nessun risultato. Si guardò intorno. Dietro di lui c’era un sentiero che conduceva a una grande casa bianca costruita a strapiombo sulla scogliera, proprio sopra la grotta da cui erano usciti. La spiaggia era curva, stretta e lunga, costeggiata da una collana di alberi secchi. Era una baia, con gli scogli alti solo da un lato, quello della casa. Dall’altra parte, la spiaggia terminava su una punta di rocce basse. Per rincuorare i suoi amici, disse:
“In fondo, se siamo così lontani, siamo lontani anche dal mago Orfeo. Senza il talismano non potrà mai raggiungerci. Propongo di andare in avanscoperta per capire esattamente dove siamo. Tre di voi facciano la guardia all’entrata della grotta e quattro vadano a cercare la bambina e quel muflone. Io seguirò il sentiero. Magari qualcuno, lassù in quella casa potrà aiutarci.”

24
Tobia girò sui suoi tacchi, per avviarsi verso la cima della scogliera. Dopo pochi passi sentì, sopra la sua testa, uno schianto, come se in cielo fosse esploso un bicchiere di vetro. Alzò gli occhi e vide qualcosa precipitare sulla spiaggia. Incuriosito, ritornò sui suoi passi…
“Capitano!” La voce preoccupata di uno dei compagni lo mise in allerta. “Siamo stati trovati!” Quando si avvicinò, infatti, li vide: sei gufi colorati, arruffati, sporchi di sabbia e sotto shock per la caduta. Uno era bianco, uno era verde, uno giallo e uno rosso. Ce n’erano anche uno tutto d’oro e un argentato. “Afferrateli, presto, prima che scappino!” urlò senza perdere un istante. I pirati non se lo fecero ripetere due volte. Tutti, tranne uno. Tobia guardò esasperato: “Filo, sempre lento come una tartaruga… Almeno accompagnami alla casa. Potrei aver bisogno di te… Mentre siamo via, voialtri non perdete di vista i gufi, mi raccomando…”
“Filo… ma certo!” Uno dei pirati lo interruppe con la gioia di chi ha finalmente risolto un enigma. Poi, si sfilò dal cappuccio il suo cordone e lo legò stretto attorno al gufo che stava tenendo tra le braccia. Stretto così, il povero gufo non poteva spiegare le ali. “Grande idea, bravo Tito!” Esclamò uno dei suoi compagni… Mentre tutti gli altri pirati lo copiavano, Tobia e Filo s’incamminarono verso la casa.
Su un’amaca, una donna stava leggendo. Tobia e Filo si avvicinarono. Il rumore dei loro passi sul selciato dovevano averla avvertita della loro presenza, perché si alzò a sedere. “Per tutti i Guardiani Celesti! Capitano …” Tobia si girò e vide il volto di Filo impallidire. La donna nel frattempo si era alzata. Ora li guardava con grandi occhi verdi luccicanti. Una lacrima azzurra l’era scivolata su una guancia. Tobia la sentì mormorare qualcosa. “Mi scusi?” Domandò educatamente.
“Lo sapevo che ci avreste trovato…” Ripetè lei, allungando una mano per accarezzargli i capelli. Quel gesto, così improvviso e intimo, lo spaventò. Mentre indietreggiava tentennando, il giovane capitano sentì Filo rispondere. “Sofia, gli avevano detto che eravate morte nel terremoto ma lui non ha mai smesso di cercarvi…”
Tobia quasi non udì le ultime parole pronunciate da Filo. La voce del suo amico, di colpo, sembrò incredibilmente lontana. Il silenzio s’impadronì della sua mente, lasciando solamente una parola galleggiare, naufragata tra le onde di un dolore lontano. “Lui…” Chi fosse “Lui” era una domanda che non aveva bisogno di fare. Non si sa come, ma alcune domande non hanno bisogno di una risposta.

25
In casa, Tobia si guardò attorno. Su un tavolino basso, in una cornice d’argento, c’era un piccolo ritratto. Vide l’immagine della bambina che aveva incontrato quella mattina. Era assieme a Sofia e a un anziano signore dall’aria austera. La bambina assomigliava alla donna ma aveva gli occhi azzurri dello stesso colore di quelli del vecchio, e della lacrima sulla guancia di Sofia. Gli occhi di Sofia erano verdi. Tobia vide la sua immagine riflessa nello specchio sul caminetto di marmo. Anche i suoi occhi erano verdi. Verdi e gonfi di rabbia. Attraverso lo specchio vide la donna avvicinarsi. La stessa che suo padre non aveva mai smesso di cercare, la mamma che lui non aveva mai conosciuto.
“Perché non sei tornata da noi?” Chiese senza neanche girarsi. Non voleva guardare dentro quegli occhi verdi.
“Tobia…. Non potevo. Ho provato. Per anni ho cercato di tornare, ma il passaggio sotto la grotta era chiuso e io non ne conoscevo altri…” “Bugiarda! Lei questa mattina è passata dall’altra parte. L’ho incontrata…” urlando Tobia indicò la bambina nel ritratto. In quel momento la porta si aprì e Filo entrò in casa con gli altri sei pirati, ciascuno di essi con un gufo colorato tra le braccia. Imbarazzati, la salutarono con un cenno della testa: “Buongiorno, Sofia…”
Visibilmente scossa, Sofia impiegò qualche attimo per registrare la scena. “Gli altri sono rimasti di là?” domandò.
“Gli altri?” Ripeté Tobia. Poi, comprese. “Rui e gli altri…” Rui. Un nome che Tobia non sentiva da cinque anni, dall’incidente con il mago Orfeo. Nei ricordi della gente suo padre era ormai solo il vecchio Capitano Coppoli, proprio come lui era il giovane Capitano Coppoli. Dopo qualche secondo di silenzio, come se gli avesse letto nel pensiero, l’espressione carica di speranza sul viso di Sofia si frantumò in altre mille lacrime azzurre. Guardandola accasciarsi sulla sedia, la rabbia nel cuore di Tobia si dissolse e il ragazzo corse ad abbracciare la sua mamma.

