La corte delle stelle

“Non lo avete ancora trovato?”, tuonò il mago. “Da giorni, che dico, da mesi lo state cercando. Il mondo è grande, ma non così tanto!”
Per sfuggire a quel fracasso assordante, un piccolo gufo planò giù dalla Rocca del Destino diretto verso il Golfo di Boffo.
“Dove mai sarà?” pensò, mentre lottava contro al vento che si stava alzando e non prometteva nulla di buono.
“Laggiù o da nessun’altra parte”, sussurrò per farsi coraggio. “E comunque dal mago Orfeo io non torno!”
In prossimità del Golfo trovò ad attenderlo un cumulo di nuvole grigie e nere. Dietro quello strano muro di fortuna, per la paura, si erano nascosti sia il mare sia il cielo. Il piccolo gufo chiuse gli occhi e scese in picchiata. Un fulmine interruppe il suo volo. Si udì un colpo secco e breve, accompagnato da un boato. L’aria si frantumò in minuscole schegge di vetro, dispettose, che s’infilarono tra le sue penne. Il povero piccolo gufo precipitò.
L’atterraggio fu morbido, quasi liquido. La spiaggia era spumosa, soffice, diversa da tutte le spiagge che aveva mai incontrato nei suoi voli. Sbattè le ali nuotando tra onde asciutte e tostate dal sole, e piccoli granelli s’infilarono nel becco. Erano dolci, rotondi come caramelle e, incredibilmente, profumavano di aghi di pino e di gelsomino. Tutto a un tratto, la paura svanì e, altrettanto all’improvviso, fu pervaso da un senso di quiete.

Si alzò e rimase a lungo con gli occhi chiusi e la mente vigile. Ascoltò i primi rumori attorcigliarsi attorno alle orecchie, sottili e cristallini come fiocchi di neve o zucchero filato. Questi rumori furono seguiti da altri; dalle note di una canzone che proveniva dal mare, si arrampicava sulle onde e raggiungeva la terra.
Riaprì gli occhi e si guardò intorno. Il cielo era privo di ombre, il sole brillava e, quando il tepore gli ebbe asciugato le penne, si sentì felice. Perfino le sue zampette avevano ritrovato un saldo equilibrio su quella terra mobile.
E’ la stanchezza a confondermi le idee, pensò. Quella era l’ora che precede il tramonto, quando le cose si trasformano, confondono gli uomini e anche i piccoli gufi. Tu credi di vedere una lucertola, invece è un leone. Quella pera sembra una mela invece è un’arancia. In buona parte è colpa della luce che scherza col colore e gioca con la polvere e le ombre.

Una voce squillò dietro di lui e lo fece saltellare in aria, accompagnato da una nuvola di sabbia.
“Non ho mai visto un gufo con le penne del tuo colore! Viola! Veramente non ho mai visto un gufo, ma davvero non ho mai sentito raccontare di gufi dalle penne viola!”
Il piccolo gufo si voltò. Una bambina era seduta su un masso lanciato alla cieca da un gigante arrabbiato. Aveva i capelli lunghi, neri e ricci, e due punte di cielo azzurro intrappolate negli occhi. Sorrideva.
Il gufetto, incerto, volò via, a nascondersi tra i pini marini. Si appollaio’ sul ramo più alto e da lassù rimase a guardarla. Quella bambina gli ricordava qualcuno. Chi? Le bambine si somigliano un po’ tutte. Questa, però, aveva un non so che di stranamente familiare. Prima di tutto, sorrideva sempre.; anche ora che era scivolata giù dal masso e camminava sulla sabbia bollente. Cantava una canzone senza parole. Per un attimo, il vento si zittì.
E al piccolo gufo venne voglia di seguirla.

2

La bambina risalì il sentiero e dalla spiaggia raggiunse una casa bianca, in bilico sulle rocce di un altipiano. Era l’unica nei dintorni e dominava il golfo dall’alto. Ampia e squadrata si opponeva alla forza del mare; e restava impassibile davanti alle onde che, rumorose, si sfracellavano contro gli scogli.
Costruita sul confine tra terra e oceano, di quest’ultimo domava l’arroganza quando provava a sconfinare senza chiedere il permesso.
Il gufo volò verso il cielo. Dall’alto, la grande casa sembrava un faro e s’immaginò come, durante la notte, le sue luci potessero guidare le navi disperse verso porti sicuri. Si posò sul tetto piatto e osservò il sentiero che, attraverso la pineta, arrivava a bussare alla porta della cucina. I piedi della bambina sfioravano appena i ciottoli bianchi. Il gufo si stupì che i suoi sandali argentati non fossero alati.
“Anna!” chiamò una voce. Proveniva da una donna sdraiata su un’amaca tesa tra due alberi del giardino e impegnata a leggere. Lunga e sottile, con una nuvola di capelli ricci e neri, ricordava una sirena intrappolata in una rete di pescatori che, felice del suo destino, non si dibatteva, anzi. Non si alzò nemmeno per salutare la bambina.
“Ero sulla spiaggia a dipingere ricordi”, le rispose Anna, mentre entrava nel salotto azzurro che separava la cucina dalla terrazza.
Ogni estate Anna camminava lungo la battigia e dipingeva nella sua mente i dettagli, anche i più lievi, del paesaggio. I nascondigli dei granchi dietro gli scogli, le ombre degli alberi a un passo dal mare e le figure che l’acqua abbandonava sulla spiaggia quando si ritiravano le onde. Così sapeva di poter chiudere gli occhi e tornare in un attimo indietro nel tempo, per raggiungere qualsiasi luogo o momento preciso del suo passato. Quando voleva.

Il salotto della casa si tuffava in terrazza oltre a un’ampia porta di vetro. L’azzurro delle poltrone, il bianco del marmo e il blu dei tavoli si mescolavano con l’aria, le nuvole e l’acqua. In quel punto, arrampicata sull’orizzonte, la casa non sembrava più così solida e per un attimo l’aveva vinta il mare, in tutta la sua immensità.
“Capperi! Non ho dipinto il gufo…”, disse Anna, mentre si abbandonava sulla poltrona di vimini al centro della terrazza.
Lei e la mamma erano appena arrivate nella casa del nonno, dove avrebbero trascorso l’estate. Sua madre la chiamava Torre della Solitudine perché le ricordava una prigione e per questo non la amava. Nonostante ciò, per qualche oscura ragione, ogni anno vi faceva ritorno.
Per Anna, invece, quel soprannome racchiudeva il motivo del suo amore per quel posto. Lei amava il silenzio, come il nonno, e della Torre si sentiva Regina. La considerava un luogo magico, ogni suo angolo era speciale. Per esempio, dalla poltrona di vimini si potevano aspettare l’alba e il tramonto, senza mai doversi alzare.
“E’ come sedersi al centro del mondo… ” diceva ogni giorno, piena di gratitudine verso la sua torre e il suo regno. A bassa voce, per non disturbare il magnifico silenzio che la circondava.
Quella sera, però, Anna aveva compagnia. Il piccolo gufo viola osservava dal tetto la bambina che con i gessetti colorati gli stava facendo il ritratto. Le sue mani si muovevano veloci come ali di fringuello e tracciavano migliaia di segni sul foglio.
“Si”, sorrise quando ebbe finito. “Me lo ricordo. Era proprio così”.
“Anna vieni, è pronta la cena!” La voce impaziente della mamma spezzò la calma incantata che aveva avvolto fino a quel momento la terrazza. Anna si alzò e scivolò dentro casa. Il foglio scivolò per terra.
Il gufo ne approfittò. Planò giù dal cornicione, per guardare da vicino. Quando si vide riflesso sulla carta, piuma viola per piuma viola, credette di essere davanti a uno specchio. Aprì l’ala destra e la mosse su e giù. La sua immagine rimase immobile. Riprovò. Aprì l’ala sinistra e la mosse alla stessa maniera. Sbatté entrambe le ali, alzandosi qualche centimetro da terra. Il gufo sul foglio rimase ancora al suo posto, con le ali chiuse, le piume congelate e le zampette ben ancorate sulla carta. Solo allora si convinse che quello non fosse altro che un disegno.
Si voltò verso l’orizzonte, dove il sole stava sbadigliando ed era sul punto d’inciampare nel mare. Mentre calava la sera, spiccò un balzo e disegnò qualche cerchio nell’aria, per dare la buonanotte a quel luogo sconosciuto. Poi volò via.
Poco dopo arrivò il buio e, da qualche parte al centro della pineta, si sentì un tonfo sordo.

3

Il gufo entrò nella pineta e si apprestò a trascorrere la notte ai piedi di un grosso ramo spezzato. La mattina dopo fu svegliato dalla carezza calda e lucente di un timido raggio di sole che si era intrufolato fra gli aghi di pino. Aprì gli occhi e guardò in alto. Intrecciate tra loro, le piatte chiome degli alberi si stendevano sopra di lui e ricamavano figure bizzarre sulla tela cerula del cielo.
Dove sono? Si chiese. Non ricordava.
La notte l’aveva passata a scrutare le stelle. Poi all’arrivo dell’alba doveva essersi addormentato e quei minuti di sonno erano bastati a confonderlo. E così rimase, fino a quando il frastuono metallico di tante pentole si rovesciò nelle sue sensibili orecchie.
La bambina, la casa bianca, la signora! Il piccolo gufo si rizzò dritto sulle sue zampette, si spazzolò le penne e volò in direzione della scogliera. Un frastuono si levò dalla cucina, e riecheggiò in ogni stanza e in giardino. Quando il gufo si posò sulla finestra, accanto a una pianta di gerani rossi, vide i petali dei fiori tremare.
Incorniciata dalle tendine bianche, la mamma di Anna era sdraiata a terra circondata da stoviglie che le erano cadute dalle mani. Svelta, la donna si rialzò, raccolse quello che non si era frantumato e spazzò via tutto il resto. Come una trottola impazzita cominciò le faccende di casa. La colazione, i letti da rifare e i cuscini da sprimacciare, i panni da stendere, il pranzo da preparare, i piatti da lavare, i pavimenti da lucidare: la signora non conosceva la calma; e era così distratta che quando il gufo le passò davanti, con le sue piume viola, non lo notò neppure.
“Incredibile. Ieri era immobile quanto una statua di sale, oggi è un tornado”, pensò il gufo, mentre la guardava danzare frenetici valzer con qualunque oggetto avesse tra le mani. A un certo punto spostò un grande vaso di porcellana azzurra, pieno di tulipani bianchi e quasi inciampò di nuovo. Per fortuna, Anna fece capolino da dietro una porta e la sorresse gentilmente con entrambe le mani. Una mano per la mamma, una per il vaso. Elegante e delicata, la bambina assomigliava poco alla madre. I suoi movimenti non passavano dalla calma alla tempesta; erano leggeri e costanti, musicali come tanti campanellini di cristallo mossi dalla brezza.
Anna si soffermò un istante in salotto, poi uscì dalla porta della cucina e andò a sedere a un tavolo di granito in giardino. Il suo passaggio spazzò via la confusione nell’aria e riportò la pace. Approfittando di quel momento di tranquillità, il gufo prese coraggio a quattro ali e le si avvicinò.
“Ciao!” salutò la bambina. Nel frattempo, alle sue spalle, la madre era riuscita nell’impresa di restare avvolta come una mummia nel lenzuolo rosa che stava cercando di appendere al filo steso tra i rami.
Anna si mise a ridere.
“Vuoi una mano, mamma?”
Senza aspettare una risposta, si alzò ad aiutarla. Poi si sedette di nuovo al tavolo. Il gufo, ancora appoggiato sul granito, si accorse che la signora continuava a ignorarlo.
“Chissà dove ha la testa?” pensò.
Anna fissò gli occhi viola.
“Vieni! Ti faccio vedere una cosa, è un segreto”, sussurrò. Poi, con lo sguardo complice, si rialzò dal tavolo e gli fece cenno di seguirla.
Lungo il sentiero, mentre scendevano insieme verso la spiaggia, Anna gli indicò una fila di orme profonde che tagliavano la strada.
“Non le avevo mai viste prima”, disse. “In questa pineta non vivono animali così grandi”.
E nemmeno uccelli, e gufi come me, pensò il gufetto. Gli si drizzarono le penne e per un attimo rabbrividì. Quegli alberi spalancati sopra di loro come ombrelli erano più deserti del deserto.
Il gufo decise che dovevano essere pini marittimi. In fondo, profumavano di pino e del pino avevano la forma. Solo che i loro tronchi, i rami e le foglie erano troppo scuri, come se avessero assorbito le ombre. Chissà, forse la notte si rifiutava di abbandonarli.

Raggiunsero il mare e Anna si avvicinò agli scogli che dalla spiaggia iniziavano a zigzagare verso l’altipiano. Cominciò la salita e il gufo si appoggiò sullo scoglio più alto per non disturbarla. I piedi della bambina saltellavano da una pietra all’altra, indipendenti come le zampe di un gatto.
“Eccoci!”, strillò di gioia, poi tutto d’un tratto si fermò. Il gufo la raggiunse, davanti a una grossa roccia appuntita, sotto la terrazza della casa. I lati della roccia, sfaccettati e lisci come il vetro, sembravano tanti specchi e quando riflettevano i raggi del sole sembravano stelle intrappolate nella pietra. Il gufo strinse gli occhi, infastidito da tanta luce.
“Guarda, dietro gli scogli, c’è una grotta. Io sono arrivata fino a qui, ma se mi accompagni, possiamo esplorarla, insieme.” Nella grotta il buio era denso, cremoso, una promessa di avventura. Il gufo fu il primo ad attraversare il passaggio.
Un ultimo spicchio di sole s’infranse su una pozza d’acqua e sulle sue penne viola. Anna lo seguì. Purtroppo, ipnotizzata da quella luce, non notò uno scoglio bagnato, alto e tondo come un uovo. E scivolò.

4

Anna capitombolò proprio dentro l’acqua. Ancora seduta al centro della pozza, alzò gli occhi verso l’alto per cercare il gufo, senza trovarlo. Attorno a lei le stalattiti si erano allungate. Le aveva notate anche all’ingresso, dov’erano piccole e compatte come lacrime di pietra che non volevano abbandonare la roccia. Ora, però, erano diventate tanti ghiaccioli sottili e trasparenti, che le ricordavano l’inverno. Rabbrividì, solo un istante, poi ad alta voce disse con fermezza:
“Sto rabbrividendo solamente perché sono seduta nell’acqua e le stalattiti non sono nient’altro che cristalli di sale”.
E si rialzò lentamente, facendo attenzione a non scivolare di nuovo.
Eppure qualcosa non tornava. La luce le splendeva di fronte, non più alle sue spalle. Si era girata e non se n’era accorta? Disorientata si mise in ascolto. Da qualche parte non lontano da lei, sentì un rumore di passi nell’acqua. D’istinto cercò con gli occhi l’uscita ma non fece in tempo a raggiungerla. Qualcuno afferrò lesto le sue mani, e le lego’ dietro la schiena.
“Di corsa a fare la spia? Non l’avrei mai detto che mi avreste trovato, da dove siete entrati?”
Anna si girò.
Si trovò faccia a faccia con un ragazzino che doveva avere più o meno dodici anni, anche se non era molto più alto di lei. Aveva i capelli di un castano rossiccio, gli occhi verdi come la giacca che portava addosso. Era buffo perché per essere così giovane aveva un’espressione seriamente preoccupata. Troppo.
“Dall’ingresso… ” iniziò a spiegare Anna, ma fu interrotta con veemenza.
“L’unico ingresso di questa grotta è quello che si apre sul golfo e io, che sono a guardia da ore, non ho visto passare nessuno. In ogni caso le tue bugie contano poco, tanto, una volta dentro la grotta non si esce più… Almeno non senza il mio permesso.”
Anna era solita rispettare le opinioni degli altri e per un attimo rifletté sul da farsi. Purtroppo non riuscì ad arrivare a una conclusione perché quel ragazzino scortese la strattonò per un braccio e la spinse dietro una grossa roccia.

Quello che vide la lasciò senza fiato. All’improvviso la grotta sembrava immensa. Così vasta che nel lago sotterraneo era attraccata una barca. Anzi no, un vascello! Tale e quale a quello di Capitano Uncino. Sotto il vascello, l’acqua del lago era densa, scura e impenetrabile.
“Deve essere molto profonda.” Fu il suo primo pensiero. Il secondo fu che nessun pesce avrebbe in alcun modo potuto vivere lì. L’acqua era oleosa come il petrolio.
Incantata da quello spettacolo, salì da sola sulla barca, il ragazzino non dovette neanche spingerla.
Una volta sul ponte, Anna trovò ad aspettarla il gufo viola, legato stretto a uno dei due alberi che sorreggevano le vele.
“Ok, adesso basta! Lasciaci andare!”
Reagì, vedendo il suo piccolo amico dibattersi inutilmente nel tentativo di liberarsi. Una piuma viola si staccò dalle ali, galleggiò nell’aria e si posò sulla giacca verde del ragazzo che non se ne accorse e le rispose:
“Certo! Così, potete correre a raccontargli dove siamo nascosti. Neanche per sogno.” Sbatté capricciosamente i piedi, infastidito.
“Scusami, ma non capisco. A chi dovrei raccontare che cosa?”
Anna continuava ad essere gentile, sforzandosi di comprendere di che cosa stessero parlando.
“Tu, forse, non capisci. Lui sicuramente si.”
Il ragazzo indicò col dito il gufo imprigionato. Anna si domandò chi tra loro due fosse il più matto: lei che ragionava con lui o lui che aveva paura del gufo.
Non ebbe il tempo di rispondersi.
Da dietro la roccia, emersero sette figure. Incappucciate, affrettate e affannate si avvicinarono a loro. Non riusciva a sentire cosa stessero dicendo. All’inizio, le loro voci erano stanche e prive di fiato. Poi, quando i sette furono attorno a loro, udì a malapena:
“Capitano, corri a vedere, il sole sta tramontando!”.
“Non dite fesserie, sarà appena mezzogiorno.”
Incredulo, il ragazzo non voleva abbandonare i prigionieri da soli sul ponte. Per un attimo tentennò diffidente. Alla fine la curiosità vinse e, voltatosi verso i sette nuovi arrivati, scese con loro dalla barca.

Anna tentò di seguirlo ma le mani legate la rallentavano e le rendevano difficile mantenere l’equilibrio sulla passerella.
“Slegami, che cado….” provò a chiedere, ma quando finalmente riuscì a scendere dalla barca, il ragazzino era già uscito dalla grotta. Anna rimase in silenzio. A tenerle compagnia, solo il ritmico sgocciolare dell’acqua sull’acqua. La quiete improvvisa era tale che il tic toc delle gocce rimbombò nelle sue orecchie, quasi anch’esse fossero diventate due grotte.
Poco a poco, muovendo leste le mani e contorcendole tra loro come serpenti, riuscì a liberarsi. Per fortuna aveva le ossa sottili e i nodi non erano poi così stretti. Con le mani finalmente slegate, raggiunse la roccia e attraversò l’arco. Una luce stranamente rosacea la raggiunse e le indicò la strada. Anna la seguì fino a fuori dalla grotta e per la seconda volta, ammutolì. Il cielo che si stendeva davanti a lei era rosa come uno dei lenzuoli appesi nel giardino di casa sua: il sole stava tramontando.
Una luna pallidissima si era affacciata da dietro aguzze montagne ricoperte di neve. Anna fece scorrere gli occhi rapidamente su un panorama che non le era per nulla familiare. Il golfo che si apriva davanti a lei era più ampio e rotondo del solito. Gli alberi erano sempre pini marittimi, ma i loro colori erano molto più chiari di come li ricordava. Infine, c’erano quelle montagne. Spennellate di viola dai raggi di sole, erano bellissime certo ma, a sua memoria, non erano mai state li.

