Una storia del futuro

1

“Saranno le voci dei vicini…” commentò un pensiero nella sua testa, infastidito.
Gli altri pensieri non erano d’accordo con lui.
Nel parlamento della sua mente, la confusione crebbe fino a diventare una rivoluzione tra le milioni versioni di se stessa, molte delle quali Rebecca ancora non conosceva. Quel fragore interno la svegliò.
Fuori dalla finestra la luna brillava, uno zero scalfito nel cielo, e la sua luce si proiettava come un’ombra sul letto.
Rimase sdraiata, immobile, nella speranza di riaddormentarsi.
Le voci, eco di sogni abbandonati, erano già state dimenticate.
I vicini erano più silenziosi del solito.
Qualunque fosse stato l’elemento di disturbo, ora non esisteva più, svanito con il sonno.
Di malumore, Rebecca si diresse verso il bagno.
La luna la seguì.

Si sciacquò la faccia.
Le gocce ghiacciate le punzecchiarono la pelle e la vita racchiusa in ognuna di esse riprese a distrarla. S’infilò una vestaglia di cotone pallido e salì in terrazza.
Dall’alto, l’oscurità sembrava sgranocchiare lentamente la città partendo dai bordi; prima o poi sarebbe arrivata a divorare anche lei.
Dopo poco, Goffredo si sedette in silenzio accanto a lei; una tazza di caffè tra le mani e nessuna domanda tra loro.
Rebecca intrecciò le mani attorno al collo ed inarcò la schiena per stirarsi.
Allargò le braccia e le sue dita finsero di volere raggiungere le estremità dell’universo; per poi accontentarsi di arrivare solo poco più in là di quanto, in realtà, avessero davvero sperato.
Abbozzò un sorriso e tornò in casa.
Lungo la spirale di scale che scendeva in cucina, si accorse di essere scalza. L’indifferenza verso i piedi nudi era la stessa che provava per il resto del suo corpo, abbandonato al mondo.
Sul tavolo in cucina, la caffettiera era ancora bollente. Scelse una tazza e la riempì del liquido scuro. Era una notte d’estate e l’alba sarebbe arrivata presto; in attesa dello schiarirsi del cielo, Rebecca si sdraiò sul divano a leggere.
Quando alzo’ gli occhi dal libro, la penombra nello studio era svanita. La luce improvvisa la stupì. Guardò fuori dalla finestra e urlò; da quel momento in poi, nei suoi ricordi avrebbero troneggiato solo le urla e le fiamme.

Rebecca abbandonò lo studio, senza prendere nulla, spalancò la porta d’ingresso e si scaraventò giù dalle scale di emergenza.
Tra l’ attico e il piano terra, c’erano altri trentacinque piani infernali.
In quella discesa eterna si scontrò contro famiglie intere che riconobbe a fatica; il fumo nascondeva tutti e nella galleria della sua mente l’unica direzione era giù, non c’era spazio o tempo per distrarsi.
Gli scalini di metallo bruciavano a contatto con i piedi nudi, ma il dolore non la rallentò, anzi. Appena la pelle lo percepiva, la sua corsa aumentava di velocità. Poi, non senti’ più nulla e per un secondo si chiese se stesse volando.
Continuò a correre, a urlare, a farsi strada a spintoni; dietro di lei, l’apocalisse.
In fondo, l’ingresso del grattacielo era un via vai furibondo di donne e uomini in pigiama che cercavano di uscire e uomini e donne in divisa che cercavano di entrare. Il fumo e il calore ebbero il sopravvento e a Rebecca mancò improvvisamente il respiro.
Rimase immobile a guardare, oltre la parete di cristallo, il mondo esterno dove sapeva che le fiamme si sarebbero acchetate. Per un secondo temette che non lo avrebbe raggiunto. Poi sentì una spinta e qualcuno che la strattonò.
Ritornò in sé e riprese a correre.
Quando si fermò di nuovo, era tra le braccia di un vigile del fuoco.
In cima al grattacielo, lingue di fuoco incandescenti illuminavano la notte e sembravano volere incendiare anche la luna che nonostante tutto continuava a splendere annoiata.
Avvolta da una coperta, tra le mani un bicchiere d’acqua, Rebecca cercò attonita di dare un significato agli ultimi minuti della sua vita.
Gli occhi le bruciavano per il fumo e qualcuno, accanto a lei, singhiozzava e piangeva; ma non era possibile distinguerne le parole, poiché le sirene assordanti mascheravano tutti i lamenti.
Una voce conosciuta sussurrò:
“Non abbiamo più nulla.”
Rebecca riconobbe Goffredo e si voltò.
Il suo pigiama di seta a righe rosse e blu spuntava a tratti da sotto la coperta.
Nel notare le ciabatte di pelle nera che il marito aveva indosso, le ustioni sotto ai suo piedi diventarono insopportabili e Rebecca, senza rispondergli, zoppicò via dalla folla.
Con il passare delle ore, il delirio si attenuò. Quando la polizia, i vigili del fuoco e le ambulanze iniziarono ad avere la situazione sotto controllo, anche la folla di civili cominciò a dissiparsi.
Ormai era quasi mattina e gli agenti che si occupavano di Rebecca e Goffredo consigliarono loro di andare riposarsi.
“Tanto ci pensiamo noi, signora. Non si deve preoccupare.
E’ stata fortunata, ad accorgersi dell’incendio così presto. Un po’ di ritardo e sareste entrambi rimasti per sempre lassù.”
Indicò con un dito il cielo e Rebecca si domandò se intendesse il piano attico o altrove.
Probabilmente anche l’ufficiale, come tutti i Marnesiani, era ateo e per lui quell’indicare in alto non era affatto un gesto ambiguo.
“Si. Siamo stati davvero fortunati. Se Rebecca non si fosse svegliata…”
Goffredo rabbrividì e Rebecca si accorse solo ora di non averlo mai cercato.
Non aveva perso un secondo; alla vista della prima fiamma fuori dalla finestra aveva cominciato a correre. Neanche quando era ormai fuori pericolo, si era domandata dove fosse suo marito. Dentro di lei l’incendio aveva continuato a bruciare.
Una limousine si accostò dietro a loro.
Il fratello di Goffredo, avvertito della tragedia, aveva telefonato alla polizia e all’ospedale; e appena scoperto che erano sani e salvi, aveva mandato il proprio autista a cercarli. La coppia salì in macchina, senza proferire parola, e si lasciò condurre via, lungo il fiume, fuori dalla città.
A mattina inoltrata giunsero a destinazione.
Sulle scale della villa li attendeva un uomo alto con i capelli caffellatte.
Il suo viso era solcato da linee profonde, incanalate negli anni da eccessi di emozioni.
Rebecca azzardò un sorriso e nel fallire si accorse di preferire il pianto.
“Che tragedia…
Stanno dicendo ora al telegiornale che siete state vittime di un attentato terroristico Eridiano…”
La voce profonda di Giacomo ruppe il silenzio.
“Fate come se foste a casa vostra; potete restare qui fino a quando tutto sarà risolto.
Per te, Rebecca, ho fatto preparare la stanza di Rachele…”
Rebecca vide gli occhi di Goffredo acquisire una strana luce ma era troppo stanca per rifletterci sopra. Le palpebre pesanti e gli occhi ancora arrossati dal fumo le impedivano di concentrarsi.
Dentro la villa, una scala di alabastro si apriva a ventaglio verso l’alto. In basso a sinistra, vide un divano bordeaux. Una macchia di sangue che stonava nel candore generale. Seduto, un uomo della stessa età di Rebecca le sorrise con affetto tiepido.
“Rebecca. Mi hanno appena detto cos’è successo. Mi dispiace tantissimo. Per fortuna siete entrambi sani e salvi.”
“Giulio. Come mai qui? Dal funerale non sei più tornato.”
“Ero al Polo Sud. Faccio parte di una missione scientifico-militare…”
Disinteressata, Rebecca iniziò a salire le scale.

La camera della moglie di Giacomo era esattamente come quando l’aveva vista l’ultima volta: le tende bianche, la carta da parati celeste, il tappeto rosa cipria.
Sul tavolo accanto allo specchio d’argento c’erano ancora i suoi trucchi e profumi.
Sulla scrivania davanti alla finestra, oltre a un mucchio di lettere chiuse, Rebecca vide una foto. In essa, Rachele guardava ridendo il figlio Tristano.
Rebecca sorrise e la prese tra le mani.
Rachele era sempre riuscita a rincuorarla e, anche in quel momento di bisogno, lo spirito che impregnava ogni oggetto attorno a lei le diede forza.
Chiuse le tende e nella penombra s’infilò sotto le coperte. Mentre si addormentava, le tornarono in mente le voci che le avevano disturbato il sonno e salvato la vita; sperò che anche loro fossero riuscite a sfuggire all’incendio.

CAPITOLO 2

La pioggia si accaniva contro la vetrata con fragore assordante. Scendeva imperterrita da giorni e aveva allagato tutte le strade.
Il fiume Marn, da cui la Marnesia prendeva nome, aveva già straboccato più volte inondando campi e villaggi.
Rinchiusa nella villa di Giacomo, completamente isolata, Rebecca appoggiò sul tavolo di cristallo l’ennesimo libro illeggibile trovato in biblioteca.
Era diventato impossibile raggiungere la capitale Lamarnia con le sue librerie e Rebecca aveva passato in rassegna tutti i volumi della collezione di Giacomo senza risultati soddisfacenti. Con rammarico le tornò in mente il romanzo che stava leggendo la notte dell’incendio e si fece una nota mentale di ricomprarlo, appena quel diluvio implacabile glielo avesse permesso.
“Se solo fosse arrivato con qualche settimana d’anticipo, il mio attico sarebbe ancora lì…”
Sospirò.
Quel lamentarsi tra se e se fu interrotto dalla voce di una donna alle sue spalle.
“Ho provato a bussare, Rebecca, ma non rispondi…”
“Non ti ho sentito… Il rumore della pioggia copre tutto…”
Il familiare botta e risposta le regalò un pò di buon umore. Per lo meno Maria era bloccata li con lei.
Dopo l’incendio, la vecchia signora Eridiana che da anni non lavorava più per lei era tornata a aiutarla e confortarla.
Quando Rebecca era piccola, i suoi genitori viaggiavano spesso e la lasciavano a lungo sola con Maria. Più di una balia, quasi una madre, la donna le era stata vicina nei momenti più difficili della sua vita.
Alla morte dei genitori, Rebecca era venuta con Maria a vivere in una villetta accanto al lago, all’interno della proprietà della famiglia di Giacomo, Goffredo e Giulio.
Quest’ultimo, undicenne come lei, era diventato il suo unico amico; Goffredo, che aveva sedici anni, non l’aveva degnata neanche di uno sguardo; e il terzo fratello, Giacomo, era già all’Università.
Così, a diciotto anni, quando aveva scoperto di avere ereditato assieme a un patrimonio consistente anche l’attico dei suoi genitori nel quartiere più raffinato di Lamarnia, Rebecca non se l’era fatto ripetere due volte: fatti i bagagli, si era trasferita.
Lì aveva vissuto fino alla notte dell’incendio, prima con Maria poi con Goffredo.
Il giorno dopo il matrimonio, Maria si era licenziata definitivamente.
Vederla sorridere accanto a lei le spalancò il cuore.
“Questa volta, quanto hai intenzione di restare?”
“Non lo so. Dipende da te…”
Maria appoggiò il vassoio sul tavolo e le versò il te fumante.
“Posso restare un po’, se vuoi, ma prima o poi vorrei tornare a casa mia. Tuo marito che ne pensa?”
Da una settimana Goffredo era scomparso.
Prima che iniziasse a diluviare era partito per Lamarnia; ed era rimasto bloccato nel suo albergo.
“Chissà? Secondo me, a lui non dispiacerebbe tornare a vivere qui.”
Il pensiero della villetta sul lago la intristì.
Non era stato un periodo felice della sua vita, quello che aveva passato in quel luogo.
Bartolomeo, il padre di Giacomo, l’aveva ospitata con Maria ma non l’aveva mai fatta sentire parte della famiglia. Era un uomo cupo e severo che non faceva sentire a casa nemmeno i suoi figli. Solo Giulio era stato affettuoso con lei.
Maria la osservava con attenzione.
Rebecca lesse nei suoi occhi una nota di rimprovero. Era uno sguardo che conosceva bene e preferiva evitare.
“Potresti darmi una mano ad organizzare la festa d’autunno?”
Chiese per cambiare discorso.
“Fino all’anno scorso se ne occupava Rachele. E’ il primo autunno che manca.”
“Già ci pensi? Un po’ prematuro.”
“E’ questa pioggia.”
“Però dopo la festa me ne torno a casa.
L’umidità della campagna non fa bene alle mie ossa.”

Rebecca le sorrise grata, sapeva che Maria non vedeva l’ora di andarsene.
La vecchia donna aveva sempre odiato quel posto.
Era rimasta basita quando aveva scoperto che, nel testamento, i genitori di Rebecca le avevano imposto di andare a vivere li.
“Le sembra quello il posto dove crescere una bambina da sola!”
Aveva imprecato contro l’avvocato; e in sette anni che avevano vissuto li, non era passato un giorno senza che lei si lamentasse.
Fuori, i tuoni e i lampi non si notavano più, offuscati da un unico mantra ipnotico, lo scrosciare dell’acqua.
Nella villa, i camerieri vagavano, la loro vita sospesa nel nulla.
Bevuto l’ultimo sorso di tè, Rebecca si alzò a ravvivare il fuoco nel camino ma la legna era finita ed era rimasta solo la brace.
Maria era andata chissà dove e chiedere ad altri le sembrava impensabile.
Ci rinunciò e uscì dal salotto.

Dall’atrio dell’ingresso, vide Giulio salire le scale e, all’ultimo piano, infilarsi dietro a una porta.
Da li, una scaletta a chiocciola portava alla terrazza che occupava tutto il tetto.
Annoiata, decise di seguirlo.
Quando aprì la porta del terrazzo, un’ondata d’acqua la travolse. Richiuse di fretta e sentì una risata dietro di lei.
“Ci ho provato appena adesso anch’io!”
Zuppa e infreddolita, Rebecca lo guardò infastidita.
I riccioli castani gli sgocciolavano sulla faccia e negli occhi luccicanti. Era appoggiato con la schiena alla balaustra. Rebecca fece un passo verso di lui e scivolò.
L’acqua dalla terrazza aveva invaso il pianerottolo ed era scesa a ricoprire tutti i gradini della scala a chiocciola. Giulio la prese al balzo, prima che volasse giù.
“Sarà un’impresa scendere!”
Era impossibile non ridere, la situazione era assurda.
“Vuoi qualcosa per scaldarti?”
“Quassù?”
” E’ una composizione di erbe che usiamo al Polo Sud per non ammalarci.”
Così dicendo, Giulio tirò fuori dalla tasca quella che sembrava una caramella.
“Basta che la mastichi lentamente.”
Rebecca socchiuse gli occhi sospettosa.
“Tranquilla! Non sono fuochi d’artificio. Nessun effetto psicotropo.”
Rebecca decise di credergli.
La caramella aveva un sapore leggermente acido ma piacevole. Mentre la masticava sentì il suo corpo scaldarsi. Lo guardò piena di stupore.
“Visto? Portentosa. Non sai quante volte mi ha evitato una polmonite. Poi se vuoi qualcosa di più divertente non ti basta che chiedere.”
Giulio aveva fatto della chimica e delle droghe la sua passione e professione.
“Grazie, magari alla festa d’autunno.”
“Ah si! Ho saputo. Sono felice che tu abbia deciso di rimanere a vivere qui. E’ sicuramente la scelta più saggia, sopratutto per Goffredo.”
La fissò per un attimo negli occhi, l’espressione che riflettevano ovvia.
“Ha deciso lui, eh? Beh, per lo meno rimarrete a vivere in questa villa. Non è male, dai? Ho visto di peggio nella vita.”
“In questa villa?”
” La fortuna questa volta è dalla tua parte.
A quanto pare la villetta dove vivevi con Maria è stata completamente sommersa dall’acqua.
Giacomo ha deciso di cogliere l’occasione e ristrutturarla per se, una volta finito questo diluvio universale.
E’ dalla morte di Rachele che dice di volere andare a vivere li. Questa villa è troppo grande per un uomo vedovo e senza più voglia di vedere nessuno. Ora, i doveri della famiglia ricadono su di voi.”
Con questa ultima frase Giulio scoppiò di nuovo a ridere. Era una frase tipica del padre. A Rebecca invece era tornato il cattivo umore. Per nasconderlo, provò a cambiare discorso.
“Cosa fai al Polo Sud?”
“Magari te lo potessi raccontare. E’ una missione top secret.”
Si mise il dito davanti alle labbra e, dopo un secondo, ci soffiò sopra come sopra una pistola.
Rebecca lo guardò incredula.
Giulio sorrise.
“Sto scherzando. Il mio lavoro è interessante ma non ci capiresti nulla se te lo spiegassi. Stiamo studiando le proprietà chimiche di alcuni elementi scoperti secoli fa da quelle parti.”
Rebecca si era già distratta.
L’unico suo pensiero era trovare Goffredo per urlargli contro e così fissava i gradini cercando di capire se si sarebbe ammazzata o meno a scenderli.
“Secondo me, se ti tieni stretta ce la puoi fare”
Indovino’ Giulio.
Rebecca lo guardò e gli sorrise, per la prima volta con vero affetto.
Mentre scendeva lentamente si chiese se fosse stato un velo di tristezza quello che, per un attimo, aveva offuscato gli occhi di suo cognato; ma non si voltò a
La mattina dopo, a colazione, Giacomo le chiese di fare due chiacchiere nello studio.
Giulio doveva avergli raccontato del loro incontro.
“Dunque, tu non ne sapevi nulla?”
Giacomo non perse tempo, non era nella sua natura sprecare parole.
“No. Se devo essere onesta, sono stata presa abbastanza alla sprovvista.”
Il suo tono era capriccioso e teatrale, quello che usava da piccola quando non otteneva ciò che voleva.
“Rebecca non esagerare. Ci avrai pensato anche tu.
E’ la soluzione più ovvia per tanti motivi.
Non ultimo questo nubifragio.
Non hai idea dello stato dei palazzi in centro a Lamarnia.
Campi e villaggi sono stati devastati, e tutte le infrastrutture urbane.
Trovare una casa bella quanto quella che sfortunatamente hai perso sarà un’impresa.
Questa e’ una delle ville più importanti del paese; pensa anche a Goffredo. Ha diritto a vivere qui.
Io sento il bisogno di isolarmi.
Non ne voglio più sapere di società, cene, feste e altri impegni che per me sono sempre stati inutili ma che accettavo volentieri per fare felice Rachele.
Dal giorno dell’incidente, tutto ciò che voglio è stare solo, tra i miei libri e le mie carte.
Goffredo, d’altro canto, è stanco degli spazi ristretti della città.
Che resti tra di noi, è anche stufo di vivere a casa tua proprio perché non hai mai smesso di fargli pesare che fosse casa tua.
Ti supplico, fa un tentativo.
Almeno un anno o due. Puoi sempre andare in città il week end.
Con tutti gli alberghi di lusso che possediamo a Lamarnia, ci sarà sempre una suite pronta per te.
Pensaci.
Dopo l’estate, se questa si può chiamare estate, ne riparleremo… “

Rebecca attesa che finisse.
Giacomo aveva ragione su tutto.
La sua espressione preoccupata e stanca la colpì.
Doveva essere successo un macello in città.
Fuori dalla finestra dello studio, l’acqua scrosciava.
” Dopo la festa d’autunno…”

Ci vollero altre tre settimane, perché il diluvio finisse.
Una mattina, Rebecca aprì gli occhi e sentì il silenzio.
Per un secondo pensò di essere diventata sorda.
Poi, la pace le penetrò nell’animo e ogni fibra del suo essere respirò la luce, che la raggiunse fino a sotto le coperte.
Aprì le finestre; fuori il prato bagnato brillava allegramente e gli uccelli cantavano così forte che sembrava stessero esagerando di proposito.
Si vestì, afferrò soprabito e borsa e di corsa scese giù.
La confusione le diede il benvenuto nell’atrio.
Rebecca uscì e si diresse verso il garage della proprietà. Per arrivarci, i suoi piedi sprofondarono in un numero improbabile di pozzanghere ma Rebecca neanche le notò.
Il garage, di solito pieno di macchine, era quasi vuoto.
“Signora! Sono già partiti tutti!
Tutti di fretta!
Non vedevano l’ora di tornare in città! “
Un uomo Eridiano fumava una sigaretta appoggiato all’ultima macchina rimasta, sempre la stessa limousine.
“Bene! Partiamo anche noi!”
“Non è proprio la macchina giusta per la strada che ci aspetta, signora.”
“Non m’importa.
Proviamo.
La prego…”
La supplica nella sua voce o forse la noia lo convinse.
Dopo poco, avevano attraversato il cancello principale.