26
Qualcuno si schiarì la voce. Il rumore riportò tutti alla realtà. “E Anna? Dopo che è tornata di qua con te, sai dov’è andata?” domandò all’improvviso Sofia. “Anna?”
“La tua sorella gemella, Anna, dov’è?” L’espressione perplessa di Tobia la interruppe. “Oddio, non lo sapevi? Quella bambina è tua sorella gemella…”
“Ma è piccolissima, non può essere la mia gemella…”
“Certo che lo è. Dalla tua parte il tempo passa molto più veloce che dalla nostra. Un giorno di qua è uguale a due giorni di là. Così, se Anna ha sette anni, tu dovresti averne quattordici, no? Effettivamente sei tu che sembri un po’ più piccolo…” A Sofia sfuggì un sorriso affettuoso. Tobia s’indispettì. “Non importa cosa sembro. Se fai una vita da uomo, allora sei un uomo.”
“Tuo padre non ti ha mai parlato di noi?”
“Papà parlava poco di tutto. So solo che c’è stato un terribile terremoto il giorno che sono nato. Mi ha raccontato che lui non c’era, che era via per ordine di Re Uberto. Al suo ritorno gli dissero che tu avevi dato alla luce due gemelli, un maschio e una femmina, ma che erano riusciti a salvare solo me. Durante il terremoto, la torre si era incendiata e tu e Anna eravate morte bruciate.”
“Adesso Anna dov’è?” Sofia sembrava non volersi distrarre dall’argomento. Tobia era sempre più infastidito. Finalmente aveva conosciuto sua madre e lei non faceva che chiedere di Anna, la figlia che vedeva tutti i giorni da quando era nata. E anche se fosse rimasta dall’altra parte? Adesso lui era qui e aveva un milione di domande da farle.
“Ti prego dimmi che è tornata con te….” La preoccupazione supplicante nella voce di Sofia lo intenerì.
“Non lo so.” Rispose vago.” L’ultima volta che l’ho vista eravamo tutte e due nella grotta, poi lei è sparita. L’ho cercata dappertutto. Dovevo trovarla o lei e il suo amico viola avrebbero avvertito Orfeo…”
“Orfeo? Il mago Orfeo?”
“Si.. Beh, è una lunga storia …Tu sai chi è il mago Orfeo?”
“… la sua è l’ultima faccia che ho visto prima di tornare di qua!”
“Scusami mamma, ma io non capisco più nulla…” Sofia si fermò a guardare il ragazzino davanti a lei, troppo piccolo e troppo grande per la sua età. Cresciuto così in fretta e convinto di sapere sempre quel che faceva e dove andava. Fino a quel momento… Così Sofia prese un lungo respiro e cominciò a raccontare.
26
“Avevo qualche anno meno di te il giorno che scoprii la grotta sotto questa casa. Non mi ero mai avventurata sugli scogli perché spesso mi facevo male. Sai caro, io ho sempre la testa tra le nuvole, e anche oggi, come allora, inciampo e cado facilmente. Così avevo paura di tutto e vivevo in un mondo immaginario, dove nulla mi poteva succedere. Quella mattina, come il solito, ero sulla spiaggia a leggere. Leggevo tantissimo. Attraverso i libri vivevo milioni di avventure senza correre alcun rischio. D’un tratto alzai gli occhi verso casa e vidi sopra la scogliera qualcuno muoversi. Era un bambino che sembrava giocare a nascondino dietro le rocce. Quando mi vide cominciò a saltare e a salutarmi con la mano. Gli urlai di scendere, che era pericoloso stare sugli scogli e lui cominciò a ridere.
Era una risata piena di vita. Un suono che non sentivo mai nella casa di mio padre, dove passavo tutte le estati. Gli unici rumori erano quelli delle onde e dei gabbiani. “La Torre della Solitudine” io la chiamavo, mi annoiavo da morire. Lontano davanti a me, il bambino continuava a saltare. Preoccupata per lui, decisi di arrampicarmi per andare a prenderlo. Mi ricordo ancora, mentre salivo, il terrore di scivolare in mare. Qualcosa però mi spingeva verso il bambino. Finalmente lo raggiunsi. Aveva i capelli castani e gli occhi del colore delle foglie in autunno. Continuava a ridere. Mi offesi pensando mi stesse prendendo in giro. Mi sentivo goffa e fuori posto lassù accanto a lui. Poi capii. Rideva perché gli piaceva ridere.
“Ciao! Mi chiamo Rui, tu?”
“Sofia. Forza Rui, scendiamo subito da qua prima di cadere giù.”
“Va bene, ma passiamo da quella parte. E’ più semplice…”
Rui indicò un punto tra gli scogli, una grotta. C’era una grotta sotto casa mia e non me ne ero neanche mai accorta? Pensai che attraverso la grotta si passasse dall’altra parte dell’altopiano. Guardai da dove ero salita. All’idea di dover rifare quella strada in discesa, mi vennero i brividi. Forse dall’altra parte era veramente più facile scendere, così lo seguii. Entrammo nella grotta. L’attraversammo tutta. A un certo punto c’era quasi troppo buio e mi spaventai di nuovo, poi vidi la luce del sole attendermi all’uscita. Tirando un respiro di sollievo, la raggiunsi. Puoi immaginare la mia sorpresa quando vidi il mare, la spiaggia e le montagne! Da dove erano spuntate quelle montagne? Ancorato nel golfo c’era un veliero, simile a quelli che avevo visto nei libri di storia; sulla spiaggia, delle piccole barche e degli uomini seduti a riposare. “Rui! Torna subito qui!” Urlò uno di loro.
“Arrivo, arrivo…” Da quella parte della grotta gli scogli erano bassi. Rui corse verso di loro, io lo seguii incerta. Quegli uomini erano vestiti in maniera bizzarra. Per la prima volta mi accorsi che anche Rui era vestito stranamente. Di colpo ebbi una gran paura. Avevo letto abbastanza libri fantastici da capire che ero finita in un altro mondo. Rientrai di corsa nella grotta. Scesi dalla scogliera che ora, dopo quello che avevo visto, mi faceva molta meno paura e mi rintanai in casa. Il giorno dopo tornai sulla spiaggia. Sugli scogli accanto alla grotta Rui mi stava aspettando.
“Sofia! Vieni a giocare con me!”
“Se vuoi, vieni tu a giocare con me!” Risposi arrabbiata con me stessa più che con lui. Quel bambino, che mi ispirava tanta simpatia, era più piccolo ma molto più coraggioso di me. Rui scese dagli scogli e cominciammo a giocare. Tutti i giorni di quell’estate, Rui tornò a trovarmi. Quando arrivò settembre, ci salutammo e io ripartii per la scuola dove mio padre mi mandava a studiare tutto l’inverno.
L’anno successivo tornai chiedendomi se l’avrei rivisto. Andai in spiaggia e guardai speranzosa verso l’alto. Quando lo vidi notai che aveva qualcosa di strano. Non sembrava più un bambino. Ora era alto come me e sembrava avere quasi la mia stessa età. Fu il pensiero di un istante e poi fuggì via dalla mia mente. Passammo tutta l’estate insieme, quella dopo e quella dopo ancora. Rui non mi propose mai di andare dalla sua parte della grotta e io non dissi niente. Alla quarta estate consecutiva ormai era ovvio, Rui cresceva molto più in fretta di me. Così chiesi spiegazioni.
“Dalla tua parte il tempo passa molto più lento. Ogni volta, io ti aspetto per due estati e per due estati ho paura che tu non torni.” Rispose con tristezza.
“Vuol dire che un giorno di qua sono due giorni dove vivi tu? E me lo dici solo adesso?” Mi era venuta un’idea geniale. Se un giorno di qua era come due di là, la mia estate e le mie vacanze nel mondo di Rui sarebbero durate il doppio! Presi coraggio e finalmente chiesi a Rui di portarmi con lui. Scoprii che era un mondo meraviglioso e che, come nelle favole, anche i pirati erano buoni. Il capitano Coppoli, così si chiamava suo padre, oltre ad essere un pirata era anche il Guardiano del Mare. Governava il passaggio delle navi, chiedendo loro una piccola parte delle merci e poi lo distribuiva agli abitanti della costa. Quell’anno passai tutto il mio tempo con loro. La mattina scendevo in spiaggia, mi arrampicavo sugli scogli e attraversavo la grotta. Vivevo sul vascello per due giorni, poi al tramonto del secondo giorno tornavo a casa. Continuai così fino all’estate del mio diciottesimo compleanno”.
27
“Fiuuu! Quelli si che erano bei tempi!” Esclamò Filo. Tobia guardò i suoi compagni uno a uno. Sciatti, invecchiati, imbarazzati e stanchi, i sette avevano ascoltato il racconto di Sofia con occhi sognanti. Cato, Tito, Momo, Santo, Bruto, Filo e Leo. I loro capelli ora erano grigi, le loro facce ormai raggrinzite e i loro vestiti rovinati. Tobia realizzò in quel momento che quando l’avevano conosciuta erano giovani. L’avevano vista giocare quasi bambina con suo padre.
“Perché non me l’avete mai detto? Perché non mi avete parlato di lei?” Sbottò, senza riuscire a trattenersi.
“E’ stato tuo padre a non volere che tu sapessi che tua madre veniva da un altro mondo.” Di colpo, a Tobia venne in mente qualcos’altro. Sua madre e suo padre avevano potuto attraversare la grotta senza l’uso del talismano. E anche la bambina, com’era passata di là? Di qua, di là, che confusione.
“Tesoro, per favore adesso dimmi: Anna dov’è?” Sofia, aveva interrotto il suo flusso di pensieri ed era tornata a pensare alla bambina. Tobia capiva perché fosse preoccupata e in realtà non aveva il coraggio di dirle che sua figlia forse era rimasta di là e che di là stava succedendo qualcosa di molto strano.
“Ti sei fermata a metà…” preferì dire, un po’ polemico. “Raccontami tutta la storia… Cos’è successo quando hai compiuto diciotto anni?” Ma Sofia aveva notato l’espressione del suo viso. “Tu non sai dov’è Anna! Oddio, non sai neanche se è tornata di qua!”
Dopo un istante di silenzio anche lei fece la stessa domanda. Ad alta voce. “Ma tu, poi, o lei se è per questo, come siete passati di qua e di là? Il passaggio della grotta è chiuso o bloccato. Dio solo sa quanto l’ho cercato. Non esiste più dal tempo del terremoto.”
“Perché? Cos’è successo durante il terremoto?” Tobia tentò di distrarla per farla tornare al suo racconto, ma ormai era impossibile.
“Non ora Tobia, adesso dobbiamo andare a cercarla… “ Il tono serio e autoritario di Sofia lo convinsero fosse meglio non insistere. Così fece cenno ai suoi compagni di seguirli. Cato, Tito, Momo, Santo, Bruto, Filo e Leo presero ciascuno il proprio gufo colorato. Sofia sembrò notarli solo allora. Con un dito indicò gli sfortunati uccelli, legati tutti stretti con dei cordoni, e domandò:
“E loro, poverini, che cosa vi hanno fatto?” Filo era quasi sul punto di rispondere, ma Tobia lo fermò. “E’ un’altra lunga storia. Prima, finiamo la tua.” Così, mentre uscivano tutti insieme dalla casa e scendevano verso la spiaggia, Sofia ricominciò a raccontare.
“Quell’estate, arrivai con il cuore spezzato. Mio padre aveva detto che quella sarebbe stata l’ultima estate che avrei passato con lui, al mare. Secondo lui era giusto così. Pensava non fosse sano restare, per tre mesi, completamente sola. Francamente era stupito che io non mi fossi ancora lamentata. Ovviamente non sapeva nulla della grotta e di Rui…
La prima mattina che scesi in spiaggia avevo gli occhi pieni di lacrime. Rui mi venne incontro e al contrario di me sembrava scoppiare dalla gioia. Quando mi vide, scoraggiato dal mio sguardo, mi chiese: “Non sei contenta di vedermi?”
Io scoppiai a piangere e gli raccontai tutto. Alla fine Rui mi abbracciò e per la prima volta mi baciò. “Ti amo” mi disse. Di colpo tutta la tristezza scomparve. Come se mi fossi dimenticata di tutto, non dissi più niente. Quella fu l’estate più bella della mia vita. Quando arrivò il giorno prima della mia partenza, Rui mi chiese di sposarlo.
“Andremo a vivere alla Corte della Stelle. Io diventerò presto Guardiano del Mare e tu potrai lavorare per la regina Ottavia…” Rui mi aveva già parlato della Corte delle Stelle. Ma io non avevo mai passato più di due giorni consecutivi nel suo mondo, e non erano sufficienti per raggiungerla e visitarla. L’idea di vivere lì, di conoscere la regina Ottavia e soprattutto di sposare Rui mi riempì di entusiasmo.
Quella sera tornai a casa e scesi in terrazza, dove mio padre stava guardando il sole tramontare all’orizzonte. “Papà ti devo parlare…” Gli dissi tutto. Gli raccontai della grotta, del mondo di là, della Corte delle Stelle e di Rui. Mio padre ascoltò senza proferire parola. Quando lo guardai negli occhi rimasi paralizzata. Ancora oggi non saprei descrivere l’espressione che lessi nei suoi occhi vitrei. Rabbia, terrore, tristezza?
“Sofia” disse con voce gelida” quello non è il tuo mondo. Non è il tuo posto. Domani partirai e vedrai: la vita è così piena di meraviglie che presto dimenticherai queste fantasie.” Quella voce la conoscevo bene. Sapevo che non avrei potuto in alcun modo fargli cambiare idea. Annuii con la testa e lui, che non aveva mai avuto motivo di dubitare della mia obbedienza, non aggiunse altro.
Il giorno dopo feci finta di partire. Attesi tutto il giorno, nascosta, per paura che potesse scoprire il mio piano. Quando scese la notte, attraversai la grotta e raggiunsi Rui. Non gli dissi niente di mio padre e insieme andammo a vivere alla Corte delle Stelle….
Ma adesso dove la cerchiamo? Tu che dici, Filo? ”
Erano arrivati sulla spiaggia. Nessuna traccia lasciava pensare che Anna e il gufo viola fossero nei paraggi. Filo propose allora: “Chi ha un gufo in braccio, cerchi qui attorno! Noi che possiamo arrampicarci sugli scogli proviamo nella grotta.” Tobia gli lanciò un’occhiata carica di gratitudine. Almeno loro due avrebbero potuto continuare ad ascoltare la storia di Sofia.
“Il matrimonio fu celebrato alla Corte delle Stelle. Io divenni assistente della Guardiana di Venere e presto mi avvicinai anche alla regina. Anche se Rui non c’era quasi mai, io non mi sentivo sola. La regina e la Guardiana di Venere mi volevano bene, con loro mi sentivo a casa. Ben presto fui in dolce attesa di voi due. Quando arrivò il giorno del parto, Rui come al solito era via. Attorno a me, preoccupati che tutto andasse nel modo migliore, c’erano la Regina Ottavia, la Guardiana di Venere, il Guardiano di Mercurio, che studiava magia e medicina, e il giovane Mago Orfeo, il suo assistente. Purtroppo, qualcosa andò storto. Nel momento in cui vi misero tra le mie braccia, il mondo cominciò a tremare. Inizialmente qualcuno urlò: “Un terremoto!” Ma durante i terremoti trema la terra. Invece, a tremare era il cielo, l’aria stessa. La realtà si squarciò in due come aperta da un coltello. Comparve una porta che affacciava sul nulla e da essa vidi apparire mio padre. Attorno a noi i muri della torre iniziarono a crollare. Il nulla oltre quella soglia aveva cominciato a risucchiare in un vortice tutti gli oggetti nella stanza.
“Te l’avevo detto che questo non era il tuo posto! Tu non puoi stare qui. Ogni essere vivente e ogni cosa hanno un ruolo, un posto ben preciso da occupare nel proprio mondo. Nel tuo caso, questo si trova in quello da cui provieni e per questo motivo devi farvi ritorno. Prendi la bambina, che è parte di te, e lascia il bambino con suo padre. Se questo mondo sta crollando, è tutta colpa tua!” Urlò furioso. Non l’avevo mai visto così. Poi si rivolse alla regina Ottavia. “Come regina sei responsabile dell’ordine e dell’armonia del tuo regno. L’amore egoista di due ragazzini, i loro sentimenti ciechi non possono mettere in pericolo tutto quello su cui tu governi. Lo sai anche tu. Ora basta, la ragazza deve venire con me senza perdere altro tempo.”
La regina guardò verso di me e vidi nei suoi occhi disperati che dava ragione a mio padre, che non poteva scegliere di tenermi con sé. Il suo mondo stava crollando e solo io ne ero la causa. Mi alzai e, tenendo stretta Anna, abbandonai te, fra le sue braccia. Poi, bastò un istante, un passo dentro il vortice, ed ero di nuovo a casa mia. L’unico suono che disturbava il silenzio della Torre della Solitudine era il pianto di Anna.
28
Filo, Sofia e Tobia uscirono dalla grotta semioscura. Non avevano trovato il passaggio. Sul volto di sua madre la delusione dipingeva ombre che Tobia provò a scacciare…“Non ti preoccupare… possiamo comunque andare a cercare Anna…” E così le parlò di tutto: dall’incidente navale tra il Mago Orfeo e suo padre a quando, per vendicarsi, aveva rubato il talismano. Sofia ascoltò in silenzio. Poi, chiese. “E i gufi? Di notte si trasformano in mufloni?”
“Si…, perché? … ”
Sulla spiaggia, guardando davanti a sè, Sofia mormorò: “Bizzarro…”
Tobia pensò ai mufloni. Poi vide i suoi compagni, talmente vicini l’uno all’altro che sembrava si stessero abbracciando. Ognuno tenendo il proprio gufo stretto, stretto. Troppo stretto… No, Sofia si riferiva sicuramente a quello strano gruppetto. “Fino a ieri non si potevano vedere tra loro…”
“Cosa?”
“Dicevo che hai ragione, sono proprio bizzarri, sembrano quasi impauriti…”
“No… io intendevo il sole. E’ ancora alto in cielo, quasi non fosse neanche mezzogiorno. Invece, saranno almeno le quattro del pomeriggio. A quest’ora dovrebbe essere arrossato, stanco e sulla via di casa…” Tobia non poteva che essere d’accordo. Il sole era rimasto appiccicato lassù in alto, immobile, come la luna nel suo mondo. E così gli venne un’idea.
“Guardate il sole!” I pirati e i gufi alzarono tutti insieme lo sguardo verso il cielo. “Credo che la notte tarderà ancora un po’. Filo, Sofia (era difficile chiamarla mamma davanti a tutti senza perdere autorità) ed io andremo di là… Voi rimarrete qui con i gufi. Se dall’altra parte fosse ancora notte, non riuscireste mai a tenere imprigionati i mufloni…” I pirati annuirono e si avvicinarono ancora di più tra loro. Anche i gufi sembrarono sollevati.
“In bocca al lupo, capitano.” Lo salutarono i suoi compagni.
“… Al lupo? In questo caso, forse meglio di no… “ Rispose Tobia, cercando di sorridere.
“Buona fortuna, allora…” Queste, furono le ultime parole che sentì Tobia, quando, di nuovo nella grotta, ricompose gli otto frammenti. Il raggio di luce zampillò fuori dal talismano come l’acqua da una fontana e si trasformò in un faro lampeggiante per mostrare loro la strada.
Dall’altra parte era ancora notte. La luna pennellava d’argento la spiaggia. Sulla sabbia, le orme di piccoli piedi e di giganti zoccoli conducevano verso la foresta. Sofia le seguì correndo verso gli alberi.
“Fermati, mamma!” Le urlò dietro Tobia. “La foresta è pericolosa!” Sofia però non si fermò fino a quando non fu proprio sul confine. “Anna è andata di là!”
“Non possiamo attraversare la foresta. E’ pericolosa soprattutto per te, che non appartieni a questo mondo. Da anni il suo Guardiano, il lupo Tacatà, l’ha chiusa al mondo esterno. Grazie al talismano basta che ci concentriamo su Anna, pensiamo a dove possa essere andata e…”
“Io avrei una teoria…” sussurrò Filo, incerto. ” E se fossero andati alla Rocca del Destino, dal Mago Orfeo? Sarebbe abbastanza logico. Il muflone potrebbe averla accompagnata. Dopotutto Orfeo era il Guardiano dei Confini tra i Mondi.”
“Giusto! Andiamo!” Sofia aveva premura di ritrovare Anna prima possibile.
“Mamma, no! Sarebbe come riconsegnargli il talismano su un piatto d’argento!” Gli eventi stavano prendendo una piega che a Tobia non piaceva per niente. Tutta quella fatica per nascondersi dal mago tutti quegli anni e ora sarebbero dovuti andare loro da lui!
“Beh, dopotutto Tobia, il talismano è suo…”
“E che ne dici di quello che lui ha fatto a papà?”
“Tobia…” Sofia non dovette insistere a lungo. Era bastato pensare a suo padre per convincere Tobia. Sapeva di dovere andare a cercare Anna, a qualunque costo. Suo padre avrebbe fatto lo stesso. Così, fece il broncio quel tanto che bastava per salvare la faccia. Poi, rassegnato, abbassò la testa ed estrasse ancora una volta dalla sua tasca il talismano.
“Dobbiamo tornare nella grotta. Il talismano non funziona con esattezza dappertutto, alcuni luoghi sono più adatti di altri.” Quando giunsero davanti al lago di acqua salata, Sofia si coprì con le mani la bocca ed esclamò.
“Il veliero! Da quanto tempo non lo vedo!” Tobia si accorse che stava per ricominciare a piangere.
“Forza mamma, concentrati su Anna. Devi pensare a lei come se la vedessi qui davanti a te. Io farò la stessa cosa con la Rocca del Destino. Tu, Filo, pensa al muflone viola…”
Il raggio di luce del talismano si diresse prima verso il soffitto della grotta, poi si ripiegò e colpì un punto davanti a loro. L’aria si squarciò. Dapprima piccolo piccolo, un varco cominciò ad allargarsi sempre più, fino a creare un vortice che risucchiava gli oggetti attorno a se. Filo fu il primo ad attraversarlo.
“… è come quello che si è aperto il giorno del terremoto. Quello da cui è uscito mio padre…” mormorò terrorizzata Sofia.
“Mamma, stringi la mia mano e andiamo.” Mentre Tobia conduceva Sofia oltre al varco, i suoi pensieri volarono a quel vecchio signore che aveva visto nel ritratto con Anna. Un signore che apriva portali tra un mondo e l’altro. Chissà, forse anche lui aveva un talismano…