5

Il crepuscolo e il freddo cominciarono lentamente a riflettersi sulla sua pelle e Anna si riprese dallo stupore. Si girò per osservare gli altri. Schierati a fianco a lei con il naso puntato verso l’alto, continuavano a fissare il cielo, in un silenzio turbato da chissà quali pensieri.
“Chissà che ore sono?”
Si accorse di avere perso ogni cognizione del tempo. Le tornò in mente sua madre: “Se è arrivato il buio così in fretta anche da lei e non mi trova da nessuna parte, sarà preoccupatissima!”.
Questo pensiero la scosse. Fece un passo indietro e scivolò via per rientrare nella grotta inosservata. Oltrepassò la roccia e si trovò di nuovo davanti al vascello. Tutto quello che prima era illuminato dalla luce del sole, ora era buio. L’unica cosa che riusciva a distinguere era l’acqua torbida che inghiottiva parti della nave come un animale affamato.
Anna avrebbe voluto affrettarsi ma, per risalire la passerella che portava sul ponte, poteva solamente affidarsi alle sue mani che la guidavano incerte. Avanzò con cautela, un piede davanti all’altro, con la sensazione che bastasse solamente sbagliare di qualche millimetro per cadere giù. Quando raggiunse il ponte, respirò profondamente.
Cercò come riferimento tra le ombre attorno a lei, gli alberi della nave. Ne scorse uno solo. Mentre tentava di capire dove fosse finito il secondo albero, inciampò. L’aveva trovato, disteso e talmente lungo che spuntava fuori dalla nave come un trampolino teso verso il nulla. Qualcosa lo aveva fatto cadere, qualcosa o qualcuno molto forte o pesante. Anna si guardò intorno. Del gufo non c’erano tracce.
“Chissà da che parte devo andare, per uscire da dove sono entrata”, pensò, ma fu distratta da una sagoma che troneggiava a prua. Sembrava uno stambecco. Le sue corna enormi si avvolgevano a spirale su loro stesse. Anna indietreggiò verso la poppa della barca. La figura la seguì e fu illuminata brevemente da un debole raggio di luna.
Un muflone snello e altissimo avanzava sul ponte del vascello. Tutto in lui era viola: la pelliccia, gli zoccoli, persino gli occhi. Illuminate a tratti dai deboli raggi, le corna anch’esse viola, gli conferivano un’aria maestosa e regale.
Si osservarono a vicenda con molta attenzione. Dopo qualche secondo, Anna si accorse che lo statuario animale era stato attratto da qualcosa alle sue spalle. Sentì il rumore di passi. Prima lontani, poi sempre più vicini.
Anche se non le era sembrato aggressivo, adesso il muflone era sul chi va là, pronto ad attaccare. Qualcosa in questo cambiamento rassicurò Anna, invece che spaventarla. Nell’oscurità, i suoi occhi brillavano come lanterne viola e la bambina si sentì abbracciare da uno sguardo carico d’affetto. Si accostò e allungò una mano. L’accarezzò. La pelliccia era morbidissima.
L’animale piegò le zampe anteriori e s’inginocchiò: Anna aveva trovato un alleato che come lei desiderava uscire il più in fretta possibile da quella grotta. Salì sulla sua schiena e insieme si voltarono a fronteggiare le figure che si erano avvicinate alla passerella e sbarravano la strada.
Il muflone sbatté gli zoccoli sul legno del ponte e annunziò con quel tamburellare l’inizio dello scontro. Seguirono alcuni secondi di silenzio. Poi, di colpo, senza darle preavviso l’animale caricò i suoi avversari. Spaventati da quell’attacco, gli otto si scostarono di lato lasciando libero il passaggio. Iniziarono così a galoppare verso l’ingresso, fino a quando, incorniciate dagli scogli, Anna scorse le montagne e lo frenò urlando.
“Non di là, quella è l’uscita sbagliata”.
Il muflone tornò indietro. Presero un’altra galleria ma la speranza fu presto strozzata da un cumulo di pietre, che interruppe la loro corsa. Cercarono ancora. Anna scese a terra, certa che la sua uscita fosse oltre quella barriera imprevista. Oltre quella massa di sassi, c’era la strada di casa. Con le sue dita sottili accarezzò le rocce. Poi appoggiò anche i palmi, chiuse gli occhi e con tutta la sua forza spinse.
Il muflone alzò gli zoccoli e scalciò ripetutamente anche lui contro quel muro. Niente. Da quella grotta, una volta dentro, non si usciva proprio più. Lo aveva detto il ragazzino. Come sarebbe tornata alla Torre della Solitudine, alla terrazza al centro del mondo e al suo golfo senza montagne?
Mentre questi pensieri affollavano la sua mente, Anna udì voci confuse bisticciare tra loro e veloce si nascose. Il muflone tentò d’imitarla ma il suo corpo era così grande che chiunque lo avrebbe scoperto. Per fortuna, i proprietari delle voci convinti che i loro ostaggi fossero già fuori dalla grotta, non li cercarono più.
“Capitano, dobbiamo fermarli, prima che ritornino da lui. Al sorgere del nuovo sole sarà troppo tardi…” Poi, le voci si allontanarono nella notte.

6

Anna attese. E attese. E attese ancora un po’. Gli otto strani personaggi erano svaniti nel nulla. Quando decise di avere aspettato abbastanza, usci dalla grotta e lasciò le sue prime orme sulla spiaggia misteriosa che si allungava davanti a lei. I minuscoli granelli di sabbia catturavano la luce della luna e si trasformavano in una via lattea di stelle infinitamente piccole; stelle che incorniciavano il mare blu cobalto.
Anna guardò il paesaggio e le venne in mente l’anello della nonna che la mamma qualche volta indossava. Uno zaffiro blu come quel mare, circondato da diamanti che brillavano proprio come in quel momento luccicava la spiaggia. Da piccola, aveva fissato lo zaffiro per ore, convinta che dentro quella pietra dal colore del cielo notturno, fosse nascosto un altro universo. Adesso le pareva che quell’altro universo l’avesse sommersa. Mentre passeggiava trasognata, udì il suono di un flauto tubare lontano, era il vento che soffiava tra i rami.
Si girò, dando le spalle al golfo e vide un fitto colonnato di alberi separarla dalle alte montagne. Non era una pineta ordinata, come quella di casa sua, ma una foresta. Le sue piante si affollavano una sopra l’altra senza lasciarsi spazio per respirare, e si rincorrevano fino sotto i monti, appuntiti e incoronati dalla neve.
“Chissà cosa c’è dall’altra parte? Ma soprattutto, adesso, dove vado?” domandò a voce alta.
Tutto si aspettava fuorché di sentire, accanto a lei, il muflone risponderle con voce da tenore:
”Ora sei tu che devi seguire me. Dobbiamo lasciare la spiaggia prima che il Capitano Coppoli ritorni insieme ai suoi pirati.”
Anna lo fissò negli occhi viola. Poi, certa che il muflone e il gufo fossero lo stesso animale, lo seguì, proprio come quella mattina il gufetto aveva seguito lei.

7

Non era facile attraversare la foresta. La densa vegetazione s’intrecciava in una rete tesa a intrappolare gli estranei. Anna fece pochi passi ma le dispettose spine del sottobosco presto le strapparono il bordo ricamato del vestito di cotone bianco, mentre le sue scarpette argentate si riempirono di sassolini appuntiti. Quando si sedette su un tronco per svuotarle e riposarsi un istante, accanto a lei notò un fiore a forma di campana, di cui non riuscì a distinguere con precisione il colore. Il fiore era tra il rosa e l’arancione chiaro; e pieno d’acqua. Anna pensò che avesse piovuto da poco, ma le sue dita sfiorarono la terra e la trovarono tiepida e asciutta. L’aria fresca e umida della notte si riscaldava e seccava vicino alla terra. Il nonno le aveva spiegato che le correnti di aria calda salgono verso l’alto, mentre quelle fredde scendono. In quella foresta, le correnti correvano al contrario.

Aveva appena infilato la seconda scarpetta, quando fu investita da un rumore assordante. Alzò gli occhi e vide gli alberi del bosco tremare. Ogni ramoscello, pianta e albero si scosse con rabbia nel tentativo di scacciare una presenza nemica. Lei, forse. Lontano, udì l’ululato di un lupo.
“Presto! Monta in groppa!” Urlò il muflone, “ Dobbiamo raggiungere le montagne! Lì saremo al riparo.” Anna si arrampicò sul dorso dell’animale e con le piccole braccia afferrò il collo. Cominciarono a correre, il muflone saltava agilmente da un punto a un altro, a volte quasi volava con la leggerezza del piccolo gufo. Attorno, le piante si attorcigliavano e con ostinazione tentavano di afferrarli. Ma il muflone era più veloce di loro e schivava ogni ostacolo con l’abilità di chi l’aveva già fatto e non una volta sola. Affidandosi completamente alla sua guida, Anna chiuse gli occhi e, per non scivolare, si strinse forte al collo possente dell’animale.

8

Aveva perso ogni cognizione del tempo.
Distesa sul dorso del suo nuovo amico, Anna girò il capo a destra e a sinistra per guardarsi intorno. La foresta era alle loro spalle e avevano raggiunto le montagne. Gli alberi avevano smesso di tremare. Saltò a terra, felice di sentirla di nuovo ferma sotto i suoi piedi. Si avvicinò alla parete rocciosa che s’innalzava ripida davanti a lei. Dal suo punto di osservazione, non riusciva a vederne la cima ed era incerta se considerarla un rifugio o un ostacolo alla sua fuga. Quel mondo cominciava a sembrarle ostile. Mentre galoppavano nella foresta, aveva avuto la sensazione che mille occhi la stessero osservando. Ogni sasso, ogni ramoscello, ogni minuscola foglia. Sapevano che lei non apparteneva a quel mondo. Udì di nuovo il lupo. Adesso però la foresta taceva e l’ululare risuonò più vicino e insistente. Anna pensò che il lupo gridasse di dolore non di rabbia. Forse era un mondo ostile a tutti, non solo a lei. Quanto le mancava la quiete serena della Torre, le sembrava fossero passati giorni da quando l’aveva lasciata.

“Devo tornare a casa.” Disse a sè stessa e al muflone accanto a lei. “Tu mi puoi aiutare?”
La voce da tenore la meravigliò di nuovo, morbida e melodica le parve viola come il suo padrone.
“Tutto ciò che posso fare è portarti dal Mago Orfeo. Non è cosa da poco. Il mago Orfeo un tempo regolava gli spostamenti tra questo e gli altri mondi. Era il Guardiano dei Confini. ”
“Fu lui ad aprire per primo i Passaggi e la grotta doveva essere uno di questi. Da quando ha abbandonato la Corte delle Stelle, vive dall’altra parte di queste montagne. Io devo tornare da lui…”
Anna pensò che se questo tale Orfeo era addetto agli spostamenti tra un mondo e quell’altro, questi spostamenti dovevano essere abbastanza frequenti. Forse c’erano altre persone come lei, perse in un mondo che non era il loro.

Il muflone continuò:
“C’è una galleria che attraversa le montagne e conduce dall’altra parte. Arriveremo in fretta e presto tornerai a casa.”
Mentre parlavano, arrivarono proprio davanti all’ingresso della galleria. In alto, su entrambi i lati, erano incastonate torce da cui emanava un’intensa luce verde.
“Almeno non è buia” pensò, tirando un respiro di sollievo.
“Anna, prima di andare oltre, vorrei cogliere l’occasione di presentarmi. Il mio nome è Sekel ma, se preferisci, puoi chiamarmi Sek.”
Era la prima volta che Sek la chiamava per nome e Anna sentì che davvero erano amici, legati da un filo invisibile e indistruttibile.
E fu così che entrarono insieme nella galleria.

9

Di nuovo in groppa a Sekel, si aggrappò al collo e appoggiò la guancia sulla pelliccia morbida. Le luci sulle pareti scivolavano verso l’infinito. Sotto di loro le corna viola rilucevano come scolpite nell’ametista.
Il buio era lontano, racchiuso in un cerchio scuro e indietreggiava a ogni loro passo. Anna cercò di afferrarlo con gli occhi, ma il punto dove le luci s’incontravano ed erano risucchiate dalle tenebre continuava a sfuggirle come il pendolo di un illusionista. Lentamente, l’oscillare di quell’immaginario pendolo oscuro e il rumore del tamburellare degli zoccoli di Sek la ipnotizzarono, fino a farla cadere in un sonno profondo.

Quando aprì gli occhi era sul ponte di un vascello simile a quello che aveva visto nella grotta. Attorno a lei era in corso una battaglia e uomini sconosciuti si rincorrevano l’uno con l’altro, brandendo armi di ogni sorta. Erano nel mezzo di una tempesta. Lampi feroci, annunciati da tuoni assordanti, squarciavano il cielo verde scuro. Il mare nervoso colpiva con forza la nave facendola fremere come impazzita, e le sue onde arrivavano così in alto da ricoprire il ponte, per poi ricascare scroscianti sull’altro lato. Mancò poco che una di esse non la travolgesse. Fradicia di pioggia e acqua di mare, corse a cercare un nascondiglio. Aveva i capelli e i vestiti bagnati e gocce salate le bruciavano gli occhi. Si accucciò dietro il secondo albero, battendo i denti per il freddo. Nella confusione, non si accorse che di fianco a lei si era nascosto anche qualcun altro.

A prima vista lo scambiò per un bambino, piccolo di statura e con i lineamenti affilati. Poi udì la voce che usciva da quelle labbra sottili mentre mormorava parole sommesse, quasi fossero una preghiera. Era dura e tagliente come la lama di un coltello. L’ometto fissava con ossessione un medaglione che stringeva tra le mani. Le sue dite tremavano come foglie, doveva essere molto spaventato.
Tutto a un tratto, da una fessura circolare al centro del medaglione si levò un raggio luminoso che salì alto nel cielo e bucò le nuvole. Oltre la coltre, il raggio si piegò su se stesso. Con una curva a spirale ricadde giù, colpì il ponte della nave e lo tagliò a metà.

Il vascello si spezzò e la prua affondò quasi immediatamente. In un attimo fu risucchiata dalle onde, come se non fosse mai esistita. Anna vide il volto di un uomo davanti a lei tingersi di terrore e si accorse che erano rimasti solamente in otto a combattere a poppa. Gli altri marinai erano finiti in fondo al mare. Anche l’ometto era sparito. Tra le urla dei superstiti, sentì qualcuno che la chiamava: “Anna, Anna…” Strinse gli occhi per cercare di distinguere da dove provenisse la voce. Quando li riaprì, era di nuovo a cavallo di Sek nella galleria. Si toccò il vestito, asciutto; e anche i capelli. Il tepore della galleria era talmente diverso dal freddo violento che aveva provato sulla nave che la confuse.

“Brutto sogno?” Chiese Sek. Anna per qualche secondo non disse niente. Di solito i suoi sogni erano molto realistici, ma questo… Questo non era stato un sogno. La pioggia, il vento e il freddo, li sentiva ancora sulla pelle.
“Questa galleria potrebbe durare in eterno” disse Anna indicando le due fila di torce sulle pareti che si riflettevano l’una nell’altra trasformando le fiamme in migliaia di specchi.
“Vedrai, è una scorciatoia…” mormorò Sek per rincuorarla.

In quel preciso istante fu interrotto da una vocetta acuta e indispettita.
“Solo per chi sa la strada!”
Anna udì il breve squarcio nel silenzio. La galleria semibuia sembrava vuota. Forse erano state le pareti a parlare?
“Più giù, più giù signorina. Mica siamo tutti alti come questo caprone…”
Anna si girò verso Sek che fissava attentamente le ombre sul pavimento. In un angolo della parete, c’era un piccolissimo tavolino dietro il quale stava seduto un topino vestito da portiere. La divisa era rossa. Sulla testa, portava un cappellino dello stesso colore. I bottoni della giacca e le rifiniture della visiera sembravano invece d’oro zecchino.
“Oh…un ratto che fa l’usciere.”
Anna fu colpita dalla risposta laconica e sprezzante di Sek. Non se l’aspettava.
“Usciere? Io?“ La voce del topino sembrava possedere il timbro giusto per raggiungere orecchie molto lontane da lui.
“Un po’ di rispetto per favore. Io sono il Guardiano della Montagna!” disse rimarcando con forza le due vocali della prima persona singolare.

10

A questa solenne dichiarazione, Anna saltò giù dalla schiena di Sek e ritrovate le buone maniere, si presentò:
“Buona sera, Signor Guardiano, il mio nome è Anna. Sono onorata di fare la sua conoscenza”.
Con un balzo piuttosto felino per un topo, il Guardiano si avvicinò a lei. Per guardarla meglio, si alzò sulla punta dei piedi. Poco soddisfatto del risultato, si voltò, saltò sul tavolo e si ricompose. Poi, ritto come un soldatino, le rispose con la sua voce squillante.
“Buona sera signorina Anna. Cosa la porta da queste parti?”
“Non è per farmi i fatti suoi, sa. E’ il mio ruolo di Guardiano che m’impone di farle domande indiscrete.“
Ma ad Anna la sua schiettezza non aveva dato fastidio, così decise di essere altrettanto sincera. In fondo non aveva alcun motivo di mentire.

“Mi sono persa. Credo di avere perso non solo la strada, ma anche il mio sole, la mia casa e il mio golfo. Sek mi sta portando da una persona che conosce. Dice che forse potrà aiutarmi. Il mago Orfeo…”
“Cosa?” A quel nome il topino sussultò.
“Il Mago Orfeo non aiuterebbe nemmeno la sua immagine riflessa in uno specchio…”
Sek tamburellò infastidito gli zoccoli e, scortesemente, tagliò corto:
“Beh, se non per bontà d’animo, sicuramente per curiosità…”
Il muflone e il guardiano si scambiarono sguardi carichi di risentimento.
“Se fossero lame, s’infilzerebbero.” Pensò Anna, sentendo la tensione crescere nell’aria.
Per riportare la pace, chiese:
“Vi conoscete da molto?”
“Da anni. Da quando, prima di diventare Guardiano della Montagna, ero un topo da vascello.”
Rispose il topino mentre scendeva dal tavolo e le faceva segno di abbassarsi.
Anna s’inginocchiò e il piccolo Guardiano si arrampicò sulla sua mano, poi, come da un palcoscenico, iniziò a raccontare.

“Ci incontrammo durante la mia ultima traversata. Il Mago Orfeo, Sek e i suoi fratelli viaggiavano con noi. Si può immaginare la confusione nella stiva, con le loro stazze… Un giorno, durante una spaventosa tempesta, il nostro vascello fu attaccato dai pirati. Sek e i suoi fratelli riuscirono a volare via, abbandonando tutti gli altri un attimo prima della tragedia. Avrà notato, credo, che solo quando brilla la luna Sek si trasforma in un gigante caprone…”
“…muflone…” Lo interruppe dolcemente Anna.
“Un nome vale l’altro. In ogni caso, durante il giorno, non è altro che un piccolo gufo. Ad ogni modo, io non seppi mai cosa successe veramente. Mi ero nascosto sotto la stiva. In quegli anni, sa, non mi distinguevo per il mio coraggio… Si dice che quando il Mago Orfeo tentò di fuggire, la paura e la tempesta gli giocarono un brutto scherzo e qualcosa andò storto. Il Mago svanì e la nave andò a fondo. I superstiti furono pochissimi…”
Il topo terminò con tono drammaticamente teatrale e sfidò con un gesto della zampa il suo avversario a controbattere.

Anna non riuscì a trattenersi.
“Mi scusi, ma non capisco. La colpa della tragedia fu sicuramente dei pirati, no?”
“Brava Anna!” esclamò Sek.”Sono d’accordo con te. Ed è esattamente quello che dissi anch’io.
Purtroppo però, pochi la pensarono come noi. Dopo la tragedia, il mago Orfeo fu ritenuto l’unico responsabile. Solo i miei fratelli ed io lo difendemmo. Ancora oggi crediamo abbia avuto un buon motivo per fare quello che ha fatto.”
“Sciocchezze!” Strillò, irato e impaziente, il Guardiano della Montagna.
“Anche un topo infante sapeva che il Capitano Coppoli, come Guardiano del Mare, non avrebbe potuto torcere un pelo a nessuno.”
Anna non capiva più nulla. Quei due la stavano confondendo.
“Come può un pirata essere il Guardiano del Mare? E il Capitano Coppoli, non è quel ragazzino che abbiamo visto nella grotta?”
“Oh, certo che no. E’ quella gran peste di suo figlio. Il vecchio Capitano Coppoli era un vero gentiluomo.”
Il topino si girò verso di lei, abbassò la voce e pazientemente provò a spiegarle.
“Vede signorina, per mantenere l’equilibrio tra mare e terra, una piccola parte del carico di ogni nave che solca le onde spetta di diritto ai pirati. Ai suoi tempi, il Capitano abbordava le navi solamente per riscuoterla. Quella notte rimasero uccisi, oltre ai passeggeri del vascello, anche undici dei suoi diciotto pirati. E tutto questo grazie al “povero” Mago Orfeo. Che l’abbia voluto o meno, ha spinto lui questo mondo verso il caos. I Guardiani mantengono l’equilibrio tra gli elementi. Rappresentano la natura e lo spirito delle cose in ogni momento e cambiano col mutare dei tempi. Dopo la morte del vecchio Capitano Coppoli, molti Guardiani sono spariti, si sono distratti o sono stati corrotti. Tra tutti, solo io e pochi altri prendiamo ancora seriamente il nostro ruolo. Ma questa è un’altra storia.”