CAPITOLO 3

Rebecca non credeva ai suoi occhi.
Le sembrava di essere su una scialuppa in mezzo a un oceano verde.
“Ah, il rancore degli Dei contro di noi. “
Mormorò l’autista.
Rebecca non replicò.
Gli Eridiani, a differenza dei Marnesiani, erano profondamente religiosi, anche se non aveva mai capito in cosa realmente credessero. Erano una diaspora senza più un paese. L’Eridia, una nazione grande quanto un continente, praticamente metà del globo, era scomparsa.
I cambiamenti climatici avevano trasformato in deserto tutto il suo territorio. Anche le loro tradizioni culturali e religiose avevano fatto fatica a sopravvivere.
Tutto ciò che rimaneva era la loro fede in un pantheon di divinità ambigue.
Persino Maria ogni tanto imprecava contro qualcuno di quegli Dei quando, a sentirla dire, proteggevano questo o quell’altro suo nemico invece di proteggere lei.
Poco prima di entrare in città, Rebecca notò un lago che non aveva mai visto, con strane croci che spuntavano nel centro. Dopo pochi secondi si rese conto che non era un lago ma un villaggio Eridiano completamente sommerso dalle acque del fiume.

Lamarnia, la capitale della Marnesia, si era sviluppata nei secoli attorno all’estuario del fiume Marn. Quando studiava arte all’università, Rebecca aveva visto dipinti di città antiche costruite su palafitte al centro di laghi e lagune; lo spettacolo che l’accolse, per quanto moderno, non era differente.
I grattacieli sorgevano, come giacinti d’acqua o ninfee, in mezzo a quello che era diventato uno stagno gigantesco; mentre basse e al di sotto di loro, le case popolari erano svanite, sommerse in un budino verde.
Se non fosse stato per le strade sopraelevate, che s’intrecciavano a ragnatela su tutto il territorio urbano, non sarebbero mai arrivati a destinazione.
Quando finalmente approdarono la hall dell’albergo era sovraffollata.
Uomini d’affari con stivali di gomma discutevano tra loro, intralciati da bambini che si rincorrevano sui tappeti melmosi, mentre signore elegantemente vestite da pesca prendevano il tè come se niente fosse.
Rebecca scavalcò a fatica le valigie ammassate ovunque e, solo per miracolo, non andò a sbattere contro il bancone della reception.
“Signora! Benvenuta!”
Il concierge la riconobbe immediatamente, dopotutto la sua famiglia era proprietaria della catena alberghiera che gli pagava lo stipendio.
” Che inferno!”
“Eh si!
Almeno ha smesso di piovere.
Vuole che le faccia preparare la suite accanto a quella di suo marito?”
“Non si preoccupi, vorrei partire prima di notte. Lui è qui? “
“Purtroppo no, signora…”
“Per favore, posso avere le sue chiavi? Con questa confusione, lo aspetterei volentieri in camera…”
“Certamente. Per qualsiasi cosa…”

Nella suite al piano attico, Rebecca si sentì a casa. Accese la televisione nel salotto e senza ascoltarla attraversò la camera da letto e si diresse verso il bagno, dove aprì il beauty-case di Goffredo.
Presa in mano una boccetta, rimase un secondo soprappensiero.
Nell’altra stanza, al telegiornale, qualcuno stava rispondendo a una domanda che Rebecca non aveva sentito.
“No.
Non sono per niente stupito dalle tragedie che solo ora stanno venendo a galla.
Mi perdoni lo sfortunato gioco di parole.
Non sono passate nemmeno ventiquattr’ore dalla fine dei temporali e il numero di vittime è già incalcolabile. Purtroppo, in questo momento tragico dobbiamo farci un’analisi di coscienza.
Tutti i quartieri sommersi sono quartieri popolari, interamente abitati da Eridiani.
Io credo sia essenziale capire perché, ancora oggi, la differenza etnica sia sinonimo di differenza sociale ed economica.
Se sarò eletto mi farò carico di risolvere questa situazione una volta per tutte.
Nel frattempo, in attesa delle elezioni, la mia azienda farmaceutica sta distribuendo gratuitamente tutti i farmaci necessari, senza limiti di genere o qualità.
Vi ricordo, infatti, che la chimica aiuta non solo a superare le malattie fisiche ma anche quelle dell’animo.
Oggi, ad esempio, le Gocce possono rafforzare le nostre difese psicologiche davanti a problemi a prima vista insormontabili; e con una disposizione d’animo migliore possiamo affrontare imprese da giganti e aspirare a veri e propri miracoli.
Vorrei quindi, solo per un’attimo, spostare l’attenzione su un dettaglio del mio programma elettorale che sembra estraneo a questa circostanza ma non lo è: la liberalizzazione della ricerca chimica, i cui risultati eccezionali sono essenziali per la crescita dell’umanità…”
Anche se la mente di Rebecca non lo stava più ascoltando, il suo cuore gli diede ragione e, aperta la boccetta, fece sgocciolare sulla sua lingua dodici gocce; poi si leccò le labbra: sapevano di fragola.
Qualcuno nell’altra stanza spense la televisione.
“Sei corsa subito qui! Potevi aspettare che la situazione diventasse più regolare, al momento è impossibile fare qualsiasi cosa.”
Goffredo era allegro, quasi eccitato.
Rebecca non riuscì a trattenersi.
“Stavo impazzendo! Dopo tre settimane, non ne potevo più di quella villa. L’atmosfera è cupa e triste e tu vuoi andare a vivere li per sempre?
Te lo puoi scordare.”
La sua rabbia lo prese di contropiede e Goffredo rimase in silenzio un secondo, per valutare cosa rispondere.
“Hai visto cosa è successo qui, non possiamo parlarne un’altra volta? Non ho tempo di pensarci.
Ti prego aspettiamo a discuterne, devo scappare a pranzo con Ruth. Anzi, ho un’idea fantastica: perché non mangiamo tutti e tre insieme.
Dai, amore, vieni con me.”
Amore, non l’chiamava così da anni.
Rebecca infastidita dalla strumentalizzazione della parola decise che non valeva la pena litigare in quel momento.
Quel litigio aveva bisogno di un teatro più solenne; l’anticamera del bagno, in un’anonima suite d’albergo, non era sufficiente.

Il ristorante dell’albergo era affollato come non mai. Non c’era neanche un tavolo libero.
“E’ brutto a dirsi ma questo diluvio è stato un manna per gli affari. Tutti gli alberghi sono pieni. Per non parlare della ricostruzione o della restaurazione di tutte le infrastrutture pubbliche e private. Le nostre imprese edili sono già tutte prenotate, da domani fino a chissà quando.”
Ruth era già seduta, con un bicchiere di champagne in mano.
Quando li vide avvicinarsi si alzò.
Più alta di Rebecca, aveva i capelli neri tagliati a caschetto, gli occhi azzurri, le labbra truccate di rosso e indossava un tailleur nero, con la gonna sopra il ginocchio.
Era l’unica in tutto l’albergo a portare i tacchi.
“Mia cara, come stai? Da quanto tempo non ci vediamo! Sarai elettrizzata dall’emozione! Segretario della Sicurezza Interna, sono così orgogliosa!”
Rebecca fulminò con un punto interrogativo indignato Goffredo.
Suo marito alzò le mani, per ammettere colpa e resa contemporaneamente, e smorzò un sorriso.
“Non esageriamo. Aspettiamo le elezioni di novembre. Tutto può cambiare, cara. Anche se Alessandro venisse eletto potrebbe dover cedere alcuni posti governativi alla coalizione…”
Alessandro Farnieri, fratello maggiore di Ruth e amico di famiglia da anni, era il candidato presidenziale che poco prima al telegiornale era stato interrotto mentre elogiava il potere della chimica.
“Rebecca, te lo avrei detto. E’ stata una decisione degli ultimi giorni. Mi hanno proposto di fare parte del nuovo governo e come potevo dire di no…”
Rebecca non rispose e si sedette a tavola; le gocce zuccherate alla fragola contribuivano in gran parte alla sua calma.
“Dovevo prenderne di più”.
Fu il suo unico rassegnato pensiero.

CAPITOLO 4

Il cancello d’ingresso della villa era incandescente e il suo calore e le luci sgranavano l’oscurità addolcendola.
Quando lo attraversavano, gli invitati si slacciavano i cappotti pesanti e le pellicce, stupiti dalla temperatura tiepida nel parco. L’avanzare dell’autunno, per una sera, sembrava essere stato frenato.
Alle vetture era vietato entrare nella proprietà ma, sorpresi dallo splendore della notte, a nessuno dispiacque fare una passeggiata.

Dentro la villa, Rebecca li sentì invadere ogni sala. Le ondate di voci, lo scalpitare di tacchi.
La loro frenesia le trasmise solo rancore.
Decisa a medicarsi con le pozioni del suo cognato più giovane, quello più simile a lei, non ci mise molto a trovarlo.
Giulio era sulla terrazza e dall’alto osservava la scena.
“Dovresti essere giù con loro.”
Disse allungandole un bicchiere di liquido trasparente.
“Non ti preoccupare, è solo acqua.”
Fu la risposta alla sua esitazione silenziosa.
Certa e grata che non fosse solo acqua, Rebecca svuotò il bicchiere tutto d’un fiato e si appoggiò anche lei alla cornice del parapetto.
Capì il fascino di quel punto di vista.
Davanti alla scala d’ingresso della villa si era creato un roseto umano che volteggiava sotto i loro occhi.
Sarebbe rimasta tutta la sera lì accanto a lui a osservare la festa da lontano, ma una figura la riporto’ alla realtà.
Una donna vestita di scuro si era allontanata dal sentiero illuminato e stava attraversando la zona più incolta del bosco.
“Da quella parte non c’è nulla?”
Anche Giulio l’aveva notata e scosse la testa.
“Niente di particolare, solo la terza villa, quella che non apriamo mai.
Prima o poi ti porto a vederla.
Sarei dovuto andare a viverci io ma Giacomo insiste che sia meglio di no e probabilmente ha ragione.”
Rebecca non lo stava più ascoltando.
Aveva capito chi era la donna.
Non era un’invitata e si sentì in colpa per averla abbandonata a gestire tutta la festa.
In fondo, non doveva essere compito di Maria.
La vecchia signora faceva già troppo.
Ringraziò Giulio del regalo trasparente e scese le scale.
Nella sala dove era stato preparato il rinfresco vide Goffredo aggirarsi tra gli ospiti.
I due ghiaccioli incastonati nel suo viso riflettevano le emozioni degli invitati.
Rebecca sapeva che non avrebbe guardato o ascoltato nessuno ma che tutti si sarebbero lo stesso sentiti al centro della sua attenzione; un serpente a sonagli che era meglio evitare.
Scivolò rapida oltre una porta di servizio e prima che i camerieri la notassero attraversò le cucine e sbucò nel retro del giardino.
Maria era svanita.
Nel bosco trovò un sentiero e lo percorse fino alla villa di cui le aveva parlato Giulio, ma di Maria nessuna traccia.
Stava per ritornare sui suoi passi quando sentì un rumore metallico.
Mentre si guardava attorno per capirne la provenienza, si accorse che la temperatura dell’aria cambiava in alcuni punti del perimetro della villa.
Il massimo calore proveniva da un angolo dove non c’erano né porte né finestre; solo una colonna.
Quando la sfiorò percepì uno strano contrasto.
Il muro era freddo e l’aria calda, come se il calore attraversasse la pietra senza mutarne la temperatura.
Sentì delle voci dietro di lei.
Colta di sorpresa, si nascose.
Una coppia d’invitati si avvicinò chiacchierando con leggerezza e le loro risate presero possesso dell’oscurità.
La donna si accostò all’angolo dal quale proveniva il calore. Nascosta, Rebecca vide la colonna svanire.
La coppia attraversò il varco apparso al suo posto e Rebecca si affrettò a seguirli, senza saperne il motivo.
Non fece in tempo a superare l’entrata, che dietro di lei il varco si chiuse.
Così intrappolata, non poteva fare altro che andare avanti.
Grazie al cielo, i due invitati non l’avevano vista. Un senso di nausea la prese allo stomaco e si ricordò del liquido trasparente.
Quando sarebbero iniziati i suoi effetti e quali sarebbero stati non le era chiaro.
Si maledisse per la fretta: la scala a chiocciola sotto di lei sarebbe stata quasi impossibile da affrontare al ritorno.

Le voci dei due ospiti la raggiunsero, poi una terza voce, la voce di Maria.
Per quanto si sforzasse, Rebecca non riuscì a capire cosa stesse dicendo.
Tra le parole farfugliate, distinse il suo nome e quello di Goffredo pronunciati con tono acido e stanco.
La nausea aumentò fino a farle perdere l’equilibrio. Si appoggiò al muro. Ancora una volta fu colpita dalla sua somiglianza con il ghiaccio.
“E dire che fa così caldo, qui sotto.”
Pensò.
I tre dovevano essersi allontanati, perché non li sentiva più parlare.
Lungo un corridoio scarsamente illuminato, notò una serie di bassorilievi e lasciò che le sue dita lo percorressero come un alfabeto braille.
Una paura antica si risvegliò nel suo animo.
Le tornarono in mente i bassorilievi primitivi che aveva studiato all’università.
Sentì la sua razionalità scivolare via passo a passo. Non poteva guardarli con attenzione, non c’era abbastanza luce, ma sapeva che i personaggi della storia rappresentata lungo quel muro erano uomini che si trasformavano in bestie.
L’aria sul suo viso ormai era bollente.
Continuò a camminare.
Avrebbe voluto incontrarsi faccia a faccia con Maria, eppure, senza saperne il motivo, temeva la coppia che era con lei.
Finalmente giunse alla fine del corridoio e si voltò.
Davanti a lei era c’era una gabbia immensa.
Il materiale con cui era stata costruita aveva un colore violaceo e luminescente.
Dentro la gabbia, avvinghiata da catene grosse come tronchi di alberi, una creatura altrettanto immensa si agitava impazzita.
Aveva il corpo di un uccello rapace, forse un’aquila, e il viso di una donna fuori di senno.
Le mani e i piedi erano lunghi artigli contorti, lame affilate e pungenti.
Le ali nere erano piegate da ulteriori catene.
La sua bocca si contorceva in silenzio.
Nelle braci luminose dei suoi occhi, Rebecca lesse il dolore che provava.
Davanti a quell’orrore, i tre si erano inginocchiati.
Passò un istante o due, poi Maria si alzò e tirò fuori un mazzo di chiavi dalla tasca.
Aprì la porta della gabbia ed entrò.
La creatura era immobile e la osservava con attenzione.
Partendo dalle ali, lentamente, Maria aprì i lucchetti di tutte le catene. Quando giunse agli ultimi due, quelli degli artigli, si voltò verso la coppia e sorrise, il suo sorriso candido e gentile.
Fu l’ultima volta che lo vide.
Con un colpo secco, un artiglio le trafisse il petto.
Mentre Maria cadeva a terra senza vita, Rebecca perse conoscenza.

Si risvegliò sdraiata su un divano in un salotto.
La festa doveva essere finita perché non c’era più nessuno, tranne alcuni uomini in divisa e il medico di Giacomo.
Goffredo e Giulio parlavano in un angolo.
Ogni tanto Giulio si voltava verso di lei ma Rebecca non era in grado di leggere le sue emozioni.
Alcune parole cominciarono a trovare un senso nella sua memoria.
Droga, coltello, sangue, Maria.
Un agente dall’aria diffidente le si avvicinò quando vide che aveva ripreso conoscenza.
“L’inchiesta non avrà nessuna ripercussione sui giornali. Le elezioni sono dopodomani…
Non vi preoccupate.”
Un’altra voce alle sue spalle.
“Fate tutte le indagini che dovete, non sentitevi in imbarazzo.”
Il viso di Giacomo era più scuro del solito.
“Rebecca, non giriamoci intorno.
Giulio ci ha detto cosa ti ha dato.
Ha confessato di averlo preso anche lui; purtroppo con conseguenze diverse.
Non so come dirtelo…”
La voce si fece sempre più soffusa e quando arrivò al dunque era ormai un sussurro.
Rebecca capì solo che l’avevano trovata nel bosco con un pugnale stretto tra le mani e Maria di fianco a lei, morta.