29
Anna osservava il planisfero. Le luci argentate si agitavano nervose. Scariche elettriche che innervosivano anche lei. Rabbrividì, notando che in alcuni punti, specialmente attorno alla foresta, le luci si scontravano con rabbia. Tara scivolò fuori dalla sua manica e cominciò a danzare ricamando luminosi fiori verdi. La sua luce sembrò fondersi con i flussi d’argento, calmandoli, rasserenandoli…
“Oh, Tara! Sei proprio una piccola portatrice di pace!” Esclamò la bambina, rasserenata anche lei.
In quel momento le venne in mente il libro che aveva nascosto nella sua borsa. Sola nella stanza, Anna si sedette a terra e lo prese tra le mani. Fuori era come se lo ricordava, rilegato in velluto blu, con la scritta in argento: Herdegaard. Dentro, era diverso… Le prime pagine ora erano ricoperte di simboli sconosciuti.
Anna pensò di non riuscire a capirli. Mentre li scorreva con gli occhi, si accorse invece che nella sua mente si trasformavano in immagini che poteva leggere come una storia. La sua storia. Quelle pagine raccontavano di lei. Dal momento in cui aveva nascosto il libro nella borsa a quando, qualche minuto prima, aveva finalmente trovato il tempo di studiarlo. Raccontavano persino della sua brevissima escursione nel mondo delle cose impossibili.
Mentre cercava di capire come fosse possibile leggere di se stessa in quello strano libro, Anna udì il rumore, ormai familiare, degli zoccoli di Sek. Lo udì con le orecchie e lo lesse nel libro. Come se la sua mente, i suoi ricordi e le pagine del libro fossero una cosa sola. Svelta lo coprì con la borsa e si voltò verso il muflone.
“Tutto bene, Anna?” domandò preoccupato Sek. “Orfeo mi ha raccontato della vostra avventura… Sarai terrorizzata. Mi dispiace, piccola, che le cose non sembrino migliorare. Speravo davvero Orfeo ti potesse aiutare.”
A dire il vero, Anna non era più spaventata. La presenza di Tara l’aveva rallegrata e leggere di sé nel libro le aveva trasmesso una strana sensazione… Era come se ora sapesse di essere esattamente dove doveva essere. Se il libro aveva cominciato a raccontare una storia di cui lei era il personaggio principale, quella era una storia che non poteva abbandonare. C’era un motivo se era arrivata fin lì, in un mondo completamente diverso dal suo. Quel motivo la stava chiamando, come la fine di un romanzo chiama ogni storia verso di sè… Anna sentiva che molto presto avrebbe capito qual era.
I suoi pensieri furono interrotti da quello che sembrò un terremoto. L’aria si squarciò e, dapprima piccolo piccolo, un varco cominciò ad aprirsi creando un vortice di aria che iniziò ad attirare verso di sé tutti gli oggetti della stanza. Anna dovette afferrare in fretta la borsa e il libro, altrimenti anche loro sarebbero volati là dentro, risucchiati da quel nulla.
Il varco si allargò sempre di più. Quando fu abbastanza grande, Anna vide una strana figura incappucciata attraversarlo. Mentre la figura si avvicinava a Sek, Anna lo sentì mormorare tra se e se, quasi fossero parole magiche: “Muflone viooola…” Era Filo, che cercava di concentrarsi sul muflone viola come gli aveva ordinato Tobia. Dietro di lui, c’era una donna. Aveva i capelli ricci, gli occhi chiusi e la mano tesa davanti a sé. Subito, Anna la riconobbe.
“Mamma!” A sentire la voce di sua figlia, Sofia aprì gli occhi.
“Anna! Finalmente ti ho trovata… Tobia…”
Tobia attraversò il varco e si guardò intorno. La Rocca del Destino era cambiata dall’ultima volta che l’aveva vista. Guardò con maggiore attenzione. Quella non era la Rocca del Destino. La stanza dove si trovava sembrava non avere angoli. Attorno a lui c’erano solo pareti bianchissime, come il pavimento. Sopra di lui un soffitto altrettanto bianco. Un signore con i capelli bianchi e gli occhi azzurri lo fissava con intensità. “Finalmente mi hai trovato Tobia. Era proprio ora che facessimo due chiacchiere.”
30
Sofia si guardò attorno. Dall’altra parte della grande sala vide avvicinarsi un piccolo uomo dalla faccia stanca. Ci mise meno di un istante a riconoscere i suoi lineamenti affilati come lame di coltello. Senza comprendere cosa stesse succedendo, Anna vide sua madre scattare e lanciarsi contro il nuovo arrivato.
“Orfeo! Cosa ne hai fatto di lui? Dove l’hai nascosto? Tobia aveva ragione, non sarebbe dovuto venire qui… Infatti, ora è sparito anche lui!“
“Tobia? Tuo figlio? Quel farabutto, ladruncolo da due soldi? Io non l’ho visto, ma se anche l’avessi visto…”
I due cominciarono ad azzuffarsi tirandosi i capelli. Presto furono raggiunti anche dagli altri.
“Orfeo!” Luisa si mise a gridare. “Adesso, cosa hai combinato?” Le sue urla si unirono a quelle di Sofia.
Anna notò che nel frattempo anche il pirata incappucciato aveva cominciato a sbraitare contro Sek qualcosa d’incomprensibile sui mufloni in generale e i mufloni viola in particolare.
Quella scena di rabbia fuori controllo era la stessa che aveva visto alla locanda. Si voltò verso il planisfero. Le luci argentate stavano confluendo verso un punto sulla mappa della semisfera più bassa. “Quella è la Rocca del Destino. Dove siamo noi”. Banyan si era avvicinato a lei.
“Tara, aiuto…” Mormorò, piano, Anna. La luce verde scivolò fuori dalla sua manica e cominciò a danzare attorno alle fredde luci bizzose, calmandole lentamente. Il silenzio scese nella sala. Raggiunto l’effetto desiderato, Tara tornò a nascondersi dentro la manica. “Sei fortunata, Anna. La tua amica Tara ti protegge dall’effetto delle luci, cerca di non perderla mai…” Anna pensò di vedere un sorriso sul muso di Banyan, ma i mufloni si sa, non sorridono.
Passò qualche minuto. Incerto se rompere la calma appena ritrovata, Orfeo si schiarì la voce “Ehmm…” per attirare a lui l’attenzione. Poi disse: “E’ successo quello che temevo. La mancanza del sole e dell’effetto equilibratore dei suoi raggi solari sta portando il nostro mondo verso il caos. Come avrete notato non abbiamo più il controllo delle nostre emozioni. Piccoli risentimenti velocemente si trasformano in una rabbia incontrollabile e violenta. Col passare del tempo tutto ciò peggiorerà fino a sfociare in una rivoluzione che troverà pace solo con la totale distruzione di tutte le nostre istituzioni e regole. La Corte delle Stelle cadrà in balia del caos. Non oso nemmeno immaginare cosa succederà alla regina Ottavia… “
“E la Corte delle Stelle è il nostro mondo: come sopra, così sotto…” Continuò Orfeo indicando il planisfero. Come se non lo avesse neanche ascoltato, Luisa gli urlò sarcastica contro: “O saggio guardiano della conoscenza, grazie per averci raccontato qualcosa che già sapevamo. Spiegaci piuttosto qualcosa di nuovo…”
“… come ad esempio, mio figlio dov’è? Brutto mascalzone!” Anche Sofia sembrava non riuscire a trattenersi.
Banyan la interruppe spingendola dolcemente col muso. “Ha ragione lui. Dovete trattenervi, non lasciate che qualsiasi pensiero si trasformi in rabbia… L’unica veramente protetta è Anna. La luce verde la rende immune da tutto questo. Voi siete sempre a rischio di attaccarvi l’un l’altro senza un reale motivo, fomentando così il caos che al contrario va assolutamente arginato.”
Di nuovo scese il silenzio. Anche i mufloni devono essere immuni, pensò Anna tra se e se. Questo pensiero fu presto scacciato da altri, che cominciarono a spuntarle in testa come margherite a primavera quando, dopo l’inverno, fioriscono tutte d’un colpo. Nella confusione generale, Anna aveva colto alcune parole chiave: Tobia, figlio. Inoltre, c’era un’altra cosa alquanto inaspettata. La sua mamma, arrivata solamente qualche istante prima, conosceva già il Mago Orfeo. Doveva essere Tara a infonderle tanta calma, si disse Anna tra se e se, stupita, quando si accorse di essere davanti alla porta di un grande mistero e di non avere né l’angoscia né la fretta di scoprire tutto e subito.

31
Piano, per non perdere il controllo delle sue emozioni, Sofia sussurrò: “Ma Tobia, dov’è finito? Il mio bambino, l’avevo appena ritrovato…” Filo si avvicinò a lei. “Non è mai arrivato…” disse, abbracciandola.
“Non è possibile, gli tenevo la mano… Anzi, teneva lui la mia quando abbiamo attraversato il varco. Era davanti a me.”
“Sofia, mi dispiace, ma quando hai passato il varco eri sola…”
“E immagino il talismano sia rimasto con lui.” S’intromise il mago.
“Orfeo! Ti sembra questo il momento di parlare di gioielli?” Luisa alzò la voce, per abbassarla quasi subito dopo. “Scusatemi… mi sono dimenticata che è meglio non arrabbiarsi! E’ che mi fa proprio venire il nervoso… Meglio di no, meglio non pensarci. Orfeo è colpa tua, che mi fai arrabbiare, accidenti… Continuate per favore, fate come se non ci fossi…” La povera Luisa, piena di sensi di colpa, si mise da parte.
“Luisa, il talismano non è un gioiello qualsiasi: serve ad aprire portali, o varchi se vuoi chiamarli così, che permettono di spostarsi da luogo a luogo… Addirittura da un mondo all’altro… E’ grazie al talismano che io sono diventato Guardiano dei Confini tra i Mondi. E tuo figlio, Sofia, me l’ha rubato! “ Orfeo respirò profondamente, per non perdere il controllo, poi continuò. “Se avessi avuto il talismano sarei potuto arrivare alla Corte delle Stelle in un attimo. Invece ho dovuto attraversare la foresta, ed essere così rapito da lucertole giganti e trascinato in quel mondo desolato dimenticato dalla luce… A proposito, tu come ci sei finita là? E come siamo tornati indietro? Anche tu hai un talismano?” Come se di colpo si fosse ricordato dell’esistenza di Anna, Orfeo si voltò a guardarla.
“Non lo so. Ero nella sua stanza, ho preso la scatolina per guardarci dentro. Di colpo mi sono sentita come dentro un frullatore e poi mi sono ritrovata con lei….”
“E come siamo ritornati?”
“Anche questo non lo so… Mi dispiace, quando ho visto quelle strane nuvole arrivare, mi sono spaventata, ho chiuso gli occhi ed eccoci di nuovo qua. Non ho nessun talismano. La scatola forse? Dovrebbe saperlo lei, è sua!”
“La scatola non è un talismano, te l’ho già spiegato, dev’essere stato qualcos’altro. Hai toccato altro?”
“No, solo quella. L’ho presa perché mi ricordava una scatola che era nella camera da letto di mio nonno… “Di tuo nonno?” Chiese Sofia.
“Si mamma, quella scatolina bianca sul comodino del nonno, non te la ricordi? “
Sofia fu colta da uno strano presentimento. “Orfeo, ti ricordi del giorno del terremoto? Quello in cui io sono sparita per sempre con quel signore. Beh, l’hai mai incontrato in seguito?”
32
Tutti gli occhi, umani e non umani, fissarono Orfeo che con ostentata attenzione si fissava la punta dei piedi. Poi, quasi non avesse sentito la domanda, il mago puntò con il dito il planisfero, indicando le bizzose luci argentate che scorrevano come piccoli fiumi di guerra.
“Non trovate complessi gli equilibri che governano questo mondo? Complessi e fragili, direi… Guardatevi, così attenti a non saltarvi alla gola alla prima insinuazione ostile. L’unica immune, per qualche sconosciuto motivo, è la bambina, protetta dalla sua lucina verde. Eppure, prima di te, Sofia, non era così. Il nostro mondo è regolato dalle relazioni tra i suoi elementi. La luna, il sole, gli astri celesti, la terra, il mare, la foresta e le montagne danzavano tra di loro ed era la loro danza a sorreggere il mondo. Prima che tu arrivassi e, soprattutto, prima che te ne andassi, la musica era chiara. Un’armonia prevedibile ma mai banale dettava il ritmo della nostra danza.”
Orfeo fece un lungo respiro e per qualche secondo alla Rocca del Destino regnò il silenzio. Sofia sentì il rancore arrampicarsi dietro la sua schiena come una pianta d’edera arrabbiata. A fatica si trattenne dal desiderio di insultarlo. Luisa sembrava altrettanto insofferente. L’uomo incappucciato e accigliato in un angolo guardava storto Sek, mormorando ancora qualcosa contro il muflone viola. La tensione alla Rocca del Destino si poteva quasi tagliare con un coltello. E le ragioni di tanto astio? Sconosciute come sconosciuti tra loro sembravano i protagonisti della storia. La bambina si domandò cosa avrebbe letto nel libro se per caso lo avesse aperto. Cosa stava succedendo? Non capiva nulla, solo che sua madre sembrava avere molte più cose da spiegarle di quante sembrava dovesse spiegarne il mago. Così, Anna si voltò verso Sofia e, col tono più deciso che trovò, le chiese: “Hai mai più visto chi? Mamma di che cosa stai parlando? Chi è Tobia? E come fai a conoscere il mago Orfeo?”
Sofia alzò gli occhi al cielo. La successione degli eventi della giornata l’avevano preparata a quel momento, quello in cui avrebbe dovuto raccontare la verità a sua figlia. In fondo l’aveva appena raccontata a Tobia. Certo, il ragazzino era più grande e lei in fondo non lo conosceva neanche. Anna era tutta un’altra storia. Alla bambina aveva mentito per anni. Così si sedette per terra, dando le spalle al mago, e le fece cenno di sedersi con lei. Poi, liberandosi da un fardello che portava da troppo tempo, cominciò. Alla fine, senza attendere una reazione da Anna, si alzò e si voltò verso Orfeo con urgenza.
“Con tutto questo tempo perso, non ce n’è altro da perdere. Adesso, Orfeo, tocca a te.”
33
“Il varco sembrava avere assorbito tutti i rumori, lasciando dietro di sè solo macerie e silenzio. Poi il silenzio fu spezzato dal più piccolo nella stanza. Il neonato scoppiò a piangere. Mi voltai verso di lui. Provai tenerezza nel vederlo abbandonato per terra e lo presi tra le braccia. Avevo avuto due gemelle e sapevo cosa fare per calmarlo. Intonai una ninna nanna e ben presto il silenzio ritornò tra di noi. Passò ancora qualche minuto. Il primo a parlare fu il Guardiano di Mercurio. Senza troppa fatica convinse la regina che fosse meglio non fare sapere a nessuno quello che era successo veramente. Come me, anche lui aveva sempre sospettato dell’esistenza di altri mondi. La tua scomparsa, Sofia, il varco e quell’uomo venuto a riportarti indietro: tutto confermava quel sospetto, trasformandolo in realtà. Una realtà che era meglio non divulgare fino a quando non fossero state comprese le conseguenze di tale scoperta.
Così, fu messa a punto una versione ufficiale dei fatti. C’era stato un terremoto che aveva causato un incendio nella sala dove noi eravamo. Per Sofia e la bambina, non c’era stato scampo. Non solo il bambino, tutti noi eravamo salvi per puro miracolo. Anche al padre, il Capitano Rui, sarebbe stata raccontata la versione ufficiale. Solo noi tre avremmo saputo quello che era veramente successo. Mentre la regina e il Guardiano parlavano tra loro, vidi una strana pietra rotolare ai miei piedi. Era larga, piatta, tonda e nera. Da lontano era lucente come petrolio, al tatto fredda come il ghiaccio. Capii subito di essere di fronte ad un oggetto che non apparteneva al nostro mondo…”
Orfeo s’interruppe e, per un istante, guardò sua moglie Luisa con gli occhi di chi avrebbe voluto scusarsi, ma non trovava le parole per farlo.
“Furtivamente la nascosi in tasca. Aspettai di essere solo per iniziare lo studio della pietra. Non so dire perché fossi convinto ne valesse la pena. Ogni momento libero che avevo, lo passavo cercando di carpirne il segreto, di comprendere la sua natura. Ogni sforzo fu vano. Alla fine decisi che non fosse altro che una bellissima pietra nera. Era il tuo compleanno, Luisa, e così decisi di regalartela. Mi ricordo quel giorno come se fosse oggi. Feci un foro nel disco nero e appoggiai la piccola pietra ricavata dal foro sul tavolo accanto a me. Poi, presi il medaglione che avevo creato e lo osservai pensando a te. Immaginai il momento in cui te lo avrei dato. Ti pensai in cucina, intenta a preparare la cena. All’improvviso vidi un raggio di luce uscire dal foro e tagliare l’aria davanti a me, aprendo un varco. Proprio come quello che avevo visto l’ultima volta. Senza pensare, saltai dall’altra parte, convinto di entrare in un altro mondo.
La prima cosa che notai quando arrivai di là era che dall’altra parte era molto buio e c’era un forte odore di formaggio. Forse nell’altro mondo non c’era il sole e la luna era una caciotta? Poi qualcuno accese la luce o, piuttosto, aprì la porta. Ero finito nella dispensa dei formaggi in cucina e tu, amor mio, ti stavi preparando un panino. All’improvviso la luce prese il posto del buio come se qualcuno avesse finalmente acceso l’interruttore di una lampada. Avevo capito come funzionava il medaglione! Esplodendo di gioia ti abbracciai e corsi di nuovo nel mio studio, dove sul tavolo era rimasta la piccola pietra ricavata dal foro. Ora, voi crederete che io fossi già l’ambizioso, arrogante e pericolosamente irragionevole mago di oggi, ma allora ero solo il giovane Orfeo, con un filo di testa sulle spalle.
Fu proprio quella che mi spinse ad andare dal re Uberto a raccontargli tutto. Credevo si dovesse sapere cosa avevo scoperto. Certo, ovviamente, credevo si dovesse sapere anche chi lo avesse scoperto. Come prova portai in dono la piccola pietra, convinto avesse poteri simili al disco, senza però spiegargli esattamente come farla funzionare. Come due bambini cominciammo a giocare con la realtà aprendo varchi per muoverci più rapidamente nel nostro mondo. Facevamo anche degli scherzi. Saltavamo dalla Corte delle Stelle agli angoli più lontani in un batter d’occhio.
Il primo varco che attraversammo insieme ci portò al centro della quercia del lupo Tacatà, il Guardiano della Foresta. Li, combinammo il nostro primo grosso danno. Il varco squarciò il cuore della quercia aprendo un tunnel che conduceva direttamente nelle viscere della terra. Per fortuna il lupo non c’era. Scappammo al sicuro nella nostra torre, al centro della Corte. Il Guardiano di Mercurio, che Re Uberto aveva obbligato a venire con noi nella nostra prima incursione, ci sgridò aspramente. “State giocando col fuoco!” sentenziò lapidario.
Per tutta riposta, Re Uberto decise di licenziarlo. O, piuttosto, poiché nessuno, neanche il re, può licenziare un Guardiano Celeste, gli diede lo sfratto dalla sua torre cacciandolo dalla Corte. Regalò poi la torre a me, con la promessa che se avessi trovato un modo per aprire varchi anche verso altri mondi mi avrebbe nominato Guardiano dei Confini tra i Mondi. Mi misi al lavoro. Un giorno, ebbi un’idea. Presi il talismano e con intensità pensai a te, Sofia. Il solito raggio ritagliò la realtà come un tessuto. Si aprì, ancora una volta, il solito varco. Mentre, però, oltrepassavo il confine, la mente mi sfuggì, come un cavallo imbizzarrito, e pensai, incuriosito:
“Chissà se incontrerò quel vecchio signore e lui chiederà indietro la sua pietra? Come farò a nasconderla?”
Me lo chiesi troppo tardi. L’immagine del signore che ti aveva portata via si stampò ostinata tra i miei pensieri e quando dall’altra parte aprii gli occhi, vidi proprio lui. Mi aspettava. Attorno a me tutto era bianco. Soffitto, pareti e angoli, così bianchi, che sembravano non esserci. Immerso in quel nulla color del latte, fissai attonito quell’uomo. Anche lui era vestito di bianco. “Cosa cerchi, qui? Cosa credi di trovare?” domandò.
“Altri mondi.” Gli risposi. Lui sorrise. “Quanti mondi pensi che ci siano?”
“Tanti?” dissi a metà tra la domanda e la speranza, guardandolo negli occhi. Erano blu, esattamente come quelli della bambina. Scosse la testa. “Mi dispiace deluderti, ma i mondi non sono proprio tanti. Anzi, forse, veramente, ne esiste uno solo…” E così, in un altro mondo, che non era proprio un altro, il signore mi raccontò la storia del mio mondo, che non era proprio un mondo. Me la disse per convincermi a smettere di viaggiare lacerando la realtà come fosse soltanto un vecchio straccio. Io lo ascoltai con attenzione, ma non trovai convincente la sua storia. Feci finta di credergli, ma quello che mi disse non poteva essere vero. Ero giovane e a volte i giovani non credono alla verità nemmeno se qualcuno prova a infilarcela di forza dentro la testa. Così alla fine, per provarmi quello che stava dicendo, il signore prese una piccola scatola bianca e l’aprì. Guardai dentro, come dal buco di una serratura. Vidi quello che nella mia testa era un altro mondo ancora, scuro e desolato. In quell’altro mondo vidi una donna, imprigionata dentro un cielo indeciso tra il verde, il marrone e il grigio, tutti colori più neri del nero. Il suo volto era una maschera di rancore e rabbia. La sua furia mi spaventò.
“Guarda.” Mi disse perentorio. “Se continui per questa strada, libererai la Signora del Caos e la Corte delle Stelle crollerà in rovina.” Anche se della sua storia non ero convinto, la sua scatolina bianca mi piaceva un sacco. “Se non esistono altri mondi, che cos’è questa scatola?”
“Solamente una finestra, che si affaccia su una parte della realtà dove sono possibili solo le cose impossibili.”
“Se me la regali, prometto che ti ascolterò e smetterò di viaggiare…” Lui accettò. Così, presa con me la scatolina, lo salutai, attraversai il varco e ritornai nel mio mondo. Dove non persi tempo. Partii subito per esplorare il Mondo delle Cose Impossibili, come decisi di chiamarlo. Ora vi chiedo: preferite sapere cosa raccontò il signore, o cosa scoprii nel Mondo delle Cose Impossibili?”