Sek scalpitò con rabbia.
“Basta dire sciocchezze. Il mago Orfeo era il più potente Guardiano della Corte delle Stelle. Ci sarà stata una ragione per il suo agire. Doveva essere accaduto qualcosa di molto grave per averlo spinto a comportarsi così. Ormai va di moda affibbiargli tutte le colpe del mondo.
“Beh” disse il topino sommessamente ”è stato cacciato dalla Corte oppure no? Neanche lui è più il Guardiano dei Confini.”
Dal nervoso, Sek era diventato più viola del solito.
“Perché sia stato cacciato, non lo sa nessuno. Credo che tu debba smettere di spaventare Anna con storie inventate da malelingue. “

11

“Fate come volete, io vi ho avvertito…” borbottò il topino e scuotendo la testa tornò a sedersi dietro la sua scrivania.
“Su, Anna, andiamo…” anche se era un Sek molto spazientito quello che le stava facendo cenno di proseguire, ad Anna dispiaceva lasciare le cose in quel modo e s’inginocchiò di nuovo a terra per salutare il Guardiano. Non riuscì a guardarlo negli occhi, perché li aveva coperti con la visiera del cappello eppure pensò di avere visto l’accenno di un sorriso.

“Comunque… Se fossi in voi… Io andrei da quella parte.” E quella fu l’ultima cosa che sentì dire da lui. Poi dalla sua minuscola zampa sbocciò, come un piccolo fiore, una lucina verde.
“Anna…” Sek la richiamò con tono di rimprovero.
“Aspetta.” Anna seguì la lucina che si era avvicinata a un lato della galleria. La bambina allungò la mano aspettandosi di toccare la roccia. Non sfiorò nulla, la parete davanti a lei era fatta di vapore.
”Non è solida, guarda, sembra una nuvola”.
Fece pochi passi e l’attraversò.

Per qualche secondo si perse nella nebbia. Quando ne uscì e guardò in alto, la luna brillava, piena e immobile nel cielo scuro. Era di nuovo ai piedi della montagna. Dietro di lei, udì un rumore di zoccoli.
“Che furfante, ” stava borbottando tra sè e sé il muflone. “Sono anni che passo di qua e mi ha sempre fatto fare la strada più lunga.”
“E’ giusta allora? Siamo dall’altra parte della montagna?”
Ad Anna il paesaggio notturno sembrava identico a quello che avevano lasciato prima di entrare nella galleria.
“Si. Siamo vicini alla Rocca del Destino, la dimora del mago Orfeo.” Confermò Sek.
“Peccato, siamo andati via senza ringraziarlo! Era buffo, ma gentile. Vero Sek?”
“Buffo, si…Non ti preoccupare, lo rivedrai sicuramente… ”
Sek indicò con gli occhi la lucina verde che si era posata sulla sua spalla.
“Che carina! Chissà se ci accompagnerà anche lei?” Anna sorrise. La luce verde volò in alto volteggiò nella notte e poi svanì tra i ricci neri della bambina.

“Chissà?” disse Sek. ”Adesso, però, vediamo di trovare un posto dove tu possa mangiare e riposare.”
“Mi sono già riposata prima nella galleria. Mi sono addormentata sulla tua schiena…”
Mentre diceva quelle parole, Anna pensò al sogno che aveva fatto e a quanto fosse simile al racconto del Guardiano.
“Chissà se quel piccolo ometto era il Mago Orfeo?” Si chiese. Qualcosa dentro di lei la trattenne dal parlarne con Sek e fu distratta dal gorgogliare del suo stomaco vuoto.
“E’ vero. Ho fame.” Constatò, risalendo sulla groppa di Sek.

Mentre costeggiavano la montagna, Anna ripensò alla storia del Mago Orfeo.
“Sek?”
“Si?”
“Che cos’è la Corte delle Stelle?”
“La Corte delle Stelle è il centro di questo mondo. Il suo ruolo, e quello dei Guardiani, è di mantenere tutto in equilibrio. E’ governata dalla Regina Ottavia e dal re Uberto. La regina, seduta sul Trono del Sole, regge e garantisce l’ordine durante il giorno; la notte, il re Uberto fa lo stesso dal Trono della Luna. Sono aiutati dal Consiglio dei Guardiani degli Astri Celesti.”
“E dov’è? Lontana da qui?”

“Tutte le strade del nostro mondo portano alla Corte delle Stelle, se chi le percorre, vuole veramente arrivare. Quando hai un motivo importante per cercarla, la trovi sempre. In realtà di solito, pochi tra gli abitanti hanno occasione o necessità di recarsi là. La vita è sempre molto più interessante quaggiù. Adesso però… non è mai successo che il sole tramontasse alla mattina. Molti vorranno delle spiegazioni. Non oso immaginare l’anarchia cui porterà questa notte improvvisa.”

Mentre parlavano, raggiunsero un’abitazione costruita in modo tale da sembrare che tutte e quattro le sue mura si arrampicassero sulla montagna. Era come se la casa, in fuga dalla foresta, cercasse disperatamente di raggiungere la cima.
“Siamo arrivati. Questa locanda è gestita da una donna dal cuore d’oro. Se entri e le racconti che ti sei persa, ti darà sicuramente qualcosa da mangiare e un letto dove riposare.”
“Tu non entri con me?”
“Beh, sono un po’ grande per entrare. In ogni caso, la mia relazione con il Mago Orfeo mi rende malvisto quasi dappertutto. Non ti preoccupare, basta che tu non le dica dove stai andando e con chi. Vedrai, si prenderà cura di te. Un’ultima cosa, mi raccomando. Se quando ti svegli non mi trovi, aspettami. Se devi per forza muoverti, continua a costeggiare la montagna. Non entrare mai nella foresta. È pericolosa soprattutto per persone come te. Persone cioè che non appartengono al nostro mondo”.

Anna abbracciò Sek. Se avesse potuto, non lo avrebbe mai lasciato, ma la fame era ormai davvero accecante.
“Ci vediamo tra poco”. Lo salutò mentre, ancora incerta, apriva la porta di legno della locanda.

12

Gli occhi impiegarono qualche secondo ad abituarsi all’oscurità della locanda. La foresta, grazie alla luce della luna piena che splendeva alta in cielo, era molto più luminosa. Lì, invece, le poche candele accese riuscivano a malapena a rischiarare il buio sui tavoli dov’erano posate.
Quando finalmente riuscì a distinguere un posto libero, andò a sedersi in un angolo e provò a guardarsi attorno. Quel luogo era immenso. Da dove era seduta, faceva fatica a vedere la parete opposta. E dire che dall’esterno, la locanda non le era sembrata particolarmente grande. Provò a contare i tavoli e si accorse che dovevano essere più di una trentina. Quelli in fondo erano talmente immersi nel buio che era impossibile calcolarne il numero esatto. Ai due lati della sala vide due colonne di un’oscurità ancora più intensa. Attorno, la luce scompariva e le ombre diventavano solide.

Poco distanti dalla colonna più vicina a lei, quattro energumeni giocavano con la testa china nascosta dietro le carte e bisbigliavano a bassa voce, senza mai incrociare gli sguardi. Quando lanciavano o raccoglievano le carte, le loro braccia, grosse come tronchi d’albero, si muovevano a fatica. Anna non riusciva a capire se fossero le braccia o le carte ad essere troppo pesanti. Erano quattro montagne immobili. Dall’altra parte della stessa colonna oscura, si accorse di una coppia immobile come i quattro giocatori. Come loro, anche i due si muovevano a fatica e quasi non proferivano parola, gli occhi di entrambi fissi sul piatto. A differenza dei giocatori di carte, però, le braccia della coppia erano lunghissime e sottili con, ancorate in fondo, mani grandi quanto pinne. Potevano essere fratello e sorella, avevano le stesse orecchie a sventola, lo stesso viso tondo e lo stesso collo sottile che per puro miracolo sosteneva la testa. Nonostante fossero seduti allo stesso tavolo, sembravano lontanissimi l’uno dall’altro, imprigionati nelle loro sedie. Anna sentì il buio anche dentro di loro.

“Vuoi un bicchier d’acqua, mentre li aspetti?”
Anna si voltò. Una donna alta e robusta si era avvicinata e aveva acceso una candela. Portava una cuffietta nera annodata storta sulla testa, un grembiule bordeaux e un vestito grigio. Anna si stupì di non averla sentita arrivare. Il silenzio era tale che ogni rumore avrebbe dovuto rimbombare, invece tutti i suoni erano assorbiti, risucchiati proprio come le particelle di luce attorno alle due colonne.

“Aspetto…?”
“I tuoi genitori, cara.” Continuò gentilmente la signora.
“Ah, loro…Beh, vede… Li ho persi, questa mattina quando…” Anna lasciò sospesa la sua spiegazione. La locandiera strinse gli occhi preoccupata e tra le sue sopracciglia si formò un punto interrogativo ..?..”
“Oh cielo! Quando?…”
“Sì…ecco, speravo…. non ho soldi ma…”
Anna stava per continuare ma l’interrogativo sulla fronte della donna si trasformò d’un tratto in un punto esclamativo: “!”.
La locandiera e Anna tirarono assieme un respiro di sollievo.

“Certo tesoro mio! Ti porto subito qualcosa da mangiare e dopo ti troviamo un letto, va bene?”
Chiaramente felice di rendersi utile, la donna girò i tacchi e fece qualche energico passo verso il centro della sala. Poi, vicino alla prima delle due colonne d’ombra, di colpo svanì.
Dopo qualche secondo riapparve nello stesso punto dove era scomparsa. Portava un vassoio di legno su cui Anna vide una scodella e un piatto.
“Ecco qua! Zuppa, pane e formaggio….Aspetta un attimo che…” ancora una volta, la donna si dileguò per ritornare con una caraffa e una coppa di metallo.

Anna la ringraziò e iniziò a mangiare lentamente la zuppa, ipnotizzata dai suoi colori luminescenti. Ogni volta che immergeva il cucchiaio, vivide pennellate viola, arancioni, verdi e rosse s’intrecciavano tra di loro senza mai fondersi l’una con l’altra. Gli ingredienti della zuppa si ribellavano e si rifiutavano di mischiarsi tra loro. Ogni pennellata aveva vita propria; si attorcigliava, si allungava e disegnava forme strane nella scodella.
Qualcosa dentro di lei le suggerì di non mangiarla, così Anna provò a prepararsi un panino con il formaggio. Ebbe la stessa impressione. Nella sua bocca, il sapore del pane non andava più d’accordo col sapore del formaggio. Provò la stessa sensazione che aveva provato da piccola quando aveva assaggiato il cioccolato con il pomodoro. Buoni tutti e due, ma decisamente meglio mangiarli da soli! E così fece, mangiò prima il formaggio, bevve una coppa d’acqua e poi mangiò il pane.

Stava pensando come nascondere la zuppa, per non offendere la gentile signora, che la porta si spalancò e un giovane uomo molto alto fece il suo ingresso nella locanda. L’uomo si sedette al tavolo accanto al suo. Aveva lunghi riccioli neri, che gli scendevano sulle spalle, e i suoi lineamenti erano allo stesso tempo decisi e delicati. Portava un cappello di feltro scuro dalle falde larghe e una giacca adornata con bottoni preziosi e intricati ricami.

Il suo arrivo risvegliò la locanda come una scarica elettrica. Appena lo vide, la locandiera, aiutata da due ragazze bionde, apparecchiò il tavolo con premura affrettata. Poi, scacciò via le cameriere, e si mise a sedere di fianco a lui.
“Su, su! Lasciate mangiare con calma il nostro ospite”, disse, con un tono che lasciava supporre ben altre intenzioni. Seduta accanto a lui, lo guardava infatti con impazienza come se stesse attendendo qualcosa. Il giovane non disse nulla. Nel silenzio Anna sentì la preoccupazione di entrambi riecheggiare assordante.

Passarono molti minuti così, immersi nel rumore dei tanti pensieri, poi la locandiera non riuscì più a trattenersi e domandò:
“Allora? Che notizie ci sono dalla Corte? Avete spiegazioni per quello che è successo?”
Dalla familiarità con cui gli parlava, Anna decise che si dovevano conoscere piuttosto bene.
“Mi dispiace Luisa, purtroppo sono solo un messaggero. Nessuno alla Corte sa di certo cosa stia succedendo. So solamente che Re Uberto è scomparso e la regina Ottavia ha abbandonato il Trono del Sole per sedersi sul Trono della Luna al posto del suo compagno. Sotto suo incarico sto andando alla Rocca a parlare con il mago Orfeo e mi è stato chiesto di venire prima da te per domandare il tuo aiuto. La regina spera tu decida di accompagnarmi. Abbiamo bisogno di te per convincerlo a collaborare con noi. Per aiutarci a cercare il nostro Re. Senza di lui, il Guardiano più potente che sia mai esistito, non abbiamo speranze.”
Luisa abbassò gli occhi e, per un secondo, si voltò a guardare Anna. Poi, si rivolse di nuovo verso il giovane.
“Tateb, mi dispiace. Non posso lasciare le ragazze a gestire la locanda da sole, soprattutto non di questi tempi se neanche i Guardiani sanno cosa più quello che succede. Poi, anche se decidessi di venire con te, sarebbe completamente inutile, credimi. E’ passato troppo tempo, siamo cambiati entrambi.”
Tateb le strinse le mani, scuotendole con forza.
“Ti prego Luisa, devi fare un tentativo. Se non riuscirai tu a convincerlo, non ci riuscirà certamente nessun’altro. Ricorda quello che la Corte ha fatto per voi in tutti questi anni…”
Senza nemmeno finire di ascoltare, Luisa si staccò da lui, si alzò e si avvicinò ad Anna.
“Forza tesoro, andiamo a dormire.” Parlò con tono deciso e la condusse per mano fino al centro della stanza, dove Anna aveva notato una delle due colonne di ombra.

Proprio lì, nascosta agli occhi di tutti, una scaletta a chiocciola si arrampicava in alto e attraversava il soffitto. Cominciarono a salire i gradini. Al secondo giro di spirale, Anna guardò in su e ne vide ancora molti inseguirsi uno dietro l’altro e scomparire nell’oscurità. Continuò a salire, con la sensazione di non arrivare mai. Dopo un’eternità, o forse dopo solo un istante, Anna non ne era sicura, raggiunsero il primo piano e Luisa finalmente sorrise.
“Interessante, vero? Un regalo di un vecchio amico. C’è un’altra scala esattamente uguale sul lato opposto della sala, che porta alle camere degli ospiti. Queste sono le mie stanze private.”

La stanza, come tutto nella locanda, era molto più vasta di quanto Anna si aspettasse e decisamente molto caotica. C’erano poltrone rosse, blu, marroni e verdi, dei materiali più disparati e distribuite a caso nello spazio, e poi tappeti di altrettanti colori, sovrapposti gli uni su gli altri. C’erano tavoli alti e bassi, alcuni intarsiati preziosamente, altri di umile legno grezzo, accantonati l’uno vicino all’altro senza senso. Anna vide alcuni mobili antichi sui quali erano dipinte scene di vita campestre, e altre che invece rappresentavano le vite di persone benestanti. In questi ultimi, Anna notò che tutte le figure erano vestite con mantelli e cappelli rossi o blu scuro. Su ciascuno dei mantelli vide disegnati simboli argentati o dorati. Infine, dappertutto, sui tavoli, sui mobili e sulle poltrone, erano ammucchiate decine e decine di libri. Ogni volume doveva essere stato letto più volte, perché tutte le copertine erano sgualcite. Alcuni erano stati abbandonati aperti per terra, le loro pagine stropicciate e macchiate, da un lettore distratto da troppi pensieri. A rallegrare quell’incredibile confusione, il fuoco scoppiettava in un grande camino di pietra grigia.

13

La locandiera accompagnò Anna in una stanza arredata con un tavolo, una sedia, un letto e nient’altro. Dopo la confusione del salotto, la camera sembrò meravigliosamente ordinata, proprio come piaceva a lei.
“Adesso riposati… Ora che ci penso, piccola, non so neanche il tuo nome…”
“Anna. La ringrazio tantissimo per tutto…”
“… Luisa. Non ti preoccupare di nulla, cara. Ora cerca di riposare e più tardi, quando ti sarai svegliata, parleremo. Stai tranquilla Anna, vedrai che andrà tutto bene.”
Luisa uscì socchiudendo gentilmente la porta.

Anna si sedette sul letto, abbassò gli occhi e scorse, appoggiata su un dito, la lucina verde.
“Sei ancora qui! Dove ti eri nascosta?”
Per tutta risposta, la lucina s’infilò nella manica per poi uscirne di nuovo tornando a posarsi delicatamente sull’indice della mano sinistra. Anna la guardò con maggiore attenzione. Anche se non era calda, la piccola luce verde emanava serenità e allegria. Era un concentrato di vita. Anna si distese, si girò su un fianco e si addormentò di colpo. Quando riaprì gli occhi, la lucina verde era ancora accanto a lei. Lentamente si stiracchiò e scese dal letto, posando con molta calma i piedi per terra. La lucina, però, era impaziente di uscire e volò veloce verso la porta.
“Aspetta!” La chiamò Anna e si affrettò a seguirla in salotto.

Luisa, seduta su una poltrona, guardava pensosamente il fuoco.
“Già sveglia?”
“Mi sembra di avere dormito per mesi.”
Anna pensò a Sek. “E se non lo trovo più?” Il dubbio era rimasto con lei dal momento in cui era entrata nella locanda e ora desiderava con tutta la sua forza uscire a cercarlo.

In quel momento, la testa di una delle due ragazze bionde affiorò dal pavimento. Anna rimase di stucco, poi si ricordò dell’invisibile scala a chiocciola.
“Tieni mamma.” Disse la ragazza, allungando a Luisa un pacco di vestiti. Poi la testa bionda svanì.
“Questi sono abiti di quando Greta era piccola come te. Quelli che hai indosso non sono molto indicati per andare in giro nella foresta.”

Luisa le porse una casacca rossiccia e un paio di pantaloni marroni di tela grezza. Anna notò con sollievo anche un paio di sandali di cuoio. Le sue scarpe argentate erano quasi consumate.
“Ti ho fatto portare anche una borsa di pelle, dove mettere le tue cose, e una coperta, per il freddo. Quando hai finito di cambiarti, vieni in cucina. Vado a prepararti qualcosa da mangiare da portare con te.”
Così dicendo, Luisa aprì la porta accanto al camino ed uscì.

In quel momento, la lucina verde cominciò a danzare vorticosamente attorno ad un vecchio libro abbandonato per terra. Sulla rilegatura di pelle blu, Anna lesse Hendegaard, scritto in grossi caratteri argentati. Aprì il libro e sulle pagine davanti a lei vide delle facce muoversi e contorcersi. Tormentate dall’odio e dalla rabbia, non sembravano umane. Fu solo un attimo, poi le pagine tornarono bianche.
“Forse è un diario” pensò, riappoggiando turbata il libro dove l’aveva trovato. Quelle figure apparse e svanite in un istante, le erano rimaste impresse nella mente come se dalle pagine fossero saltate dentro di lei.
“Me le sarò immaginate.” Quella spiegazione non la convinse completamente ma si alzò lo stesso e si diresse verso la stanza. “Vieni?” disse alla lucina che sembrava impazzita e saltava avanti e indietro dal libro alla borsa.
“Vuoi che lo prenda? Non posso. Non è mio, non è giusto prendere le cose degli altri…”
La lucina non sembrava volerla ascoltare e continuava a saltare. Sembrava un luminoso grillo verde ubriaco. Anna sorrise. Dopo qualche minuto, impressionata da tanta insistenza, rifletté.
“E’ solo un diario vuoto… Va bene, va bene, lo prendo!”
Di fretta nascose il libro sul fondo della borsa, lo coprì bene con la coperta, poi rientrò nell’altra stanza a cambiarsi.