CAPITOLO 5

La mattina dopo si svegliò all’alba; la nebbia che le diede il benvenuto le anticipò l’umore collettivo.
Dovunque, il silenzio la precedeva.
Le sale, piene di camerieri indaffarati a pulire i ricordi frantumati della festa, si congelavano al suo passaggio.
Nessuno la guardava negli occhi; quasi fosse morta e diventata un fantasma.
Insofferente, Rebecca decise di fare una passeggiata nel bosco.
Si avvolse in una mantella sbiadita e sperò che il grigiore che abbracciava ogni cosa tingesse anche lei del colore del cielo; poi si abbandonò alla volontà dei suoi piedi flemmatici che si inseguivano l’uno con l’altro.
Vagò persa nei suoi pensieri, senza seguire un tracciato.
Quando si trovò davanti alla villa della sera prima non si stupì, nella sua testa non l’aveva mai abbandonata.
Allungò una mano.
La pietra era gelida, era una mattina fredda; del calore della sera prima nessuna traccia.
Girò attorno alle mura e quando vide la colonna, quella che era svanita nel nulla, sobbalzò.
La sua normalità fu un pugno nello stomaco.
Le pizzicarono gli occhi, le prime lacrime.
Avrebbe voluto trattenerle ma non ci riuscì.
Per la prima volta, l’unico pensiero fu Maria.
Non demoni a cui nessuno avrebbe creduto o complotti che si era solo immaginata sotto l’effetto di droghe che neanche conosceva.
Solo Maria e il sorriso che ancora brillava nella sua memoria e la dolcezza della voce l’ultima mattina che l’aveva rimproverata.
Il tono acido e stanco della sera prima, quello che poteva essersi sognata, per un attimo fu come se non fosse mai esistito.
Solamente Maria e la certezza che non l’avrebbe mai più vista.
Poi dentro di lei tornò il vuoto.
Un abisso abitato da un demone di cui non poteva parlare.
Chi le avrebbe creduto?
L’artiglio che attraversava il petto e spuntava illuminato di sangue era un immagine ferocemente reale che l’avrebbe fatta impazzire; se solo fosse stata un’incubo.
Dopo aver inutilmente studiato la colonna, socchiuse la porta d’ingresso ed entrò nella villa.
L’odore di muffa, la polvere e le ragnatele le diedero il benvenuto.
Salì la scala centrale di marmo.
La sua struttura a ventaglio era uguale a quella di tutte le altre ville della proprietà.
Nelle stanze al primo piano trovò mobili ammuffiti, dai colori sbiaditi.
In quella che doveva essere stata una camera da letto, vide una cassettiera senza cassetti e un tavolino con uno specchio sfregiato.
Nello studio accanto, scatole di carte abbandonate vicino a un camino.
Scese di nuovo al piano terra e cercò l’ingresso delle cantine.
Al piano sotterraneo non c’era nulla.
Affranta, stava per uscire quando si accorse del fatto più ovvio.
Era l’unico luogo senza ragnatele.
S’inchinò a terra e sfiorò con le dita la polvere sul pavimento.
Lo strato che lo ricopriva era sottile, un velo rispetto ai piani superiori.
Si guardò ancora attorno, non vide nient’altro.
Strinse al petto le braccia.
L’umidità che le trafiggeva le ossa era diventata insopportabile e la mantella quasi inutile.
La differenza con il calore secco della sera prima la turbò e sentì l’urgenza di scappare da quel luogo.
Fuori, un agente di polizia l’attendeva appoggiato a un albero.
Doveva averlo colto di sorpresa perché notò il suo imbarazzo.
Infastidita dal non essere mai stata sola si diresse verso casa ma, a metà strada cambiò idea.
La villa che Giacomo stava restaurando accanto al lago era più rumorosa del solito.
Dovevano essere tutti li.
Nell’atrio, Giacomo stava parlando con Goffredo e Giulio.
Quando entrò i tre fratelli si voltarono a guardarla, nessuno di loro sorrise.
L’imbarazzo evidente di Goffredo la irritò.
” Mi avete fatto seguire. Cosa pensavate? Che fuggissi o che sotto l’effetto di nuove e strane droghe uccidessi qualcun’altro? “
Giacomo fece un passo avanti e allargò le braccia.
“Credevi forse che ti lasciassero libera?
Sei il principale, anzi l’unico indiziato in un omicidio di cui nessuno parlerà ma che c’è stato.
E’ ovvio che vogliano un agente sempre con te.
Tutto quello che ho potuto fare è stato convincerli che saresti rimasta rinchiusa all’interno della nostra proprietà fino alla fine delle elezioni che saranno, come ben sai, domani.
Dopodomani, inizierà una normale inchiesta.”
“Una normale inchiesta?
Cosa può esserci di normale in un’inchiesta posticipata; chiunque sia stato avrà tutto il tempo per far sparire ogni traccia.”
“Chiunque? Rebecca, è solo un favore che mi fanno. Magari sparissero le tracce.
Se ti arrestassero ora, saresti sicuramente condannata.
Cerca di essere ragionevole, quello che è successo è stato un brutto incidente; ed è tutta colpa di Giulio.
Cosa gli sia saltato in testa non lo so.
Non credo che neanche si senta in colpa, quel disgraziato.
Farò il possibile per sistemare tutto, te lo prometto, ma ci vuole tempo e calma.
Per fortuna ci sono le elezioni e il capo della polizia comprende la delicatezza di questo momento politico.
Se non fosse per questo, saresti già stata arrestata.”
Rebecca tremava di rabbia ma non riusciva a parlare. Giulio fissava il pavimento, Goffredo la trapassava con lo sguardo.
Era sola con Giacomo.
Si arrese e uscì dalla villa.
Appena attraversata la porta, li sentì ricominciare a discutere. Giacomo era furente.
Rebecca avrebbe voluto allontanarsi e lasciarli ai loro litigi ma ogni loro parola era una freccia che la faceva sanguinare di rimorso.
Così, di nascosto, li continuò ad ascoltare.
“Non è sempre colpa mia!
Quando eravamo piccoli forse ma tutti e due siamo cresciuti e cambiati.”
Giulio tentò invano di sovrastare l’ira di Giacomo.
“Tanto cambiati non mi sembra…”
Goffredo continuava a comportarsi come se lui non c’entrasse nulla.
“Per cominciare, dieci anni con te cambiano chiunque. Prima almeno era simpatica, ora è solo psicopatica.”
“Pensate a lei per un secondo vi prego…”
Giacomo era l’unico preoccupato per lei ma anche l’unico che non l’avrebbe mai ascoltata.
“Senza volerlo ha ucciso la persona che le era più cara al mondo…”
“Su questo sono d’accordo con te, Giacomo.”
Goffredo l’interruppe.
” Secondo te, Giulio, è diventata una psicopatica; io non credo. Siamo più simili di quanto tu pensi. Io sono abbastanza felice con lei e lei con me…”
Rebecca sentì Giulio ridere.
“Serena.
Felice.
Hai guardato nel suo cassetto dei medicinali?
Io si, in cerca di qualcosa per passare il tempo.
Ero curioso…”

“So benissimo cosa hai trovato.
Quelle gocce ora le usano tutti; anch’io.
Non sono ancora legali ma lo diventeranno presto. Stiamo tutti molto meglio da quando sono state scoperte.
Sono completamente diverse dalla Salvia Divinorum che fumavi tu all’università…”
Dopo poco, i due fratelli salutarono Giacomo.
Dal suo nascondiglio, Rebecca li vide allontanarsi. Stava per fare lo stesso quando sentì qualcuno sopra di lei bisbigliare qualcosa a Giacomo.
“Dunque? “
” Il loro appartamento è vuoto. Nella confusione di ieri, sono spariti entrambi. Nell’appartamento della vecchia abbiamo trovato una valigia pronta…
L’ho appoggiata nel suo studio…”
“Hai fatto bene. Nascondi tutto.
E’ quasi una fortuna che Rebecca fosse li.
Speriamo che continui ad attirare l’attenzione della polizia su di se.
Anche se l’hanno appena dichiarata, non possiamo ancora permetterci questa guerra…”

CAPITOLO 6

La nebbia si era ormai dissolta.
Il viale che tagliava il bosco a metà era nitido ora, privo di mistero.
Mentre ritornava verso casa, per un attimo, tutto sembrò tornato alla normalità.
Attorno a lei, i giardinieri spazzavano onde di foglie ramate e le accumulavano sotto alberi spogli.
Quando passò davanti a loro, la salutarono.
Rebecca li ignorò.
Raggiunse la villa; anche li la scala centrale di marmo che saliva a ventaglio era l’anima della struttura, la sua spina dorsale.
Il sollievo che provò nel vederla la stupì.
Salì i gradini con lentezza, ogni passo una carezza silenziosa.
La stanza era stata pulita e rassettata in sua assenza. Ogni cassetto era stato riordinato.
Le cameriere dovevano avere avuto l’ordine di cercare medicine o altre sostanze sospette.
Rebecca sorrise.
Le droghe sintetiche che aveva trovato Giulio erano ancora li; nessuno gliele rimproverava.
Era vero che presto sarebbero diventate legali.
Prese in mano una boccetta.
Le gocce che conteneva erano fondamentali per la serenità di quasi tutti i suoi conoscenti.
Da anni, esperti nel settore, psicologi e psichiatri, assicuravano la popolazione della loro innocuità.
Chi fosse stato a sintetizzarle anni prima non si sapeva. All’inizio, solamente la popolazione più povera, gli Eridiani, ne aveva fatto uso. Poi con il tempo avevano raggiunto le fasce più alte della società. Adesso che nessuno riusciva a farne a meno si cominciava a parlare di legalizzazione. Effettivamente non c’erano mai stati casi di morte per overdose o di comportamenti aggressivi o nocivi.
Se tutti erano più felici con le gocce perché proibirle?
Non era forse meglio controllarne la produzione, assicurarsi che fossero sempre innocue e magari anche tassarle?
Invece che spendere fondi pubblici nella lotto contro di esse?
Attorno a questi argomenti era stata costruita un’intera campagna elettorale.
Le gocce non avevano un nome.
La formula era troppo complessa da ricordare e stranamente quando erano apparse sul mercato nero nessuno si era preoccupato di dare loro un soprannome.
Continuavano ad essere “Le Gocce”.
Semplici.
Comuni.
Anonime.
La proposta di legge usava la formula intera per identificarle ma su tutti i giornali si parlava sempre di gocce di gioia, gocce di serenità, gocce di energia, gocce di benessere.
Ben diversa era la Salvia Divinorum del suo passato, causa di visioni terribili, delusioni di grandezza, comportamenti asociali e dipendenza.
Rebecca aveva ancora le Gocce in mano.
Quella marea di emozioni la scosse e nello specchio vide il blu delle sue iridi allargarsi fino a sommergere il nero delle pupille.
Le succedeva quando provava emozioni troppo forti.
A quanto pareva era una rara e innocua malattia genetica. Anche la moglie di Giacomo, Rachele, ne aveva sofferto; era l’unica cosa che le due donne avessero in comune.
L’effetto era sconcertante, come spesso le avevano fatto notare. Poche gocce l’avrebbero riportata alla normalità ma Rebecca le ripose nel cassetto.
Le fila dei suoi pensieri si erano attorcigliate attorno a una decisione: cercare Giulio.
Mentre si apprestava ad uscire le tornò in mente Giacomo. Lui sapeva che lei non aveva ucciso Maria. Perché aveva mentito ai fratelli e alla polizia?
La nota di preoccupazione affettuosa nella voce di Giacomo le era sembrata genuina.
Eppure non c’erano dubbi; non solo Giacomo sapeva della sua innocenza ma la stava usando per nascondere qualcos’altro. Avevano parlato di una guerra e non c’erano guerre da centinaia di anni. Qualche battaglia qui e la ma tutte piccole e poco importanti; di cui nessuno parlava, neanche i giornali. Forse era una guerra metaforica.

A parte qualche camicia nell’armadio, la camera di Giulio era vuota. Spinta dalla curiosità, Rebecca entrò lo stesso.
La valigia era aperta e appoggiata su un basso mobile di legno. Rebecca stava per uscire quando vide sotto il letto una borsa di pelle rossa scura, quasi marrone. Si inginocchiò e l’aprì. Dentro c’erano decine di piccole fiale piene di liquidi colorati. Rebecca non si stupì, dopotutto Giulio era un chimico.
Il colore di una di esse la stregò.
Era di un blu violaceo e sembrava brillare di luce propria.
Era dello stesso colore della gabbia dentro la quale era stato imprigionato il mostro.
La sua luminescenza tingeva l’interno della borsa di sfumature indaco. Incuriosita, decise di studiarne meglio il contenuto e la infilò nella tasca interna della sua giacca di velluto.
Fuori dalla finestra vide Giulio allontanarsi in direzione del lago.
Decise di raggiungerlo.
Uscì nel corridoio e di corsa scese la scala di marmo. Ai margini del giardino, Giulio stava per svanire nel bosco. Affrettò il passo, incerta se farsi vedere o seguirlo di nascosto.
Lo aveva quasi raggiunto, quando sentì una voce che la congelò sul posto.
“Questo si che è un problema…”
Rebecca si girò.
Davanti a lei un uomo si stava grattando la nuca, come per scacciare pensieri indesiderati. Era lo stesso uomo che aveva visto la notte precedente.
Rebecca rimase immobile a guardarlo, incapace di reagire a quella scena imprevista.
Quando, senza perdere un istante, l’uomo allungò le braccia e l’afferrò, le sembrò di cascare nell’abbraccio soffocante di un fiume e annegare. CAPITOLO 7

Il profumo di gelsomino fu la prima cosa che notò al suo risveglio; e le onde lontane del mare, agitate dalle frustate del vento.
Quel paesaggio le era familiare; eppure non aveva la più pallida idea di dove si trovasse.
Il cielo si srotolava gioioso sulla superficie luminosa dell’oceano, nessuna nuvola, nessuna ombra a fare inciampare lo sguardo.
Davanti a lei, roseti dai vari colori si rincorrevano lungo canali d’acqua intrecciati, fino a raggiungere mura rossastre, decorate da cascate di glicine a grappoli.
Udì voci confuse bisbigliare oltre ai cespugli e quello che per un attimo le sembrò un ruggito soffuso provenire dal basso.
Il suo sguardo s’inchinò verso destra.
Rebecca sobbalzò.
Ai suoi piedi era accovacciato un leopardo.
La pelliccia maculata era della stessa tonalità dorata del sole e i suoi occhi la osservavano attenti.
Il suo ruggire era rivolto alle voci oltre ai cespugli.
Un raggio brillò sul manto del felino e si rifletté nel giallo abbagliante degli occhi.
L’animale appoggiò una zampa sul suo grembo, poi si alzò.
Senza timori, Rebecca lo seguì oltre i cespugli, dove un gruppo di persone circondava un uomo alto vestito con una tunica bianca.
Nessuno la notò.
Continuò a camminare dietro al leopardo, lungo giardini che s’incatenavano l’uno nell’altro; dove pappagalli blu volavano e si confondevano con il cielo e dove scimmie dalla pelliccia candida e lunare si rincorrevano saltellanti tra i rami; e dove. sottili cascate d’acqua scivolavano giù da torri filiformi, migliaia di campanelle di cristallo contro il marmo azzurro delle fontane che le ospitavano.
I suoi passi, felpati come quelli del leopardo, sfioravano appena la terra.
Al suo passaggio le pallide scimmie si fermarono di colpo ad osservarla, i pappagalli si azzittirono e anche le cascate si congelarono nell’aria.
La natura attorno a lei sembrò trattenere il fiato, sorpresa dalla sua presenza; ma gli uomini e le donne neanche la notarono così, indisturbata, raggiunse un arco di pietra.
Il leopardo l’oltrepassò; Rebecca attese un attimo poi lo seguì.
Dietro l’arco, una scala a chiocciola precipitava verso il ventre della terra.
Abbagliata dal sole all’esterno, le sembrò di scendere alla ceca scalini che, diversi l’uno dall’altro, sfidavano ogni sua capacità di premonizione.
In fondo, l’attendevano cunicoli bassi, illuminati con parsimonia da mozziconi di candele consumate.
Rebecca continuò a seguire il leopardo, fino a quando il cunicolo che stava attraversando si allargò e diventò una caverna.
Lì, Rebecca vide un gruppo di donne, uomini e bambini seduti attorno a un uomo elettrizzato dalle proprie parole. Ipnotizzati dall’oratore, nessuno di loro si voltò.
L’uomo alzò lo sguardo verso di lei.
” Dal tramonto all’alba il Tempo si arrotola attorno alla sua fonte.
L’universo si avvolge su se stesso e in un granello di sabbia si dissolve…”
Con un balzo, il leopardo squarciò la gola dell’uomo e interruppe il suo discorso a metà.
Rebecca si svegliò urlando.

“Forse abbiamo esagerato un pò…”
Due divertiti occhi grigi si posarono su di lei. Appartenevano ad una ragazza.
Accanto a lei, lo stesso uomo con la tunica bianca del suo sogno la osservava preoccupato.
Dietro di lui, una grande vetrata sporca.
Le mura nude, arazzi di mattoni rossastri logorati dal tempo, erano sorrette da pilastri di metallo scuro.
Un intenso odore d’umidità pervadeva l’aria.
Libri, a centinaia, erano sparsi qua e la, su tavoli e mensole, in bilico.
Dall’esterno, un suono familiare la raggiunse; forse quello di una nave. Poi altri rumori lontani le ricordarono quelli del porto.
In fondo a quello spazio indefinibile, quattro persone erano immerse nella penombra.

L’uomo con la tunica bianca era Eridiano.
Aveva gli occhi chiari, quasi trasparenti, di Maria; lo stesso naso aquilino, gli stessi zigomi alti e gli stessi capelli candidi.
Era impossibile dire con esattezza la sua età.
Tra i trenta e i quarant’anni i capelli degli Eridiani impallidivano nello spazio di una notte.
Rebecca si ricordava ancora la mattina in cui Maria si era risvegliata con i riccioli bianchi.
Nella sua mente annebbiata gli occhi di Maria si confusero con gli occhi dello sconosciuto; e Rebecca agli occhi della donna che le era stata madre e amica domandò, con voce soffocata:
“Cos’era quel mostro?”
“Un Dea, un Dio, dipende a chi di noi ti riferisci…”
Fu la risposta della giovane a lui, accompagnata da una strana risata.