34
Sofia rispose seccamente. “Non ho tempo per le tue storie. Non ci credo neanche troppo. Se è vero che il re Uberto ha un talismano simile al tuo, vorrei partire in fretta per la Corte delle Stelle…”
Anna gli credeva invece. Qualcosa le diceva che il mago Orfeo era stato onesto con loro, e avrebbe voluto sentire entrambe le storie. Cosa gli era successo nel Mondo delle Cose Impossibili? E, per lei ancora più importante, cosa gli aveva raccontato suo nonno? Se avesse potuto, avrebbe voluto anche chiedere a suo nonno cosa c’entrava lui in tutto questo ma sapeva già che probabilmente il nonno non le avrebbe risposto.
La voce di Luisa riportò Anna alla realtà.
“Sofia… Re Uberto è scomparso…. Lo stanno cercando dappertutto. Eravamo partiti proprio per questo per la Rocca. Un messaggero della Regina, un cavaliere di nome Tateb, è venuto a cercarmi alla locanda, per chiedermi di accompagnarlo da Orfeo. Sperava decidesse di aiutare la Corte nelle sue ricerche. Quando, nella foresta, abbiamo scoperto che era sparito anche Orfeo, il messaggero è rientrato alla Corte di fretta e noi abbiamo proseguito da soli. Purtroppo non sappiamo più nulla…”
Orfeo interruppe sua moglie. “Se è il talismano che vuoi, Sofia, lo puoi chiedere alla regina. Re Uberto lo regalò a lei…
“Dunque, dobbiamo andare alla Corte delle Stelle in ogni caso. Oltretutto, anche tu Orfeo hai avuto la stessa idea. Eri partito in fretta e furia. E’ solo per caso che ti trovi qui di nuovo a casa tua… E se non fosse stato per mia figlia non ci saresti mai tornato, saresti rimasto chissà per quanto tempo là, ovunque sia il luogo oscuro dove lei ti ha trovato!
Ci riposeremo qualche ora e partiremo per la Corte tutti insieme.”
Sofia, irremovibile, guardò sua figlia che la seguì in un angolo della sala dove si sdraiarono assieme su un divano. Mentre si accovacciavano una vicina all’altra, Anna si ricordò che sua madre era appena arrivata e non sapeva nulla della notte interminabile che era calata su di loro e delle sue avventure. Qualche ora da sole era ciò di cui avevano bisogno.
Quando finì di raccontare, poco prima di addormentarsi, sentì, vicino a loro, Luisa piangere sommessamente. Chiuse gli occhi e si ritrovò sola con tutti i pensieri che affollavano la sua mente, bisticciavano tra loro e stritolavano il suo cuore in una morsa. Trattenne le lacrime un attimo, ma se poteva piangere Luisa, pensò che avrebbe potuto farlo anche lei. Così, Anna si abbandonò ai suoi sogni e lasciò libere le lacrime di scivolarle sulle guance.

35
Disorientato dal bianco attorno a lui, Tobia rimase col respiro sospeso a fissare l’uomo che, con tutta probabilità, era suo nonno. Attendeva che gli dicesse quello che aveva da dire, intuiva che doveva essere importante. Attese, fissandolo negli occhi blu, e dopo poco lui parlò. Quello che raccontò, gli sembrò incredibile. Dunque, non gli credette. Poi, si convinse sia della strana storia sia sul da farsi. Prese tra le mani il talismano e lo strinse stretto pensando a quello che gli era stato detto. E svanì. Nella stanza bianca l’uomo rimase a guardare il varco chiudersi dietro il ragazzo, convinto che tutto quello che gli aveva chiesto, sarebbe stato fatto.
Anna si svegliò. Accanto a lei c’era l’uomo incappucciato.
“Ciao, Anna, io sono Filo, nella confusione non siamo ancora stati presentati. Tua madre mi ha chiesto di aspettare che ti svegliassi.” Ad Anna Filo era stato immediatamente simpatico. Anche quando ancora non sapeva il suo nome. Sotto il cappuccio ne aveva visto il viso stanco, la stanchezza di chi ha corso tutta una vita e ora vorrebbe solo riposarsi. Anna ebbe l’impressione che quei solchi sul viso sapessero di dover correre ancora per un po’.
Filo le porse un pezzo di pane e uno strano frutto viola, che assomigliava a una pera tagliata a metà, e Anna si accorse che stava morendo di fame. Divorò tutto in un battibaleno poi si voltò di nuovo verso l’uomo sperando avesse qualcos’altro da mangiare.
“Caspita, che velocità! Non ho avuto neanche il tempo di passarti il formaggio” disse Filo con un sorriso gentile, porgendole un pezzo di caciotta. Anna lo ringraziò e, passata la fame accecante, si alzò per cercare sua madre. La trovò nella camera del Mago Orfeo che fissava la piccola scatolina bianca appoggiata sul tavolo accanto al letto.
“A che cosa stai pensando?” chiese, avvicinandosi.
“A tuo nonno. Non voglio sia il mago Orfeo a raccontarmi quello che mi avrebbe dovuto raccontare mio padre. Voglio sapere da lui cosa è successo. Di Orfeo non mi fido. Purtroppo la curiosità è troppo grande e ho paura abbia la meglio su di me.”
“E non vuoi neanche sapere cos’è successo nel mondo delle cose impossibili?”
“Quello, si che lo voglio sapere! Durante il viaggio, vedrai ci dirà comunque tutto. E’ troppo esibizionista per trattenersi…”
Nella sala del planisfero gli altri osservavano lo strano oggetto e le sue luci argentate. “La situazione sta peggiorando” disse Orfeo. “Non oso immaginare cosa troveremo lungo il viaggio. Se dobbiamo aggirare la foresta senza attraversarla, non so nemmeno quanto impiegheremo ad arrivare alla Corte delle Stelle.” “Ma dobbiamo fare in fretta!” Sofia stava di nuovo perdendo la pazienza. Anna le strinse la mano per calmarla. “Possiamo chiedere al Guardiano della Montagna. Forse lui conosce una scorciatoia per raggiungere la Corte.” Suggerì, senza sapere neanche lei da dove le veniva la certezza che il piccolo topino potesse aiutarli.
“Brava Anna! Non è per niente una brutta idea.” Sek le venne in soccorso.
“Dobbiamo tornare indietro fino alla grotta?” Domandò un po’ incerta la bambina.
“Assolutamente no! Anche la Rocca del Destino è sopra una montagna, e anche qui c’è una galleria. Il Guardiano della Montagna può essere trovato dentro tutte le montagne di questo mondo. E’ come la Corte delle Stelle, basta volerlo davvero incontrare…” Aggiunse Banyan, ma fu subito interrotto dal Mago.
“Cosa state dicendo! Quel ratto mi odia! Per non aiutare me, non aiuterà neppure voi!”
Orfeo scattò innervosito, poi fece un lungo respiro per ritrovare il controllo. Non c’era dubbio, dovevano muoversi o presto avrebbero ricominciato a litigare di nuovo. Così, per la prima volta da quando si erano trovati insieme, i tre mufloni, il mago, Filo e le due donne scoprirono un piano che mise tutti d’accordo. Era l’unico piano che avevano e se lo sarebbero fatti andare bene.
In fila, uno dietro l’altro, scesero i gradini di pietra e cominciarono a costeggiare la montagna fino a quando trovarono l’entrata di una galleria. Era come quella che Anna aveva visto all’inizio della sua avventura. Illuminata da due file di candele appese ai muri, sembrava infinita. Quando, ancora in fila, furono entrati tutti, Anna chiamò Tara. La piccola luce verde sbucò obbediente dalla sua manica e senza neanche farselo chiedere volò via dentro la grotta. Dopo poco, la sua luce si mischiò con quella delle candele e non la videro più.
Rimasero in silenzio. Poi, sentirono una voce borbottare.
“Eccomi, eccomi! Sto arrivando!” Di fianco a loro, da quella che sembrava una parete solida, sbucò fuori il topino, tutto vestito di rosso e oro.
“Ah, buona sera signorina! Finalmente è ritornata. Ha trovato quel che cercava?”
Il topino osservò con attenzione i compagni di viaggio di Anna.
“… Ops! Forse ha trovato anche qualcosa di più…” disse fissando con rancore il mago Orfeo.
“Signor Guardiano, dobbiamo andare alla Corte delle Stelle, senza attraversare la foresta. Lei, per favore, potrebbe indicarci la strada?” Chiese Anna, gentilmente, ignorando l’ultima frase del suo piccolissimo amico.
Il topino si mise sulla punta dei piedi, allungando il naso verso l’alto come per annusarla da più vicino. Poi, scoraggiato dalla distanza tra lui e la bambina, guardò di nuovo in basso davanti a sè. Con la zampetta anteriore indicò un punto sulla parete rocciosa.
“Tara…” chiamò, e la lucina verde corse veloce davanti a lui. “Tu sai la strada, tu sai tutte le strade…”
La luce danzò attorno a lui per un secondo e attraversò la parete.
“Anna. Ogni volta che non sai dove andare o che ti senti persa, ricordati di chiedere a Tara. Pensavo lo avessi già capito…. Vi condurrà alla Corte attraverso i cunicoli sotterranei. State attenti, perché passerete lo stesso sotto la foresta, dove stanno accadendo cose molto strane. Fate in fretta, non fermatevi fino a quando non sarete arrivati dall’altra parte. Non fatevi distrarre da nulla. Qualcosa o qualcuno nella foresta è cambiato. Sento la terra che pulsa d’odio. I Guardiani Terrestri sono terrorizzati e i Guardiani Celesti invece, indifferenti a tutto, non ascoltano le nostre richieste d’aiuto. Se un tempo eravamo uniti, oggi non lo siamo più. E di qualsiasi cosa si tratti, ha costruito la sua casa la sotto. Nel vuoto che ora separa la terra dal cielo…”

36

Immense onde di oscurità sembravano travolgere la piccola Tara, ma la luce verde si tuffava nel buio per poi uscirne più brillante che mai. Anna e i suoi compagni la seguivano in silenzio. La bambina era l’unica a essere veramente lì, in quelle gallerie oscure che s’intrecciavano sotto la montagna. Gli altri erano tutti persi nei loro pensieri, soffocati dalla paura dell’ignoto.