Quando fu pronta, tornò in salotto. Le dispiaceva lasciare quel posto così diverso da casa sua. Anche se il disordine dei libri, i colori vibranti delle poltrone e dei tappeti e il fuoco scoppiettante erano lontani dall’ordine, dalla calma e dal silenzio della Torre della Solitudine erano, a loro modo, accoglienti e familiari, sicuramente più della foresta e della notte che l’attendeva fuori dalla locanda. La voglia di ritrovare Sek, tuttavia, era più forte di qualsiasi altra cosa. Sek l’avrebbe condotta dal Mago Orfeo e poi finalmente a casa. Anna, con la speranza nel cuore, si avvicinò alla porta accanto al camino, la spinse delicatamente con la mano…

14

… e scivolò nel corridoio. Il buio la avvolse come un mantello, le incappucciò il volto e le coprì gli occhi. Lentamente, davanti a lei, un minuscolo puntino luminoso cominciò a crescere, poi sempre più grande esplose in un fiore di luce argentata e disperse le tenebre. Anna rimase immobile, ancora una volta senza parole. Com’era finita sui gradini più alti di un immenso anfiteatro?

Era tutto di marmo bianco, illuminato a specchio dalla luce della luna che splendeva alta in cielo. Le scalinate scendevano ripide come tanti ruscelli di montagna gonfi di neve, che confluivano attorno a un palcoscenico semicircolare. Li, al centro dell’anfiteatro, Anna vide un trono d’oro e uno d’argento, entrambi ricoperti di pietre preziose.

C’erano diversi gruppi di persone, abbigliate vistosamente con cappelli e mantelli di velluto blu scuri o rossi. Ad Anna tornarono in mente le scene rappresentate sui mobili nello studio di Luisa. Tutti discutevano aggressivamente tra loro. I più litigiosi sembravano inveire soprattutto contro i due troni scintillanti al centro dell’anfiteatro.

Quello d’oro, a destra, era vuoto. Su quello argentato, a sinistra, era seduta una donna vestita di nero, con lunghissimi capelli biondi. Era la donna più bella che Anna avesse mai visto, ma il suo viso era tirato, una maschera triste indifferente al mondo che la circondava. Mentre la osservava, la donna alzò gli occhi e i loro sguardi s’incrociarono in un abbraccio. Anna si sentì intimamente connessa a lei, talmente vicina da poterla toccare. Alzò una mano per farle una carezza e la donna sorrise, un debole raggio di sole in quella notte eterna. Poi, il sorriso svanì.

“La disperazione costruisce un muro tra noi e gli altri, dietro al quale, a volte, ci nascondiamo, come dietro una fortezza, per non reagire, per non provare a cambiare le cose. Speriamo che la disperazione stessa ci protegga da nuove sofferenze… Ma non è così… ”
Anna si voltò e vide accanto a lei un vecchio signore di mezza statura. Aveva i capelli bianchi, la barba molto curata e gli occhi grigi chiarissimi, come il colore del cielo all’alba. Sulle spalle portava un mantello blu scuro con degli strani disegni o, piuttosto, segni. In quel momento, Anna notò che ogni mantello era diverso dagli altri.
“Sono i nostri sigilli…” mormorò il vecchio signore.
“Mi ha letto nel pensiero?”
“Oh no! Ti ho letto negli occhi! La curiosità è un tratto molto evidente, che illumina lo sguardo in maniera irriverente. A differenza di chi la teme, è una qualità che io ammiro tantissimo nelle persone. Chi ne è spaventato è perché ha qualcosa da nascondere. Io credo che invece sia essenziale nella vita. Nel tuo caso, ad esempio, aiuta a orientarsi in mondi sconosciuti, non trovi? Prendi i nostri mantelli. Tutti noi vestiti di blu, siamo i Guardiani degli Astri Celesti. Io, come dice il mio sigillo, sono il Guardiano di Saturno. Quelli laggiù, vestiti di rosso, sono i Guardiani Terrestri. Poveretti, loro sì che hanno motivo di lamentarsi. Sono rimasti in pochi e nessuno che li guardi o li ascolti.”
Così dicendo le indicò uno dei gruppi abbigliati di rosso. Era isolato dagli altri e composto da bizzarre figure con l’aria mesta, desolata e disillusa. Tra loro, Anna vide un piccolo topino che saltellava energico per farsi notare tra gli altri e riconobbe in lui il Guardiano della Montagna. Lo salutò con un gesto della mano e lui la ricambiò.

“Buon giorno signorina Anna…. Anzi no, purtroppo buonasera come sempre. Cosa ci fa da queste parti? Anzi no, lasci stare, non voglio dare sempre l’impressione di impicciarmi nei fatti suoi.”
Dalla manica di Anna uscì fuori la lucina verde. “Ciao Tara!” esclamò il topino” Vedo che siete diventate amiche.”
Anna lo guardò perplessa.
“Pensavo le avesse detto lei di restare con me.”,
“No, no. Tara fa sempre quello che vuole. E ora vuole venire con lei, signorina Anna. Comunque, le stavo dicendo di non darsi pena a rispondermi. Sa, non avrei dovuto domandarle cosa ci fa lei qui. “Qui” siamo tutti presi da gravi problemi…
Anna si abbassò leggermente per sussurrargli più da vicino.
“Mi scusi signor Guardiano, ma dove siamo, “Qui”?”
“Come dove siamo? Siamo alla Corte delle Stelle!”

Anna sospettava di essere alla Corte delle Stelle. Quello che non riusciva a capire era come avesse fatto ad arrivare sino a lì. Si girò per cercare il Guardiano di Saturno e vide che la stava aspettando, con l’aria di chi vuole dire ancora qualcosa.
“Adesso magari lo chiedo a lui…” pensò.
“Arrivederci…” ma il tentativo beneducato di salutare il topino fu del tutto inutile poiché aveva già ripreso a discutere con gli altri Guardiani vestiti di rosso e non ascoltava più.
Tornò allora sui suoi passi e allungò la mano verso il Guardiano con il mantello blu.
“Mi scusi, credo di essere stata molto scortese a non presentarmi: io sono Anna.”
“Anna è certamente quello che credi di essere…” Le rispose il vecchio signore dall’aria gentile.

15

L’ultima cosa che vide fu il suo sorriso. Poi la avvolse un’oscurità familiare e ancora una volta la nebbia fitta di poco prima cancellò tutto e tutti. Esplose di nuovo il fiore di luce argentata e si ritrovò nel corridoio. Davanti a lei, la porta della cucina era aperta.
Anna fece appena in tempo a lanciarsi su un lato, che un piatto volò accanto a lei per frantumarsi contro il muro.
Oltre la porta udì un trambusto terribile. Urla di rabbia accompagnavano una bufera di stoviglie impazzite. Piatti, bicchieri, perfino l’argenteria, turbinavano nell’aria come munizioni lanciate da qualcuno che Anna inizialmente non fu in grado di distinguere. Quando a gattoni provò a entrare di soppiatto, vide che, tra gli agguerriti combattenti della cucina, le più feroci erano le due ragazze bionde. Proprio le stesse che, poche ore prima, avevano apparecchiato la tavola accanto a lei con sobria cortesia. Le facce delle ragazze, quelle di un vecchio signore vestito con un grembiule da cuoco e di un ragazzino poco più grande di lei, erano talmente contorte dall’odio da non sembrare più umane. Un brivido di freddo le corse lungo la schiena… Quelle erano le stesse facce che aveva visto nel libro.

“Anna, presto, vieni con me”. Luisa era apparsa dal nulla, i suoi occhi caldi erano annacquati dalla tristezza.
“Ma, sono le sue figlie?” domandò incredula.
“Si. Le mie piccole Greta e Gherta. Sono gemelle. Da quando sono nate, non si sono mai separate e non hanno mai litigato, neanche una volta. E Kastor e Kai, il cuoco e lo sguattero, sono nonno e nipote. Non diresti a guardarli adesso che Kastor per amore del nipote abbia abbandonato la Corte delle Stelle e da allora faccia il cuoco e lavori giorno e notte per mantenere Kai lontano da quel luogo …”

La donna fu interrotta da una caraffa di bronzo che volò sopra di loro. “Per tutti i Guardiani del Cielo, sta andando tutto allo sfacelo! E io posso pensare solo a una persona in grado di aiutarci, accidenti! Andiamo su, prima che cambi un’altra volta idea!”
Luisa prese un largo vassoio d’argento e un vecchio mestolo di legno, Anna fece lo stesso. Insieme si fecero strada in quella guerra domestica usando i vassoi come scudi e i mestoli come spade. Quando raggiunsero la porta, Anna guardò indietro e ancora una volta fu certa che quelle erano le stesse facce che aveva visto sul libro. Con la mano strinse istintivamente a sè la borsa, dove lo aveva nascosto, convinta ormai che, qualunque cosa fosse, Hendegaard sicuramente non era un diario.
Poi, senza proferire parola, seguì Luisa lungo il corridoio che conduceva alle stanze degli ospiti della locanda.

Quando arrivarono davanti alla camera numero 16, trovarono ad aspettarle il giovane dai riccioli neri. Aveva il mantello di velluto sulle spalle e il cappello tra le mani, pronto per partire.
“Il baccano in cucina…” ma la frase della locandiera rimase sospesa senza diventare una domanda. “Si, alla Corte delle Stelle siamo nella stessa situazione. Prima di arrivare qui, ho assistito a scene molto simili in tutti i villaggi che ho attraversato. Dovunque, ho visto comunità sgretolarsi e l’amore tra le persone dissolversi in rabbia e odio. Sembra che tutti i legami del cuore che normalmente ci tengono uniti si stiano spezzando…”
Mentre lo ascoltava parlare, Luisa pensosamente annuì.
“Non credo di avere scelta, dobbiamo partire in fretta. In queste condizioni, non posso lasciare le ragazze da sole troppo a lungo. Anna scendi con Tateb dalla scala a chiocciola, io vi raggiungo subito.”

Anna fece come le era stato detto e seguì il giovane in fondo al corridoio. Proprio davanti all’ultima camera, vide dei gradini a spirale scomparire sotto il pavimento e nel buio. Piano, cominciò a scendere i gradini. Quando giunse al piano terra, si accorse di essere di nuovo nella sala da pranzo della locanda, accanto alla seconda colonna oscura.

L’aria della locanda era però cambiata. La prima cosa che udì furono le urla. Poi li vide. I quattro energumeni, che prima giocavano a carte, erano impegnati in una rissa violenta. A differenza della cucina, volavano sedie e tavoli che, per dei giganti come loro, dovevano essere leggeri come piume. La coppia di spilungoni, invece, si tirava orecchie e capelli come bambini inferociti. Anna riconobbe gli stessi visi, contorti da odio e rabbia. I loro occhi furono la cosa che la colpirono di più: voragini nere pronte a risucchiare tutto ciò che vedevano. Quando insieme a Tateb uscì dalla locanda, respirò profondamente per il sollievo.

“Non so quanto là fuori possa essere meglio.” commentò il suo compagno. Anna non udì quasi le sue parole. Tutto ciò che riusciva a pensare, era di ritrovare Sek, ma del muflone non c’erano tracce.
Dopo qualche minuto li raggiunse Luisa. Portava una sacca simile a quella che aveva regalato ad Anna.
“Vado a prendere il mio cavallo. L’ho lasciato legato qui accanto.” Disse Tateb e fece cenno a Luisa e ad Anna di seguirlo, ma la bambina non si mosse.
“Tesoro, vieni con noi. Non puoi sicuramente restare qui sola. Chiunque tu stia aspettando lo capirà e vedrai, ti raggiungerà.” L’affetto nelle parole di Luisa, la commosse e anche se avrebbe preferito aspettare Sek, le venne in mente quello che le aveva detto prima di lasciarla. La foresta non era sicura. Così, quando la locandiera e il cavaliere si avviarono lungo il sentiero che costeggiava la montagna, Anna decise che era meglio andare con loro.

16

Il lupo grigio viveva nel cuore della quercia. Da un’eternità, attraverso gallerie scavate da possenti radici sotto tutta la foresta, l’animale e l’albero governavano in simbiosi.
Quella notte, nel buio sotterraneo, il lupo grigio fissava l’uomo terrorizzato legato davanti a lui. Lo aveva atteso, certo che sarebbe tornato. Ora, finalmente, si sarebbe vendicato.

Le voci incessanti, tremanti di rabbia e rancore, le avevano fatto venire il mal di testa. Inseguivano i suoi pensieri. Invano provava a rifugiarsi negli angoli più nascosti della sua mente. Le voci la trovavano sempre.
La regina non aveva tempo per loro. Non poteva sprecare un solo secondo ad ascoltarle. Un secondo con loro era tempo prezioso trascorso lontano dai suoi ricordi. Era tradire e condannare l’amato compagno a un secondo di oblio.

La disperazione l’aveva soffocata fino a quando i suoi occhi avevano incontrato gli occhi azzurri della bambina. Lì, per un istante, il suo cuore aveva riscoperto l’aria. Quel viso e quei capelli le ricordavano lui. Com’era possibile? Sebbene in piedi in cima all’anfiteatro, la piccola sembrava accanto a lei. Aveva abbracciato il suo sguardo. Per il sollievo le aveva sorriso, ma spaventata da un urlo di protesta proveniente dalla folla, era tornata a ripararsi dentro se stessa. Quando la regina Ottavia aveva sollevato di nuovo lo sguardo, la bambina era svanita.

“Maestà” disse una voce alla sua destra.
La regina si girò.
“Buonasera, Silas.” Il Guardiano di Saturno la osservava con intensità.
“Prima o poi, dovrà ascoltarli, Maestà. Non la lasceranno rimanere seduta sul trono della luna a lungo. Non è il suo posto, deve tornare a sedere sul trono del sole. Il sole deve tornare a splendere, a scaldare. I ritmi della vita, altrimenti, si fermeranno.”

“E chi si siederà qui? Anche il ruolo della luna è importante per i cicli della vita. Ti vuoi sedere tu, Silas? O, magari, hai in mente un altro Guardiano? Questo è il suo trono, qui seduta mi sento ancora vicina a lui. Non lo abbandonerò. Non fino a quando lui non sarà ritrovato.”

Poi la regina si rivolse verso l’anfiteatro sempre più gremito di gente, che continuava ad arrivare.
“Se vi domandate il perché di questa notte, sappiate che riflette la notte del mio cuore. Re Uberto è scomparso. Abbiamo cercato invano. Io resterò qui, seduta sul trono della luna, fino a quando qualcuno di voi non mi porterà sue notizie. Se rivolete il vostro sole, riportatemi la mia luna! In cambio, offrirò come ricompensa questo…”

Le voci finalmente cessarono. In silenzio, i Guardiani fissavano una piccola pietra nera che pendeva da un sottile filo d’oro. Gli occhi di alcuni di loro si allargarono, mal celando l’ambizione di entrarne in possesso. Erano gli occhi dei pochi che ne conoscevano il potere.

“Maestà, ne è sicura?” Domandò Silas, preoccupato. “Deve aver visto la bambina con cui stavo parlando. Avrà notato la rassomiglianza. Ha detto di chiamarsi Anna. Bizzarro che sia apparsa proprio oggi, non trova?”

17

Da ore percorrevano il sentiero che separava la foresta dalla montagna e Tateb aveva rinunciato a cavalcare il suo elegante cavallo grigio per offrirlo ad Anna e Luisa, così che a turno potessero darsi il cambio a sedere sulla comoda sella. Anna era stanca e aveva fame. L’urgenza di raggiungere il mago Orfeo le aveva tuttavia incollato le labbra. Anche i suoi compagni di viaggio erano muti, i loro pensieri lontani. Chissà dove… Il silenzio fu interrotto dal rumore di ramoscelli spezzati.

“Anna.” Sussurrò una voce che le riempì il cuore di gioia.
“Sek, sei tornato!” La bambina corse ad abbracciare il muflone che emergeva lentamente dall’oscurità e affondò il suo piccolo viso nella morbida pelliccia viola.
“Ti ho cercato, ti ho aspettato…dov’eri finito?”

“Anna, il Mago Orfeo è sparito, è inutile cercare di raggiungere la Rocca del Destino.”
“Orfeo, o cielo…” La voce di Luisa la fece voltare.
Anna aveva letto tante emozioni diverse negli sguardi della donna, da quando l’aveva conosciuta. Ora però il suo volto e i suoi occhi erano spenti, vuoti, derubati della loro scintilla.

“Luisa.” Sek la salutò con grave rispetto.
“Come fai a esserne certo, Sek? Se non sei tornato alla Rocca, come fai a saperlo?”
“Glielo abbiamo detto noi.” Due mufloni, forse ancora più grandi di Sek, uscirono dalla foresta.
“Quando la notte è scesa improvvisamente, il mago Orfeo si è spaventato. Anzi, terrorizzato. Non ci ha detto il perché. Eravamo alla Rocca del Destino, l’oscurità imprevista ci aveva appena fatto riprendere la nostra forma da mufloni. Siamo partiti di corsa tutti insieme per raggiungere la Corte delle Stelle. Purtroppo, non abbiamo fatto molta strada. Nella foresta siamo stati attaccati da creature che non avevamo mai visto, lucertole giganti, con artigli affilati come coltelli. Io e Alder siamo riusciti a scappare perché nel buio è difficile trovarci…”

Il muflone che stava raccontando aveva la pelliccia nera come la pece, quello accanto a lui era blu notte, come il cielo che li sovrastava. Entrambi invisibili nella penombra.
“…e gli altri, Banyan?”
“Catturati da quelle creature, Luisa. Abbiamo provato a cercarli, ma Orfeo e i nostri fratelli sono spariti nel nulla.”

Tateb interruppe la conversazione.
“Il mio compito era di portare un messaggio al mago Orfeo da parte della Regina Ottavia. Dovevo chiedergli di accompagnarmi alla Corte delle Stelle. Se lui non è più alla Rocca del Destino, il mio dovere ora è di tornare dalla mia sovrana il più in fretta possibile. Soprattutto, perché un attacco al mago Orfeo, una settimana dopo la scomparsa di Re Uberto, non può essere una coincidenza. Mi dispiace, ma devo lasciarvi…”.

Anna vacillò. Il mago Orfeo, l’unica persona in grado di aiutarla, era scomparso. Fino a quel momento raggiungere la Rocca era stato il suo unico obiettivo. Ora, dove sarebbe andata? E con chi? Anna era sconcertata. Quel mondo, come fino allora lei lo aveva conosciuto, stava per cambiare di nuovo. La sua unica certezza si era dissolta in quelle poche parole.

“Non ti preoccupare Anna, vengo io con te…” Una voce, una fune cui aggrapparsi. Ancora una volta, Luisa le veniva in soccorso. Anna, commossa, rispose:
“Lei non può. Lei deve tornare dalle sue figlie, alla sua locanda…”

“Devo anche cercare mio marito. Non potrei tornare da Greta e Gherta senza sapere cos’è successo al loro padre. Forza, non c’è tempo da perdere. Siamo a poche ore di cammino dalla Rocca del Destino. Prima arriviamo, prima potremo scoprire cosa fare di te e… di me…”

Il tono rassicurante di Luisa si scontrava con il vuoto nei suoi occhi. Anna si sforzò di sorriderle, cercando di apparire incoraggiata, ma nella sua testa le domande si accavallavano sempre più tra loro. Mentre Tateb si affrettava verso la Corte delle Stelle, Anna non poteva non pensare a quella sua nuova scoperta: Luisa e il mago Orfeo erano sposati?