Religione.
A Rebecca non sarebbe potuto venire in mente un concetto più lontano.
I Marnesiani deridevano qualsiasi credenza, qualsiasi idea di coscienza superiore, qualsiasi allusione all’eterno.
“Quel mostro orrendo era una Dea? “
Rebecca sbottò incredula.
“Quello in gabbia?”
“Si…
Zaira è la Dea dell’amore e dell’odio. La gabbia dove l’hai vista è stata la sua dimora per secoli. Imprigionata sotto terra, dimenticata da quasi tutti gli uomini…
Io invece sono Apate.
Ogni tanto anch’io sono una Dea.
Lui, invece, è Eskandar: l’ultimo sacerdote che ci è rimasto.”
Rebecca si sforzò di ricordare, ma l’immagine di Maria che cadeva a terra, trafitta da un artiglio di quel mostro, era troppo dolorosa. Rabbrividì e sentì gli occhi inumidirsi.
La ragazza, Apate, continuò quasi le avesse letto nel pensiero.
“Maria o Myriam, il suo nome Eridiano originale…
Ha terminato la sua missione; ha assolto il suo compito su questa terra. Da anni cercava il luogo dove ci avevate imprigionate. Per questo era venuta a lavorare per voi; e quando finalmente ha trovato mia sorella…”
A quelle parole, Rebecca si sentì di nuovo mancare. Dentro di lei non c’era posto per divinità sconosciute e affetti traditori.
Mentre parlavano, una delle persone in fondo alla sala si era staccata dal gruppo e si era avvicinata a loro.
I suoi occhi le tolsero il respiro: erano gli stessi del mostro alato.

” Decine di secoli fa il mondo era molto diverso. L’Eridia era il continente più potente e benestante.
La loro religione aveva un pantheon complesso di divinità, tra le quali c’eravamo anche noi; poi gli equilibri iniziarono a cambiare.
Le Divinità sparirono, una alla volta.
La Marnesia divenne sempre più potente, mentre l’Eridia attraversò un periodo di gravi sconvolgimenti climatici che causarono la desertificazione del suo intero territorio, la scomparsa della sua civiltà e la diaspora della sua popolazione…”
Zaira fece una pausa per permettere a Rebecca di assorbire ciò che le stava raccontando, ma il timbro onirico della sua voce aveva confuso Rebecca che riuscì solo a mormorare.
“Non capisco cosa c’entrino Maria e la mia famiglia.”
Come se non l’avesse sentita, Zaira continuò.
“Gli Eridiani non persero mai la fede in noi.
Erano convinti che la desertificazione dell’Eridia fosse stata causata dalla nostra scomparsa.
Poi, cinquant’anni fa, fecero una scoperta che confermò le loro teorie e non solo…”
Zaira estrasse dalla tasca una fiala.
Conteneva un liquido blu con luminescenze violacee. Era una copia esatta della fiala che Rebecca aveva in tasca.
” Questa è tua o, almeno, tu sei la proprietaria dell’unica miniera al mondo che produce questo minerale liquido-gassoso.
La miniera è al Polo Sud.
Anzi, la miniera è l’intero Polo Sud, dove da anni lavora il fratello di tuo marito, Giulio.”
Cosi dicendo Zaira le mise la fialetta tra le mani. Poi continuò.
“Secondo le loro scoperte, questo minerale chiamato Zedir avrebbe permesso ai Marnesiani d’imprigionarci, d’incatenarci alla terra; di ridurci proprio come mi hai trovato tu: nient’altro che mostri in gabbia”.
Gli occhi di Zaira ardevano e bruciavano tutte le ombre attorno a lei.
Parte di quella storia, Rebecca la conosceva bene.
La Diaspora Eridiana era vecchia quanto la storia Marnesiana.
Lamarnia era stata costruita dopo la distruzione dell’Eridia.
Erano stati gli immigrati Eridiani a posare ogni pietra della capitale e da allora il loro stato sociale ed economico non era mai cambiato.
Il Quartiere Eridiano, uno degli insediamenti più antichi della capitale, era rimasto intrappolato su due lati dal mare e dal fiume Marn; e qualche mese prima l’alluvione estiva lo aveva sommerso quasi interamente.
A Rebecca tornò in mente come nessuno del governo si fosse preoccupato di inviare soccorsi efficienti.
Avevano lasciato che l’acqua nascondesse i cadaveri di tutti i loro pregiudizi.
“Che disastro… “
Mormorò a quel ricordo, per la prima volta da quando aveva visto la tragedia con i suoi occhi.
Guidata da un telepatico sesto senso, Zaira rispose.
“Per fortuna l’ospedale, l’orfanotrofio e la scuola non ne hanno sofferto. Anche la libreria e il Tempio si sono salvati. Sono proprio sopra di noi…
Per quanto ormai contino così poco…”

“Cosa?
Credevo che negli Eridiani la fede fosse innata, quasi un’eredità genetica…”
Zaira sospirò.
“Lo era…
Quelle maledette gocce stanno rimbambendo tutti: giovani, vecchi, disoccupati e lavoratori.
Trovare rifugio in esse vuol dire smettere di soffrire; e la strada più breve e indolore è sicuramente la più semplice, ma la serenità che portano è sintetica e provoca danni all’animo umano, sopratutto all’animo Eridiano.
Li allontana dalle Divinità…”
“Pensavo che voi Divinità foste state tutte imprigionate…”
“ Semi di Divinità sono sparsi dappertutto e qualcuno potrebbe sbocciare in una nuova Dea o un nuovo Dio…
Se in futuro, però, tutti prenderanno le Gocce, nuovi Dei o vecchi Dei non faranno alcuna differenza.
Sarà un mondo morto…
Altro che alluvione…”

Gli occhi di Zaira rimbalzarono dentro i suoi, due raggi di sole tra nebbia e acqua, per poi posarsi su Apate, velati da uno strano rimprovero.
Oltre la vetrata, Rebecca vide la statua di un uomo che cavalcava un leopardo.
“Quello è Moros.
Un altro nostro fratello…
Il Dio del sole, del giorno, del coraggio, della fortuna e della sfortuna, dell’avventura, delle imprese impossibili e dei miracoli…
Al momento, anche lui imprigionato chissà dove…”
Accanto alla statua di Moros, un’altra rappresentava un giovane o una giovane ( era difficile da capire) con una coda di pesce al posto delle gambe.
“Quella sono io!”
Apate esclamò allegramente.
“La Divinità Guardiana dell’acqua, dei fiumi, e dell’intelligenza. La Divinità più complessa.
Sono a volte donna, a volte uomo, dipende dall’orario del giorno.
La Divinità del crepuscolo e dell’alba; dell’intelligenza, della furbizia, del dubbio e della comprensione. Delle scienze e delle leggende, della verità e dell’inganno.
Sono la Divinità del tempo e del mutamento; e le mia casa è alla sorgente del fiume Eris e del fiume Marn, che è poi lo stesso luogo, dove nasce il tempo e…”
Rebecca rabbrividì, senza capire le parole di Apate.
“ Parli del Polo Nord?”
Chiese.
“Si.”
“E il Polo Sud?”
“Ah…
Laggiù è dove il tempo muore.”

Accanto ad Apate, c’era una mappa del mondo aperta su un tavolo. Era antica e mostrava il territorio dell’Eridia come doveva essere stato centinaia di anni prima.
Un intero continente, un tempo solcato dall’immenso fiume Eris.
Metà del globo, il lato opposto, il lato oscuro.
Sul corno finale di quello che ormai era solo un vastissimo deserto, Rebecca vide il Polo Sud.
“Dove muore il tempo.”
Ripetè tra se e se, mentre le sue dita sfioravano il disegno.
“Era Eridia anche il Polo Sud?”
Domandò.
“Si ma solo metà, come solo metà di questo mondo appartiene a voi.”
In quel momento, Rebecca fu distratta da una voce conosciuta.
In un angolo della sala, era apparsa la sagoma di un uomo. Nella penombra era difficile distinguerne i tratti ma Rebecca non ebbe dubbi sulla sua identità.
Giulio si avvicinò ad Apate in silenzio, il suo sorriso un quarto di luna spento.
Era un’espressione che Rebecca non aveva mai visto: seria e rattristata, preoccupata; emozioni che Giulio non aveva mai mostrato a nessuno di loro in famiglia.
Nel vederlo, Apate s’interruppe.
“ Ci sono spiegazioni, che però non toccano a me…”
Rebecca non stava più ascoltando; dietro a Giulio, aveva scorto un fantasma.

CAPITOLO 8

Era estate, la prima volta che Rebecca e Rachele si erano conosciute.
Rachele era circondata da un gruppo di ragazzi e con loro, di nascosto, fumava la Salvia Divinorum.
A sedici anni, Rebecca non aveva il coraggio di sperimentare e spaventata era scappata via a cercare Giulio.
Il profumo della Salvia era mescolato, nei suoi ricordi, ai profumi delle piante estive di un giardino al tramonto.
Si trovavano a una festa; in una villa su un promontorio dal quale si vedeva il sole coricarsi in mare: la dimora dei genitori di Rachele, risplendente tra le tinta arancioni, rosa e violacee del cielo.
Neanche la penombra ammuffita dove ora si trovava poteva attenuare i colori, litografati per sempre nella sua mente, di quella villa e di quel giardino: lo stesso giardino del suo sogno.
Rebecca provò ad alzarsi dal divano, dov’era ancora sdraiata ma le mancarono le forze; così rimase a fissare Rachele, silenziosa e immobile davanti a lei.
Giulio fu il primo a parlare.
“Rebecca…
Prima di cercare di spiegare, devo presentarti qualcuno…”
Una donna si avvicino’.
“Lei è Ariadne. Ci siamo conosciuti all’Università. Studiava con me chimica ed etnobotanica.
Un giorno, mentre in laboratorio facevamo un esperimento insieme, le sue iridi si allargarono…
E allagarono gli occhi, per trasformarli in piccoli oceani blu.
Proprio come succedeva a te e a Rachele…”
Rebecca riconobbe la giovane donna: era la stessa che aveva visto la notte prima, la stessa che aveva liberato Zaira.
“ Forse, all’inizio, m’innamorai di lei solo per emulare Giacomo e Goffredo che avevano due donne così simili. Nel tempo, però, Ariadne divenne il centro della mia vita e il mio segreto più prezioso.
Per amore trasformai tutte le sue idee nelle mie bandiere.
Avevo scelto la mia facoltà con leggerezza, spinto da Giacomo e da mio padre. Non avevo una passione particolare per la materia, ero interessato solo ai prodotti finali, per così dire. In particolare alla Salvia Divinorum, come tutti in quel periodo.
Per Ariadne era diverso.
I suoi genitori erano entrambi chimici e etnobotanici. Avevano lavorato al Polo Sud, nei centri di studio dove sono ora ricercatore anch’io.
Quando Ariadne mi presentò, mi raccontarono quello che ti ha appena spiegato Zaira.
La miniera è tua; così come è tuo il minerale prodotto: lo Zedir.

Il Polo Sud presenta limiti straordinari, quasi insormontabili.
La storia di Apate e della sorgente del tempo non è un mito. Laggiù, il tempo rallenta fino quasi a fermarsi; e il sole e la luna splendono insieme in un cielo illuminato da un’eterna pallida luce grigia.
Uno spettacolo che farebbe sentire chiunque completamente solo nell’Universo.
E’ impossibile arrivare al centro della miniera, l’effetto del tempo che rallenta è devastante sugli esseri umani.
Lo chiamiamo “Effetto Eternità”.
Per questo lo Zedir è ancora raro: riusciamo a minare solamente nella periferia esterna, dove il minerale è scarso, impuro e meno potente.
Nei laboratori studiamo metodi per ridurre l’effetto Eternità. Con scarsi risultati abbiamo selezionato e allenato gli uomini che dimostravano maggiori capacità di sopportazione: sono solo Eridiani ma non tutti gli Eridiani vanno bene, solo quelli che hanno superato la Soglia della Saggezza.
Quando i loro capelli diventano improvvisamente bianchi…
Ti ricordi quando successe a Maria?
Chiaramente in quei dannati laboratori stiamo studiando anche la Soglia della Saggezza.
Per ora abbiamo fatto pochi passi avanti.
Gli Eridiani attraversano la Soglia della Saggezza più o meno dopo i trent’anni; le Gocce la ritardano e la Salvia Divinorum l’anticipa.
Non abbiamo idea da che cosa sia provocata.
Puoi indovinare i problemi logistici; i minatori sopra i trent’anni non sono sicuramente i più efficienti.
La tua miniera è stata sezionata in tre zone conosciute. Il primo livello è quello dove arrivano i minatori Eridiani che hanno superato la Soglia della Saggezza o che, in poche parole, sono invecchiati di colpo.
Il secondo livello è quello che vorremmo raggiungere, ma siamo ancora ben lontani da capire come.
Oltre, al terzo livello, l’inconscio del Polo Sud ci aspetterà in eterno…
Per fortuna…”
Rebecca guardò Giulio sempre più confusa.
“Il tuo Zedir, oltre ad essere l’elemento alla base delle Gocce, rallenta il tempo forse quasi fino a fermarlo.
In maniera localizzata.
Puoi immaginare le implicazioni economiche e militari di tale miracolo?
Per ora, i nostri esperimenti sono ostacolati dall’incapacità di sfruttare la miniera al suo pieno potenziale.
Prima o poi, però …”
Giulio le porse un ritaglio di giornale.
“Questo è uscito, subito dopo l’Alluvione…”
Rebecca lo aprì e lesse:
“Censimento degli Eridiani.
Goffredo Ostuni richiede, per ragioni di sicurezza nazionale, il censimento degli immigrati Eridiani al fine di creare un database con le informazioni esatte su ogni uomo, donna o bambino di origine Eridiana presente sul territorio Marnesiano.
Tale database produrrà un documento d’identificazione speciale che tutti gli Eridiani, inclusi i minorenni, avranno l’obbligo di portare sempre con se, pena l’arresto e la deportazione…”
Sul viso di Giulio apparve un ghigno spento:
“E’ questa la campagna elettorale di tuo marito. Associala al programma di Alessandro Farnieri sulla liberazione della ricerca chimica e alla legalizzazione delle Gocce.
La nostra è una battaglia contro il tempo.
Se dopodomani vincono le elezioni, inizieranno a deportare tutti gli Eridiani senza documenti al Polo Sud…”
Persa in un maelstrom di informazioni ed emozioni, Rebecca alzò lo sguardo verso Rachele, rimasta in silenzio ad ascoltare.
“E’ tutto vero.” Rachele disse sottovoce.
“Il padre e la madre di Ariadne erano segretamente specializzati anche nello studio della Salvia Divinorum.
Erano convinti che se fosse stata studiata assieme e paragonata allo Zedir, la sua provenienza, le sue proprietà chimiche e i suoi effetti sull’essere umano e sul tempo avrebbero dimostrato la simmetria dell’Universo e il suo equilibrio biochimico.
La Salvia Divinorum cresce, infatti, solo al Polo Nord e in enormi quantità può accelerare il corso del tempo. “Apate, nasce di fretta e muore lentamente.”
E’ un detto Eridiano.
Apate, prima di essere imprigionata, rinasceva ogni giorno al Polo Nord, donna; per poi morire uomo, al Polo Sud.
I genitori di Ariadne compresero che lo Zedir era il segreto che teneva imprigionate le Divinità Eridiane. Pensarono allora che forse la Salvia Divinorum fosse la chiave per liberarle. Mandarono Marcus, il fratello di Ariadne, nelle piantagioni al Polo Nord per capire se la loro teoria fosse corretta; e scoprirono l’esistenza di una sola e unica proprietaria del Polo Nord.
Sono io la proprietaria di quella terra vasta e desolata; ma non sapevo nulla dei tentativi falliti di coltivare la Salvia in qualsiasi altro luogo al mondo; né delle piantagioni segrete, proprietà dell’Esercito Marnesiano.
Soprattutto, non avevo la più pallida idea che tutto fosse sotto il controllo di mio marito e del tuo, Rebecca.
Ipnotizzato dall’amore e impressionato dai loro racconti, Giulio scelse di andare a lavorare come scienziato nei laboratori militari al Polo Sud e si sforzò di diventare amico mio, cosa che prima non era mai stato. Poi mi presentò Ariadne e tutta la sua famiglia.
Con il tempo, anche a me parlarono delle loro teorie; e di quello che Marcus aveva scoperto al Polo Nord.
Il fratello di Ariadne mi raccontò che anche al Polo Nord esiste un simile Effetto Eternità.
Là, il tempo accelera e allo Zenith va a una velocità tale che è come se fosse fermo; esattamente come al Nadir del Polo Sud.
Inoltre, come solo gli Eridiani riescono a sopportare l’effetto Eternità al Polo Sud, solo i Marnesiani lo sopportano al Polo Nord e solo dopo che hanno superato la loro Soglia.
Eh si…
L’ironia dell’Universo…
Anche i Marnesiani hanno scorretto di avere una Soglia, la chiamano “Soglia dell’Innocenza” per differenziarsi dagli Eridiani.
Accade, come agli Eridiani, tra i trenta e i quarant’anni; ma non ci sono effetti esterni, facili da osservare e non si capisce il momento esatto con certezza. Anche nel loro caso, la Salvia accelera e le Gocce rallentano l’avvicinarsi di tale Soglia.
Per questo la Salvia Divinorum in Marnesia è vietatissima.
I Marnesiani temono la loro Soglia, perché non sanno nulla su di essa…”
Rachele le strinse le mani.
“ Non potevo credere alla mia fortuna quando conobbi Ariadne. Era la prima volta che incontravo qualcuno come me. Anche tu Rebecca mi assomigliavi ma eri viziata, annoiata e distaccata dalla realtà. In te, nonostante il nostro affetto, non sono mai riuscita a trovare una confidente. Con lei è stato subito diverso. Con lei, finalmente, ho iniziato a comprendere le mie origini e le mie vere radici.
I miei genitori erano distanti. Si sentivano superiori a tutti per qualche misterioso motivo che non volevano spiegarmi. Oggi so che i contratti con l’esercito Marnesiano per l’utilizzo delle nostre terre li rendevano talmente ricchi da infischiarsene di tutto e di tutti quanti.
Grazie ad Ariadne ho scoperto l’ingiustizie che hanno da sempre dovuto sopportare gli Eridiani, ho capito di esserne in parte responsabile anch’io e di avere un ruolo importante da svolgere.
Poi quando quest’estate Apate è stata liberata…
Ti ricorderai anche tu il diluvio e l’alluvione…”
A quelle parole Apate posò il suo sguardo su Rebecca, l’espressione nei suoi occhi illeggibile, e disse:
“Forse ho esagerato un pò…”
La stessa frase che aveva usato quando Rebecca si era svegliata urlando.
La voce di Eskandar interruppe i suoi pensieri.
“Avrei un suggerimento. La nostra ospite, per così dire, ha bisogno di riposarsi. Lasciamola sola poi, più tardi, decideremo sul da farsi.
“Un secondo… “
A Rebecca, anche la propria voce sembrò estranea.
“Rachele, puoi rimanere un attimo? “
Mentre Rachele assentiva con la testa gli altri uscirono dalla stanza.
Solo Apate sembrava non volersene andare.
“Potrei aiutarti io a mettere in ordine i tuoi pensieri se vuoi…
Avrei tante storie da raccontarti ma sono anche la Divinità dell’inganno, ti fideresti? “
Quando rimasero sole, Rebecca semplicemente chiese:
“Cosa ti è successo?”
Poi, senza dire nulla, attese. CAPITOLO 9

“Da piccola la mia vita sembrava perfetta.
Ti ricordi le nostre scimmie? Quelle con la pelliccia bianca come la luna? Il giorno in cui mio padre le portò a casa e le vidi per la prima volta rincorrersi tra i rami, pensai di essere la bambina più fortunata dell’universo. Così come il giorno in cui arrivarono i pappagalli blu. Meraviglie come quelle non le aveva nessuno.
Solamente noi.
Non esisteva un giardino più bello del nostro.
Le fontane a cascata di marmo azzurro, le nostre piante. Avevamo un’albero il cui tronco era composto da migliaia di fili argentati che s’intrecciavano tra loro; il loro abbraccio si diradava verso il cielo, dove i rami si abbandonavano, si allungavano e si disperdevano nel vuoto. Da quei rami, che erano tutt’uno con le radici, sbocciavano fiori dello stesso colore della notte: lo stesso blu dei nostri occhi.
Quando ero piccola, pensavo fossimo gli unici ad avere le iridi di quel colore che, come dice Giulio, inondavano gli occhi fino a trasformarli in minuscoli oceani.
Poi incontrai te.
La prima volta che vidi le tue iridi comportarsi in quel modo mi mancò la terra sotto ai piedi. In quel momento, nello scoprire di non essere unica, iniziai a sentirmi sola.
La tua presenza nel mio mondo sollevò domande fino ad allora ignorate dal mio inconscio. Domande alle quali tu non potevi darmi alcuna risposta. Eri più piccola di me, viziata e capricciosa; era comprensibile perché avevi perso entrambi i genitori ed eri cresciuta a casa di Giacomo, il cui padre, diciamocelo, non era un gigante d’affetto.
Così le mie domande rimasero appese per aria.
Né la mia famiglia, né quella di Giacomo diedero loro peso e la mia vita proseguì, non più perfetta.
Nell’angolo più profondo del mio animo iniziai a covare un’ombra, un vuoto, che negli anni crebbe fino a quando, un giorno, Giulio divenne mio amico.