Le ultime parole sussurrate erano state per il Guardiano della Montagna. “Grazie… Spero di rivederla presto,” aveva mormorato Anna e sul muso gli aveva stampato un bacino, minuscolo e appuntito proprio come il nasino del topo.

Ora ogni tanto guardava la sua mamma che cavalcava Alder insieme a Luisa. L’ultima volta che si erano parlate era stato sulla Rocca. Sofia le aveva detto di non volere sentire il racconto di Orfeo su cosa era successo alla Torre della Solitudine, di volere aspettare di parlare con il nonno. Anna, invece desiderava sapere e avrebbe voluto avvicinarsi e domandargli piano cos’era successo nel Mondo delle Cose Impossibili.

Accanto a loro, il Mago Orfeo tremava, probabilmente di paura; finora il mago non aveva dato prova di grande coraggio. Non parlava e non guardava Luisa, ma quel silenzio, che intrappolava tutti in ragnatele di solitudine, era comprensibile. Le parole del topo avevano segnato il loro passaggio sotto la montagna. “Andate avanti ma non fatevi sentire da qualsiasi cosa sia là sotto…”

E qualsiasi cosa fosse, nessuno di loro voleva incontrarla. Così procedevano lentamente e, appunto, in silenzio.

Passò un’ora, forse di più, Anna non ne era certa. Le sembrava che il rumore attutito degli zoccoli dei mufloni avesse ormai battuto un infinito numero di secondi. Di colpo le mura attorno a lei cominciarono a tremare. Prima leggermente, come se stessero respirando lievemente. Poi sempre più violentemente, quasi volessero starnutire. Infine, fu la stessa terra a tremare, proprio come aveva tremato nella foresta. Tutta la galleria pulsava…

“Qualsiasi cosa sia là sotto, vuole sputarci fuori…” pensò Anna, stringendosi con tutte le forze al collo di Sek. Luisa e Sofia a cavallo di Alder, fecero lo stesso. Filo, che per qualche motivo a lui sconosciuto, stava cavalcando Banyan insieme a Orfeo, si ritrovò imbarazzato ad abbracciare il mago. Quest’ultimo, però, si era distratto. Entrambi volarono per terra, uno sopra l’altro mentre la galleria si scuoteva come un serpente a sonagli. Nonostante l’agitazione di tutti, ad Anna sfuggì un sorriso divertito.

Rimasero tutti immobili fino a quando le cose si calmarono. Poi, dopo qualche istante d’attesa, Orfeo guardò Anna e borbottando qualcosa tra sè e sè, salì anche lui sulla groppa di Sek, dietro la bambina. Anna non riuscì più a trattenersi e sottovoce gli domandò. “Il Mondo delle Cose Impossibili? E’ lì che è andato dopo, vero? Non ha ascoltato il nonno… Cosa è successo?”.

Mentre mormorava quelle parole, le affilate orecchie del mago facevano ostentatamente finta di non sentire. Dapprima Anna pensò fosse per paura di risvegliare la galleria e farla tremare di nuovo. Poi si accorse che il mago cercava con gli occhi Luisa, ma non riuscì a capire se fosse perché non voleva che lei sentisse o piuttosto il contrario: voleva raccontare a lei quella storia? Voleva farsi in qualche modo perdonare? Anna non lo poteva sapere perché non poteva leggere la sua mente come un libro, come poteva leggere Hendegaard.

E così continuarono a seguire Tara e a percorrere le gallerie una dopo l’altra. Passò altro tempo, sospeso tra silenzio e oscurità. Tutto sembrava essersi placato. Poi, d’un tratto giunsero a un incrocio tra gallerie al centro del quale Tara si fermò e cominciò a brillare. Lentamente la sua luce illuminò lo spazio davanti a loro e Anna capì che Tara voleva che si riposassero. La bambina scese dalla groppa di Sek e fece cenno a Orfeo di fare lo stesso. Gli altri, ormai completamente abbandonati alla guida della loro luminosa compagna, la copiarono, con la certezza che Tara sapesse sempre cosa fosse meglio fare.

Quando si ritrovarono tutti seduti a terra, Anna pensò che fosse giunto il momento adatto per ripetere la sua domanda. Poi le venne un’idea, si rivolse a Sofia e disse:
“Mamma, perché secondo te, il nonno non ti ha mai detto nulla? Se ha raccontato tutto al Mago Orfeo, perché con noi ha tenuto il segreto? E la Signora del Caos? Perché non ha mai parlato di lei?”

Sofia guardò la bambina e sospirò: “Non lo so, ma il minimo che posso fare per lui è attendere una sua spiegazione e non farmi influenzare dalle parole di un mago folle…”
“Folle?” Orfeo le aveva sentite parlare sottovoce. All’inizio sembrò offeso, poi abbassò la testa e ammise, quasi più a se stesso che a loro.

“ Forse si, ero giovane e folle. E rimasi tale per tanto tempo. Poi…”

Ancora una volta, il mago cercò Luisa con gli occhi. “Poi però capii, ma ormai era troppo tardi. Luisa, da anni desideravo raccontarti tutto, ma come ben sai il coraggio non è mai stato il mio forte. Quando mi resi conto di quello che avevo realmente fatto, mi vergognai di me e mi nascosi alla Rocca del Destino… Avevo anche paura del lupo Tacatà, e non volevo coinvolgerti, soprattutto perchè vivevi così vicina alla foresta…”

“Del lupo Tacatà? E perché? Cos’altro hai combinato ?” Luisa si girò a guardarlo, col suo sguardo carico di triste rimprovero. Orfeo si avvicinò a lei, le prese una mano e iniziò a raccontare.

37

“Come ho già detto, diedi poco peso alle parole del signore con i capelli bianchi. Avevo promesso di smettere di utilizzare il talismano, ma per qualche strano motivo non solo lui non mi aveva forzato a restituirlo (e aveva tutta l’aria di poterlo fare senza problemi) ma mi aveva anche regalato la scatoletta bianca, dove avevo visto la Signora del Caos e il suo Mondo delle Cose Impossibili.
Così, di ritorno alla Corte delle Stelle, aspettai qualche giorno e ricominciai a sperimentare con il talismano. Ossessionato dalla scatoletta, passavo ore a guardarci dentro. Quando la aprivo, mi sembrava di sprofondare in quel piccolo spazio bianco. Ogni volta, vedevo il suo candore mutare lentamente, diventare sempre più scuro. Alla fine, raggiungeva un’oscurità tale che i miei occhi si dovevano abituare per continuare a guardarci dentro. A quel punto iniziava la parte più interessante.

La scatoletta mi mostrava una terra desolata e apparentemente disabitata, sovrastata da un silenzioso cielo il cui colore nero saturo di verde univa l’asprezza di un frutto acerbo alla tristezza di un albero appassito. Era un mondo privo di vita.

Ogni tanto, il cielo si ricopriva di nuvole che disegnavano il viso di una donna dall’espressione furente. All’inizio, quando succedeva, spaventato, richiudevo la scatoletta e non la riaprivo per un po’. Era il viso della Signora del Caos, e m’inquietava. Ero stato avvertito che voleva uscire dal Mondo delle Cose Impossibili. I suoi occhi ipnotizzanti penetravano nella mia mente ogni volta che li incontravo. Dopo poco però erano diventati parte di me e non li temevo più. Un giorno, non era passato forse neanche un mese, presi la scatolina e il medaglione in mano e visualizzai con la mente l’arida terra del Mondo delle Cose Impossibili. Si aprì un varco, come quello da dove è arrivata Sofia, e lo attraversai.

Dall’altra parte era buio, molto più di quanto avessi immaginato. Terrorizzato ripresi in mano il talismano per scappare di nuovo alla Corte delle Stelle. Mentre lo stringevo e cercavo di concentrarmi sul viso rassicurante di Luisa, le nuvole nel cielo disegnarono i due occhi che ormai conoscevo fin troppo bene.

Sotto, apparve un sorriso. E che sorriso! Agghiacciante è la parola che meglio potrebbe descriverlo. Eppure, non mi spaventò. Come se gli occhi avessero paralizzato le mie emozioni, rimasi impassibile a guardare il viso della Signora del Caos che domandò, con voce soffusa da anni di silenzio.

“Tu sai cos’è l’impossibile?”

Se devo essere sincero, mi sentii molto ignorante e completamente impreparato per offrire una risposta, nonostante tutti i miei anni di studio assieme al Guardiano di Mercurio. Non dissi nulla e lei domandò di nuovo:

“Tu sai cos’è l’impossibile? No? L’impossibile non è solo quello che non potrà mai essere possibile… E’ anche quello che non è ancora diventato possibile, o quello che un tempo lo è stato e ora non lo è più… Io oggi sono impossibile nel tuo mondo, ma nel passato ero possibile e domani forse lo sarò di nuovo. E c’è chi oggi è possibile e teme di diventare impossibile…”

Immaginai stesse parlando del signore che in quel mondo l’aveva imprigionata e ora temeva la sua libertà. Come se mi avesse letto nei pensieri, la signora continuò:

“Ti ha detto che il tuo mondo svanirà se torno io? Che crollerà in frantumi? Eppure lo abbiamo creato insieme, quando entrambi eravamo possibili allo stesso tempo… E ora che è possibile solo lui, tu dimmi com’è diventato quel tuo mondo? Noioso? Si, non me lo devi dire, lo vedo, tu ti annoi. Altrimenti non passeresti ore a osservarmi da quella tua scatoletta. Se il tuo mondo ti piacesse, non ne cercheresti altri. Io ti prometto, se mi ascolterai, che non ti annoierai mai più. Ti piacerebbe conoscere tutti i segreti del tuo mondo e di tutti gli altri?”

La Signora del Caos parlava di tanti mondi, non di uno solo. Mi lusingava pensarla come lei. La capivo e mi sentivo molto più vicino a quello che lei mi diceva che a quel vecchio asettico vestito di bianco che si era rinchiuso da solo in una prigione dello stesso colore. Almeno lei era stata imprigionata. Era vero, il mio mondo mi annoiava, volevo altro. Volevo sapere come cambiare la realtà. Così l’ascoltai, corrotto dalla promessa di una conoscenza segreta che mi avrebbe dato grande potere. In fondo stiamo parlando di me, e l’ambizione non mi è mai mancata.
Ma anche la Signora voleva qualcosa da me.

38
“Come mi hai trovato? Come hai attraversato le sue barriere?”

Le sue domande avrebbero dovuto spaventarmi più di qualsiasi cosa. Se la Signora del Caos fosse uscita da quel mondo arido di vita cosa avrebbe fatto? Avrebbe veramente distrutto la Corte delle Stelle? Io mi sentivo furbo, però, il più furbo di tutti. Le mostrai il talismano. Presi la pietra nera in mano e gliela porsi. Gli occhi nel cielo si strinsero come per osservare meglio lo strano oggetto che aveva davanti. Poi, un lampo di riconoscimento. E un sorriso. Non agghiacciante come quello di benvenuto con cui ero stato accolto, ma di trionfo. Ubriaca di una gioia folle esclamò:

“Finalmente! Che belle notizie porti, giovane mago. Notizie che non mi sarei mai aspettata… L’impossibile è già diventato possibile e lui ancora non lo sa!”

Lui, poteva essere solo il signore dai capelli bianchi, chi altri?

“Raccontami, dove l’hai trovato?”

Furbo. Pensavo di essere furbo e provai a ingannarla.
“Prima dimmi tu, raccontami tutto quello che hai promesso di rivelare!”
Chiesi, stolto e arrogante com’ero. Per tutta risposta, da una nuvola piovve a terra un libro.

“Ecco. In questo libro troverai tutte le risposte che cerchi. Leggerai anche le domande, soprattutto quelle che ancora non ti sei mai fatto.”

Lo presi in mano. Hendegaard c’era scritto. Le lettere d’argento intarsiate sulla copertina blu notte brillavano tra le mie mani. Lo aprii…. Immagini apparvero sulle pagine bianche e nella mia mente come se pagine e pensieri fossero una cosa sola. Per un istante, poi svanirono. Bastò quell’istante per convincermi. Era vero, quel libro mi avrebbe detto tutto, se solo avessi avuto il tempo di studiarlo.

“In cambio non ti chiedo nulla di speciale. Solo di raccontarmi esattamente dove hai trovato quella strana pietra che mi hai mostrato. E poi…” attese. Attese che il desiderio per quel libro entrasse nella mia mente, nel mio cuore e nelle mie ossa.

“E poi… mi presterai il talismano. Non ti preoccupare, una sola volta. Non chiedo troppo….” Tentennai ancora un poco… “Non oggi, non domani… Tra tanti anni e chissà …”

Sorrise trionfante e continuò: ”Forse mai.”
E io promisi.

Come per firmare l’impegno, aprii di nuovo il libro e vidi tra le pagine bianche le immagini della stessa storia che cominciai a raccontare. Le parlai di tutto. Di te, Sofia, e dei due gemelli. Del signore che era apparso dal nulla e ti aveva portato via insieme alla bambina. E della pietra che era rotolata ai miei piedi…

A quel punto, la signora m’interruppe. Non aveva bisogno di sentire altro, mi disse. Potevo andare. Potevo portare via il libro. Quando sarebbe stato il tempo di mantenere la mia parte dell’accordo, mi avrebbe chiamato lei. Così presi talismano, scatoletta bianca e libro. Strinsi a me tutti quei tesori, soddisfatto e, con tutto il mio cuore, pensai a te, Luisa, e alle bambine. Si aprì di nuovo il varco e lo oltrepassai. Dall’altra parte, a casa nostra, voi tre mi aspettavate piene di gioia. Per molto tempo dimenticai la mia stolta promessa.

39

Cominciai a studiare il libro. Appresi tutto quello che potevo. La nascita del nostro mondo. Come fare apparire cose impossibili provenienti dal mondo della Signora del Caos. Sek e i suoi fratelli furono tra i miei risultati migliori. Presto le mie conoscenze mi resero essenziale a Re Uberto che mantenne la sua promessa e mi nominò Guardiano dei Confini tra i Mondi.
Purtroppo, una nube turbava la mia gioia. Attraverso le pagine del libro capii, infatti, l’orribile conseguenza della prima volta che Re Uberto ed io avevamo usato il talismano. All’interno della quercia che avevamo squarciato, dormivano i cuccioli del lupo Tacatà. Non erano sopravvissuti all’incidente. Il cuore del Guardiano della Foresta si era spezzato insieme alla quercia. Per il dolore aveva isolato la foresta impedendo a chiunque di attraversarla. E aveva giurato di vendicarsi. Contro di me e contro il re Uberto.

Cominciai a temere per me e per le bambine. Purtroppo non mi trattenni dal combinare altri danni. Il re ed io continuammo a usare il talismano, ma tentai con tutte le mie forze di riparare a quello che avevo fatto. Provai anche a saltare avanti e indietro nel tempo… Inutilmente. Quando mi spostavo nel tempo, potevo solo osservare le cose che vedevo, come in un sogno. Non potevo fare nulla per cambiarle.