18

Alder e Banyan proposero di farsi cavalcare, per arrivare il prima possibile alla Rocca, ma Anna preferì Sek. Luisa scelse Banyan.
“Tenetevi forte.” I mufloni iniziarono a correre.
Anna pensò all’ultima volta in cui il suo amico muflone aveva corso così in fretta per portarla in salvo. Erano passate forse poco più di ventiquattro ore, eppure le sembrava una vita.
Dopo un po’, le braccia cominciarono a farle male, strette com’erano attorno al suo amico.

“Vi prego, possiamo fermarci un attimo?” Domandò al gruppo.
“Certo, cara, scusami, non ho pensato che cavalcare potesse stancarti.” Luisa saltò a terra e si avvicinò a Sek, per darle una mano.
“Tranquilla, riposati. Siamo ormai vicinissimi alla Rocca. In meno di un’ora saremo là.”
Dalla manica di Anna, Tara, la piccola luce verde, saltò fuori danzando vorticosamente davanti a lei.

“Guarda chi c’è qui”, disse Luisa stupita.
“E’ Tara. Mi accompagna da prima che arrivassi alla tua locanda. Deve essere timida, è rimasta nascosta tutto il tempo.”
Tara faceva delle ellissi attorno a lei, sfrecciava dritta lungo la strada che avevano percorso e poi ritornava indietro. Si stava comportando come quando l’aveva convinta a prendere il libro.
“Sembra che Tara abbia più fretta di noi.” Luisa era divertita e incuriosita allo stesso tempo. L’apparizione di Tara aveva sollevato la nebbia dai suoi occhi.
“Tara, sono stanca, adesso ripartiamo, aspetta un po’.”
La piccola luce verde, imperterrita, continuò la sua danza come se non l’avesse sentita.
“Fossi in te, l’ascolterei. Sembrerebbe sapere qualcosa più di noi su tutta questa faccenda. Vedi cara, Tara, esattamente come i mufloni, viene da un altro mondo.”
“Un altro? Ma quanti mondi ci sono?”

“Non lo so. Orfeo saprebbe risponderti. E’ sempre stato ossessionato dall’idea che esistessero altri mondi. Da piccolo studiava le stelle e gli insetti, che per lui erano già esempi di mondi immensi o microscopici. Era un bambino basso e magrissimo, con l’espressione sempre assorta o svanita, che attirava i dispetti degli altri bambini come il miele attira le api. Io ero più grande e lo proteggevo. In cambio lui mi raccontava storie incredibili e fantastiche. Verso i quindici anni lasciammo il nostro villaggio per andare alla Corte delle Stelle, come tutti i ragazzi della nostra età. Io diventai aiuto cuoca nelle cucine reali. Orfeo, grazie alla sua curiosità, attirò presto l’attenzione del Guardiano di Mercurio.
Il vecchio Guardiano studiava la magia, la medicina, l’alchimia e condivideva con Orfeo l’ossessione per i mondi diversi dal nostro.
I primi anni avevamo occasione di incontrarci spesso durante i momenti di riposo per raccontarci le nostre avventure e ridere delle persone che stavamo conoscendo. Orfeo parlava del vecchio, come di un pazzo che inseguiva ombre inesistenti. Parlava dei suoi esperimenti. Io gli riportavo i pettegolezzi del palazzo che inevitabilmente raggiungevano le cucine.
Presto la nostra amicizia si trasformò e si colorò di sfumature romantiche. Orfeo mi chiese di sposarlo. Nacquero le gemelle, Greta e Gherta. Eravamo una famiglia ed eravamo felici. Dopo qualche anno però ci fu uno spaventoso terremoto. Quel giorno Orfeo era via con il Guardiano di Mercurio. Quando tornò a casa, qualcosa era cambiato.
Divenne taciturno, ancora più distratto del solito, come se la sua testa restasse sempre lassù, nella torre con il vecchio guardiano.
Un giorno, Orfeo mi fece vedere una pietra nera come la pece. Disse che proveniva da un altro mondo e che il Guardiano di Mercurio era convinto potesse aiutarli ad aprire passaggi tra quel mondo e il nostro.
E così fu. Orfeo e il Guardiano aprirono i Passaggi che permisero alle creature più strane di entrare nel nostro mondo. I mufloni e Tara ne sono un esempio.

Il re Uberto prendeva parte alle loro riunioni. Divennero amici. Col tempo, Orfeo divenne il suo consigliere personale. Acquistò un grande potere a Corte e fu nominato Guardiano dei Confini tra i Mondi.
Un giorno, mentre era in viaggio per conto di re Uberto successe un terribile incidente navale. I pettegolezzi di Corte incolparono solamente lui e Orfeo divenne ancora più scortese e impossibile con me.
Così Greta, Gherta ed io lasciammo la Corte per venire a vivere dove sai. Fu lo stesso Orfeo a costruire la locanda per noi. Da allora non abbiamo più avuto occasione di incontrarlo.
Non so cosa successe poi. Il Re e Orfeo litigarono aspramente e Orfeo abbandonò la Corte giurando di non ritornare più. Andò a vivere con i nove mufloni alla Rocca del Destino.”
Mentre Luisa parlava, Anna si sentì come ipnotizzata e, in maniera simile al sogno sotto la montagna, visse il racconto come se fosse stata presente.
Vide la piccola Luisa e il piccolo Orfeo crescere e diventare grandi. Gioì per il matrimonio di Luisa e Orfeo. Vide Orfeo cambiare, Luisa rattristarsi e lentamente allontanarsi da lui.
Vide e visse tutto come fosse stata sempre accanto a Luisa. Poi di colpo, ritornò al presente.
“Orfeo non ha mai più visto Greta e Gherta?”
“Ah no, lui le ha viste sicuramente, siamo noi che non abbiamo mai più visto lui.”

19

Ai piedi della montagna, Anna osservava preoccupata i gradini di marmo che si arrampicavano verso l’alto per condurre alla Rocca del Destino.
“Sono tantissimi… Non arriveremo mai in cima…”.
Luisa, invece, iniziò la salita senza neanche un attimo di esitazione. Anna decise di seguirla senza lamentarsi troppo.

Mentre saliva sentì degli strani versi. Quando si voltò, la stanchezza svanì di colpo e scoppiò a ridere fragorosamente.
“Non è così divertente come sembra” bofonchiò Sek.
I tre enormi mufloni stavano salendo dietro di lei. I loro zoccoli erano così grossi che i gradini scomparivano sotto di loro. Ad Anna sembrarono tre elefanti sopra un filo di ragnatela.

“Chissà se trovano la cosa interessante.” Pensò, ma non ebbe il coraggio di dirlo ad alta voce. Sek allungò il muso in un sorriso incerto e un po’ sofferente.
“Be’, avresti dovuto vederci mentre scendevamo, oltretutto…… era la prima volta. Di solito lasciamo la Rocca solo di giorno quando, come ben sai, siamo gufi e possiamo volare. Quando siamo mufloni ci limitiamo a passeggiare pigramente in cima alla montagna. Al massimo quattro passi e non di più. E tutte le volte inciampiamo l’uno sull’altro! Noi siamo nove animali enormi e la cima della montagna come vedrai, è piuttosto piccola, fatto che Orfeo non considerò abbastanza quando decise di trasformarci in mufloni. Pensa la delusione… Lui s’immaginava di vederci correre agili su e giù per i dirupi, ma per qualche motivo siamo completamente impacciati su queste rocce. Orfeo era sempre furioso. Probabilmente quando siamo mufloni soffriamo anche di vertigini… E dire che come gufi voliamo più in alto delle nubi. Comunque, morale della favola, non siamo mai scesi di notte. Quando ha deciso di partire per la Corte, Orfeo doveva avere degli ottimi motivi… Altrimenti, di notte, non ci avrebbe mai portato con lui…”

Anna avrebbe potuto giurare che l’espressione nei suoi occhi tradisse un certo imbarazzo.
“E’ stato lui?” Per un attimo, Anna si chiese come mai non avesse ancora domandato a nessuno il perché della loro curiosa condizione.
“Si. Quando ci ha portati in questo mondo, è stato Orfeo a scegliere le forme che avremmo preso di giorno e di notte. Una volta scelte, non le ha potute più cambiare…E’ una lunga e complessa storia, che sentirai però un’altra volta. Adesso siamo arrivati.”

“Ma chi crede di essere?” esclamò Luisa. La rabbia che tradiva quel commento stupì Anna.
“Non poteva vivere in una casa come tutti. No, si è costruito un tempio. Guarda un po’.”
Erano davanti a un palazzo che assomigliava molto a un tempio greco-romano. Sull’ingresso c’era un frontone triangolare decorato con strani disegni e scritte che non riuscì a leggere. Il cortile interno, a cielo aperto, era circondato da gigantesche colonne di marmo. Attorno al cortile si sviluppavano le stanze, arredate lussuosamente con tappeti e mobili preziosi. Il mago Orfeo si trattava molto bene.

“E adesso cosa facciamo?”
“Proviamo a cercare degli indizi, qualcosa che possa aiutarci a capire quel che gli è successo.”
“Ma cosa?”
“Qualsiasi cosa strana, particolare o fuori luogo …”
Anna si guardò intorno. Dappertutto c’erano oggetti bizzarri e incomprensibili. Era difficile trovare qualcosa fuori luogo in quel posto. Al centro di una delle stanze più grandi pensò di vedere appeso un lampadario gigante che aveva però qualcosa di strano.

Si avvicinò e si accorse che, anche se emetteva luce, non poteva essere un lampadario. Era composto di due semisfere di cristallo appoggiate l’una sulla schiena dell’altra. Il lato concavo della semisfera superiore era rivolto verso il soffitto, quello della semisfera inferiore verso il pavimento.
Era come se qualcuno avesse tagliato un mappamondo a metà e avesse riattaccato le due parti capovolte, unendo il Polo Nord al Polo Sud.
Lo strano oggetto era illuminato da quelle che le sembravano instabili scariche elettriche di luce blu ed emetteva uno strano rumore di sottofondo. Bzzz…Bzzz…
Sulle superfici trasparenti delle due semisfere Anna vide dei segni familiari luminescenti. Erano gli stessi sigilli che aveva visto sui mantelli blu e rossi dei Guardiani. Nel punto d’incontro delle due sfere c’erano due sigilli. Uno dei due era spento. Dall’altro partivano le scariche di luce blu che si diradavano verso l’alto e verso il basso a intermittenza.

“Che cos’è?” Domandò a Sek, che l’aveva appena raggiunta.
“E’ un planisfero.”
“Cosa?”
“Le due semisfere rappresentano il piano celeste e quello terrestre. I sigilli sono i Guardiani e i loro protettorati. Le luci blu, che hanno origine dal trono della luna, tracciano le relazioni tra loro. Sembrano in fibrillazione perché non sono più stabili. In un giorno normale vedresti luci dorate scorrere come ruscelli di miele a nutrire il piano celeste e il piano terrestre con tutti i loro abitanti. E’ la luce che nasce dal trono del sole. E’ una luce che scalda i cuori e, attraverso l’amore, unisce tra loro le diverse forme di vita. La luce blu del trono della luna porta invece equilibrio, rinfrescando le relazioni, rinnovandole e rendendole più leggere. Se ci fosse solo la luce dorata, le relazioni diventerebbero ossessive e statiche. Il mondo sarebbe attraversato da troppa passione, non ci sarebbero razionalità e tolleranza. Con l’armonioso alternarsi delle due luci, nel mondo regna l’ordine e la pace. Ora, invece, senza la luce del sole che scalda e fortifica, l’amore sta diventando odio, le relazioni si spezzano e si trasformano in aspri scontri. La luce lunare che, insieme alla luce solare, rendeva le relazioni malleabili ora, senza di essa, le rende fragili. Gli uomini, gli animali e le piante si stanno allontanando gli uni dagli altri. Presto, scoppieranno ribellioni e guerre.”

Anna vide che una parte del piano terrestre era completamente buia, come un buco nero. Le luci blu che la raggiungevano si spegnevano di colpo.
“E lì? Perché lì non c’è nulla?”.
“Quella è la foresta. E’ così da prima dell’arrivo della notte improvvisa. Un giorno il suo Guardiano l’ha chiusa al resto del mondo. Tutti quelli che provano ad attraversarla vengono attaccati e nessun abitante originario della foresta è più uscito. E’ come se il Guardiano, il lupo Tacatà, l’avesse tagliata fuori da tutto il sistema. Hai visto come, al nostro passaggio, anche la terra abbia tremato. Il lupo Tacatà non vuole estranei nella sua foresta. La Corte delle Stelle ha mandato ambasciatori per capire le ragioni di questa decisione, ma non sono mai tornati.”

“Anche Orfeo e gli altri sono stati attaccati nella foresta. Perché, secondo te, sono passati da lì?”
“E’ la strada più veloce per raggiungere la Corte delle Stelle. Il mago Orfeo deve avere avuto un buon motivo per attraversarla.”
“Potrebbe averli rapiti il lupo.”
“Non credo. Le bestie che li hanno attaccati non erano abitanti della foresta. Alder e Banyan dicono di non averle mai viste…”

20

Anna continuò a vagare fino a quando raggiunse una stanza con un caminetto, una poltrona e tantissimi libri sparsi ovunque. Per un secondo, pensò di essere tornata alla locanda.
“Gli piacevano tanto i libri. Erano i suoi migliori amici. Passava più tempo con loro che con noi. Quando sono andata via, ho portato con me tutti i libri che potevo, per sentirmi ancora vicina a lui. Quando mi mancava, li mettevo in disordine apposta. Così sembrava che lui fosse appena uscito, o che stesse per tornare a casa…“ Mormorò accanto a lei Luisa, quasi le avesse letto nel pensiero.

Ad Anna venne in mente il libro che aveva nascosto nella borsa e arrossì, sentendosi in colpa. Se Tara non l’avesse convinta a prenderlo…
“Devo ricordarmi di guardarlo meglio, appena ho un attimo di tempo.”
Oltrepassò un’altra porta. La stanza dove ora si trovava era quasi completamente vuota. Solo il centro era occupato da un grande letto con un tavolo di legno a fianco. Anna si sedette.
Il suo sguardo scivolò lungo le pareti vuote senza mettere a fuoco nulla. Poi, distratto, si posò sul tavolino. Qualcosa colpì la sua attenzione. Inizialmente, non riuscì a capire cosa. Piano, piano si accorse di avere forse trovato un oggetto che era fuori luogo: una piccola normalissima scatola bianca.

Anna era sicura di avere già visto la stessa identica scatolina accanto al letto di suo nonno. Alla Torre della Solitudine, la scatola si confondeva tra gli altri oggetti. Anna l’aveva registrata nella sua memoria, senza mai farci veramente caso. Nella casa del mago Orfeo, piena di oggetti bizzarri e misteriosi, quella piccola semplice scatola era invece una presenza completamente aliena.

Anna la prese tra le mani e, senza pensarci troppo su, sollevò il coperchio. Di colpo si sentì risucchiare da un vortice. Il suo cuore, la sua pancia, la sua testa, iniziarono a girare come dentro un frullatore. Sentì tutto il suo corpo che si comprimeva e diventava piccolo, piccolo. Per la paura, chiuse gli occhi. Quando li riaprì era immersa nel buio. L’oscurità era impenetrabile. Anna provò a muovere le mani, ma non riusciva a vederle. Attorno a lei, sentiva dei rumori, come dei fruscii e dei piccoli passi. Per un attimo, le sembrò di sentire qualcuno borbottare.

Il terrore stava per invaderle la mente, quando Tara sbucò fuori dalla sua manica, e brillando cominciò a crescere. Dopo qualche secondo si era trasformata in una piccola sfera la cui rassicurante luce verde permise a suoi occhi d’iniziare a perforare il buio. Appena fu in grado di distinguere le ombre attorno a se, Anna notò una figura accucciata poco lontano da lei. Oltre alla figura, il paesaggio era brullo, arido, privo di qualsiasi forma di vita. Anna fece qualche passo per avvicinarsi. Le sue gambe tremavano per la paura e inciampando lanciò un piccolo urlo spaventato.
“Shh, zitta!”
“Signore…” Anna sussurrò, ma fu subito interrotta.
“Shh! Ho detto fa silenzio! O ci troverà subito…”
La figura si voltò verso di lei. I lineamenti affilati del viso la lasciarono per un secondo senza parole, poi…
“Orfeo!”
“Shh! Quante volte te lo devo ripetere, se Lei si accorge che siamo qui è la fine!”
“Qui, dove?”
“Nel Mondo delle Cose Impossibili no? Dove pensi di essere finita? Nel tuo guardaroba?”
Anna non riusciva a stare zitta.
“E come ci siamo finiti qui?”
“Io sono stato rapito, anche se non so come sono finito qui. Tu?”
“Credo sia stata la scatoletta che era accanto al suo letto…”
“Accanto al mio letto? Che facevi accanto al mio letto? E poi non dire sciocchezze, quella scatoletta è solo un semplice canale tra mondi, non un Passaggio.”

Orfeo doveva aver notato l’espressione persa sul volto di Anna, perché continuò a spiegare in maniera infastidita.
“La differenza tra una serratura e una porta, no? Dalla serratura puoi vedere e sentire quel che succede dall’altra parte della porta ma non ci puoi andare…”
“ORFEO!”
Una voce tuonante fracassò il silenzio. Sembrava provenire dal cielo. Sobbalzando, Anna alzò gli occhi, vide le nuvole muoversi e attorcigliarsi, spinte da un vento infuriato. Nuvoloni scuri, contro un cielo ancora più nero cominciarono a disegnare i lineamenti di un viso gigantesco.
Enormi occhi si aprirono su di lei. Enormi occhi crudeli.
“Orfeo! Dov’è il talismano?”
“O illustrissima e temibilissima Signora del Caos, è stato rubato…Lo giuro!”
Il mago Orfeo era in ginocchio completamente terrorizzato. Anna era in piedi. I tratti del viso le ricordavano qualcuno. Se le labbra non fossero state tirate in quel ghigno ma si fossero aperte in un dolce sorriso, se gli occhi non fossero stati così agghiaccianti ma colmi d’amore… Quei tratti del viso le avrebbero ricordato sua madre.

In quel momento gli occhi si voltarono verso di lei. La fissarono a vuoto per un secondo e poi di colpo fu come se anche loro riconoscessero in lei qualcosa, perché s’illuminarono di gioia folle.
Mentre le nubi cominciavano a scendere verso di loro ruotando in un tornado, Anna si strinse forte a Orfeo per nascondersi da quello sguardo. Di colpo iniziò a sentire una sensazione spiacevolmente familiare: si sentì risucchiare da un vortice e, di nuovo, cuore, pancia, e testa fecero un viaggio all’indietro ruotando alla velocità massima di una centrifuga impazzita. Tutto il suo corpo ridiventò piccolo, piccolo, chiuse gli occhi e quando li aprì era sdraiata sul pavimento alla Rocca del Destino.
Accanto a lei il mago Orfeo urlò:
“La scatola, chiudi la scatola!”
Anna chiuse in fretta la piccola scatola bianca. Orfeo fece un profondo respiro di sollievo. Dalla porta si sentì un rumore di passi che si avvicinavano.

“Orfeo…” Anna vide Luisa entrare nella stanza e fermarsi di colpo. Poi si voltò a guardare Orfeo.
Entrambi erano immobili. Anna pensò che avrebbero dovuto correre l’uno nelle braccia dell’altro, ma non successe. Rimasero così per un po’. L’espressione sui loro visi era indecifrabile. Era come se stessero parlando una lingua diversa dalla sua. Anna sapeva che quello era un codice che solo i grandi conoscevano. Un alfabeto fatto di sguardi che allo tempo stesso aveva il gusto del dolce e del salato ma che per lei, ancora, non sapeva proprio di nulla … Dopo poco, i due cominciarono a chiacchierare tra di loro con la cortesia dei grandi e si allontanarono lasciando, ancora con la classica educata disattenzione tipica degli adulti, Anna tutta sola nella stanza.