Ci eravamo sempre ignorati e il suo cambiamento avrebbe dovuto stupirmi ma non lo fece. Il mio matrimonio con Giacomo era un matrimonio felice. Mi amava moltissimo, anch’io lo ricambiavo ma il mio amore non era equivalente al suo. A lui, io bastavo; a me, lui no.
Inizialmente, Giulio fu una distrazione benvenuta dalla mia solitudine. Ridavamo molto insieme e, sopratutto, fumavamo moltissima Salvia Divinorum. A casa mia la Salvia era sempre stata accettata e tollerata. La usavamo per celebrare le occasioni familiari più importanti; ma a casa di Giacomo, come in tutta la Marnesia, era vietata. Erano i miei genitori ad essere troppo liberali, non potevo lamentarmi con mio marito. Però, appena Giulio si mostrò interessato, non me lo feci ripetere due volte.
Passò un po’ di tempo e Giulio mi presentò la sua fidanzata Ariadne. Quando vidi le iridi blu dei suoi occhi non fu come quando conobbi te ma il contrario, provai un profondo senso di gioia.
C’era un’altra persona come noi!
Tutte le mie domande risalirono a galla e nella famiglia di Ariadne trovai alcune delle risposte che cercavo.
Non mi svelarono tutto subito.
Attesero due o tre anni e quando mi raccontarono la loro storia mi fidavo ormai ciecamente di loro. Decisi lo stesso, però, di vedere con i miei occhi e chiesi a Giacomo di accompagnarmi a visitare le mie piantagioni di Salvia Divinorum al Polo Nord.
Era tutto vero.
Le coltivazioni coprono quasi interamente la metà Marnesiana del Polo Nord.
L’altra, quella Eridiana, è un deserto dove neanche la Salvia cresce più. Lassù il cielo diventa sempre più scuro, l’opposto del Polo Sud dov’è sempre di un grigio pallidissimo. In quella notte eterna senza astri, il tempo accelera. Allo Zenith va talmente veloce che praticamente è fermo. Nessuno in teoria dovrebbe riuscire ad arrivare fin lì. I coltivatori sono tutti Marnesiani, perché hanno una maggiore capacità di sopportare l’Effetto Eternità al Nord…”
Rachele fece una pausa.
“I miei occhi devono essere come i suoi ora…”
Pensò Rebecca mentre veniva risucchiata da due vortici blu e le mancava la terra sotto i piedi.
“La prima notte o forse il primo giorno, in quel posto è impossibile dirlo con esattezza, fumai la Salvia da sola prima di addormentarmi. Dopo poche ore, mi svegliai di colpo. Fu come se qualcuno mi chiamasse. Mi alzai e, senza svegliare Giacomo, uscii da quella che era la nostra stanza. Camminai fino all’inizio delle piantagioni che costeggiano il fiume Marn e le seguii, fino a raggiungere la sorgente.
Nella notte, non avevo bisogno di luci.
L’acqua del fiume era illuminata. La sua luce non era brillante come quella del sole né rassegnata come quella della luna; assomigliava, piuttosto, alla luce poco prima dell’inizio di un sogno o al momento del nostro risveglio, quando ancora ricordiamo quello che abbiamo sognato.
Quando la raggiunsi, sentii che la sorgente del fiume Marn mi attendeva, forse mi attendeva da secoli.
Affrettai il passo per non farla attendere ancora. Attorno alla sorgente stessa c’era una costruzione dal cui ingresso il fiume Marn sgorgava allegramente via, verso la civiltà, verso Lamarnia. Senza pensare, oltrepassai un arco scolpito nella pietra. Dentro, l’acqua illuminava lo spazio, riflettendosi luminescente sulle pareti affrescate. Ritraevano uomini e donne che si trasformavano in pesci. Davanti a me, vidi una statua. Rappresentava una fanciulla. Lungo i suoi capelli e dai suoi occhi l’acqua scorreva luminosa come infinite lacrime di luce.
La fanciulla era cavallo di un delfino.
In lei, riconobbi Apate.
Ero nel suo tempio; il luogo dove secondo le leggende nasceva il tempo ma quello spazio sacro era vuoto, privo di vita.
L’ombra che covavo nell’animo si trasformò in sgomento.
Quando mie lacrime si confusero con quelle della statua presi una decisione che cambiò per sempre la mia vita.

Aspettai di rientrare a Lamarnia prima di parlarne con Giacomo. Volevo discuterne con Ariadne per capire quale fosse il modo migliore per implementare il mio piano. Appena entrata in casa loro, m’imbattei in Marcus.
Tale era il mio bisogno di confidarmi che non attesi Ariadne ma raccontai subito a lui la mia esperienza nel tempio di Apate.
Vidi uno strano sorriso sorgere sulle sue labbra.
“Quello che hai visto è uno spettacolo per pochi prescelti.”
Disse.
“Il tempio è quasi allo Zenith, dove né Marnesiani né Eridiani possono andare; e dove neanche tu saresti arrivata se fossi stata realmente una di loro…”
Marcus fece una breve pausa, poi continuò.
“Anch’io ho visitato il tempio e i miei genitori visitarono il tempio di Apate al Polo Sud, alla sorgente del fiume Eris. Fino ad ora non conoscevamo nessuno che fosse stato in grado di fare lo stesso.
Che anche tu ce l’abbia fatta, conferma le nostre teorie. Sarebbe utile incontrare qualcuno’altro come noi per ripetere lo stesso esperimento.”
Pensai subito a te, Rebecca.
Anche durante il viaggio ti avevo pensato spesso.
Eri parte del mio piano.
A Marcus, risposi.
“ E’ quello che ho capito e ho deciso di fare!
Dentro al tempio di Apate ho compreso che né i Marnesiani né gli Eridiani si conoscono abbastanza.
Non conoscono le origini delle loro tradizioni, né il perché delle loro differenze.
Non abbiamo mai fatto studi approfonditi e comparati tra di noi.
Voglio creare un centro di studi sulla Salvia Divinorum e sull’Effetto Eternità al Polo Nord.
Sarà condotto da scienziati di entrambi i popoli. Vorrei anche parlarne con Rebecca, raccontarle tutto; proporle di fare la stessa cosa al Polo Sud per lo Zedir….”
Vidi l’espressione sul viso di Marcus cambiare.
“E’ un bellissimo progetto ma non credo verrà appoggiato da tuo marito. E’ un’idea pericolosa, forse è meglio se ci pensi un attimo su…”
Aveva ragione ma non mi sarei arresa senza tentare. Dopotutto, ero io la padrona di quel luogo e dunque anche del tempio di Apate.
Mi sentivo responsabile per il vuoto che avevo sentito li dentro.
Speravo di trovare una risposta alle domande che custodivo nel mio cuore.
Così non lo ascoltai e appena tornata a casa corsi nello studio di Giacomo. Mi ricordo come se fosse ieri il momento in cui entrai. Giacomo era seduto alla scrivania. Tra noi, a separarci, colonne di documenti dietro le quali mio marito si nascondeva da anni. Mi chiesi per la prima volta se per lui fossero più una prigione che un rifugio. Un’altra domanda alla quale non sapevo rispondere e la solitudine si ribellò dentro di me. Fu lei a dettare il tono della nostra conversazione. Ripetei le stesse parole che avevo detto a Marcus ma non era entusiasmo quello che risuonava in loro, piuttosto amarezza e rabbia. Inevitabilmente, c’intrappolammo in un litigio e il grande progetto fu soffocato dalle mie urla e dai suoi silenzi.
Uscii sbattendo la porta.
Dopo qualche ora mi ritrovai nel corridoio, davanti alla porta chiusa del suo studio. Per un attimo mi fermai, incerta se entrare a far la pace. Sentii delle voci e decisi di attendere che se ne andassero. Giacomo stava descrivendo a Alessandro e Ruth il mio progetto.
Sentii anche la voce di Goffredo.
Alessandro Farnieri è un uomo che non ho mai amato in particolare ma quella sera mi colpì la crudeltà nella sua voce. Erano tutti d’accordo che andavo fermata. Il rancore si risvegliò e abbandonai i miei buoni propositi. Avrei fatto la pace il giorno dopo.
La mattina mi svegliai presto.
Ancora non ero pronta ad affrontare Giacomo e decisi di andare a Lamarnia a fare acquisti per distrarmi.
A metà strada la macchina sbandò e volò giù da un dirupo; direttamente dentro il fiume Marn.
Persi coscienza in volo.
Quando tornai in me, ero sdraiata proprio lì dov’eri sdraiata tu.”
Gli occhi di Rachele sembravano due finestre aperte su una notte eterna, priva di stelle. Il loro blu era così scuro da essere quasi nero.
Eppure era blu, sfumato da emozioni che Rebecca faticava a distinguere.

“Mi raccontarono in seguito cos’era successo. Qualcuno aveva sabotato i freni. L’autista, incredibilmente, non solo era sopravvissuto ma, in fondo al fiume, era riuscito ad uscire dalla macchina e trascinare fuori anche me.
Un miracolo.
Come tutti i nostri autisti era Eridiano e un’infiltrato della Resistenza.
Erano tanti quelli come lui, tra loro anche Maria e Eskandar.
Tu non te lo ricorderai sicuramente ma quest’ultimo è stato maggiordomo a casa nostra per anni.
Durstan, così si chiamava l’autista, non sapendo cosa fare, mi portò qui. Presto arrivarono anche Marcus, Ariadne e Giulio. Facevano tutti parte della Resistenza Eridiana ma non avevano avuto il coraggio di dirmelo. Dopotutto Giacomo e sopratutto Goffredo avevano opinioni ben chiare sul terrorismo Eridiano.
Quando mi ripresi dallo shock, cominciai a riflettere sulla mia situazione. Non avevo dubbi che Alessandro e Ruth fossero colpevoli ma Giacomo? Era possibile che anche lui fosse d’accordo? Avevano fallito una volta e ci avrebbero riprovate sicuramente; se lui non fosse stato dalla mia parte chi mi avrebbe protetto? Cosa sarebbe successo a mio figlio Tristano?
Decisi, per il momento, di fare finta di essere morta davvero per scoprire cosa fosse successo realmente.
E’ passato un anno e sono ancora lontana dall’avere certezze. Sono convinta che l’incendio del tuo grattacielo sia stato causato dalle stesse persone che hanno tentato di uccidere me e non da un attacco terroristico Eridiano come ti hanno voluto fare credere.
Un giorno, all’inizio di quest’estate, eravamo tutti qui riuniti mentre Giulio esponeva una sua nuova teoria su come le Divinità fossero state imprigionate. Aveva costruito con lo Zedir una scatola o piuttosto una gabbia in miniatura.
L’oggetto emanava una luce violacea e io m’incantai a guardarlo. Ero ipnotizzata. Mi ricordava qualcosa ma non riuscivo capire cosa. Tutto d’un tratto mi tornò in mente. Quella scatola era simile a una scatola che mio padre teneva nascosta in cassaforte. L’avevo scorta una volta da piccola, mentre ero con lui nel suo studio.
Mi resi conto che doveva essere ancora li.
Non avevo tolto nulla dalla casa dei miei genitori. Alla loro morte non avevo voluto venderla. Era il luogo dove speravo Tristano andasse a vivere una volta cresciuto. I giardini sono ancora mantenuti alla perfezione. Le scimmie, i pappagalli, le cascate.
E’ come se la mia famiglia vivesse ancora li.
Dalla mia finta morte avevo cominciato a tornarci anch’io: inabitata mi rassicurava e non rischiavo di venire scoperta. Spesso scorgevo Tristano da lontano. Mio figlio andava a passeggiare da solo in quel giardino per perdersi nei suoi pensieri.
Così, un pomeriggio estivo, entrai di nascosto nello studio che era stato di mio padre e aprii la cassaforte.
La scatola era ancora li, luminescente come quella di Giulio. Sopra di essa erano state intagliate delle figure.
Erano riproduzioni in miniatura delle stesse immagini che avevo visto nel tempio di Apate.
Senza perdere neanche un secondo l’aprii.
Un profumo inebriante invase la stanza. Inconfondibile, era lo stesso profumo della Salvia Divinorum e proveniva da un sacchetto di velluto verde.
Lo presi tra le mani, slegai con cura il cordoncino e infilai una mano al suo interno. Le mie dita sfiorarono qualcosa di tiepido al tatto.
Erano tre chiavi.
Il profumo nasceva da loro.
Erano fatte con radici di Salvia Divinorum.
Senza parole, le riposi nel sacchetto che richiusi nella scatola. Nascosi la scatola nella mia borsa e tornai in giardino.
Per un pelo non mi scontrai con Tristano ma lui non se ne accorse neanche, perso com’era nei suoi sogni tristi. Ancora vestito a lutto, non sembrava in grado di scrollarsi di dosso la disperazione per la mia morte.
Mi spezzò il cuore.
Rimasi a osservarlo da lontano per un po’, poi decisi di tornare verso quella che ormai era diventata la mia unica casa.
Era l’ora del tramonto e il sole si tuffava nel mare color porpora. Accesa una sigaretta di Salvia, pensai che forse avrei dovuto rivelare al mondo che ero ancora viva.
Non potevo continuare a fare soffrire così mio figlio. In quel momento l’ultimo raggio di un sole ormai interamente sommerso dalle onde colpì una grotta e intravidi qualcosa.
Immagini scolpite nella parete rocciosa.
Le stesse immagini che avevo visto nel tempio di Apate. Le stesse immagini incise sulla scatoletta nella mia borsa.
Senza esitazioni, entrai.
L’acqua era bassa e umidiva appena i miei piedi. Seguii i bassorilievi che rappresentavano la trasformazione di uomini e donne in pesci o altri animali marini. Erano illuminati da una strana luce violacea, la cui sorgente si trovava da qualche dentro alla grotta.
Proseguii lentamente.
In fondo mi attendeva una gabbia, come mi aveva atteso il tempio al Polo Nord.
Dentro, si agitava un mostro metà ragazzo metà pesce.
I suoi capelli lunghi ondeggiavano attorno a lui come serpenti. Gli occhi verde petrolio erano illuminati da una rabbia impazzita.
Chiunque sarebbe rimasto pietrificato dalla paura, non io.
Davanti a quell’immagine irreale e folle, il vuoto che covavo da anni nel mio cuore svanì.
Nel vedermi, Apate afferrò con le mani le sbarre di Zedir e urlò di dolore e di gioia.
I suoi movimenti erano limitati da lunghe catene ancorate a terra, anch’esse di Zedir.
Sapevo cosa fare.
Estrassi le chiavi dalla mia borsa e mi avvicinai alla porta della gabbia. Una di esse, come m’immaginavo, aprì il lucchetto. Entrai e, sempre con la stessa chiave, liberai Apate dalle catene. Le altre due chiavi non erano per lei. Il mio intuito mi disse che erano per Zaira e Moros.
In quel momento giurai a me stessa che avrei liberato anche loro.
Sentii un rumore lontano diventare sempre più forte. Pensai fossero tuoni e mi stupii, fuori il cielo era limpido.
Dall’ingresso della caverna iniziò velocemente a entrare acqua.
Vidi Apate nuotare verso l’uscita e in un attimo svanire.
Ero sola e il livello dell’acqua nella grotta continuava a salire. Annaspai e tentai di restare a galla; quando arrivai a toccare il soffitto con la testa, mi arresi.
Ripresi conoscenza nel giardino di casa mia.
Pioveva a dirotto e, sopra di me, i fulmini squarciavano l’oscurità del cielo.
Quando rientrai, raccontai tutto ai miei compagni.
Per fortuna non avevo perso la mia borsa, così Giulio ebbe modo di studiare le tre chiavi.
Il diluvio sommerse quasi interamente il quartiere Eridiano. Il tempio, la biblioteca, l’ospedale, l’orfanotrofio e la scuola si salvarono e noi accogliemmo tutti i poveretti rimasti senza tetto.
Qualsiasi altro progetto divenne secondario.
La priorità era aiutare la comunità Eridiana a superare la tragedia e la vita quotidiana tentennò a lungo prima di tornare ai suoi ritmi ordinari.
Così, il ricordo di Apate si affievolì.