Gli anni passavano, tu e le bambine abbandonaste la Corte. Io non vi seguii. Ero ossessionato dal pensiero che nonostante tutti i poteri che avevo acquisito non riuscissi a tornare indietro e cambiare una sola cosa, l’unica che mi avrebbe permesso di tornare a vivere con voi serenamente. Provai e riprovai un infinito numero di volte. Infine, convinsi il Re Uberto a organizzare una delegazione che raggiungesse la foresta per parlare con il lupo Tacatà. Decidemmo di fare tutto senza utilizzare il talismano per mostrare al Guardiano della Foresta la nostra buona fede. Organizzammo una nave per attraversare il Golfo di Boffo e raggiungere la Foresta.

Sul vascello con me vennero anche Sek e i suoi fratelli. Ero entusiasta, forse avevo trovato il modo per tornare a testa alta dalla mia famiglia. Purtroppo successe il finimondo. Durante la tempesta, fummo attaccati dai pirati. Non avevo paura perché pagare un pedaggio a Rui, il Guardiano del Mare, era una prassi normale della Corte delle Stelle. Presto mi accorsi, però, che c’era qualcosa che non andava. Il capitano Rui aveva scoperto cos’era successo a sua moglie e sua figlia e sospettava che io conoscessi un modo per ritrovarle. Scoppiò una battaglia feroce tra i pirati e i marinai che per ordine di Re Uberto dovevano proteggermi a tutti i costi. Io mi spaventai da morire. Non amo molto la violenza…. Non ho coraggio…. Così presi il talismano per scappare e successe quello che successe.

Il raggio del talismano si alzò in cielo per poi ricadere sul ponte e affondare la nave. Rui e molti tra pirati e marinai non sopravvissero. Io… Beh io sì. Attraversato il varco, mi ritrovai in una stanza tutta bianca e ad attendermi c’era il vecchio signore tutto bianco. Era furente, i suoi occhi celesti brillavano tempestati da fulmini di rabbia. Erano uguali a quelli della Signora del Caos, quando ancora li guardavo da lontano, riparato dalla scatolina bianca. Ancora una volta non rivelerò quello che mi disse. Posso solo dire che questa volta prestai attenzione alle sue parole. Finalmente avevo capito. Il vero potere del talismano era di portare il caos nel nostro mondo. L’utilizzo del talismano aveva contribuito a determinare una serie di eventi e aveva lentamente distrutto l’armonia della Corte delle Stelle. E la sua Signora aspettava.

Tornai dal re e giurai che non avrei mai più usato il talismano. A questo punto anche il re era furente con me. Il talismano a lui serviva per governare la Corte delle Stelle nei suoi angoli più remoti e il potere gli aveva dato alla testa. Litigammo. Io abbandonai la Corte e mi rifugiai alla Rocca del Destino con i miei mufloni.

Da quel giorno utilizzai il talismano solo per non dovere attraversare la foresta, dove, ad aspettarmi, c’era sempre il lupo Tacatà. Non cercai mai di tornare da Luisa e dalle gemelle. Non volevo che il lupo facesse a loro quello che io avevo fatto ai suoi cuccioli. Poi arrivò quel dannato ragazzino! Mi rubò il talismano e rimasi imprigionato alla Rocca, dove vivevo nel terrore. Dall’alba al crepuscolo i miei gufi cercavano quel piccolo ladro, ma come ben sapete senza alcuna fortuna.

Quando ho visto il sole tramontare di colpo, ho immaginato cosa potesse essere accaduto e ho deciso di tentare di convincere la regina a tornare sul trono del sole. Il caos non doveva prendere il sopravvento. E così per la prima volta ho affrontato le mie paure e ho provato ad attraversare la foresta per raggiungere in fretta la corte. Li sono stato rapito dalle lucertole giganti che mi hanno riportato nuovamente nel Mondo delle Cose Impossibili.

Dove Anna mi ha trovato……”

40

Tobia era tornato nella grotta. Nella penombra, il lago sotterraneo luceva come una macchia di olio nero. Prese un sasso e, pensando a quello che gli aveva detto il nonno, lo scagliò con forza dentro l’acqua torbida. Il lago inghiottì il sasso, in silenzio.

Avrebbe voluto che quell’acqua inghiottisse anche i suoi pensieri. Era tutta colpa di quella bambina, sua sorella. Scorrazzare così per la Corte delle Stelle, combinando guai! L’avrebbe riportata a casa.

Ma con lei, sarebbe dovuta andarsene anche la mamma che aveva appena ritrovato. Non era giusto. Purtroppo, però, tante cose non sono giuste; questo lo aveva imparato già da qualche tempo. Cercò di distrarsi e tornò con la mente alla Torre della Solitudine.

Il signore dagli occhi azzurri, come quelli di Anna, gli aveva raccontato tutto. Gli aveva spiegato perché, tanti anni fa, aveva portato via sua sorella e sua madre. E ora toccava a lui fare lo stesso. Dalla morte di suo padre, Tobia non aveva avuto un altro punto di riferimento. Qualcuno che gli dicesse cosa fare. Qualcuno in cui credere. Ora, aveva trovato suo nonno. Il padre di sua madre, che gli aveva detto che loro due avevano simili doveri e responsabilità. Così, per la prima volta in tanti anni, Tobia aveva deciso di ascoltare qualcun altro, oltre a se stesso. Preso il talismano tra le sue mani, aveva pensato ad Anna con intensità. Ma, ancora una volta la sua mente indomabile aveva cavalcato lontano.

Oltre il varco, si era ritrovato tra alberi e piante, cupamente intrecciati tra loro come una trappola. Tobia aveva tremato di paura. Insieme con lui, anche la foresta, ogni singolo albero, tronco, pianta e ramoscello, aveva sobbalzato con violenza. Come se avesse voluto sputarlo fuori con un potente colpo di tosse. E così era successo. Uno spaventato Tobia, ripreso il talismano in mano, aveva pensato al luogo dove si sentiva più al sicuro.

Era ritornato lì. Nella grotta, vicino al suo vascello. Ora, davanti al lago dall’acqua torbida, doveva concentrarsi sul da farsi.

Salì sul ponte, immerso nei suoi pensieri. L’avventura nella foresta lo aveva preoccupato. Usare il talismano per apparire senza preavviso da qualche parte era diventato poco raccomandabile. Non c’era modo di prevedere dove sarebbe potuto finire la prossima volta. O forse si? Mentre scendeva sottocoperta, gli venne un’idea. Se la foresta andava evitata, non poteva in qualche modo cercare di apparire sotto la foresta?

Magari bastava concentrarsi su un punto, sotto terra, vicino a dov’era Anna, ma non proprio dov’era lei… Perché chissà dov’era lei, pensò rabbrividendo. Rovistando nel buio, trovò finalmente quello che stava cercando. Una scatola, dove aveva nascosto gli oggetti più preziosi appartenuti a suo padre. L’aprì. Dentro c’era un coltello a serramanico. La sua lama era lunga e appuntita e sull’impugnatura era intagliato il sigillo del Guardiano del Mare. Lo prese e controllò l’affilatura. Si. Andava ancora bene, nonostante non lo avesse usato da anni. Troppi ricordi, anche qualche senso di colpa. In fondo, non si era quasi mai comportato come un vero Guardiano del Mare. Ora però era diverso. Stava facendo il suo dovere…

Strinse il talismano nella mano sinistra, il coltello nella destra e si concentrò sulla bambina. Poi, cercò di pensare a un punto sottoterra che fosse vicino a lei. Si aprì il varco. Tentennando, fece un passo in avanti, coltello in mano, pronto ad affrontare qualsiasi cosa avesse trovato dall’altra parte. Appena varcata la soglia, come prima cosa, un buio fitto gli diede il benvenuto. Guardò in alto e non vide il cielo, ma qualcosa di marrone e solido. Perfetto, era sottoterra proprio come aveva voluto. La bambina era sopra di lui. Ma dov’era finito esattamente? Era sottoterra sì, ma non circondato dalla terra. Quello attorno a lui era legno. Si trovava al centro di un largo snodo di gallerie che a ben guardare erano enormi radici. Da qualche parte aveva sentito raccontare di un luogo come quello. Davanti a lui, due occhi che bruciavano come fiamme confermarono il suo terribile sospetto.

Era nel cuore sotterraneo di una quercia, quella del lupo Tacatà. Il lupo lo stava fissando pronto ad azzannarlo. Tobia prese il talismano per fuggire, poi si fermò. Dietro al lupo c’era un uomo legato a terra e a stringerlo non erano corde ma liane che nascevano dalle radici della quercia. Tobia lo riconobbe. L’ultima volta che lo aveva visto era seduto su un trono d’argento. Era re Uberto.

Tobia guardò il sigillo di suo padre sul coltello. Sapeva esattamente quello che avrebbe fatto il Capitano Rui in quella situazione. Avrebbe salvato il proprio re.

Si accorse in quel momento che il lupo sembrava guardare oltre, come se il suo corpo fosse stato trasparente. Si voltò. Con terrore vide il varco creato dal talismano. Non si era richiuso come al solito. Si stava allargando e aveva cominciato a inghiottire, prima gradualmente poi sempre più voracemente, le radici e il tronco dell’albero. In pochi secondi aveva risucchiato quasi tutta la quercia squarciandola completamente. Ora stava inghiottendo anche la notte. In cambio, fuori dal varco aveva cominciato a sgocciolare qualcosa. Qualcosa di terribilmente oscuro, che ora stava riempiendo lo spazio attorno a lui, come una linfa mortale. Prima a gocce, poi a fiumi. E in quei fiumi neri e verdi nuotavano creature mostruose.
Prima arrivarono le lucertole giganti. Avevano denti più affilati del lupo e occhi ancora più spaventosi. E dietro alle lucertole giganti, Tobia vide eserciti di altri mostri inimmaginabili e indescrivibili.

Tremò, pensando che la paura provata per la foresta era nulla in confronto a ciò che sentiva ora. Il terrore era entrato in tutte le sue cellule. Lontano o vicino, Tobia non avrebbe saputo dire, il lupo ululò. Anche lui di spavento. Tobia capì. Anche il lupo Tacatà aveva appena scoperto l’esistenza di qualcosa di più pauroso di un gigantesco lupo nero.

In quel momento accadde un miracolo. Le lucertole e i mostri risvegliarono dentro al cuore del temibile Guardiano qualcosa che si era spento da tempo. Di colpo si dimenticò di tutto il suo rancore e si ricordò che il suo dovere era proteggere la foresta e tutti i suoi abitanti. Il lupo si lanciò all’inseguimento di quelle creature spaventose, lasciando senza guardia il Re Uberto. Tobia non perse un secondo. Corse dall’uomo imprigionato e con il coltello tagliò le liane. Il re lo guardò per ringraziarlo ma non disse nulla e gli fece segno di seguirlo. Tobia pensò stesse scappando via, ma il re si piazzò imponente davanti al lupo che interruppe la sua caccia impazzita. Guardandolo negli occhi, con la mano destra sguainò dalla fodera la sua spada. Sull’elsa brillò fievole il sigillo della luna. Tobia pensò volesse attaccare il lupo. Il re, invece, appoggiò la spada a terra e rimase disarmato davanti alla bestia. Il lupo attese un attimo, poi con la bocca afferrò la spada e la porse al suo sovrano. Il lupo si voltò verso il ragazzo. I suoi occhi non erano più minacciosi. Al contrario, lo chiamavano con urgenza.

Tobia si avvicinò dubbioso. Allungò una mano e accarezzò l’animale. Si sentì di colpo sicuro. Certo di quello che doveva fare. Saltò in groppa al lupo e i due guardiani si lanciarono con il re in una battaglia senza speranza contro le schiere di mostri che il varco aveva sputato nel loro mondo. Presto, le lucertole li circondarono. Tobia si guardò intorno. Nulla era più come prima. Il varco aveva risucchiato tutto quello che conoscevano e lo aveva rimpiazzato con forme e vite indefinite e impossibili. E la bambina? Dov’era finita Anna? Lui aveva pensato a lei quando aveva aperto il varco…

41

La luce verde di Tara aveva avvolto le parole del mago proteggendole da orecchie indiscrete e nessuno aveva interrotto il racconto. Anna e gli altri non avevano detto nulla per un po’. Per la durata della storia erano stati anche loro in un altro tempo, in un altro luogo, e non più in quelle cupe gallerie che tanto sembravano spaventarli. Ora, ritornati al presente, si sentivano tutti un po’ spaesati. Tutti tranne Anna.

Mentre il mago Orfeo parlava, era successa la stessa cosa che era capitata quando Luisa le aveva raccontato la sua storia. Per tutta la durata del racconto aveva provato la sensazione di essere lì, accanto al mago Orfeo e di vivere con lui i suoi viaggi nel tempo senza potere cambiare niente. Tutto a un tratto riaffiorò nella sua mente una domanda che andava e veniva e che stava aspettando di trovare una via d’uscita.

“Mi scusi, signor Orfeo, posso farle una domanda? Perché i gufi di notte sono dei muf…”

In quell’istante la galleria cominciò a tremare di nuovo. Questa volta sembrava fosse arrivato veramente un terremoto. Anna guardò in alto e vide il soffitto della galleria squarciarsi sopra di lei e aprirsi sul nulla. Un nulla che diventava sempre più vasto. Era un varco, come quello che si era aperto alla Rocca del Destino e da cui era uscita la mamma.

Questo varco non voleva saperne di richiudersi, anzi, diventava sempre più grande e inghiottiva qualunque cosa. Poi, davanti ai loro occhi, successe l’impossibile.

L’aria tremò e, come se si fosse frantumato in milioni di pezzi, il buio si sciolse. Sopra le loro teste cominciarono a piovere gocce di qualcosa di ancora più oscuro dell’oscurità. Gocce che presto si trasformarono in cascate nere e allo stesso tempo verde acido… Il cielo acerbo e appassito di cui aveva parlato il mago Orfeo si era trasformato in un mare che voleva travolgerli e annegarli. A seguire, o piuttosto a cavalcare le sue onde, Anna vide le lucertole giganti e altre creature terrificanti.

Le barriere tra la Corte delle Stelle e il Mondo delle Cose Impossibili erano crollate. L’ordine della realtà era stato scambiato con l’impossibile. Solo il caos era diventato possibile, ora. Ma dov’era, in tutto questo, la sua Signora?

Anna la vide uscire, a seguito delle sue creature mostruose. Non era altro che una vecchietta, alta poco più di una bambina, poco più di lei. Camminava piano e rideva. Rideva e ripeteva le stesse parole come una canzone.
“Sono tornata! Dove sei? Non sei venuto a darmi il benvenuto?”
Ripeteva e rideva, guardando lo sfacelo che il suo arrivo aveva causato.

“Non posso più darti nulla…Ormai hai distrutto tutto…”
Anna sentì qualcuno mormorare dietro di lei. Si girò. Dal nulla, era apparso suo nonno, con i capelli bianchi, che ora sembravano grigi e sporchi, e gli occhi, un tempo azzurri, ora solo tristi e stanchi.