21

Il capitano Coppoli sedeva sulla spiaggia e guardava la luna. “Bizzarra…” era tutto ciò che riusciva a pensare. La sua preoccupazione non era la notte, ma la bambina e quel muflone. Se lo sentiva, quei due gli avrebbero portato solo guai. Poi fu distratto dal soffocato rumore di passi sulla sabbia. Sette figure incappucciate lo circondarono, ma lui non fece nemmeno il gesto di alzarsi.
“Capitano… di loro nemmeno l’ombra.”
“E possiamo ben dire che con questo buio sarebbe comunque difficile da trovare anche un’ombra qualsiasi…” pensò alzando gli occhi verso i nuovi venuti. I sette uomini si levarono il cappuccio mostrando sette visi anziani e stanchi. “Non vi preoccupate, li troveremo. Ritorniamo al vascello, magari sono ancora nella grotta.”
Nella grotta, purtroppo, non c’era nessuno. Il capitano Coppoli stava per essere sopraffatto dalla disperazione quando un’idea fece capolino nella sua testa. “L’altro ingresso! Devono essere scappati da lì!”
Gli uomini anziani lo guardarono perplessi. “Voi non eravate ancora arrivati. Quando quella ragazzina è sbucata nella grotta, è arrivata da un punto alle mie spalle. Io ero di guardia e ne sono certo: non è passata dalla spiaggia!”
Coppoli ritornò sui suoi passi, ricostruendo l’incontro con Anna. Con una candela in mano s’inoltrò nella grotta, raggiungendone la parte più interna senza alcun successo. Non c’era un’altra via d’uscita. Si voltò e disse. “Proviamo con il talismano del mago Orfeo”.
I sette formarono un cerchio attorno a lui. Ognuno di loro tirò fuori dalla tunica un frammento di pietra nera. Coppoli li prese in mano, li unì tra loro e aggiunse, al centro, un cerchio con un piccolo foro. Dal foro uscì un raggio di luce che colpì prima il soffitto della caverna, poi, un punto su una parete. Proprio li, si aprì un varco dal quale Coppoli vide chiaramente splendere la luce del sole. Con un certo timore, tutti insieme lo attraversarono. Per un pelo non finirono in mare. Erano in cima a una scogliera a strapiombo sulle onde. Alla loro sinistra, videro una spiaggia. Lentamente, arrampicandosi sugli scogli, la raggiunsero. Fino a quel momento, nessuno aveva parlato. La luce del sole era così abbagliante per i loro occhi, ormai abituati alla luna, che tutti guardavano in basso, intimoriti. Poi, mentre l’uno con l’altro si fissavano le punte dei piedi, qualcuno disse:
“ Questa volta, Capitano, non ci sono dubbi. Siamo davvero finiti lontano da casa.”

22
Il capitano Coppoli aveva anche un altro nome: Tobia. Un nome piccolo come lui, che non usava mai. Guai a chi lo chiamava così. Tobia era un capitano, come suo padre prima di lui, e, come suo padre, un Guardiano del Mare. Dei Guardiani, però, ne aveva fin sopra ai capelli. Quando un Guardiano aveva ucciso suo padre, quei vecchi babbioni ne avevano discusso all’infinito, in riunioni interminabili. E poi alla fine non avevano concluso nulla.
Tobia allora aveva giurato che si sarebbe fatto giustizia da solo. Altro che curarsi degli equilibri marini, al nuovo capitano era venuta un’idea. Suo padre gli aveva raccontato di un talismano che poteva aprire e chiudere passaggi tra mondi e tra il passato e il futuro. Un talismano che poteva addirittura trasportarti in luoghi lontanissimi tra loro. Grazie a questo talismano, il Mago Orfeo era diventato il Guardiano dei Confini.
Così, Tobia era andato a cercare la Rocca del Destino, dove viveva il Mago. Si era arrampicato fino in cima, si era nascosto per bene e con pazienza aveva aspettato la notte. Al tramonto, nove gufi colorati erano tornati in volo per posarsi nel cortile centrale della Rocca. Al primo raggio di luna, i gufi si erano trasformati in mufloni. Come i gufi, ogni muflone era di un colore diverso: bianco, nero, blu, viola, verde, rosso, giallo. Ce n’erano anche uno tutto d’oro e uno d’argento. Nonostante il suo stupore, Tobia non si era fatto distrarre. Appena scorto il mago, lo aveva seguito silenziosamente fin dentro la sua stanza da letto e aveva atteso che si addormentasse. Nel mezzo della notte, mentre Orfeo russava in maniera assordante e una bolla sul naso si gonfiava e si sgonfiava seguendo un ritmo tutto suo, Tobia si era avvicinato al letto, con le sue agili dita aveva sollevato il talismano… e via! Glielo aveva sfilato senza nemmeno fare scoppiare la bolla. Poi era scappato giù dalla Rocca, terrorizzato che all’alba i gufi potessero venirlo a cercare.
Davanti alla foresta nera e minacciosa, la paura era diventata quasi paralizzante. Di colpo, dal talismano era partito un raggio di luce che aveva raggiunto il cielo per poi ripiegarsi e, attraversando la foresta, era andato a colpire un punto vicino a mare. Tobia aveva cominciato a correre, senza mai guardare indietro, senza riprendere fiato. In mezzo alla foresta buia, illuminata solo dal raggio di luce, aveva corso come mai nella sua vita. Infine era arrivato sulla spiaggia. Il raggio puntava contro gli scogli. Tobia li aveva raggiunti e aveva scorto, dietro di essi, una grotta. Con timore, era entrato proprio mentre stava sorgendo l’alba. Dentro, la grotta era immensa. C’era addirittura un lago di acqua salata.
Mentre stava pensando che in quella grotta ci sarebbe stato abbastanza spazio per ancorare un vascello, un’idea si era fatta largo nella sua mente, un’idea che la fretta e la paura avevano temporaneamente rimosso. Così, davanti a quel lago sotterraneo, Tobia aveva compreso che il talismano lo aveva aiutato a scappare e a nascondersi.
Incredulo, il giovane ladro aveva preso di nuovo tra le mani lo strano oggetto del suo furto, per osservarlo con attenzione: un cerchio con un piccolo foro al centro, scolpito in una pietra nera e lucente. Stravolto per la stanchezza, lo aveva stretto a sé, e si era addormentato.

23
Il talismano ne avrebbe avute tante da raccontare, se solo qualcuno gli avesse domandato qualcosa. Caduto ai piedi di un giovane mago, aveva il potere di aprire passaggi tra mondi e nel tempo. Il mago era ambizioso e lo aveva condotto a spasso tra passato e futuro, saltando come una cavalletta da un punto a quell’altro e combinando tanti guai. Un giorno, il talismano aveva cambiato padrone e le sue disavventure non erano finite. Un piccolo capitano, ancora più giovane del mago, lo aveva rubato e spezzato in otto parti. Il talismano adesso viveva in otto tasche, accanto ad otto cuori. Otto pirati che lo usavano per rubare dappertutto, tutto quello che volevano. Il talismano ne aveva abbastanza del mago, divorato dall’ambizione, e del capitano sempre alla ricerca di tesori nascosti. Così per dispetto, ormai faceva di testa sua. Non se n’era accorto nessuno. Qualcuno aveva pensato che funzionasse male o che si fosse rotto. Invece, non era così. Il talismano stava cercando qualcuno: una bambina, con folti capelli ricci neri e immensi occhi azzurri.

Dal giorno del furto, il Capitano Coppoli aveva fatto della grotta nel Golfo di Boffo, il suo rifugio. Per evitare che il talismano tornasse nelle mani del mago, lo aveva spezzato in otto, tenendo per sè la parte centrale. Le altre sette parti le aveva date ai sette pirati sopravvissuti al naufragio. Quando ricomponevano il talismano unendo i pezzi di pietra nera, questi riprendevano vita e dal centro partiva un raggio che indicava dove era possibile aprire un passaggio. Non tutti i luoghi erano adatti. La grotta era il posto migliore. Dal centro del lago, il talismano li poteva portare dappertutto. Poteva trasportare addirittura il loro vascello. Così, grazie al loro nuovo alleato, il capitano e i sette pirati erano diventati ladri professionisti, temuti in tutti gli angoli del loro mondo. Si materializzavano all’improvviso e attaccavano le navi che solcavano il mare. O si facevano trasportare dentro città che custodivano tesori inimmaginabili. Gli abitanti della Corte erano ancora gli unici a non essere stati derubati. Gli otto non avevano trovato il coraggio di osare tanto.
Sarebbe stato tutto perfetto se non ci fosse stato un piccolo inghippo: infatti, potevano muoversi solo di notte. Durante il giorno, restavano nascosti nella grotta, temendo che i gufi del mago Orfeo potessero trovarli. Tobia, aveva visto la trasformazione dei gufi e sapeva che di notte i mufloni non li avrebbero mai cercati. Fino a quel giorno era stato così. Il loro nascondiglio non era stato scoperto. Ormai, però, era una questione di tempo. La notte avrebbe solamente rallentato il muflone viola. Non lo avrebbe certo fermato.
“Dopotutto, se restiamo qui siamo salvi.” pensò il capitano Coppoli,” Questo è sicuramente un altro mondo.” Era la prima volta che il talismano apriva per loro un passaggio tra un mondo e l’altro. Tobia, curioso come un gatto, aveva provato spesso senza nessun risultato. Si guardò intorno. Dietro di lui c’era un sentiero che conduceva a una grande casa bianca costruita a strapiombo sulla scogliera, proprio sopra la grotta da cui erano usciti. La spiaggia era curva, stretta e lunga, costeggiata da una collana di alberi secchi. Era una baia, con gli scogli alti solo da un lato, quello della casa. Dall’altra parte, la spiaggia terminava su una punta di rocce basse. Per rincuorare i suoi amici, disse:
“In fondo, se siamo così lontani, siamo lontani anche dal mago Orfeo. Senza il talismano non potrà mai raggiungerci. Propongo di andare in avanscoperta per capire esattamente dove siamo. Tre di voi facciano la guardia all’entrata della grotta e quattro vadano a cercare la bambina e quel muflone. Io seguirò il sentiero. Magari qualcuno, lassù in quella casa potrà aiutarci.”

24
Tobia girò sui suoi tacchi, per avviarsi verso la cima della scogliera. Dopo pochi passi sentì, sopra la sua testa, uno schianto, come se in cielo fosse esploso un bicchiere di vetro. Alzò gli occhi e vide qualcosa precipitare sulla spiaggia. Incuriosito, ritornò sui suoi passi…
“Capitano!” La voce preoccupata di uno dei compagni lo mise in allerta. “Siamo stati trovati!” Quando si avvicinò, infatti, li vide: sei gufi colorati, arruffati, sporchi di sabbia e sotto shock per la caduta. Uno era bianco, uno era verde, uno giallo e uno rosso. Ce n’erano anche uno tutto d’oro e un argentato. “Afferrateli, presto, prima che scappino!” urlò senza perdere un istante. I pirati non se lo fecero ripetere due volte. Tutti, tranne uno. Tobia guardò esasperato: “Filo, sempre lento come una tartaruga… Almeno accompagnami alla casa. Potrei aver bisogno di te… Mentre siamo via, voialtri non perdete di vista i gufi, mi raccomando…”
“Filo… ma certo!” Uno dei pirati lo interruppe con la gioia di chi ha finalmente risolto un enigma. Poi, si sfilò dal cappuccio il suo cordone e lo legò stretto attorno al gufo che stava tenendo tra le braccia. Stretto così, il povero gufo non poteva spiegare le ali. “Grande idea, bravo Tito!” Esclamò uno dei suoi compagni… Mentre tutti gli altri pirati lo copiavano, Tobia e Filo s’incamminarono verso la casa.
Su un’amaca, una donna stava leggendo. Tobia e Filo si avvicinarono. Il rumore dei loro passi sul selciato dovevano averla avvertita della loro presenza, perché si alzò a sedere. “Per tutti i Guardiani Celesti! Capitano …” Tobia si girò e vide il volto di Filo impallidire. La donna nel frattempo si era alzata. Ora li guardava con grandi occhi verdi luccicanti. Una lacrima azzurra l’era scivolata su una guancia. Tobia la sentì mormorare qualcosa. “Mi scusi?” Domandò educatamente.
“Lo sapevo che ci avreste trovato…” Ripetè lei, allungando una mano per accarezzargli i capelli. Quel gesto, così improvviso e intimo, lo spaventò. Mentre indietreggiava tentennando, il giovane capitano sentì Filo rispondere. “Sofia, gli avevano detto che eravate morte nel terremoto ma lui non ha mai smesso di cercarvi…”
Tobia quasi non udì le ultime parole pronunciate da Filo. La voce del suo amico, di colpo, sembrò incredibilmente lontana. Il silenzio s’impadronì della sua mente, lasciando solamente una parola galleggiare, naufragata tra le onde di un dolore lontano. “Lui…” Chi fosse “Lui” era una domanda che non aveva bisogno di fare. Non si sa come, ma alcune domande non hanno bisogno di una risposta.

25
In casa, Tobia si guardò attorno. Su un tavolino basso, in una cornice d’argento, c’era un piccolo ritratto. Vide l’immagine della bambina che aveva incontrato quella mattina. Era assieme a Sofia e a un anziano signore dall’aria austera. La bambina assomigliava alla donna ma aveva gli occhi azzurri dello stesso colore di quelli del vecchio, e della lacrima sulla guancia di Sofia. Gli occhi di Sofia erano verdi. Tobia vide la sua immagine riflessa nello specchio sul caminetto di marmo. Anche i suoi occhi erano verdi. Verdi e gonfi di rabbia. Attraverso lo specchio vide la donna avvicinarsi. La stessa che suo padre non aveva mai smesso di cercare, la mamma che lui non aveva mai conosciuto.
“Perché non sei tornata da noi?” Chiese senza neanche girarsi. Non voleva guardare dentro quegli occhi verdi.
“Tobia…. Non potevo. Ho provato. Per anni ho cercato di tornare, ma il passaggio sotto la grotta era chiuso e io non ne conoscevo altri…” “Bugiarda! Lei questa mattina è passata dall’altra parte. L’ho incontrata…” urlando Tobia indicò la bambina nel ritratto. In quel momento la porta si aprì e Filo entrò in casa con gli altri sei pirati, ciascuno di essi con un gufo colorato tra le braccia. Imbarazzati, la salutarono con un cenno della testa: “Buongiorno, Sofia…”
Visibilmente scossa, Sofia impiegò qualche attimo per registrare la scena. “Gli altri sono rimasti di là?” domandò.
“Gli altri?” Ripeté Tobia. Poi, comprese. “Rui e gli altri…” Rui. Un nome che Tobia non sentiva da cinque anni, dall’incidente con il mago Orfeo. Nei ricordi della gente suo padre era ormai solo il vecchio Capitano Coppoli, proprio come lui era il giovane Capitano Coppoli. Dopo qualche secondo di silenzio, come se gli avesse letto nel pensiero, l’espressione carica di speranza sul viso di Sofia si frantumò in altre mille lacrime azzurre. Guardandola accasciarsi sulla sedia, la rabbia nel cuore di Tobia si dissolse e il ragazzo corse ad abbracciare la sua mamma.