Una mattina passeggiavamo lungo il porto, Giulio, Ariadne e io. Da lontano, vidi avvicinarsi una giovane donna. Era alta e i suoi lunghi capelli erano agitati dal vento. Anche se l’ultima volta che l’avevo vista era metà uomo e metà pesce la riconobbi subito.
“L’ho sentita. Zaira è qui vicino. So esattamente dov’è. Aiutatemi a liberarla.”
Un ordine.
Ariadne la fissò senza parole, l’espressione dei suoi occhi indescrivibile.
“Perché vi siete fermate?”
Mi voltai verso Giulio, la sua domanda incomprensibile. Ci guardava perplesso.
Apate sorrise.
“Non mi può vedere, né sentire…”
Incredibilmente, era vero.
Né Giulio né Eskandar potevano vedere Apate.
Solo dopo capii che Eskandar, a differenza di Giulio, almeno ne percepiva la presenza.
Apate ci spiegò che per un brevissimo secondo aveva sentito la voce di Zaira. Poi era di nuovo scomparsa.
Poi, ancora, l’aveva risentita, in luogo differente.
Devono essere telepatiche in qualche modo.
Giulio teorizzò che dopo che avevo liberato Apate, Zaira doveva essere stata spostata.
Secondo lui, per trasportarla avevano usato un camion isolato dallo Zedir; ma dovevano averla fatta uscire dalla gabbia e per un attimo Zaira era rimasta esposta, non protetta dalle proprietà magnetiche del minerale. Così, Apate l’aveva percepita e ora sapeva esattamente dov’era.
Il resto lo conosci o lo puoi immaginare da sola.
Il momento migliore per liberarla era ovvio: la sera della festa d’autunno.
Sia Giulio che io sapevamo che avresti fatto organizzare tutto a Maria e che non avresti notato nulla attorno a te.
Sei fatta così, Rebecca; infatti così è stato.
Se non ti fossi trovata sul tetto con Giulio, in quel momento preciso, non avresti visto Maria entrare nel bosco e non l’avresti seguita. Tutto il resto è successo per caso o, forse, per fortuna.”
Rachele smise di parlare.
Rebecca chiuse gli occhi.
Il suo unico intenso desiderio era di essere di nuovo a casa sua.
Non nella camera color cipria che un tempo era stata di Rachele. Non in quella stanza sconosciuta.
A casa sua, sulla terrazza in cima al grattacielo, seduta con una tazza di caffè ad osservare la luna intagliata in cielo; e forse, di fianco a lei, non le sarebbe dispiaciuto avere anche Goffredo. CAPITOLO 10

Il divano sul quale era seduta, di un bordeaux rovinato, alludeva incerto a un ricordo sfocato.
Rebecca tentò di tornare indietro nel tempo al momento esatto in cui quel ricordo era stato creato; ma il suo sforzo fu interrotto dall’ingresso di Eskandar.
Il timido sacerdote chiuse la porta con delicatezza. Rebecca lo guardò esausta all’idea di dovere ascoltare anche lui, ma l’uomo si avvicinò alla finestra e, in silenzio, indicò oltre la vetrata sporca le statue di Moros e Apate.
Nel suo sguardo lesse un’ombra di rimprovero e Rebecca domandò, senza nascondere il proprio stupore:
“Lei non le può né vedere né sentire, vero?
Eppure è il loro sacerdote…”
“Non le vedo ma le sento…
Sento un cambiamento nella pressione dell’aria quando sono presenti. Sento correnti fredde quando passa Apate o calde nel caso di Zaira. Sopratutto, sento quello che mi dice il mio cuore e non quello che loro vorrebbero farci credere. Il non vederle e non sentirle è la mia benedizione. Non mi possono affabulare, ipnotizzare o affascinare o qualsiasi sia l’effetto che fanno a tutti voi; ma non sono neanche come Giulio.
Per lui è come se non esistessero, non percepisce nulla. E’ quindi facile da imbrogliare; per amore crede a tutto quello che gli dice Ariadne, non ha mezzi per potersi creare un’opinione propria.
Quando Apate entrò in questa stanza per la prima volta sentii il mio sangue gelare. Tutto dentro di me mi urlò di scappare. La pressione dell’aria diventò pesante ed ebbi la certezza che dovunque si trovasse Apate lì non ci fosse posto per me. Da quando è arrivata Zaira è ancora peggio, ma da qui non me ne andrò perché sono l’unico a capire quanto siano pericolose e ingannevoli quelle due creature. L’ho sempre saputo e ho pregato tutta la vita che non venissero mai liberate.
Da quando ero bambino ho sentito leggende, storie raccontate sottovoce di notte, troppo terribili per essere scritte. Mio padre era sacerdote anche lui, così come suo padre prima di lui. Da generazioni le attendiamo e preghiamo che non ritornino. Restiamo qui a osservare quelle statue; sappiamo che non possiamo abbandonarle, che il nostro compito è di proteggere gli Eridiani da tutto ciò che esse rappresentano…”
Il ricordo del suo sogno, quello di cui anche Eskandar era stato ospite, si risvegliò nella mente di Rebecca. All’improvviso le tornarono in mente le parole confuse, recitate sottoterra da un uomo sconosciuto.
Le tornò in mente anche il leopardo che, con un balzo, lo divorava.
Rebecca rabbrividì.
“Da sempre, tutti i Marnesiani sono atei perché non hanno mai potuto percepire le Divinità; tranne alcuni che, come Giulio, credono solo perché si fidano ciecamente dei racconti e delle esperienze di altri diversi da loro.
Noi Eridiani le percepiamo come una presenza minacciosa e terribile e non possiamo fare altro che credere e temerle; e cercare, in tutti i modi, di rappacificarle.
Perché, invece, alcuni come voi le possano sia vedere che sentire è un mistero che da secoli cerchiamo di risolvere. Maria era venuta a lavorare a casa vostra per scoprire cos’era che vi rendesse così diversi. Io feci lo stesso: lavorai per anni come maggiordomo per la famiglia di sua cognata.
Ho sempre saputo dove fosse imprigionata Apate; Maria ha sempre saputo dove fosse Zaira. Questo era il nostro segreto.
Quando ormai era diventato inevitabile, Maria decise di essere lei a liberare Zaira.
E’ entrata nella gabbia e si è sacrificata alla rabbia di un mostro a lei invisibile…”
A Rebecca venne un dubbio.
“ Come fa la famiglia Ostuni o l’esercito Marnesiano a sapere dell’esistenza delle Divinità, se non le sentono? Come fanno a custodire e controllare gabbie dentro le quali non vedono nulla?”
“La risposta è ovvia, Rebecca: ci sono altri come voi. Non siete gli unici, checché ne pensino Rachele e Ariadne.
Altri come voi sono nascosti all’interno dell’esercito o del governo o chissa’dove; altri come voi che per qualche motivo ritengono importante tenere le Divinità imprigionate e sopratutto impotenti.
Non a caso i tuoi genitori e i genitori di Rachele stipularono contratti con l’esercito Marnesiano. Non a caso dalle tue miniere e dalle piantagioni al Polo Nord provengono gli elementi che da secoli le tenevano ingabbiate in segreto.
Non oso immaginare cosa succederà quando libereranno Moros e temo che ciò accadrà presto…”
Rebecca rimase in silenzio a riflettere sul senso delle parole di Eskandar.
In cuor suo era d’accordo con lui.
Finalmente, alcune cose le erano più chiare; avrebbe voluto fargli migliaia di domande.
Cominciava a capire Rachele.
Scoprire di non essere sola, che altri, chissà quanti, fossero come lei era sconcertante e allo stesso tempo esilarante.
Tuttavia, era convinta che le risposte alle sue domande non le avrebbe trovate li.
Doveva tornare da Giacomo.
Pensò alle elezioni che si sarebbero svolte il giorno dopo e sentì di doversi affrettare.
Qualche cosa non tornava, qualche cosa di cui neanche Eskandar sembrava essere cosciente.
Dentro di lei strani pensieri iniziarono a farsi strada.
“Voglio andare a casa.”
Disse ad alta voce.
“Voglio tornare a casa mia.”
Ripetè quasi urlando e a quelle urla Giulio e Rachele rientrarono nella sala.
“Sono accusata dell’omicidio di Maria se si accorgono che sono sparita penseranno che sono scappata e che quindi sono colpevole. Non m’interessa nulla delle vostre storie; come dite voi non mi sono mai interessata a niente.
Non m’interessa cominciare oggi, ora.
Voglio tornare a casa e rifletterci sopra.
Tanto cosa volete che dica.
Se tutto ciò che mi avete detto fosse falso sembrerei solo più pazza di quello che già credono; d’altro canto se fosse tutto vero non lo ammetterebbero certo.
Lasciatemi stare, lasciatemi tornare.
Per quel che mi riguarda potete anche venire con me.
Giulio mi può accompagnare. Volendo anche Apate e Zaira, tanto nessuno le vedrebbe. Sono solo Marnesiani dopotutto e avete detto che per loro le Divinità sono invisibili.”
Lentamente, Eskandar suggeri’.
“E’ comprensibile.
Potrebbe essere accompagnata da Giulio e da Apate.
C’è ancora tempo, potrebbero non essersi accorti della sua assenza…”
“Per modo di dire ..
C’era un agente della polizia incaricato a seguirmi, questa mattina…
Mi starà cercando come un disperato, poveretto…
Giuro che non dirò niente…
Fatemi tornare a casa…”
Rebecca replicò, con tono sempre più insistente e supplicante.
Ariadne, che fino a quel momento non aveva detto nulla, borbottò:
“ Questo è un momento troppo delicato. Non possiamo rischiare, lasciarla andare…”
“ E cosa dovremmo farne di lei?”
Domandò Eskandar.
Dietro di lui, una figura maschile gli diede ragione. Doveva essere Marcus. Alto, moro, con gli occhi blu come sua sorella e, diversamente da lei, un sorriso gentile.
“Ariadne, lasciamola andare. Se la teniamo qua rischiamo che diventi solo un problema in più. La possiamo tenere sotto controllo. Giulio può andare con lei e Apate potrebbe seguirla di nascosto…”
Ariadne si voltò verso Apate.
La Divinità, ora un ragazzo con i capelli lunghi legati dietro la schiena, sorrise.
“Potrei andare con lei ora e domani potresti andarci tu, Zaira…
Chissà tutto ciò si potrebbe rivelare più utile del previsto…
Sicuramente tenerla qui creerebbe solo disagi inutili. Non abbiamo bisogno di lei per cercare Moros.
Altri piani sono in moto che tra poco riveleranno la collocazione della sua gabbia…
E’ al massimo una questione di giorni…”
Il viso di Ariadne era teso ed preoccupato ma Rebecca notò che la donna temeva di contraddire Apate; per la prima volta fu grata di quella divina e inquietante presenza.
Nel giro di poco tempo, Rebecca si ritrovò nel baule della macchina di Giulio dove attese accovacciata al buio, fino a quando sentì una breve discussione tra Giulio e una guardia: dovevano essere arrivati al cancello del parco.
La discussione durò solo qualche istante per poi dileguarsi nel borbottio del motore.
Quando il baule si aprì a Rebecca sembrò di risvegliarsi da un incubo; ma fu un breve sollievo che si dileguò davanti al ghigno canzonatorio di Apate.
“Eccoci qui mia cara… Giulio è entrato a distrarre la tua famiglia. Se corri ora, di fretta, su dalle scale, non dovresti incontrare nessuno. Io ti seguirò fino alla porta della tua camera, non si sa mai tu abbia bisogno di me…”
L’ingresso della grande villa era vuoto.
La scala d’alabastro era una scultura di ghiaccio all’angolo della quale Rebecca vide il divano bordeaux, inevitabile come una macchia di sangue sulla neve.
Rebecca la percorse veloce, senza voltarsi indietro. Stava per entrare nella camera di Rachele ma sentì delle voci e non riuscì a resistere; si fermò ad ascoltare.
La porta dello studio di Giacomo, al piano di sotto, si era aperta e ne erano usciti Giulio e l’agente che con tanta assiduità l’aveva seguita quella mattina.
Giulio stava difendendo l’agente con Giacomo.
“Certo che so dov’è Rebecca. Si è nascosta. Secondo te si sarebbe fatta pedinare tutto il giorno? Si vede quanto la conosci. Scommetto che ora è in camera sua.
Inutile dire che prima non c’era…
Scommettiamo che è li? Lascia stare il ragazzo; ha fatto il meglio che poteva. Rebecca è cresciuta in questo parco come noi. Se avessi voluto scomparire per una giornata intera ce l’avrei fatta anch’io come, tra l’altro, ce l’avresti fatta benissimo anche tu.
Solo Goffredo, forse, potrebbe essere talmente tonto da non riuscire in un’impresa così facile…
A proposito, le elezioni di domani? Quali sono le previsioni?”
Grata per la velocità di Giulio nel cambiare argomento, Rebecca si chiuse finalmente in camera.
Attorno a lei, l’arredamento color cipria non le diede alcun sollievo.
La foto di Rachele con Tristano, incorniciata sul tavolo, le fece tornare in mente la lunga conversazione che avevano avuto e nella sua testa il caos tornò alla carica. Fu presto chiaro che quella camera le avrebbe offerto solo un rifugio provvisorio ma al momento non aveva altro. Rassegnata a un sonno inquietato sprofondò nel letto; per poi svegliarsi in tarda mattinata incredibilmente riposata.

Aprì gli occhi e si stiracchiò; gli avvenimenti della giornata precedente un affresco sbiadito nella sua mente.
I suoi ricordi avevano preso la strana abitudine di apparire e svanire a piacere.
Decise di lasciarli sbiaditi ancora per un po, giusto il tempo di recuperare le forze.
Con calma si vestì e si guardò allo specchio. L’immagine riflessa era di una donna di trentasei anni, con i capelli biondi scuri tagliati a caschetto e gli occhi blu.
Provò per un attimo a cercare somiglianze tra se stessa, Rachele, Ariadne e Marcus ma a parte gli occhi non ne trovò; e dire che a sentire loro facevano parte di un gruppo diverso e separato da tutti. Non erano né Marnesiani né Eridiani. Si domandò se avessero un nome anche loro e da dove venissero.
Qual‘ era la loro storia?
Tutte domande che sentiva avrebbero trovato risposta se rivolte ad Apate.
Al pensiero di quell’essere ambiguo le venne la nausea.
Zaira le faceva un’effetto diverso.
Quello che provava nei suo confronti era puro terrore alimentato dal ricordo del mostro che, due sere prima, con tanta facilità aveva ucciso Maria.
Mentre si spazzolava i capelli, sentì un languore nello stomaco e decise di scendere.
L’orario della colazione era passato ma avrebbe trovato sicuramente qualcosa per acquietare la fame. Preoccupata dall’idea d’incontrare qualcuno ( e per evitare domande alle quali non sapeva o poteva rispondere) decise di entrare in cucina dalla porta che dava sul retro del giardino.
Riuscita nell’impresa, Rebecca si avviò finalmente verso il lago.
Il cielo era limpido e la nebbia del giorno prima svanita.
Nell’aria fredda, quasi invernale, l’elettricità era innegabile.
Era arrivato il giorno delle elezioni e quella sera sarebbero usciti i risultati.
Nella confusione di tante aspettative, Rebecca sperò di essere stata dimenticata. CAPITOLO 11

Seduta su un sasso a capolino sull’acqua, Rebecca si era persa a osservare il proprio riflesso tra le onde. Quando alzò lo sguardo vide una figura camminare sul lato opposto del lago.
Una donna alta con i capelli neri tagliati a caschetto, spuntata come dal nulla, si avvicinò’.
Ruth, la nuova arrivata, alzò un braccio per salutare Rebecca che in cambio smorzò appena un sorriso di benvenuto.
“Che emozione oggi, no? Tra poche ore avremo conferma di questa vittoria così sofferta e tanto meritata.
Immagino che anche tu non sia riuscita a dormire stanotte. Alessandro e Goffredo al governo…
Quante riforme da fare…
Quante cose riusciranno a cambiare…
E pensare, poi, al tuo sfortunato incidente, vedrai sistemeranno tutto…”
Incapace di condividere tanto entusiasmo, Rebecca non disse niente.
In netto contrasto con il tono febbrile di quella cascata di parole, gli occhi di Ruth erano inespressivi; le loro iridi nient’altro che sottili cornici avvinghiate a due pupille quasi invisibili.
“Vorrei fare una passeggiata attorno al lago, per dissipare i miei pensieri…
Mi fai compagnia?”
Dietro a Ruth apparve un’altra figura.
Era ancora lontana ma Rebecca non ebbe dubbi sulla sua identità. Apate, immobile sul bagnasciuga del lago, sembrava riflessa al contrario, come se da sott’acqua la Divinità osservasse la propria immagine rispecchiata nell’aria.
Rebecca provo’una forte sensazione di malessere e fece finta di non notarla.
“… Tanto pensano tutti che sia pazza…”
Commentò tra se e se e, senza cercare di giustificarsi troppo’, saluto’ di fretta Ruth, si alzò dal sasso e si allontanò con passo innervosito.
Alle sue spalle sentì Ruth sorridere.
Si voltò un’ultima volta e vide la donna girarsi verso il lago, verso Apate.
Rebecca alzò lo sguardo oltre le due donne.
Una nuvola aveva coperto il sole e proiettava sul terreno un’ombra.
“Sembra un’ala…”
Pensò Rebecca accelerando il passo in direzione del bosco.
Presto le aveva lasciate entrambe alle sue spalle.
Camminò a lungo, lasciandosi vagare. Quel familiare stato di abbandono era il suo stile di vita: una volta imboccata una strada non le importava più decidere, certa che andasse seguita fino in fondo. Camminò fin dove la condussero i suoi piedi ipnotizzati dal sentiero e la loro meta non la stupì.
Era l’unica destinazione possibile.
Oltre alle porte socchiuse della villa disabitata, Rebecca scorse l’ atrio e la scala di marmo bianco o, piuttosto, grigio beige per lo sporco.
Al primo piano era tutto come il giorno precedente.
I suoi occhi cercavano qualcosa che la sua mente non riconosceva. Entrò e uscì da alcune stanze, fino a quando, accanto a un camino, vide una scatola piena di carte impolverate. La prese tra le mani e cercò un angolo dove sedersi.
Erano tutti documenti datati, poco importanti, lettere indirizzate a personaggi sconosciuti. Senza alcuna idea del perché li stesse leggendo, Rebecca continuò a guardarli con attenzione, saltando da un foglio all’altro, andando avanti e indietro, girando ogni foglio su se stesso, e appoggiandoli poi uno di fianco all’altro sul pavimento impolverato. Non c’era niente di comprensibile o interessante, eppure non riusciva a smettere di leggerli. Trattavano di argomenti noiosi, come il trasporto e lo scambio di merci ed erano datate fino ad oltre cinquant’anni prima. Alcune firme si rincorrevano tra loro: B.O. , o V. D.; oppure R.O, o F.D. ; o ancora G.O , e E. D.
Alla fine Rebecca prese alcuni fogli a caso, li piegò in quattro e se li mise in tasca; poi abbandonò la scatola, con tutto il resto, in cima alla scala.
Scesa al piano terra cercò le cucine e le attraversò per tornare in cantina.
Tutto era coperto da una spessa coltre di polvere, tutto tranne il pavimento. Rebecca lo sfiorò di nuovo con un dito. Si, non c’era alcun dubbio: era polvere fresca, quasi finta. Rebecca continuò a guardarsi attorno.
Da qualche parte doveva esserci un modo per scendere sottoterra.
“Quello che cerchi non è qui…”
Una voce dietro di lei sussurrò.
Rebecca non si voltò.
Aveva riconosciuto chi aveva alle spalle e immobile sperò che se ne andasse. Attorno a lei, l’aria cominciò a riscaldarsi. Dopo pochi secondi, l’afa era diventata insopportabile. Zaira si accostò a lei; i suoi capelli ricci le sfioravano appena le spalle e ondeggiavano attorno al viso, colpiti da raffiche di vento impercettibili.
“Come d’accordo, sono venuta a tenerti compagnia…
Di tutti i luoghi, però, non sceglierei di passare il nostro tempo qui. La gabbia è ancora la sotto e il dolore che mi provoca molto fastidioso.
Andiamo?”
A Rebecca tornò in mente la sera prima, quando in preda al panico aveva chiesto di essere riportata a casa. Effettivamente aveva proposto lei di essere riaccompagnata da Apate o Zaira.
Conscia dell’inutilità di qualsiasi discussione si limitò a chiedere.
“Dove?”
“Per iniziare, fuori di qua.”