“Non posso più darti nulla, ormai hai distrutto tutto….” sussurrò di nuovo il nonno.

Nella confusione, nessuno sentì la sua risposta, soffocata dalla risata della vecchietta.
Solo Anna la udì. Tobia! Doveva essere stato Tobia, apparso nelle vicinanze con il talismano. Si guardò intorno ma tutto turbinava. A fatica riusciva a trattenere a sè la sua borsa.

Poi li vide. Un ragazzino, un uomo e un lupo dagli occhi accecanti inseguivano i mostri che stavano sbucando dal varco. Solo loro tre. Contro lucertole giganti e altre forme di vita impossibile.

Tobia era a cavallo del lupo. Un animale gigantesco, i cui occhi di brace e le zanne brillavano bianche come stelle in quella notte che avrebbe potuto spaventare qualsiasi notte.
Un lupo, che in una qualsiasi altra notte, avrebbe terrorizzato chiunque ma in quella, forse ultima notte, non preoccupava nemmeno un po’ le terribili lucertole giganti.
Accanto a lui combatteva un uomo alto e maestoso, con una spada argentata, sopra la quale Anna vide intarsiato il sigillo della luna. Lo stesso sigillo che aveva visto sul trono vuoto.
Insieme, tutti e tre, combattevano disperati, una battaglia che non avrebbero mai vinto.

In quel momento Tara incominciò a brillare. L’unica luce, oltre agli occhi di brace del lupo.
Anna la seguì. E, camminando dietro la sua scia, nulla la poteva toccare.
Così in una bolla di pace, nel bel mezzo della battaglia, raggiunse Tobia.

Tara si posò prima sulla mano sinistra del ragazzino, poi vicino al suo cuore, brillando come una medaglia d’onore. Anna allungò la sua mano e afferrò quella di Tobia. Per un istante, entrambi strinsero assieme il talismano. Mentre le loro mani si intrecciavano, attorno al medaglione nero, Tobia sentì qualcosa, dentro di lui, cambiare. Il buco nel suo cuore si era finalmente chiuso. La solitudine che non era mai riuscito a spazzare via, scomparsa. Tobia e Anna si abbracciarono.

Passò un istante o, forse, un’eternità. Ormai anche lo scorrere del tempo era diventato impossibile…

Poi, Tobia liberò Anna dall’abbraccio e lei portò a sè il talismano guardandolo sorpresa. La pietra nera la salutava e brillava di gioia.

“Finalmente sono a casa…Sei la bambina con i ricci capelli neri e gli occhi azzurri…Finalmente posso riposare.” Sentì la pietra mormorare…
Poi, dopo un’istante, come realizzando cos’era successo, la pietra disse:
“Ma è troppo tardi…Ho fatto troppi guai….”
Di colpo anche il talismano sembrò triste, come tristi erano stati per anni gli occhi della mamma. Era la stessa luce senza gioia che brillava negli occhi di Luisa e in quelli della regina Ottavia. La stessa tristezza che ora allagava gli occhi del nonno.

Per un secondo il suo cuore si strinse e sembrò che una lacrima le scivolasse sul viso. Non era una lacrima. Era Tara che aveva cominciato a brillare come non aveva mai fatto finora e a danzare allegramente il suo ballo d’ape, quello che aveva già danzato nella taverna quando l’aveva convinta a prendere il libro.

“Il libro!” Pensò” Devo leggere il libro!”
Di corsa aprì la sua borsa, per miracolo l’unica cosa che non era stata risucchiata dal vortice. Mentre con la sinistra continuava a stringere il talismano, la mano destra estrasse il libro. Hendegaard. Le sue lettere argentate brillavano e sembravano volersi staccare dalla copertina per tuffarsi dentro gli occhi azzurri della bambina. Poi, le pagine cominciarono a sfogliarsi da sole e da loro uscì una voce. Era la voce di Anna che raccontava una storia. La storia della Corte delle Stelle, dall’inizio alla fine.

42

“All’alba del tempo, prima di chiamarsi Signori, Caos e Ordine si chiamavano tra loro amore. Ordine sosteneva che poteva esistere un solo mondo, Caos era convinta che i mondi fossero infiniti. Su quello che era possibile e impossibile non andavano mai d’accordo. Nonostante questo, dal loro amore nacquero due gemelli: una bambina e un mondo, possibili e impossibili allo stesso tempo, entrambi composti dallo stesso numero di particelle di caos e di ordine. Il mondo era la Corte delle Stelle, la bambina era Sofia.
Alla Corte delle Stelle, come dal nulla, apparvero i Guardiani. Lentamente, i Guardiani scoprirono che ogni cosa alla Corte delle Stelle era speciale e che più loro la guardavano con attenzione, più essa diventava bella. Così anche loro, assieme a Ordine e a Caos, Guardiani della Luna e del Sole, cominciarono ad amare la Corte delle Stelle e a prendersi cura di lei. Ogni Guardiano, però, vedeva le cose in maniera diversa. I Guardiani celesti guardavano le stelle da lontano, perché, se si fossero avvicinati, le stelle avrebbero bruciato i loro occhi. I Guardiani terrestri dovevano, invece, essere vicini alla terra per poterne vedere meglio i minuscoli dettagli.

Così i Guardiani terrestri lasciarono la casa di Ordine e Caos. Il Guardiano della Montagna andò a vivere sotto le montagne, il Guardiano del Mare si costruì un vascello e cominciò a solcare le onde. Un’immensa quercia divenne la casa del Guardiano della Foresta. Dovunque si trovavano, i Guardiani si amavano tra loro e la Corte delle Stelle cresceva come una tela di luce tessuta dai loro sguardi intrecciati. Il sole e la luna, le stelle del cielo, le pietre della terra e le onde del mare danzavano tra loro e la loro danza era più importante di tutti i danzatori. Tutto mutava sempre, tutto rimaneva sempre lo stesso. Caos era felice perché nulla era quello che sembrava e Ordine sereno perché ogni cosa sembrava al suo posto.

L’alba del tempo passò.

Ordine, orgoglioso dell’armonia che aveva creato, iniziò a temere Caos e l’incertezza che la sua amata causava quando vagava tra il cielo, le montagne, il mare e la foresta. Decise allora di costruire, al posto della casa dove vivevano, un palazzo di marmo bianco e due troni, uno d’argento per lui e uno tutto d’oro per lei. Poi, convinse Caos a sedersi lì con lui, rinunciando a muoversi libera per il mondo che avevano creato.

Piano, piano la Corte delle Stelle divenne sempre più rigida e fredda e i mutamenti amati da Caos cominciarono lentamente a svanire. Presto, alla Corte delle Stelle non c’era più movimento. Tutto era duro e brillante come un cristallo ma Caos ai cristalli preferiva le fiamme colorate e vivaci del fuoco, che almeno la riscaldavano un po’. Così un giorno, un po’ per noia e un po’ per rabbia, la bellissima e temibile Caos convinse il sole a brillare tanto da incendiare la terra e asciugare il mare e la Corte delle Stelle iniziò a bruciare.

Ordine se ne accorse appena in tempo. Spense le fiamme e, non sapendo cosa fare, imprigionò Caos nel Mondo delle Cose Impossibili. Mandò Sofia a vivere nel Mondo delle Cose Possibili cosicché il caos di cui era anche lei composta non vagasse libero per la Corte delle Stelle e non continuasse quello che aveva iniziato sua madre. Poi scelse un re e una regina perché governassero dai troni della luna e del sole. A quel punto anche lui abbandonò la Corte e si rinchiuse tutto solo dentro la Torre della Solitudine.

All’alba del tempo, il Mondo delle Cose Possibili, il Mondo delle Cose Impossibili e la Corte delle Stelle erano un solo mondo e, contemporaneamente, mondi infiniti. Ora erano diventati tre mondi, isolati tra loro.

Il luogo più isolato di tutti era la Torre, che esisteva in tutti e tre i mondi e in nessuno di essi. Per evitare che Caos tornasse, Ordine chiuse tutti i passaggi. Tutti, tranne quello nella grotta sotto la Torre della Solitudine.

Tutti i giorni, quando si svegliava e prima di andare a dormire, Ordine apriva una scatoletta bianca che teneva accanto al letto. Dentro poteva vedere nel Mondo delle Cose Impossibili, e osservare Caos da lontano. Tutti i giorni, quando la vedeva, piangeva. Poi asciugava gli occhi e, ogni giorno, si dimenticava del suo dolore, così come si era dimenticato della gioia e dell’amore che avevano generato la Corte delle Stelle. Ogni giorno piangeva, ogni giorno dimenticava, e in quel vuoto nel quale lui stesso si era imprigionato, tutto sembrava in ordine.
Si sbagliava.

43

Nel Mondo delle Cose Impossibili, Caos non era sola come credeva. Insieme con lei era rimasto imprigionato un libro. La sua copertina era blu e sopra, con lettere d’argento, c’era scritto: Hendegaard.

Quando Caos lo trovò e aprì, le sue pagine erano vuote. Lo gettò per terra e lo calpestò stizzita, pensando fosse uno scherzo. Poi, se ne dimenticò. Passarono anni prima che lo riprendesse in mano. Un giorno, annoiata, lo riaprì. Vide i suoi pensieri fondersi con le pagine bianche. Mentre diventava una cosa sola con il libro, Caos finalmente comprese.

Il libro era un pezzo del cuore di Ordine sacrificato al Mondo delle Cose Impossibili per poterla rinchiudere. Era quella parte del cuore che non l’avrebbe mai potuta abbandonare e di cui Ordine si era dimenticato.

La Signora del Caos lesse nel libro le risposte a molti suoi interrogativi e domande che ancora non si era mai fatta perché non era ancora giunto il momento giusto per farsele.
Il libro le parlò del futuro declinandolo al passato, come se il futuro fosse antico quanto l’alba del tempo. E, come se fosse già avvenuta, le raccontò la storia di due bambini e di un giovane mago.
Le parlò, inoltre, di una pietra nera che era parte di lei, un piccolissimo pezzo di caos puro. Quel piccolo pezzetto di caos era la chiave per ritornare a casa. Si sarebbe staccato dalla realtà che formava la Corte delle Stelle, nel momento in cui Ordine avesse separato i due bambini.

(Povero Ordine, sospirò il libro, non lo avrebbe mai fatto se il suo cuore fosse stato intero. Avrebbe capito che il destino dei bambini era di stare insieme così come quello di Sofia sarebbe stato di crescere con sua madre).

E le parlò di una lacrima donata per caso da Ordine a un giovane mago, imprigionata in una scatoletta bianca. Era una delle tante lacrime che Ordine aveva versato che aveva trovato una via di scampo per sfuggire al triste destino della Torre, dove tutte le sue sorelle finivano per asciugarsi e svanire.

Liberata, la lacrima sarebbe volata via senza essere vista da nessuno, tranne che da una giovane donna, Luisa ( chissà perchè proprio lei? …). Avrebbe vagato per la foresta. Dovunque, al suo passaggio avrebbe portato calma e serenità. Una piccola luce verde che brillava di gioia e di amore. Una notte sarebbe entrata in una buia galleria sotto una montagna. Lì avrebbe incontrato un topino che piangeva davanti ad una divisa rossa con le rifiniture dorate e a un cappellino d’oro luccicante, con le rifiniture rosse.

Delicatamente si sarebbe appoggiata prima sul suo muso, poi sul cappello e infine sulla divisa. Il topo l’avrebbe guardata perplesso e poi, avrebbe sorriso. Infine, preso il cappello con le zampe, se lo sarebbe posato in testa.

“Come ti chiami?” Per tutta riposta, la luce avrebbe brillato e ballato davanti a lui fluttuando nell’aria come una farfalla.
“Ah… Non hai un nome… Ti chiamerò Tara. Perché non resti quaggiù con me? E’ buio e ho paura. Mio padre era Guardiano della Montagna e mio nonno prima di lui. Ora tocca a me, ma non sono abituato a stare sottoterra. Vedi, io ero un topo da vascello, un topo di mare, abituato alle avventure all’aria aperta. Qua sotto, mi sento un po’ soffocare… “

Così, nel buio del Mondo delle Cose Impossibili, Hendegaard raccontò a Caos di come Tara avrebbe acceso, assieme al topino, tutte le candele delle gallerie per aiutare i viandanti a non avere paura dell’oscurità. E di come Tara avrebbe atteso.

Solo il piccolo Guardiano vestito di rosso avrebbe riconosciuto chi attendeva Tara. Una bambina con i capelli ricci neri e gli occhi azzurri quanto il mare che, un tempo, il topino stesso aveva solcato.

Infine, Hendegaard narrò a Caos di Anna. E la voce con cui Hendegaard parlava era già la voce cristallina di Anna. Quella bambina, le disse, non sarebbe stata una bambina qualunque ma un Guardiano, il Guardiano della Corte delle Stelle e, proprio come i primi Guardiani, Anna avrebbe guardato tutto con attenzione e con amore.

Le parlò della solitudine e della sofferenza che la bambina avrebbe trovato nel suo viaggio. La tristezza di Sofia, della Regina Ottavia e di Tobia. Le raccontò del dolore del lupo che avrebbe tremato con la foresta, e della paura del mago. E poi della sconfinata tristezza che la bambina avrebbe letto negli occhi di Ordine.

Per ultimo, le parlò dalla sua rabbia. Della sua rabbia che avrebbe distrutto tutto.

Imprigionata nel Mondo delle Cose Impossibili, Caos ascoltò, ma non con la dovuta attenzione. Accecata dal suo dolore non vide quello che Hendegaard aveva cercato di mostrarle nelle sue pagine vuote. Soprattutto con le ultime parole. Anzi.

Caos giurò che avrebbe trovato il modo di usare il libro per vendicarsi di Ordine. Avrebbe usato un pezzetto del suo stesso cuore contro di lui. E così fece.

Quando, finalmente, il giovane mago la raggiunse nel Mondo delle Cose Impossibili, Caos, sprezzante, gli donò il libro, come a un cane, si lancia un osso.
E quello fu il vero inizio della fine.”

44

Ora, che tutto era stato distrutto, Hendegaard raccontò ai presenti, di nuovo la stessa storia. Quella storia che era stata scritta solo per Caos. La prima volta la nonna non aveva dato ascolto alle parole del libro. E Anna l’aveva riletta, ancora una volta. Il racconto finì e la voce di Anna si disperse nel buio, nel vuoto e nel silenzio.

Caos si guardò attorno. Le sue lucertole erano come paralizzate, ipnotizzate dalla voce trasparente e serena della bambina. Un enorme lupo nero le fissava terrorizzato. Un uomo, che un tempo doveva essere stato alto e maestoso, osservava incredulo e impotente il varco che aveva divorato ogni cosa.

Il mago che l’aveva raggiunta nel Mondo delle Cose Impossibili, sempre più piccolo, magro e impaurito, era abbracciato a una donna molto più grande di lui ma altrettanto spaventata. Un altro uomo, piuttosto anziano e vestito con una tunica rovinata, era nascosto dietro tre statuari mufloni, uno viola, uno nero e uno blu.

E poi vide loro. Sofia, Anna e Tobia. E soprattutto lui, Ordine.
Finalmente, Caos comprese quello Hendegaard aveva cercato di mostrarle tanti anni fa.