26
Qualcuno si schiarì la voce. Il rumore riportò tutti alla realtà. “E Anna? Dopo che è tornata di qua con te, sai dov’è andata?” domandò all’improvviso Sofia. “Anna?”
“La tua sorella gemella, Anna, dov’è?” L’espressione perplessa di Tobia la interruppe. “Oddio, non lo sapevi? Quella bambina è tua sorella gemella…”
“Ma è piccolissima, non può essere la mia gemella…”
“Certo che lo è. Dalla tua parte il tempo passa molto più veloce che dalla nostra. Un giorno di qua è uguale a due giorni di là. Così, se Anna ha sette anni, tu dovresti averne quattordici, no? Effettivamente sei tu che sembri un po’ più piccolo…” A Sofia sfuggì un sorriso affettuoso. Tobia s’indispettì. “Non importa cosa sembro. Se fai una vita da uomo, allora sei un uomo.”
“Tuo padre non ti ha mai parlato di noi?”
“Papà parlava poco di tutto. So solo che c’è stato un terribile terremoto il giorno che sono nato. Mi ha raccontato che lui non c’era, che era via per ordine di Re Uberto. Al suo ritorno gli dissero che tu avevi dato alla luce due gemelli, un maschio e una femmina, ma che erano riusciti a salvare solo me. Durante il terremoto, la torre si era incendiata e tu e Anna eravate morte bruciate.”
“Adesso Anna dov’è?” Sofia sembrava non volersi distrarre dall’argomento. Tobia era sempre più infastidito. Finalmente aveva conosciuto sua madre e lei non faceva che chiedere di Anna, la figlia che vedeva tutti i giorni da quando era nata. E anche se fosse rimasta dall’altra parte? Adesso lui era qui e aveva un milione di domande da farle.
“Ti prego dimmi che è tornata con te….” La preoccupazione supplicante nella voce di Sofia lo intenerì.
“Non lo so.” Rispose vago.” L’ultima volta che l’ho vista eravamo tutte e due nella grotta, poi lei è sparita. L’ho cercata dappertutto. Dovevo trovarla o lei e il suo amico viola avrebbero avvertito Orfeo…”
“Orfeo? Il mago Orfeo?”
“Si.. Beh, è una lunga storia …Tu sai chi è il mago Orfeo?”
“… la sua è l’ultima faccia che ho visto prima di tornare di qua!”
“Scusami mamma, ma io non capisco più nulla…” Sofia si fermò a guardare il ragazzino davanti a lei, troppo piccolo e troppo grande per la sua età. Cresciuto così in fretta e convinto di sapere sempre quel che faceva e dove andava. Fino a quel momento… Così Sofia prese un lungo respiro e cominciò a raccontare.
26
“Avevo qualche anno meno di te il giorno che scoprii la grotta sotto questa casa. Non mi ero mai avventurata sugli scogli perché spesso mi facevo male. Sai caro, io ho sempre la testa tra le nuvole, e anche oggi, come allora, inciampo e cado facilmente. Così avevo paura di tutto e vivevo in un mondo immaginario, dove nulla mi poteva succedere. Quella mattina, come il solito, ero sulla spiaggia a leggere. Leggevo tantissimo. Attraverso i libri vivevo milioni di avventure senza correre alcun rischio. D’un tratto alzai gli occhi verso casa e vidi sopra la scogliera qualcuno muoversi. Era un bambino che sembrava giocare a nascondino dietro le rocce. Quando mi vide cominciò a saltare e a salutarmi con la mano. Gli urlai di scendere, che era pericoloso stare sugli scogli e lui cominciò a ridere.
Era una risata piena di vita. Un suono che non sentivo mai nella casa di mio padre, dove passavo tutte le estati. Gli unici rumori erano quelli delle onde e dei gabbiani. “La Torre della Solitudine” io la chiamavo, mi annoiavo da morire. Lontano davanti a me, il bambino continuava a saltare. Preoccupata per lui, decisi di arrampicarmi per andare a prenderlo. Mi ricordo ancora, mentre salivo, il terrore di scivolare in mare. Qualcosa però mi spingeva verso il bambino. Finalmente lo raggiunsi. Aveva i capelli castani e gli occhi del colore delle foglie in autunno. Continuava a ridere. Mi offesi pensando mi stesse prendendo in giro. Mi sentivo goffa e fuori posto lassù accanto a lui. Poi capii. Rideva perché gli piaceva ridere.
“Ciao! Mi chiamo Rui, tu?”
“Sofia. Forza Rui, scendiamo subito da qua prima di cadere giù.”
“Va bene, ma passiamo da quella parte. E’ più semplice…”
Rui indicò un punto tra gli scogli, una grotta. C’era una grotta sotto casa mia e non me ne ero neanche mai accorta? Pensai che attraverso la grotta si passasse dall’altra parte dell’altopiano. Guardai da dove ero salita. All’idea di dover rifare quella strada in discesa, mi vennero i brividi. Forse dall’altra parte era veramente più facile scendere, così lo seguii. Entrammo nella grotta. L’attraversammo tutta. A un certo punto c’era quasi troppo buio e mi spaventai di nuovo, poi vidi la luce del sole attendermi all’uscita. Tirando un respiro di sollievo, la raggiunsi. Puoi immaginare la mia sorpresa quando vidi il mare, la spiaggia e le montagne! Da dove erano spuntate quelle montagne? Ancorato nel golfo c’era un veliero, simile a quelli che avevo visto nei libri di storia; sulla spiaggia, delle piccole barche e degli uomini seduti a riposare. “Rui! Torna subito qui!” Urlò uno di loro.
“Arrivo, arrivo…” Da quella parte della grotta gli scogli erano bassi. Rui corse verso di loro, io lo seguii incerta. Quegli uomini erano vestiti in maniera bizzarra. Per la prima volta mi accorsi che anche Rui era vestito stranamente. Di colpo ebbi una gran paura. Avevo letto abbastanza libri fantastici da capire che ero finita in un altro mondo. Rientrai di corsa nella grotta. Scesi dalla scogliera che ora, dopo quello che avevo visto, mi faceva molta meno paura e mi rintanai in casa. Il giorno dopo tornai sulla spiaggia. Sugli scogli accanto alla grotta Rui mi stava aspettando.
“Sofia! Vieni a giocare con me!”
“Se vuoi, vieni tu a giocare con me!” Risposi arrabbiata con me stessa più che con lui. Quel bambino, che mi ispirava tanta simpatia, era più piccolo ma molto più coraggioso di me. Rui scese dagli scogli e cominciammo a giocare. Tutti i giorni di quell’estate, Rui tornò a trovarmi. Quando arrivò settembre, ci salutammo e io ripartii per la scuola dove mio padre mi mandava a studiare tutto l’inverno.
L’anno successivo tornai chiedendomi se l’avrei rivisto. Andai in spiaggia e guardai speranzosa verso l’alto. Quando lo vidi notai che aveva qualcosa di strano. Non sembrava più un bambino. Ora era alto come me e sembrava avere quasi la mia stessa età. Fu il pensiero di un istante e poi fuggì via dalla mia mente. Passammo tutta l’estate insieme, quella dopo e quella dopo ancora. Rui non mi propose mai di andare dalla sua parte della grotta e io non dissi niente. Alla quarta estate consecutiva ormai era ovvio, Rui cresceva molto più in fretta di me. Così chiesi spiegazioni.
“Dalla tua parte il tempo passa molto più lento. Ogni volta, io ti aspetto per due estati e per due estati ho paura che tu non torni.” Rispose con tristezza.
“Vuol dire che un giorno di qua sono due giorni dove vivi tu? E me lo dici solo adesso?” Mi era venuta un’idea geniale. Se un giorno di qua era come due di là, la mia estate e le mie vacanze nel mondo di Rui sarebbero durate il doppio! Presi coraggio e finalmente chiesi a Rui di portarmi con lui. Scoprii che era un mondo meraviglioso e che, come nelle favole, anche i pirati erano buoni. Il capitano Coppoli, così si chiamava suo padre, oltre ad essere un pirata era anche il Guardiano del Mare. Governava il passaggio delle navi, chiedendo loro una piccola parte delle merci e poi lo distribuiva agli abitanti della costa. Quell’anno passai tutto il mio tempo con loro. La mattina scendevo in spiaggia, mi arrampicavo sugli scogli e attraversavo la grotta. Vivevo sul vascello per due giorni, poi al tramonto del secondo giorno tornavo a casa. Continuai così fino all’estate del mio diciottesimo compleanno”.
27
“Fiuuu! Quelli si che erano bei tempi!” Esclamò Filo. Tobia guardò i suoi compagni uno a uno. Sciatti, invecchiati, imbarazzati e stanchi, i sette avevano ascoltato il racconto di Sofia con occhi sognanti. Cato, Tito, Momo, Santo, Bruto, Filo e Leo. I loro capelli ora erano grigi, le loro facce ormai raggrinzite e i loro vestiti rovinati. Tobia realizzò in quel momento che quando l’avevano conosciuta erano giovani. L’avevano vista giocare quasi bambina con suo padre.
“Perché non me l’avete mai detto? Perché non mi avete parlato di lei?” Sbottò, senza riuscire a trattenersi.
“E’ stato tuo padre a non volere che tu sapessi che tua madre veniva da un altro mondo.” Di colpo, a Tobia venne in mente qualcos’altro. Sua madre e suo padre avevano potuto attraversare la grotta senza l’uso del talismano. E anche la bambina, com’era passata di là? Di qua, di là, che confusione.
“Tesoro, per favore adesso dimmi: Anna dov’è?” Sofia, aveva interrotto il suo flusso di pensieri ed era tornata a pensare alla bambina. Tobia capiva perché fosse preoccupata e in realtà non aveva il coraggio di dirle che sua figlia forse era rimasta di là e che di là stava succedendo qualcosa di molto strano.
“Ti sei fermata a metà…” preferì dire, un po’ polemico. “Raccontami tutta la storia… Cos’è successo quando hai compiuto diciotto anni?” Ma Sofia aveva notato l’espressione del suo viso. “Tu non sai dov’è Anna! Oddio, non sai neanche se è tornata di qua!”
Dopo un istante di silenzio anche lei fece la stessa domanda. Ad alta voce. “Ma tu, poi, o lei se è per questo, come siete passati di qua e di là? Il passaggio della grotta è chiuso o bloccato. Dio solo sa quanto l’ho cercato. Non esiste più dal tempo del terremoto.”
“Perché? Cos’è successo durante il terremoto?” Tobia tentò di distrarla per farla tornare al suo racconto, ma ormai era impossibile.
“Non ora Tobia, adesso dobbiamo andare a cercarla… “ Il tono serio e autoritario di Sofia lo convinsero fosse meglio non insistere. Così fece cenno ai suoi compagni di seguirli. Cato, Tito, Momo, Santo, Bruto, Filo e Leo presero ciascuno il proprio gufo colorato. Sofia sembrò notarli solo allora. Con un dito indicò gli sfortunati uccelli, legati tutti stretti con dei cordoni, e domandò:
“E loro, poverini, che cosa vi hanno fatto?” Filo era quasi sul punto di rispondere, ma Tobia lo fermò. “E’ un’altra lunga storia. Prima, finiamo la tua.” Così, mentre uscivano tutti insieme dalla casa e scendevano verso la spiaggia, Sofia ricominciò a raccontare.
“Quell’estate, arrivai con il cuore spezzato. Mio padre aveva detto che quella sarebbe stata l’ultima estate che avrei passato con lui, al mare. Secondo lui era giusto così. Pensava non fosse sano restare, per tre mesi, completamente sola. Francamente era stupito che io non mi fossi ancora lamentata. Ovviamente non sapeva nulla della grotta e di Rui…
La prima mattina che scesi in spiaggia avevo gli occhi pieni di lacrime. Rui mi venne incontro e al contrario di me sembrava scoppiare dalla gioia. Quando mi vide, scoraggiato dal mio sguardo, mi chiese: “Non sei contenta di vedermi?”
Io scoppiai a piangere e gli raccontai tutto. Alla fine Rui mi abbracciò e per la prima volta mi baciò. “Ti amo” mi disse. Di colpo tutta la tristezza scomparve. Come se mi fossi dimenticata di tutto, non dissi più niente. Quella fu l’estate più bella della mia vita. Quando arrivò il giorno prima della mia partenza, Rui mi chiese di sposarlo.
“Andremo a vivere alla Corte della Stelle. Io diventerò presto Guardiano del Mare e tu potrai lavorare per la regina Ottavia…” Rui mi aveva già parlato della Corte delle Stelle. Ma io non avevo mai passato più di due giorni consecutivi nel suo mondo, e non erano sufficienti per raggiungerla e visitarla. L’idea di vivere lì, di conoscere la regina Ottavia e soprattutto di sposare Rui mi riempì di entusiasmo.
Quella sera tornai a casa e scesi in terrazza, dove mio padre stava guardando il sole tramontare all’orizzonte. “Papà ti devo parlare…” Gli dissi tutto. Gli raccontai della grotta, del mondo di là, della Corte delle Stelle e di Rui. Mio padre ascoltò senza proferire parola. Quando lo guardai negli occhi rimasi paralizzata. Ancora oggi non saprei descrivere l’espressione che lessi nei suoi occhi vitrei. Rabbia, terrore, tristezza?
“Sofia” disse con voce gelida” quello non è il tuo mondo. Non è il tuo posto. Domani partirai e vedrai: la vita è così piena di meraviglie che presto dimenticherai queste fantasie.” Quella voce la conoscevo bene. Sapevo che non avrei potuto in alcun modo fargli cambiare idea. Annuii con la testa e lui, che non aveva mai avuto motivo di dubitare della mia obbedienza, non aggiunse altro.
Il giorno dopo feci finta di partire. Attesi tutto il giorno, nascosta, per paura che potesse scoprire il mio piano. Quando scese la notte, attraversai la grotta e raggiunsi Rui. Non gli dissi niente di mio padre e insieme andammo a vivere alla Corte delle Stelle….
Ma adesso dove la cerchiamo? Tu che dici, Filo? ”
Erano arrivati sulla spiaggia. Nessuna traccia lasciava pensare che Anna e il gufo viola fossero nei paraggi. Filo propose allora: “Chi ha un gufo in braccio, cerchi qui attorno! Noi che possiamo arrampicarci sugli scogli proviamo nella grotta.” Tobia gli lanciò un’occhiata carica di gratitudine. Almeno loro due avrebbero potuto continuare ad ascoltare la storia di Sofia.
“Il matrimonio fu celebrato alla Corte delle Stelle. Io divenni assistente della Guardiana di Venere e presto mi avvicinai anche alla regina. Anche se Rui non c’era quasi mai, io non mi sentivo sola. La regina e la Guardiana di Venere mi volevano bene, con loro mi sentivo a casa. Ben presto fui in dolce attesa di voi due. Quando arrivò il giorno del parto, Rui come al solito era via. Attorno a me, preoccupati che tutto andasse nel modo migliore, c’erano la Regina Ottavia, la Guardiana di Venere, il Guardiano di Mercurio, che studiava magia e medicina, e il giovane Mago Orfeo, il suo assistente. Purtroppo, qualcosa andò storto. Nel momento in cui vi misero tra le mie braccia, il mondo cominciò a tremare. Inizialmente qualcuno urlò: “Un terremoto!” Ma durante i terremoti trema la terra. Invece, a tremare era il cielo, l’aria stessa. La realtà si squarciò in due come aperta da un coltello. Comparve una porta che affacciava sul nulla e da essa vidi apparire mio padre. Attorno a noi i muri della torre iniziarono a crollare. Il nulla oltre quella soglia aveva cominciato a risucchiare in un vortice tutti gli oggetti nella stanza.
“Te l’avevo detto che questo non era il tuo posto! Tu non puoi stare qui. Ogni essere vivente e ogni cosa hanno un ruolo, un posto ben preciso da occupare nel proprio mondo. Nel tuo caso, questo si trova in quello da cui provieni e per questo motivo devi farvi ritorno. Prendi la bambina, che è parte di te, e lascia il bambino con suo padre. Se questo mondo sta crollando, è tutta colpa tua!” Urlò furioso. Non l’avevo mai visto così. Poi si rivolse alla regina Ottavia. “Come regina sei responsabile dell’ordine e dell’armonia del tuo regno. L’amore egoista di due ragazzini, i loro sentimenti ciechi non possono mettere in pericolo tutto quello su cui tu governi. Lo sai anche tu. Ora basta, la ragazza deve venire con me senza perdere altro tempo.”
La regina guardò verso di me e vidi nei suoi occhi disperati che dava ragione a mio padre, che non poteva scegliere di tenermi con sé. Il suo mondo stava crollando e solo io ne ero la causa. Mi alzai e, tenendo stretta Anna, abbandonai te, fra le sue braccia. Poi, bastò un istante, un passo dentro il vortice, ed ero di nuovo a casa mia. L’unico suono che disturbava il silenzio della Torre della Solitudine era il pianto di Anna.
28
Filo, Sofia e Tobia uscirono dalla grotta semioscura. Non avevano trovato il passaggio. Sul volto di sua madre la delusione dipingeva ombre che Tobia provò a scacciare…“Non ti preoccupare… possiamo comunque andare a cercare Anna…” E così le parlò di tutto: dall’incidente navale tra il Mago Orfeo e suo padre a quando, per vendicarsi, aveva rubato il talismano. Sofia ascoltò in silenzio. Poi, chiese. “E i gufi? Di notte si trasformano in mufloni?”
“Si…, perché? … ”
Sulla spiaggia, guardando davanti a sè, Sofia mormorò: “Bizzarro…”
Tobia pensò ai mufloni. Poi vide i suoi compagni, talmente vicini l’uno all’altro che sembrava si stessero abbracciando. Ognuno tenendo il proprio gufo stretto, stretto. Troppo stretto… No, Sofia si riferiva sicuramente a quello strano gruppetto. “Fino a ieri non si potevano vedere tra loro…”
“Cosa?”
“Dicevo che hai ragione, sono proprio bizzarri, sembrano quasi impauriti…”
“No… io intendevo il sole. E’ ancora alto in cielo, quasi non fosse neanche mezzogiorno. Invece, saranno almeno le quattro del pomeriggio. A quest’ora dovrebbe essere arrossato, stanco e sulla via di casa…” Tobia non poteva che essere d’accordo. Il sole era rimasto appiccicato lassù in alto, immobile, come la luna nel suo mondo. E così gli venne un’idea.
“Guardate il sole!” I pirati e i gufi alzarono tutti insieme lo sguardo verso il cielo. “Credo che la notte tarderà ancora un po’. Filo, Sofia (era difficile chiamarla mamma davanti a tutti senza perdere autorità) ed io andremo di là… Voi rimarrete qui con i gufi. Se dall’altra parte fosse ancora notte, non riuscireste mai a tenere imprigionati i mufloni…” I pirati annuirono e si avvicinarono ancora di più tra loro. Anche i gufi sembrarono sollevati.
“In bocca al lupo, capitano.” Lo salutarono i suoi compagni.
“… Al lupo? In questo caso, forse meglio di no… “ Rispose Tobia, cercando di sorridere.
“Buona fortuna, allora…” Queste, furono le ultime parole che sentì Tobia, quando, di nuovo nella grotta, ricompose gli otto frammenti. Il raggio di luce zampillò fuori dal talismano come l’acqua da una fontana e si trasformò in un faro lampeggiante per mostrare loro la strada.
Dall’altra parte era ancora notte. La luna pennellava d’argento la spiaggia. Sulla sabbia, le orme di piccoli piedi e di giganti zoccoli conducevano verso la foresta. Sofia le seguì correndo verso gli alberi.
“Fermati, mamma!” Le urlò dietro Tobia. “La foresta è pericolosa!” Sofia però non si fermò fino a quando non fu proprio sul confine. “Anna è andata di là!”
“Non possiamo attraversare la foresta. E’ pericolosa soprattutto per te, che non appartieni a questo mondo. Da anni il suo Guardiano, il lupo Tacatà, l’ha chiusa al mondo esterno. Grazie al talismano basta che ci concentriamo su Anna, pensiamo a dove possa essere andata e…”
“Io avrei una teoria…” sussurrò Filo, incerto. ” E se fossero andati alla Rocca del Destino, dal Mago Orfeo? Sarebbe abbastanza logico. Il muflone potrebbe averla accompagnata. Dopotutto Orfeo era il Guardiano dei Confini tra i Mondi.”
“Giusto! Andiamo!” Sofia aveva premura di ritrovare Anna prima possibile.
“Mamma, no! Sarebbe come riconsegnargli il talismano su un piatto d’argento!” Gli eventi stavano prendendo una piega che a Tobia non piaceva per niente. Tutta quella fatica per nascondersi dal mago tutti quegli anni e ora sarebbero dovuti andare loro da lui!
“Beh, dopotutto Tobia, il talismano è suo…”
“E che ne dici di quello che lui ha fatto a papà?”
“Tobia…” Sofia non dovette insistere a lungo. Era bastato pensare a suo padre per convincere Tobia. Sapeva di dovere andare a cercare Anna, a qualunque costo. Suo padre avrebbe fatto lo stesso. Così, fece il broncio quel tanto che bastava per salvare la faccia. Poi, rassegnato, abbassò la testa ed estrasse ancora una volta dalla sua tasca il talismano.
“Dobbiamo tornare nella grotta. Il talismano non funziona con esattezza dappertutto, alcuni luoghi sono più adatti di altri.” Quando giunsero davanti al lago di acqua salata, Sofia si coprì con le mani la bocca ed esclamò.
“Il veliero! Da quanto tempo non lo vedo!” Tobia si accorse che stava per ricominciare a piangere.
“Forza mamma, concentrati su Anna. Devi pensare a lei come se la vedessi qui davanti a te. Io farò la stessa cosa con la Rocca del Destino. Tu, Filo, pensa al muflone viola…”
Il raggio di luce del talismano si diresse prima verso il soffitto della grotta, poi si ripiegò e colpì un punto davanti a loro. L’aria si squarciò. Dapprima piccolo piccolo, un varco cominciò ad allargarsi sempre più, fino a creare un vortice che risucchiava gli oggetti attorno a se. Filo fu il primo ad attraversarlo.
“… è come quello che si è aperto il giorno del terremoto. Quello da cui è uscito mio padre…” mormorò terrorizzata Sofia.
“Mamma, stringi la mia mano e andiamo.” Mentre Tobia conduceva Sofia oltre al varco, i suoi pensieri volarono a quel vecchio signore che aveva visto nel ritratto con Anna. Un signore che apriva portali tra un mondo e l’altro. Chissà, forse anche lui aveva un talismano…