Rebecca seguì Zaira su dalle scale, oltre l’uscita di servizio delle cucine, fino al giardino sul retro della villa. Senza dire nulla, Zaira s’inoltrò nel bosco.
Gli occhi della Divinità erano meno terrificanti del giorno precedente; anzi, quando si posarono su Rebecca la loro espressione le sembrò quasi di rimorso.
“Io ho un debito nei tuoi confronti, Rebecca Delacroix. Non amo sentirmi in difetto…”
“Un debito?”
“Maria, Myriam.
Il nome non è importante in questo caso.
Era l’unico tesoro custodito dal tuo cuore e io te ne ho privato.
Il suo sacrificio è stato volontario e inevitabile; ma il mio artiglio ha trafitto anche il tuo animo.
Dunque il mio debito e io cerco sempre di mantenere il mio rapporto con voi umani più o meno in equilibrio.
Apate non è d’accordo con me. Ritiene che il fatto che ci abbiate imprigionate per secoli sia un ottimo motivo per distruggervi tutti.
Io però vorrei capire cos’è successo e perché; che voi siate riusciti a imprigionarci è incredibile; se solo riuscissi a comprendere come avete fatto…
Per il momento, tuttavia, devo attendere l’evoluzione degli eventi con pazienza.
Nel frattempo posso aiutarti a capire meglio la tua situazione…
La mia esperienza è che spesso sia meglio allontanarsi.
Guardare il mondo dall’alto…”
Con quelle parole, davanti agli occhi di Rebecca, Zaira si trasformò nel mostro terrificante che aveva incontrato due notti prima.
Il mostro spalancò le ali immense e sorrise.
Rebecca respirò profondamente, cercando di non tradire la propria paura.
“Andiamo.”
Questa volta non era una domanda.
Rebecca osservò in silenzio il viso del mostro.
Il sorriso e gli occhi le erano familiari ora.
Notò la luce del sole riflettersi sulle penne nere delle ali e si stupì nello scoprire che in realtà erano blu. Lo stesso blu dei suoi occhi e di quelli di Rachele.
“Dove?”
Domandò, finalmente incuriosita.
“Al Polo Nord.”
“Perché proprio al Polo Nord?”
“Per capire la fine di una storia, bisogna comprenderne l’inizio.
Sali sul mio dorso e tieniti forte; anche se non c’è realmente rischio di cadere, ti potrebbe spaventare la nostra velocità di volo.”
Rebecca annuì incerta, terrorizzata da Zaira e dalla sua proposta, ben oltre tutto quello di cui si era da sempre ritenuta capace. Fin da piccola, infatti, il rapporto costante tra i suoi piedi e la terra era stata l’unica certezza della sua vita.
Purtroppo, Zaira aveva ragione.
Aveva bisogno di comprendere meglio la situazione nella quale si trovava; l’opportunità offerta dalla Divinità poteva non ripresentarsi mai più.
Così si fece coraggio e salì a cavallo del mostro che aveva distrutto il suo mondo.
Immediatamente si sentì a suo agio.
Le piume scure e morbide le facevano da cuscino e il corpo del mostro emanava un calore rassicurante; le abbracciò stretto il collo e Zaira spiccò il volo.
In una frazione di secondo, oltrepassarono le rare nuvole del cielo.
Sotto di lei, il fiume Marn era diventato una sottile linea azzurra che si allungava lungo la terra, da nord a sud.
Da lassù, Rebecca comprese allibita che quello che aveva sempre pensato fosse un mare, non fosse nient’altro che un lago, oltre il quale il fiume Marn continuava la sua corsa.
Zaira volteggiò e si allontanò dal fiume per un attimo e Rebecca vide, oltre le terre verdeggianti della Marnesia, quelle aride e spente dell’Eridia; poi Zaira ritornò a risalire il fiume Marn.
Il cielo iniziò ad oscurarsi.
Ben presto divenne impossibile vedere nel buio; tranne l’acqua del fiume Marn, luminescente proprio come le aveva raccontato Rachele.
Zaira iniziò la sua discesa per atterrare nei pressi della sorgente del fiume.
La luminescenza dell’acqua erodeva l’oscurità attorno a lei e Rebecca vide l’arco descritto da Rachele.
Si voltò a guardare Zaira che le fece un cenno con il capo, incoraggiandola a proseguire.
Così, oltrepassò l’arco come Rachele prima di lei e entrò.
Il tempio di Apate era vuoto.
L’acqua che risuonava nello spazio era un pianto solitario al quale nessuno prestava attenzione da secoli.
Apate era stata liberata ma non era ancora tornata.
Rebecca cominciò a curiosare attorno a se.
Si avvicinò alla statua e notò che dietro di essa lo spazio sembrava illuminato da una luce pallida e grigia. Rebecca si arrampicò sulla statua e la scavalcò.
Scesa dall’altra parte, per poco non scivolò dentro una piscina di pietra bianca.
L’acqua nel tempio sembrava provenire dalla piscina; eppure dentro la piscina non era luminescente.
Era la pietra pallida ad illuminare lo spazio attorno.
Provò a guardarci dentro; la piscina le sembrò senza fondo.
Al suo centro, una colonna d’acqua grigia si rovesciava a cascata senza provocare onde attorno a se.
L’acqua entrava, attraversava la superficie e continuava verso chissà dove, perpendicolare al cuore della terra; verso il Polo Sud pensò Rebecca, senza stupirsi di quel pensiero.
Iniziò a costeggiare con attenzione la piscina, per raggiungere il lato opposto, indifferente al tempo che ci avrebbe messo per arrivare fin là.
Quando incontrò un canale d’acqua, di nuovo luminescente, decise di seguirlo.
Da quel canale l’acqua entrava veloce nella piscina, per poi, altrettanto veloce, raggiungere il tempio. Rebecca era certa che quell’acqua fosse la stessa del fiume Marn.
Il canale la condusse fuori, oltre un arco simile a quello che aveva oltrepassato per entrare nel tempio.
Il cielo sopra di lei era quasi nero ma la luce dell’acqua le faceva da guida. Rebecca continuò a camminare; presto, il canale divenne un fiume sempre più vasto e agitato.
Non era più il fiume Marn.
Si trovava alla foce di un altro fiume che impetuoso andava incontro alla propria fine.
C’era qualcosa di strano nell’aria e anche nell’acqua, ora che la guardava con attenzione. Persino l’oscurità del cielo non le era più familiare.
“E dire che il buio è buio…”
Pensò rabbrividendo per colpa di un freddo incompatibile con i suoi ricordi.
Girò sui tacchi e con decisione ritornò sui suoi passi.
Quando si ritrovò di nuovo davanti alla piscina, fu colpita da un nuovo pensiero: la certezza che il tempo fosse fermo.
Tornò a guardare dentro l’acqua e si accorse che non rifletteva nessuna immagine.
Quel non vedersi la turbò e per un secondo dubitò della sua esistenza, o della sua identità; o forse, ancora, dubitò solo dei propri dubbi. CAPITOLO 12

Fuori dal tempio di Apate, Zaira era scomparsa.
Mentre si guardava attorno, le tornarono in mente le parole di Eskandar.
Aveva ragione lui.
Rebecca si maledì per non averlo ascoltato; per essersi fidata di lei.
Cosa poteva fare sola al Polo Nord?
Accanto a lei, il fiume Marn scivolava allegramente via, indifferente alle sue paure e ai suoi turbamenti d’animo.
Rebecca decise di seguirlo verso le piantagioni di Salvia Divinorum e gli accampamenti dei coltivatori Marnesiani.
Nel suo racconto, Rachele aveva fatto lo stesso.
Non dovevano essere troppo lontani.
Sempre più conscia dell’oscurità del cielo sopra di lei, cominciò a camminare verso sud.
Accanto a lei, le ombre si rifugiavano lontano dalla luce dell’acqua e si addensavano in due buie compatte muraglie parallele al fiume.
Due alternative impossibili e le sue uniche compagne.
Poi, tutto d’un tratto, le ombre furono disturbate da risate umane frustate contro quell’atmosfera irreale da un gruppo di uomini seduti attorno a un falò.
Colta all’improvviso, Rebecca sobbalzò.
Non aveva idea di quanto tempo fosse passato.
Gli uomini davanti a lei non l’avevano notata.
Chiacchieravano tra loro e s’interrompevano l’uno con l’altro. Qualsiasi storia si stessero raccontando doveva essere divertentissima, perché singhiozzavano dal ridere.
Rebecca rimase immobile, incerta. Se da un lato una donna da sola nel buio del Polo Nord sarebbe potuta risultare un pò strana, dall’altro la solitudine in quel luogo avverso non era una valida opzione.
L’unica soluzione era avvicinarsi e attirare l’attenzione senza spaventarli.
Fece qualche passo, indecisa se farsi sentire o meno.
Gli uomini continuavano a ridere a squarciagola.
Rebecca si avvicinò ancora.
Ormai alle loro spalle, alzò un braccio in segno di saluto.
Mentre tentava quel pacifico gesto, uno degli uomini posò distrattamente lo sguardo su di lei e urlò.
Il suo urlo iniziò una reazione a catena e presto un coro di urla aveva sostituito le risate.
“Vi prego, calmatevi! Ho bisogno di aiuto!”
Rebecca non aveva idea di cosa dire oltre a quello ma il suo appello urgente e istintivo ebbe l’effetto desiderato.
Gli uomini si azzittirono.
Nelle tenebre interrotte solo dall’acqua del fiume Marn e dalle fiamme del loro falò, la fissarono con terrore.
Rebecca vide alcuni afferrarsi le mani per farsi coraggio. Poi, quel momento di stallo fu interrotto da un assurdo gesto familiare: uno di loro si accese una sigaretta e gliela offrì.
L’aroma di Salvia Divinorum si mischiò con l’odore di legno bruciato.
Rebecca senza pensarci due volte la prese e diede un tiro veloce e intenso, per poi pentirsi subito dopo.
Troppo tardi, il sangue le affluì alla testa.
Gli uomini ricominciarono istericamente a ridere e Rebecca si aggiunse al loro coro.
Di colpo, le tornarono in mente i fogli che aveva in tasca e le lettere le rotearono in testa in cerca di risolvere un enigma che un enigma non era.
Erano le iniziali di sua madre e suo padre, di Bartolomeo Ostuni, del padre di quest’ultimo e dei genitori di Rachele.
Il malloppo di fogli nelle sue tasche conteneva le iniziali di generazioni e generazioni di Ostuni, Delacroix e Greyjoy che da secoli si scambiavano le due merci più preziose dell’universo: la Salvia Divinorum e lo Zedir.
In sottofondo, i racconti degli uomini erano racconti di vite passate alla velocità della luce: una loro settimana al Polo Nord era equivalente ad anni di vita passati a Lamarnia.
Le loro risate, fusioni atomiche d’ironia e saggezza, doni della Salvia in cambio del tempo a loro rubato, incendiarono i pensieri di Rebecca come una pioggia di stelle cadenti.
La gabbia di Moros, ora sapeva dov’era.
Dov’era sempre stata: sotto la villa di Giacomo, ovvero sotto la sua futura dimora.
La banalità di quella conclusione fu adombrata da un’illuminazione meno ovvia, la certezza che Ruth avesse visto Apate quella mattina, che Ruth fosse quindi come lei e Rachele e, di conseguenza, anche Alessandro Farnieri, futuro leader della Marnesia.
Tra poche ore i risultati delle elezioni sarebbero stati ufficiali, anche se nessuno aveva alcun dubbio sul vincitore.
Tutti erano certi che domani si sarebbero svegliati sotto il governo di Alessandro Farnieri; anche Rebecca che da anni non leggeva un giornale.
Il viso pallido di Goffredo le apparve dipinto nell’oscurità e lentamente si trasformò nel volto pensieroso di Giacomo e poi in quello scherzoso di Giulio.
Rebecca senti’ di essere sul ciglio di un precipizio insieme a loro tre e che ci fosse qualcuno alle loro spalle, pronto a spingerli giù.
Si voltò impaurita.
Dietro di lei Apate sorrise e allungò le braccia umide e luminescenti per afferrarla.

Mentre precipitava nella profondità del fiume Marn, Rebecca vide, proiettate nelle acque, immagini di una vita passata insieme a tre uomini che non aveva mai voluto né vedere né ascoltare.
Il dolore di Giacomo al funerale di Rachele; lo sguardo triste di Giulio sulla scala a chiocciola, qualche mese prima; il silenzio di Goffredo in terrazza accanto a lei, la notte del incendio.
Doveva avvertirli; sopratutto, doveva salvare Goffredo.
Rebecca era certa che la sua vita fosse in pericolo.
Provò a nuotare per risalire in superficie ma era impigliata tra le onde. Stremata, si abbandonò all’abbraccio tenace di Apate.

” Quante domande hai deciso di fare, tutto d’un tratto…
Quante risposte vuoi trovare…
Che ne dici, per una volta, di provare ad ascoltare?”
Ogni sua parola, un geroglifico nell’acqua.
” All’inizio eravamo solo noi tre.
Zaira e Moros, eterni assoluti, e io incastrata tra di loro, tollerante e ragionevole.
Loro immobili ed immutabili; io evanescente.
Loro che si amavano e si odiavano; io che li capivo entrambi; per sempre imprigionata dalle loro guerre e dalle loro passioni turbolente.
Ogni giorno io stessa nascevo grazie all’avvolgersi dei loro esseri; e ogni sera venivo ucciso dal loro inevitabile abbandonarsi.
In questa mia evoluzione continua, mi accorsi di non essere la sola a cambiare; anche il mondo che ci circondava era sempre diverso.
Le guerre e gli amori dei miei fratelli costruivano e distruggevano mondi; universi interi si succedevano l’uno con l’altro; nelle cui vene scorrevo Io come il sangue dentro voi umani, apparsi dal nulla e condannati dalla nascita proprio come me.
I primi che notai furono i Marnesiani ma loro non mi notarono e presto mi stancai di osservarli.
Poi, fu il turno degli Eridiani, che percepivano la mia presenza e non solo, anche quella dei miei fratelli.
Quel percepirci risvegliava in loro un sacro terrore; e inutilmente tentavano di rappacificarci attraverso complicati riti religiosi, in templi innalzati apposta per noi.
Non ci misi molto a stufarmi anche di loro.
Un giorno, alla fonte del fiume Marn, incontrai un bambino.
Quando mi vide nascere dalle acque, le sue iridi si espansero e colmarono gli occhi di un blu intenso, quasi nero: lo stesso blu dei tuoi occhi.
“Chi sei? ” mi chiese e allungò un mano per accarezzarmi.
Rimasi immobile, senza parlare; dopotutto, parlare era qualcosa che non avevo mai fatto.
Io e i miei fratelli non avevamo mai comunicato tra di noi attraverso le parole.
Per nulla impaurito, il bambino continuava a sorridere con stupore estasiato.
Per la prima volta, mi sorpresi nel capire.
Di colpo smisi di interessarmi ai miei fratelli e mi concentrai solo su quel bambino.
Lo chiamai Apax.
Passavo tutto il tempo che potevo a parlare con lui.
A ogni alba, Apax veniva a salutarmi, a raccontarmi la sua vita e a chiedermi consigli.
Passò il tempo e grazie a lui scoprii che il tempo ero io; Apax crebbe, crebbe la sua comprensione del mondo e capii che anche la comprensione ero io.
Stremata dai miei continui mutamenti, mi sentivo inferiore ai miei fratelli, meno di loro; mentre loro avevano certezze assolute e inscalfibili, anche se a volte rovesciate nei loro opposti, io avevo solo brevi illuminazioni che si trasformavano inevitabilmente in dubbi.
Grazie ad Apax capii che anche i dubbi si trasformavano in illuminazioni.
Dubbi e illuminazioni facevano parte di una catena infinita ed eterna che, a differenza dei miei fratelli, si evolveva sempre.
Fu così che il concetto di evoluzione fece capolino per la prima volta nella mia mente per poi trasformarsi in un’ossessione che non mi avrebbe mai più abbandonato.
Quando Apax mi portò i suoi figli mi accorsi che erano come lui, mi potevano vedere.
Ben presto, erano in centinaia all’alba ad attendermi a ogni mia rinascita. Poi in migliaia mi chiesero consigli, nel tempio che solo per me avevano costruito, alla fonte del fiume Marn.
Diedi loro il nome di Apaxiani.
La mia teoria era che gli Apaxiani si fossero evoluti dagli Eridiani, che a loro volta erano un’evoluzione dei Marnesiani.
Forse, potevo evolvermi anch’io; diventare più forte dei miei fratelli, superiore a loro.
Tentai varie strade fino a che mi rimase solo l’idea di non morire.
All’inizio i miei fratelli neanche si accorsero del mio nuovo cambiamento.
Poi il fiume Eris si asciugò completamente e tutta l’Eridia si trasformò in un deserto immenso.
Zaira e Moros tentarono allora di convincermi a ricominciare a morire. Al mio rifiuto mi trascinarono con la forza alla foce del fiume Eris, dove gli Apaxiani avevano costruito un altro tempio in mio nome.
Li mi uccisero; poi all’alba, come se niente fosse successo, mi attesero alla fonte del fiume Mars.
Decisi liberarmi di loro, almeno per un po’.
Cominciai a studiare insieme agli Apaxiani le proprietà degli elementi vegetali e minerali che mantenevano in equilibrio l’Universo.
Quando scoprimmo le caratteristiche della Salvia Divinorum e dello Zedir costruii due gabbie e le catene di Zedir, poi le chiavi di Salvia Divinorum.
Convinsi gli Apaxiani a venerare Moros e Zaira.
Se all’inizio ne videro le immense qualità, l’amore assoluto e il coraggio; dopo poco ne videro l’odio e l’avventatezza e le guerre e le tragedie di cui erano fonte e ispirazione.
Terrorizzati seguirono i miei consigli per imprigionarli.
Costruirono loro due templi dentro le quali nascosero le gabbie; e io suggerii ai miei fratelli di entrare per farsi adorare.
Lo Zedir nelle gabbie assorbì le loro forze e quando entrambi persero conoscenza gli Apaxiani li incatenarono per sempre.
Dopo qualche secolo, gli Apaxiani imbrogliarono anche me, alla stessa maniera.
Mi costruirono un tempio a Lamarnia, accanto al lago in quella che sarebbe diventata la proprietà della famiglia Ostuni.
Quando vi entrai scoprii di essere anche la Divinità della Stupidità. Avevo peccato di arroganza ed ero stata ingannata.
Era potuto succedere solo perché i miei fratelli non non erano lì a proteggermi.
Capii che la mia forza era legata alla loro; senza di loro non ero nulla o, per lo meno, di me rimanevano solo le debolezze.
Quando fui liberata da Rachele decisi che dovevo liberare in fretta anche i miei fratelli.
Prima però avevo bisogno di un’assicurazione.
Cercai tra tutti gli Apaxiani quelli che, in cambio di potere e ricchezze, mi avrebbero giurato fedeltà e lealtà; tra loro Alessandro e Ruth Farnieri; Ariadne e Marcus; e infine anche Rachele.
A ciascuno di loro feci una promessa e la farò anche a te.
Quando libererò i miei fratelli, darò la colpa di tutte le loro sventure agli Eridiani.
Giura di proteggere il mio segreto e anche tu sarai tra coloro che governeranno questo mondo.
I Marnesiani saranno per sempre al vostro servizio e se gli Eridiani ne soffriranno non sarà molto di più di quanto non soffrano ora…”