Gli occhi di tutti quelli che la circondavano erano stanchi, tristi o spaventati. Erano occhi vuoti. Solo quando la piccola luce verde si posava sulla spalla di uno di loro, gli sguardi sembravano rianimarsi per un istante.

In quel momento, la piccola luce verde si avvicinò a lei, la cui schiena ormai era piegata in due dal peso di un rancore portato da troppo tempo. Di colpo, si sentì più leggera. Abbastanza da capire che forse era anche un po’ colpa sua. La piccola luce verde si accostò allora ai suoi occhi, che s’illuminarono di un verde brillante come l’acqua di lago. E nuove gocce lucenti cominciarono a scorrere lungo le sue guance, scivolarono oltre il suo viso e spiccarono il volo.

Guidate da Tara, raggiunsero il nonno e lo avvolsero in un abbraccio. I suoi capelli bianchi, i suoi occhi blu e i suoi vestiti diventarono d’un tratto tutti verdi. Il Signore dell’Ordine si trasformò in una Tara gigante. Brillava così forte che tutti, tranne Anna, strinsero gli occhi. A differenza degli altri, gli occhi di Anna erano abituati alla luce.

Caos si avvicinò alla bambina che istintivamente le porse il libro. La vecchia signora lo prese tra le mani dolcemente e lo portò a Ordine che commosso lo strinse al petto. Aveva, finalmente, ritrovato il pezzo mancante del suo cuore.

Povero Ordine, se non lo avesse perso, quante cose avrebbe capito, quante cose avrebbe potuto evitare.

45

Ora che le parole di Anna battevano assieme al suo cuore, dagli occhi di Ordine sgorgarono altri smeraldi di luce verdi, tondi, piccoli e luminosi come quelli che erano scivolati giù dalle guance di Caos. Guidate da Tara, le lacrime di Ordine e Caos volarono insieme verso il varco che stava ancora inghiottendo tutto, senza risparmiare nemmeno le lucertole e i mostri che aveva sputato.
Continuando così, il varco avrebbe presto inghiottito anche se stesso. E non sarebbe rimasto più nulla, nemmeno il vuoto.
Le luci entrarono nel varco e questo si finalmente si calmò, sfamato da una coperta di lacrime verdi.

“Scusami, Caos.”
Mormorò piano il Signore dell’Ordine e le sue parole rimbombarono nei loro cuori come tuoni, perché da troppo tempo erano state trattenute. Questa volta, lo ascoltarono tutti. Come avrebbero potuto non farlo?
Ordine continuò a parlare sottovoce a Caos.
“Lo so che forse non potrai mai perdonarmi. Lo so, come so tante altre cose, ma chi sa così tante cose, purtroppo o per fortuna, non è esente dal commettere anche errori molto grandi. Nessuno può conoscere tutto del presente, del passato e, tantomeno, del futuro. Anzi. L’unica cosa certa del futuro è che nessuno sa esattamente quello che succederà e questo me lo hai insegnato proprio tu.“

“La Corte delle Stelle è una tela tessuta dall’amore tra il possibile e l’impossibile; tra il sole e la luna; tra il mare, la montagna e la foresta. Tra tutte le stelle del cielo. Sono stato io a strapparla. La prima volta, distrattamente quando ti ho rinchiuso nel mondo delle cose impossibili e ho portato Sofia lontano da te e dalla Corte delle Stelle. E la seconda, con intenzione, quando ho separato Anna e Tobia. Separando e dividendo, ho spezzato quella tela. Ho allontanato anche me stesso dal mio cuore. E più andavo avanti con il mio ostinato comportamento, più pensavo di creare ordine. E invece creavo caos.

Ora so che il caos non lo comprendo ma so anche di amarlo profondamente.

Scioccamente, non ho capito neanche chi fossero davvero Anna e Tobia. Ho pensato che poiché Sofia era in parte caos e in parte ordine, i due bambini per forza sarebbero dovuti essere una caos e l’altro ordine. Come noi due. Arrogante, pensando di sapere sempre tutto, ho deciso troppo in fretta. La bambina doveva essere Caos come te. Il piccolo, Ordine, proprio come me. Mi sbagliavo. Come mi sono sbagliato sempre, da quando sono rimasto solo.

Anna è Ordine. E’ sempre al posto giusto, al momento giusto. Per questo si può muovere senza usare il talismano. Non apre varchi quando si sposta, non causa tempeste o terremoti. Va semplicemente dove deve andare, ed è sempre dove deve essere. Anch’io ero così, quando mi muovevo in armonia con la Corte delle Stelle. L’unico varco che ho aperto è stato quello per riportare Anna e Sofia alla Torre della Solitudine. Non lo potevo fare e la realtà ha cominciato a sgretolarsi.

Tobia, invece è Caos. Come te, forza i cambiamenti, rompe le catene e trasforma la realtà. E’ irruento e imprevedibile come una tempesta d’estate. E d’estate, quando tutto diventa arido e secco, le tempeste sono molto importanti… ”

Ordine guardò Caos, come Orfeo aveva guardato Luisa. Con occhi che temono quello che potrebbero vedere ma che ugualmente non possono sottrarsi. Ma Caos aveva già pianto tanto, di rabbia e di furore, e non voleva piangere più. Così, la piccola e curva vecchietta sorrise. Il suo sorriso, debole e timido come il primo raggio di sole dopo una lunghissima notte, spazzò via l’oscurità.

Anna si voltò verso suo nonno e per un attimo non vide lui, ma la sua casa bianca, squadrata e rigida, che si era sempre opposta con successo alle onde del mare. La vide travolta dall’onda di quel sorriso e dalla forza del suo perdono. Anna capì che anche la Torre della Solitudine era crollata.

46

Il varco si era chiuso, la Torre non c’era più e il buio era ormai solo un crepuscolo ammorbidito dai luminosi sorrisi di Ordine e Caos.

Non erano più sottoterra. Anna non avrebbe saputo dire dov’erano. Le forme e i colori erano ancora indefiniti. Le sembrò di essere avvolta da un’immensa nuvola soffice come la spuma delle onde del mare sotto casa sua. Poi, tutto a un tratto, Anna si trovò in mezzo alla luce, ma per quanto si sforzasse non riusciva a distinguere le stelle, il sole o la luna. Era di nuovo l’alba del tempo.

La bambina cercò Tobia in quella nuvola rassicurante. Lo vide, abbracciato a Sofia. Il ragazzino non sapeva cosa fare, temendo di portare altro caos a quel mondo neonato. Anna si avvicinò, e strinse la sua mano, forte, come quando le radici avvolgono le piante legandole alla terra. Tobia iniziò a sentirsi calmo e rilassato e cominciarono a camminare insieme.

Anna sentì una musica fievole e cominciò a danzare con suo fratello un valzer lento, su quelle nuvole chiare luccicanti e lisce come un pavimento di marmo. Anna e Tobia stavano già volteggiando quando anche gli altri iniziarono a udire la musica. Caos e Ordine, Orfeo e Luisa iniziarono a ballare. Anna vide che Sofia era rimasta sola, ferma come se aspettasse qualcuno. Poi lo vide, ancora vestito da pirata. Dietro di lui, altre sagome lo seguivano. Erano gli altri pirati scomparsi.

Rui si avvicinò a Sofia e insieme iniziarono a ballare. Anna udì, come se fosse stata abbracciata a loro, quello che suo padre disse a sua madre. Dopo la battaglia sul vascello, quando si era aperto il varco, era finito imprigionato nel Mondo delle Cose Impossibili assieme agli altri pirati.
“Come hai saputo cosa era successo davvero, dopo la nascita dei due gemelli?“ chiese Sofia.

Rui, per tutta risposta, indicò con lo sguardo la vecchietta che dolcemente stava ballando stretta, stretta, al vecchio signore.
“Chiunque li guardasse ora non penserebbe mai a quanti guai quei due vecchietti sono riusciti a combinare” disse, sorridendo.

Ballavano tutti. Davanti a lei, Anna vide il re Uberto ballare con la regina Ottavia. “Chissà quando è arrivata?” si chiese, ma non le importava neanche tanto perché sapeva che era giusto così. La regina non poteva mancare.

Poi, d’un tratto, la musica si affievolì, fino a diventare inudibile. Anche se Anna sapeva che la musica c’era ancora, gli altri smisero di ballare. Anna si guardò intorno. Erano tornati tutti alla Corte delle Stelle, ma non era più un anfiteatro di marmo bianco. La Corte si era completamente richiusa su se stessa ed era diventata un uovo intessuto da luci argentate e dorate, che splendevano avvolgendoli tutti. Anna e Tobia erano al centro e si stringevano ancora per mano.

La regina si staccò dal suo compagno e si avvicinò ad Anna. Con le mani si sfilò dalla testa il piccolissimo pezzo di pietra nera che portava al collo e lo porse ad Anna. Anna prese la piccola pietra e il talismano. Con dolcezza riunì assieme i pezzi. Nel momento esatto che il talismano fu di nuovo intero, l’uovo si aprì sopra di loro e Anna vide volteggiare nel cielo stelle e pianeti sconosciuti. Allungò una mano. Poteva toccare quei nuovi astri celesti! Poteva afferrarli tra le dita e muoverli! Guardò suo fratello che immediatamente capì e insieme cominciarono a disegnare nuove costellazioni.

Mentre creavano composizioni di stelle, come fossero mazzi di fiori, l’uovo si aprì anche sotto di loro. Le luci dorate e argentate che aveva visto nel planisfero cominciarono a scorrere, fiumi di latte e di miele che tra montagne e foreste scivolavano fino al mare. Tutto era cambiato e tutto era tornato di nuovo come prima. La regina sorrise e si sedette sul trono dorato. Lontano, Anna vide il sole fare capolino dal mare.

Come se si fossero risvegliati da un lungo sonno, Sek, Banyan e Alder cominciarono a fremere di gioia e si trasformarono in tre gufi colorati. Presto svolazzavano allegri attorno alla testa del lupo Tacatà. Anna lasciò le mani di Tobia e si voltò. Accanto a lei vide il guardiano di Saturno, i suoi occhi grigi chiari splendevano come il cielo che albeggiava.

“Grazie Anna.” Le disse. “Ora che sai veramente chi sei, hai altre domande?”
E Anna una domanda forse l’aveva, ma capì che non era ancora il tempo di farla, perché c’erano cose più importanti, come correre ad abbracciare suo padre, per la prima volta.
Rui, che assomigliava a Tobia, era accanto a Sofia. Quando la bambina gli corse incontro la strinse forte al petto. Le sue spalle erano così ampie che poteva stringere a se anche Tobia e Sofia, in un unico abbraccio. Tutti insieme, finalmente.

“Anna!” Ordine la chiamò.” Sofia! E’ ora di tornare a casa…”

Ci fu un attimo di silenzio, poi, Ordine continuò. “Con Tobia e Rui, naturalmente. E con la nonna, chissà mai che non abbia voglia di riarredare casa. E’ troppo azzurra, troppo maschile… Tu Sofia, non hai mai dimostrato alcun interesse nei confronti della cosa.”

Anna non ci aveva ancora pensato. Il Mondo delle Cose Possibili e il Mondo delle Cose Impossibili dov’erano finiti? Suo nonno sembrò leggerle nel pensiero.

“Sono sempre qui. I mondi sono infiniti. Ma senza le barriere che avevo creato, ora è come se fossero uno solo. Era la Torre della Solitudine che separava il Mondo delle Cose Impossibili, dalla Corte delle Stelle e dal Mondo delle Cose Possibili. Ora la Torre della Solitudine è crollata.

“Ma se è crollata, dov’è adesso casa nostra?”
“Al suo posto.” Le rispose il nonno. “Ora è parte della Corte delle Stelle, perché adesso c’è solo un golfo, solo un mare. Dove sei pirati e sei gufi colorati stanno ad aspettare…”

Anna salutò il Guardiano di Saturno. Mentre gli stringeva la mano, le tornò in mente la domanda che aveva pensato di fargli, poi decise. “Lo chiederò al mago Orfeo.” Sicuramente era la persona giusta cui chiederlo. Si avvicinò ai due troni, dove erano finalmente seduti sia il re che la regina. Si tenevano per mano. Salutò inchinandosi leggermente.

“Siamo noi che dovremmo inchinarci….” disse sorridendo la regina Ottavia, ma Anna non sembrò farci tanto caso, curiosa com’era di vedere dove sarebbero andati ora, di rivedere la sua casa per sapere se era cambiata o se era rimasta la stessa.

47

Al posto giusto e nel momento giusto, come sempre, Anna arrivò sulla spiaggia del golfo di Boffo. Assieme a lei c’era la sua famiglia. Suo padre le stringeva la mano, come se non volesse mai più lasciarla. Tobia e il nonno camminavano uno accanto all’altro, seguiti da Sofia e Caos che chiacchieravano allegre.

La sabbia splendeva sotto il sole, oro fuso che costeggiava la foresta verde e lussureggiante come quando l’aveva vista l’ultima volta, di notte. Intrecciati tra piante tropicali, sbucavano allegri pini marittimi che assomigliavano a grandi ombrelli.

E sull’altipiano ecco comparire la sua casa, bianca e rettangolare ma non più così squadrata.

Gli angoli erano diventati tondi. Talmente smussati che si confondevano con il cielo. A guardarla bene, forse non era neanche più così bianca, ma leggermente tinta di azzurro. Come se il cielo e il mare fossero penetrati dagli angoli smussati dentro le mura e le avessero rese più morbide.
Seduti sulla sabbia, Anna vide sei uomini anziani parlottare tra loro. Tenevano stretti tra le braccia dei gufi colorati. “Gli faranno del male…” pensò con preoccupazione.

“Li potete slegare!” urlò Tobia, infastidito dal ricordo di quello che era stato il suo ultimo ordine. Ma i gufi non erano legati. Gli uomini li tenevano in braccio e li accarezzavano.
“Capitano!” Lo salutarono allegramente, poi di colpo si alzarono di scatto. Dietro Tobia era apparso Rui.

I sei uomini si affrettarono verso di lui, lasciando liberi i gufi. I gufi volarono verso qualcun altro. Era arrivato anche il mago Orfeo accompagnato da Luisa, da Sek, da Banyan e da Alder. Ed era arrivato anche il tempo di fare gli ultimi saluti. Anche se a nessuno andava di farlo. I pirati non volevano più abbandonare i gufi e presero ognuno una piuma colorata, per ricordo.

“Non mi dimenticherò mai di te, Sek….” borbottò scontrosamente Filo al gufo viola, mentre imbarazzato lo abbracciava. In quella scoppiettante confusione, Anna udì Orfeo chiedere sottovoce a Luisa.

“Dove sono le bambine?”
“Con un tuo vecchio amico, il guardiano di Mercurio. Dopo avere abbandonato la Corte, è venuto a fare il cuoco alla nostra locanda. Vive con noi anche suo nipote.”

Anna pensò che fosse arrivato il momento di fare quella domanda, che, dall’inizio di questa storia, le girava per la testa come una farfallina.

“Signor Orfeo? Perché i gufi, di notte diventano mufloni?” chiese finalmente.
Ma il mago Orfeo era sparito. Per la fretta e il desiderio di rivedere le sue figlie non aveva neanche salutato! E con lui erano volati via anche i mufloni, o erano corsi via i gufi. Chissà. Anna sorrise. In fondo, non a tutte le domande si può trovare una risposta.