Mentre affogava in quel fiume di parole, Rebecca vide il sorriso di Maria e gli occhi chiari e pensierosi di Eskandar tra le onde; e di nuovo ebbe la sensazione che Goffredo fosse in pericolo.
Proprio in quel momento, qualcosa strappo’ Rebecca dall’abbraccio di Apate e la sollevò in aria.
Sopra di lei, le ali nere di Zaira nascondevano completamente il cielo.
“So dov’è Moros! Apate…”
“Lo so anch’io, purtroppo…”
Tra tuono e sussurro, la voce di Zaira rispose e il loro viaggio di ritorno fu ancora più veloce di quelle poche parole.

CAPITOLO 13

A Lamarnia era notte inoltrata.
Zaira atterrò non lontano dalla villa principale.
” Mi dispiace averti abbandonata.
Era l’unico modo di capire.
Apate non avrebbe mai confidato la verità a me o a Moros.
E’ la Divinità dell’Inganno; per fortuna abbiamo strumenti diversi per capire e l’intelligenza è solo uno di essi.
Apate è arrogante e farle pensare che le avevo creduto è stato facile; poi lei ha fatto il resto ed io ho ascoltato il suo racconto.
Dobbiamo trovare Moros, prima che lo faccia lei.
Gli strumenti di comprensione di Moros sono più complicati e lavorano a scoppio ritardato.
Prima attacca, solo dopo riflette. A volte ci prende, a volte no.
Per questo è il Dio della fortuna e dei miracoli ma anche della sventura e degli incidenti.
Per questo Apate ha scelto di liberare me prima di Moros.
Colui che libererà Moros sarà il primo a morire incendiato, poi sarà il turno di tutti quelli accanto a lui.
Solo dopo aver incenerito quasi tutto attorno a se, Moros ascolterà.
Apate voleva assicurarsi che io fossi già sua alleata prima di affrontarlo.
D’altra parte, Moros è la nostra forza.
Senza di lui non abbiamo alcun potere reale.
Apate se ne è accorta troppo tardi, solo quando è stata imprigionata dagli Apaxiani.
Ora si affretterà a liberarlo e sacrificherà chiunque alla sua ferocia, pur di calmarlo abbastanza da convincerlo del suo inganno.
Dobbiamo fermarla.
Una volta convinto, Moros non cambierà più idea o quando lo farà sarà comunque troppo tardi per salvare gli Eridiani.
Io però non posso fare molto, purtroppo però, perché la sotto non posso andare.
Lo Zedir della gabbia mi renderebbe inerme e potrebbero imprigionarmi di nuovo.
Devi andare tu…
Mi dispiace…”

La voce di Zaira, il suo sguardo e qualcos’altro, Rebecca non sapeva dire cosa ma c’entravano Goffredo e i suoi fratelli, fecero breccia dentro di lei.
Si domandò cosa avrebbe potuto fare da sola, contro tutti loro; forse nulla, ma ci avrebbe provato.
Così entrò nella villa dalla porta della cucina.
Sentì un bisticcio di voci provenire dall’ingresso principale e si nascose.
Dal suo nascondiglio, vide Rachele in cima alla scale d’alabastro.
Ai piedi della scala, Giacomo e Alessandro la fissavano immobili.
Rebecca vide seduti sul divano bordeaux, Ruth e Goffredo.
Ariadne, Giulio e Marcus, assieme a una decina di soldati armati, incorniciavano la scena.
Rebecca era abbastanza vicina per vedere negli occhi di Giacomo sorpresa, gioia, orrore e disperazione inseguirsi senza alcun ordine.
Decise di non fermarsi ad ascoltare e ritornò su sui passi, di nuovo sul retro, giusto in tempo per vederli uscire come un corteo dall’ingresso principale; e quando in un angolo della villa, una colonna si aprì e ad uno ad uno sparirono dietro di essa, li seguì.
La scala a chiocciola, i bassorilievi, il calore secco e le mura ghiacciate, tutto era uguale fino all’ultimo dettaglio: la gabbia.
Dietro a quelle sbarre violacee, lo stesso leopardo del suo sogno li fissava immobile; ogni suo muscolo teso, pronto a scattare; gli occhi verdi attenti ad ogni movimento davanti a lui.
L’unico ad averla notata.

Gli Apaxiani fissavano ipnotizzati la Divinità; i Marnesiani, incapaci di vedere nulla, fissavano con silenzioso terrore la gabbia vuota.
La voce di Giacomo spezzò la tensione.
” Rachele non farlo… Sono secoli che lo teniamo imprigionato, non possiamo liberarlo…”
Disperato, Giacomo volse lo sguardo verso i suoi fratelli.
“Non parlarne con me…
E’ troppo tardi.
Hai avuto a disposizione una vita intera per spiegarmi le ragioni dietro ai vostri segreti…”
L’amarezza e la delusione di Giulio vanificarono le sue preghiere in un istante.
” Giacomo, anche io credo che Moros debba essere liberato. E’ arrivato il momento…
Neanche ci ricordiamo più perché lo abbiamo imprigionato…
Magari il mondo cambiera’ in meglio…”

Goffredo si voltò verso Ruth.
Ancora sotto l’effetto della Salvia, Rebecca capì Goffredo aveva complottato con i Farnieri da ben prima che Rachele s’imbattesse in Apate.
L’intera campagna elettorale non era altro che un vero e proprio colpo di stato contro Giacomo, e il suo regno nell’ombra.
Le Gocce, prodotte dalla casa farmaceutica Farnieri con lo Zedir della sua miniera, impedivano alle loro iridi di comportarsi in maniera bizzarra e avevano aiutato Alessandro, Ruth e chissà quanti altri Apaxiani a confondersi con i Marnesiani.
Intendevano liberare le Tre Divinità solo dopo avere ottenuto la vittoria alle elezioni e l’appoggio ufficiale dell’esercito.
Avevano causato l’incendio del grattacielo così come l’incidente stradale di Rachele, a insaputa di Giacomo.
L’incontro di Rachele con Apate e la sua liberazione erano state due imprevedibili coincidenze, che avevano dovuto assecondare.

“Rachele…”
Abbandonato da tutti, Giacomo era rimasto solo e indifeso.
Rachele non lo guardava, ipnotizzata da Moros che ora aveva occhi per lei: Rachele teneva, infatti, tra le sue mani la terza chiave.
“Aiutami…”
Le parole di Moros risuonarono nella mente di Rebecca.
Come Maria prima di lei, ad uno ad uno Rachele aprì i lucchetti di Zedir.
Moros si accese come il sole, incendiò l’aria attorno a se e avrebbe incenerito anche Rachele se Giacomo non si fosse lanciato davanti a lei nel tentativo di proteggerla da un mostro a lui invisibile.
Quando Goffredo vide il corpo di suo fratello in fiamme urlò; troppo tardi, le fiamme si erano estese, ormai, a tutto l’ambiente attorno a loro.
Rebecca vide Moros correre fuori e abbandonarli al loro destino.
Tutti si avventarono attraverso i corridoi adornati da bassorilievi incandescenti, su per la scaletta a chiocciola, spingendosi e tirandosi l’uno con l’altro.
Solo Rebecca non riuscì a muoversi.
Il ricordo di un altro incendio la paralizzò e rimase indietro.
Era l’ultima.
Quando finalmente raggiunse la scala a chiocciola inciampò.
A terra, sotto di lei, vide Goffredo svenuto.
Doveva essere stato tirato giù dalla scala da qualcuno, nella fretta di fuggire alle fiamme.
Provò a sollevarlo ma era troppo pesante.
Mentre lo scuoteva le mancò l’aria e perse i sensi.
Le fiamme erano ormai troppo alte.
Come in un sogno, vide Goffredo alzarsi, tossire, raggiungere la scaletta, per poi svanire oltre la porta, attraverso la colonna ancora aperta.
Nessuno sapeva della sua presenza, nessuno l’aveva vista.
Le fiamme la ricoprirono interamente, per l’ultima volta.

Mentre bruciava, la sua anima si fuse per un attimo con quella di Moros e Rebecca diventò l’incendio che aveva ormai divorato la villa e presto si sarebbe lanciato contro Zaira e Apate che lo attendevano sul prato.
Attraverso gli occhi del Dio, Rebecca vide Eskandar correre con le braccia stese verso il cielo stellato, nel tentativo di rappacificare le tre Divinità davanti alle quali era cieco ma di cui sentiva la confusione, la rabbia e l’inganno.
“ Fermatevi, vi prego!” Lo udì urlare disperato.
Le sue parole furono interrotte da Apate:
“Ecco…
Sono loro i colpevoli…
Gli Eridiani, sono stati loro ad imprigionarci…”
Rebecca sentì Moros incendiarsi ancora di più.
Sentì la sua forza e capì perché la Divinità a cui lui avrebbe dato fiducia sarebbe stata vincitrice.
Moros, che non era né intelligenza né amore, senza pensarci due volte attaccò’ Eskandar.
Quando Zaira si lanciò’ davanti al sacerdote per proteggerlo, l’ira rovente, da secoli compressa nella gabbia, si scatenò contro di lei; inferocito, Moros azzannò sua sorella e la uccise.

Così, assieme alle ultime scintille di Rebecca, anche Zaira si disintegro’ tra le fiamme; e l’oscurità le divorò entrambe.
Ormai a Rebecca non rimase null’altro da fare che cercare di ricordare se davvero, un tempo, fosse stata qualcuno o se, forse, fosse stata da sempre solo buio e silenzio.
Forse, le voci, le urla e le fiamme erano state solo un sogno.
Infine, le varie versioni di se stessa s’ acquietarono, d’accordo sul non essere più nulla.

Dopo una pausa eterna, nell’oscurità si accese una minuscola luce pallida, non più grande della capocchia di uno spillo.
Lentamente, la capocchia s’ingrandì per diventare un cerchio, sempre pallido.
Era la luna che aveva ricominciato a splendere annoiata, ancora.
Poi, la luna si accorse di non essere più la stessa e di non essere più sola.
Riflessa nella propria ombra, Zaira vide una donna.
Aveva i capelli biondi tagliati a caschetto, gli occhi blu scuro quasi neri.
Le sue iridi finalmente avevano conquistato l’oscurità attorno a lei e ora tutto era del colore delle sue ali.
La donna sorrise e si trasformò in una signora con i capelli candidi e gli occhi chiari, quasi trasparenti; poi in un uomo senza età con gli stessi occhi e gli stessi capelli; poi in un altro, con la chioma color caffellatte, gli occhi marroni e le rughe tracciate da emozioni incanalate da secoli.
Erano con Zaira un tutt’uno, come le stelle con il cielo stellato.
Infine, il viso del suo carceriere si fuse di nuovo con la sua ombra e dentro di essa Zaira si riflesse ancora: doveva decidere che forma prendere.
Lontano udì il ruggito di Moros.

Decisa a perdonare il fuoco che l’aveva appena forgiata nuova, Rebecca sbatte’ le ali e spicco’ il volo, sollevando attorno a se una nuvola nera.
Come una cometa attraversò le braci incandescenti.
La scala di marmo, ormai del colore dell’ebano, e tutto quello che era rimasto della villa si disintegrarono al suo passaggio. Anche il divano, l’unica nota sbagliata, diventò cenere come tutto il resto.
Superate le macerie, raggiunse il cielo e dall’alto, vide Moros scagliarsi contro ad Apate.
Rebecca planò sull’erba del prato e con gli artigli strappò Apate dalle zanne del fratello.
Insieme, volarono via.
Quando raggiunsero il Polo Sud, la notte si era sbiadita.
Rebecca atterrò sul letto arido del fiume Eris.
Poi, entrò nel tempio dove posò’ il corpo inerme di Apate davanti alla sua statua; e la Divinità del Tempo svanì.
Rebecca oltrepasso’ la piscina con al centro la colonna d’acqua.
Dall’altra parte, alla fonte del fiume Mars, era di nuovo buio e del tempio non c’era più neanche l’ombra; ma Apate era già lì ad aspettarla.
Poi, il buio fu travolto dalla luce del sole.

Moros avanzo’ verso di loro
A ogni suo passo la terra tremò’.
“ Sei cambiata sorella.
Sei cresciuta.”
Ruggì.
Le ali d Rebecca ripresero fuoco.
Epilogo

Alba.

Luce e tenebra non sono più incoscienza o ignoranza; mi abbracciano e, nel loro calore profondo, mi risveglio.
È il mio primo ricordo.
L’inizio di una storia al contrario.
Una storia del futuro.

Una donna davanti a me mi guarda e nei suoi occhi mi sento a…
Casa.

La prima parola non l’ho inventata.
L’ho appena sentita, mormorata prima da qualcuno vicino a me e poi ripetuta da altre voci.
È la prima parola che tutti sembrano scoprire.

Attorno a me, non si conoscono ma si riconoscono altri come me che si chiamano tra loro.
Camminiamo insieme, accanto a una striscia luminescente attraverso lo spazio.
Ogni tanto qualcuno c’incontra e noi lo salutiamo con un gesto della mano.
Il passante ci risponde.
Forse risponde a se stesso.

Formiamo gruppi attorno ad oggetti sconosciuti.
Prima, attorno ai più grandi, solidi e rassicuranti; alberi.
Poi, lontano, indichiamo curve alte, appuntite alcune, morbide altre; montagne, colline.
Cielo.
Sole.
Luna e stelle.
È scesa la prima notte.
Il primo giorno e’ passato.

Domani.
Se ieri era ieri, oggi e’ gia’ domani.
Domani- oggi troviamo nuove parole.
Per cose nuove che si muovono, corrono, saltano: animali.
Passiamo tanti domani-oggi a cercare un nome per ognuno di loro; e per cose delicate e piccole che si strappano con le dita, fiori.
Grandi, piccoli, hanno le sfumature di quello che abbiamo già chiamato tramonto.

I domani-oggi s’inseguono e diventano tanti ieri.
La donna con gli occhi casa ora la chiamo mamma.
Ci sono altre mamme e altri come me, bambini.
Poi papà, fratelli.
Tutti cercano cose nuove, nuovi nomi.
Ogni istante, lo spazio attorno a noi regala una nuova meraviglia da nominare con il cuore.
Tutti, tranne me, cercano parole.

Io ascolto.
Ogni parola, come la mia prima parola, casa, la ripeto, la capisco.

Ascolto e guardo, il tempo passa.

Notte, luna, giorno, sole.
Tanti nomi e ancora tanti da scoprire.
Un domani-oggi noto qualcosa di così piccolo che nessuno ha ancora nominato.
Piccolissimi fiori viola attraversano il prato come la striscia luminescente accanto alla quale abbiamo camminato; come la striscia di stelle che solca il cielo.

La seguo.
Una striscia di stelle viola su un cielo verde.
Oltre gli alberi continua e io cammino per un po’, fino a quando non sento più nessuno.
La striscia viola finisce, finisce ogni rumore.
In quel buio silenzioso mi guardo attorno.

Una donna e un uomo sono seduti accanto a una ragazza sdraiata a terra.
L’uomo mi ricorda un animale feroce, tatuato da lacrime d’ombra; dietro alla donna vedo ali di fuoco e dalla fanciulla scivola via la stessa luce che accompagna ogni mio sogno; anche quando, ormai, mi sono già svegliato.

“Dei!”
Finalmente, la mia prima parola, la invento e li chiamo felice.


La donna con le ali di fuoco mi guarda pensosa e scuote la testa; poi s’innalza in volo.
Un’unica fiamma.


Fenice.

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