29
Anna osservava il planisfero. Le luci argentate si agitavano nervose. Scariche elettriche che innervosivano anche lei. Rabbrividì, notando che in alcuni punti, specialmente attorno alla foresta, le luci si scontravano con rabbia. Tara scivolò fuori dalla sua manica e cominciò a danzare ricamando luminosi fiori verdi. La sua luce sembrò fondersi con i flussi d’argento, calmandoli, rasserenandoli…
“Oh, Tara! Sei proprio una piccola portatrice di pace!” Esclamò la bambina, rasserenata anche lei.
In quel momento le venne in mente il libro che aveva nascosto nella sua borsa. Sola nella stanza, Anna si sedette a terra e lo prese tra le mani. Fuori era come se lo ricordava, rilegato in velluto blu, con la scritta in argento: Herdegaard. Dentro, era diverso… Le prime pagine ora erano ricoperte di simboli sconosciuti.
Anna pensò di non riuscire a capirli. Mentre li scorreva con gli occhi, si accorse invece che nella sua mente si trasformavano in immagini che poteva leggere come una storia. La sua storia. Quelle pagine raccontavano di lei. Dal momento in cui aveva nascosto il libro nella borsa a quando, qualche minuto prima, aveva finalmente trovato il tempo di studiarlo. Raccontavano persino della sua brevissima escursione nel mondo delle cose impossibili.
Mentre cercava di capire come fosse possibile leggere di se stessa in quello strano libro, Anna udì il rumore, ormai familiare, degli zoccoli di Sek. Lo udì con le orecchie e lo lesse nel libro. Come se la sua mente, i suoi ricordi e le pagine del libro fossero una cosa sola. Svelta lo coprì con la borsa e si voltò verso il muflone.
“Tutto bene, Anna?” domandò preoccupato Sek. “Orfeo mi ha raccontato della vostra avventura… Sarai terrorizzata. Mi dispiace, piccola, che le cose non sembrino migliorare. Speravo davvero Orfeo ti potesse aiutare.”
A dire il vero, Anna non era più spaventata. La presenza di Tara l’aveva rallegrata e leggere di sé nel libro le aveva trasmesso una strana sensazione… Era come se ora sapesse di essere esattamente dove doveva essere. Se il libro aveva cominciato a raccontare una storia di cui lei era il personaggio principale, quella era una storia che non poteva abbandonare. C’era un motivo se era arrivata fin lì, in un mondo completamente diverso dal suo. Quel motivo la stava chiamando, come la fine di un romanzo chiama ogni storia verso di sè… Anna sentiva che molto presto avrebbe capito qual era.
I suoi pensieri furono interrotti da quello che sembrò un terremoto. L’aria si squarciò e, dapprima piccolo piccolo, un varco cominciò ad aprirsi creando un vortice di aria che iniziò ad attirare verso di sé tutti gli oggetti della stanza. Anna dovette afferrare in fretta la borsa e il libro, altrimenti anche loro sarebbero volati là dentro, risucchiati da quel nulla.
Il varco si allargò sempre di più. Quando fu abbastanza grande, Anna vide una strana figura incappucciata attraversarlo. Mentre la figura si avvicinava a Sek, Anna lo sentì mormorare tra se e se, quasi fossero parole magiche: “Muflone viooola…” Era Filo, che cercava di concentrarsi sul muflone viola come gli aveva ordinato Tobia. Dietro di lui, c’era una donna. Aveva i capelli ricci, gli occhi chiusi e la mano tesa davanti a sé. Subito, Anna la riconobbe.
“Mamma!” A sentire la voce di sua figlia, Sofia aprì gli occhi.
“Anna! Finalmente ti ho trovata… Tobia…”
Tobia attraversò il varco e si guardò intorno. La Rocca del Destino era cambiata dall’ultima volta che l’aveva vista. Guardò con maggiore attenzione. Quella non era la Rocca del Destino. La stanza dove si trovava sembrava non avere angoli. Attorno a lui c’erano solo pareti bianchissime, come il pavimento. Sopra di lui un soffitto altrettanto bianco. Un signore con i capelli bianchi e gli occhi azzurri lo fissava con intensità. “Finalmente mi hai trovato Tobia. Era proprio ora che facessimo due chiacchiere.”
30
Sofia si guardò attorno. Dall’altra parte della grande sala vide avvicinarsi un piccolo uomo dalla faccia stanca. Ci mise meno di un istante a riconoscere i suoi lineamenti affilati come lame di coltello. Senza comprendere cosa stesse succedendo, Anna vide sua madre scattare e lanciarsi contro il nuovo arrivato.
“Orfeo! Cosa ne hai fatto di lui? Dove l’hai nascosto? Tobia aveva ragione, non sarebbe dovuto venire qui… Infatti, ora è sparito anche lui!“
“Tobia? Tuo figlio? Quel farabutto, ladruncolo da due soldi? Io non l’ho visto, ma se anche l’avessi visto…”
I due cominciarono ad azzuffarsi tirandosi i capelli. Presto furono raggiunti anche dagli altri.
“Orfeo!” Luisa si mise a gridare. “Adesso, cosa hai combinato?” Le sue urla si unirono a quelle di Sofia.
Anna notò che nel frattempo anche il pirata incappucciato aveva cominciato a sbraitare contro Sek qualcosa d’incomprensibile sui mufloni in generale e i mufloni viola in particolare.
Quella scena di rabbia fuori controllo era la stessa che aveva visto alla locanda. Si voltò verso il planisfero. Le luci argentate stavano confluendo verso un punto sulla mappa della semisfera più bassa. “Quella è la Rocca del Destino. Dove siamo noi”. Banyan si era avvicinato a lei.
“Tara, aiuto…” Mormorò, piano, Anna. La luce verde scivolò fuori dalla sua manica e cominciò a danzare attorno alle fredde luci bizzose, calmandole lentamente. Il silenzio scese nella sala. Raggiunto l’effetto desiderato, Tara tornò a nascondersi dentro la manica. “Sei fortunata, Anna. La tua amica Tara ti protegge dall’effetto delle luci, cerca di non perderla mai…” Anna pensò di vedere un sorriso sul muso di Banyan, ma i mufloni si sa, non sorridono.
Passò qualche minuto. Incerto se rompere la calma appena ritrovata, Orfeo si schiarì la voce “Ehmm…” per attirare a lui l’attenzione. Poi disse: “E’ successo quello che temevo. La mancanza del sole e dell’effetto equilibratore dei suoi raggi solari sta portando il nostro mondo verso il caos. Come avrete notato non abbiamo più il controllo delle nostre emozioni. Piccoli risentimenti velocemente si trasformano in una rabbia incontrollabile e violenta. Col passare del tempo tutto ciò peggiorerà fino a sfociare in una rivoluzione che troverà pace solo con la totale distruzione di tutte le nostre istituzioni e regole. La Corte delle Stelle cadrà in balia del caos. Non oso nemmeno immaginare cosa succederà alla regina Ottavia… “
“E la Corte delle Stelle è il nostro mondo: come sopra, così sotto…” Continuò Orfeo indicando il planisfero. Come se non lo avesse neanche ascoltato, Luisa gli urlò sarcastica contro: “O saggio guardiano della conoscenza, grazie per averci raccontato qualcosa che già sapevamo. Spiegaci piuttosto qualcosa di nuovo…”
“… come ad esempio, mio figlio dov’è? Brutto mascalzone!” Anche Sofia sembrava non riuscire a trattenersi.
Banyan la interruppe spingendola dolcemente col muso. “Ha ragione lui. Dovete trattenervi, non lasciate che qualsiasi pensiero si trasformi in rabbia… L’unica veramente protetta è Anna. La luce verde la rende immune da tutto questo. Voi siete sempre a rischio di attaccarvi l’un l’altro senza un reale motivo, fomentando così il caos che al contrario va assolutamente arginato.”
Di nuovo scese il silenzio. Anche i mufloni devono essere immuni, pensò Anna tra se e se. Questo pensiero fu presto scacciato da altri, che cominciarono a spuntarle in testa come margherite a primavera quando, dopo l’inverno, fioriscono tutte d’un colpo. Nella confusione generale, Anna aveva colto alcune parole chiave: Tobia, figlio. Inoltre, c’era un’altra cosa alquanto inaspettata. La sua mamma, arrivata solamente qualche istante prima, conosceva già il Mago Orfeo. Doveva essere Tara a infonderle tanta calma, si disse Anna tra se e se, stupita, quando si accorse di essere davanti alla porta di un grande mistero e di non avere né l’angoscia né la fretta di scoprire tutto e subito.

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Piano, per non perdere il controllo delle sue emozioni, Sofia sussurrò: “Ma Tobia, dov’è finito? Il mio bambino, l’avevo appena ritrovato…” Filo si avvicinò a lei. “Non è mai arrivato…” disse, abbracciandola.
“Non è possibile, gli tenevo la mano… Anzi, teneva lui la mia quando abbiamo attraversato il varco. Era davanti a me.”
“Sofia, mi dispiace, ma quando hai passato il varco eri sola…”
“E immagino il talismano sia rimasto con lui.” S’intromise il mago.
“Orfeo! Ti sembra questo il momento di parlare di gioielli?” Luisa alzò la voce, per abbassarla quasi subito dopo. “Scusatemi… mi sono dimenticata che è meglio non arrabbiarsi! E’ che mi fa proprio venire il nervoso… Meglio di no, meglio non pensarci. Orfeo è colpa tua, che mi fai arrabbiare, accidenti… Continuate per favore, fate come se non ci fossi…” La povera Luisa, piena di sensi di colpa, si mise da parte.
“Luisa, il talismano non è un gioiello qualsiasi: serve ad aprire portali, o varchi se vuoi chiamarli così, che permettono di spostarsi da luogo a luogo… Addirittura da un mondo all’altro… E’ grazie al talismano che io sono diventato Guardiano dei Confini tra i Mondi. E tuo figlio, Sofia, me l’ha rubato! “ Orfeo respirò profondamente, per non perdere il controllo, poi continuò. “Se avessi avuto il talismano sarei potuto arrivare alla Corte delle Stelle in un attimo. Invece ho dovuto attraversare la foresta, ed essere così rapito da lucertole giganti e trascinato in quel mondo desolato dimenticato dalla luce… A proposito, tu come ci sei finita là? E come siamo tornati indietro? Anche tu hai un talismano?” Come se di colpo si fosse ricordato dell’esistenza di Anna, Orfeo si voltò a guardarla.
“Non lo so. Ero nella sua stanza, ho preso la scatolina per guardarci dentro. Di colpo mi sono sentita come dentro un frullatore e poi mi sono ritrovata con lei….”
“E come siamo ritornati?”
“Anche questo non lo so… Mi dispiace, quando ho visto quelle strane nuvole arrivare, mi sono spaventata, ho chiuso gli occhi ed eccoci di nuovo qua. Non ho nessun talismano. La scatola forse? Dovrebbe saperlo lei, è sua!”
“La scatola non è un talismano, te l’ho già spiegato, dev’essere stato qualcos’altro. Hai toccato altro?”
“No, solo quella. L’ho presa perché mi ricordava una scatola che era nella camera da letto di mio nonno… “Di tuo nonno?” Chiese Sofia.
“Si mamma, quella scatolina bianca sul comodino del nonno, non te la ricordi? “
Sofia fu colta da uno strano presentimento. “Orfeo, ti ricordi del giorno del terremoto? Quello in cui io sono sparita per sempre con quel signore. Beh, l’hai mai incontrato in seguito?”
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Tutti gli occhi, umani e non umani, fissarono Orfeo che con ostentata attenzione si fissava la punta dei piedi. Poi, quasi non avesse sentito la domanda, il mago puntò con il dito il planisfero, indicando le bizzose luci argentate che scorrevano come piccoli fiumi di guerra.
“Non trovate complessi gli equilibri che governano questo mondo? Complessi e fragili, direi… Guardatevi, così attenti a non saltarvi alla gola alla prima insinuazione ostile. L’unica immune, per qualche sconosciuto motivo, è la bambina, protetta dalla sua lucina verde. Eppure, prima di te, Sofia, non era così. Il nostro mondo è regolato dalle relazioni tra i suoi elementi. La luna, il sole, gli astri celesti, la terra, il mare, la foresta e le montagne danzavano tra di loro ed era la loro danza a sorreggere il mondo. Prima che tu arrivassi e, soprattutto, prima che te ne andassi, la musica era chiara. Un’armonia prevedibile ma mai banale dettava il ritmo della nostra danza.”
Orfeo fece un lungo respiro e per qualche secondo alla Rocca del Destino regnò il silenzio. Sofia sentì il rancore arrampicarsi dietro la sua schiena come una pianta d’edera arrabbiata. A fatica si trattenne dal desiderio di insultarlo. Luisa sembrava altrettanto insofferente. L’uomo incappucciato e accigliato in un angolo guardava storto Sek, mormorando ancora qualcosa contro il muflone viola. La tensione alla Rocca del Destino si poteva quasi tagliare con un coltello. E le ragioni di tanto astio? Sconosciute come sconosciuti tra loro sembravano i protagonisti della storia. La bambina si domandò cosa avrebbe letto nel libro se per caso lo avesse aperto. Cosa stava succedendo? Non capiva nulla, solo che sua madre sembrava avere molte più cose da spiegarle di quante sembrava dovesse spiegarne il mago. Così, Anna si voltò verso Sofia e, col tono più deciso che trovò, le chiese: “Hai mai più visto chi? Mamma di che cosa stai parlando? Chi è Tobia? E come fai a conoscere il mago Orfeo?”
Sofia alzò gli occhi al cielo. La successione degli eventi della giornata l’avevano preparata a quel momento, quello in cui avrebbe dovuto raccontare la verità a sua figlia. In fondo l’aveva appena raccontata a Tobia. Certo, il ragazzino era più grande e lei in fondo non lo conosceva neanche. Anna era tutta un’altra storia. Alla bambina aveva mentito per anni. Così si sedette per terra, dando le spalle al mago, e le fece cenno di sedersi con lei. Poi, liberandosi da un fardello che portava da troppo tempo, cominciò. Alla fine, senza attendere una reazione da Anna, si alzò e si voltò verso Orfeo con urgenza.
“Con tutto questo tempo perso, non ce n’è altro da perdere. Adesso, Orfeo, tocca a te.”
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“Il varco sembrava avere assorbito tutti i rumori, lasciando dietro di sè solo macerie e silenzio. Poi il silenzio fu spezzato dal più piccolo nella stanza. Il neonato scoppiò a piangere. Mi voltai verso di lui. Provai tenerezza nel vederlo abbandonato per terra e lo presi tra le braccia. Avevo avuto due gemelle e sapevo cosa fare per calmarlo. Intonai una ninna nanna e ben presto il silenzio ritornò tra di noi. Passò ancora qualche minuto. Il primo a parlare fu il Guardiano di Mercurio. Senza troppa fatica convinse la regina che fosse meglio non fare sapere a nessuno quello che era successo veramente. Come me, anche lui aveva sempre sospettato dell’esistenza di altri mondi. La tua scomparsa, Sofia, il varco e quell’uomo venuto a riportarti indietro: tutto confermava quel sospetto, trasformandolo in realtà. Una realtà che era meglio non divulgare fino a quando non fossero state comprese le conseguenze di tale scoperta.
Così, fu messa a punto una versione ufficiale dei fatti. C’era stato un terremoto che aveva causato un incendio nella sala dove noi eravamo. Per Sofia e la bambina, non c’era stato scampo. Non solo il bambino, tutti noi eravamo salvi per puro miracolo. Anche al padre, il Capitano Rui, sarebbe stata raccontata la versione ufficiale. Solo noi tre avremmo saputo quello che era veramente successo. Mentre la regina e il Guardiano parlavano tra loro, vidi una strana pietra rotolare ai miei piedi. Era larga, piatta, tonda e nera. Da lontano era lucente come petrolio, al tatto fredda come il ghiaccio. Capii subito di essere di fronte ad un oggetto che non apparteneva al nostro mondo…”
Orfeo s’interruppe e, per un istante, guardò sua moglie Luisa con gli occhi di chi avrebbe voluto scusarsi, ma non trovava le parole per farlo.
“Furtivamente la nascosi in tasca. Aspettai di essere solo per iniziare lo studio della pietra. Non so dire perché fossi convinto ne valesse la pena. Ogni momento libero che avevo, lo passavo cercando di carpirne il segreto, di comprendere la sua natura. Ogni sforzo fu vano. Alla fine decisi che non fosse altro che una bellissima pietra nera. Era il tuo compleanno, Luisa, e così decisi di regalartela. Mi ricordo quel giorno come se fosse oggi. Feci un foro nel disco nero e appoggiai la piccola pietra ricavata dal foro sul tavolo accanto a me. Poi, presi il medaglione che avevo creato e lo osservai pensando a te. Immaginai il momento in cui te lo avrei dato. Ti pensai in cucina, intenta a preparare la cena. All’improvviso vidi un raggio di luce uscire dal foro e tagliare l’aria davanti a me, aprendo un varco. Proprio come quello che avevo visto l’ultima volta. Senza pensare, saltai dall’altra parte, convinto di entrare in un altro mondo.
La prima cosa che notai quando arrivai di là era che dall’altra parte era molto buio e c’era un forte odore di formaggio. Forse nell’altro mondo non c’era il sole e la luna era una caciotta? Poi qualcuno accese la luce o, piuttosto, aprì la porta. Ero finito nella dispensa dei formaggi in cucina e tu, amor mio, ti stavi preparando un panino. All’improvviso la luce prese il posto del buio come se qualcuno avesse finalmente acceso l’interruttore di una lampada. Avevo capito come funzionava il medaglione! Esplodendo di gioia ti abbracciai e corsi di nuovo nel mio studio, dove sul tavolo era rimasta la piccola pietra ricavata dal foro. Ora, voi crederete che io fossi già l’ambizioso, arrogante e pericolosamente irragionevole mago di oggi, ma allora ero solo il giovane Orfeo, con un filo di testa sulle spalle.
Fu proprio quella che mi spinse ad andare dal re Uberto a raccontargli tutto. Credevo si dovesse sapere cosa avevo scoperto. Certo, ovviamente, credevo si dovesse sapere anche chi lo avesse scoperto. Come prova portai in dono la piccola pietra, convinto avesse poteri simili al disco, senza però spiegargli esattamente come farla funzionare. Come due bambini cominciammo a giocare con la realtà aprendo varchi per muoverci più rapidamente nel nostro mondo. Facevamo anche degli scherzi. Saltavamo dalla Corte delle Stelle agli angoli più lontani in un batter d’occhio.
Il primo varco che attraversammo insieme ci portò al centro della quercia del lupo Tacatà, il Guardiano della Foresta. Li, combinammo il nostro primo grosso danno. Il varco squarciò il cuore della quercia aprendo un tunnel che conduceva direttamente nelle viscere della terra. Per fortuna il lupo non c’era. Scappammo al sicuro nella nostra torre, al centro della Corte. Il Guardiano di Mercurio, che Re Uberto aveva obbligato a venire con noi nella nostra prima incursione, ci sgridò aspramente. “State giocando col fuoco!” sentenziò lapidario.
Per tutta riposta, Re Uberto decise di licenziarlo. O, piuttosto, poiché nessuno, neanche il re, può licenziare un Guardiano Celeste, gli diede lo sfratto dalla sua torre cacciandolo dalla Corte. Regalò poi la torre a me, con la promessa che se avessi trovato un modo per aprire varchi anche verso altri mondi mi avrebbe nominato Guardiano dei Confini tra i Mondi. Mi misi al lavoro. Un giorno, ebbi un’idea. Presi il talismano e con intensità pensai a te, Sofia. Il solito raggio ritagliò la realtà come un tessuto. Si aprì, ancora una volta, il solito varco. Mentre, però, oltrepassavo il confine, la mente mi sfuggì, come un cavallo imbizzarrito, e pensai, incuriosito:
“Chissà se incontrerò quel vecchio signore e lui chiederà indietro la sua pietra? Come farò a nasconderla?”
Me lo chiesi troppo tardi. L’immagine del signore che ti aveva portata via si stampò ostinata tra i miei pensieri e quando dall’altra parte aprii gli occhi, vidi proprio lui. Mi aspettava. Attorno a me tutto era bianco. Soffitto, pareti e angoli, così bianchi, che sembravano non esserci. Immerso in quel nulla color del latte, fissai attonito quell’uomo. Anche lui era vestito di bianco. “Cosa cerchi, qui? Cosa credi di trovare?” domandò.
“Altri mondi.” Gli risposi. Lui sorrise. “Quanti mondi pensi che ci siano?”
“Tanti?” dissi a metà tra la domanda e la speranza, guardandolo negli occhi. Erano blu, esattamente come quelli della bambina. Scosse la testa. “Mi dispiace deluderti, ma i mondi non sono proprio tanti. Anzi, forse, veramente, ne esiste uno solo…” E così, in un altro mondo, che non era proprio un altro, il signore mi raccontò la storia del mio mondo, che non era proprio un mondo. Me la disse per convincermi a smettere di viaggiare lacerando la realtà come fosse soltanto un vecchio straccio. Io lo ascoltai con attenzione, ma non trovai convincente la sua storia. Feci finta di credergli, ma quello che mi disse non poteva essere vero. Ero giovane e a volte i giovani non credono alla verità nemmeno se qualcuno prova a infilarcela di forza dentro la testa. Così alla fine, per provarmi quello che stava dicendo, il signore prese una piccola scatola bianca e l’aprì. Guardai dentro, come dal buco di una serratura. Vidi quello che nella mia testa era un altro mondo ancora, scuro e desolato. In quell’altro mondo vidi una donna, imprigionata dentro un cielo indeciso tra il verde, il marrone e il grigio, tutti colori più neri del nero. Il suo volto era una maschera di rancore e rabbia. La sua furia mi spaventò.
“Guarda.” Mi disse perentorio. “Se continui per questa strada, libererai la Signora del Caos e la Corte delle Stelle crollerà in rovina.” Anche se della sua storia non ero convinto, la sua scatolina bianca mi piaceva un sacco. “Se non esistono altri mondi, che cos’è questa scatola?”
“Solamente una finestra, che si affaccia su una parte della realtà dove sono possibili solo le cose impossibili.”
“Se me la regali, prometto che ti ascolterò e smetterò di viaggiare…” Lui accettò. Così, presa con me la scatolina, lo salutai, attraversai il varco e ritornai nel mio mondo. Dove non persi tempo. Partii subito per esplorare il Mondo delle Cose Impossibili, come decisi di chiamarlo. Ora vi chiedo: preferite sapere cosa raccontò il signore, o cosa scoprii nel Mondo delle Cose Impossibili?”

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Sofia rispose seccamente. “Non ho tempo per le tue storie. Non ci credo neanche troppo. Se è vero che il re Uberto ha un talismano simile al tuo, vorrei partire in fretta per la Corte delle Stelle…”
Anna gli credeva invece. Qualcosa le diceva che il mago Orfeo era stato onesto con loro, e avrebbe voluto sentire entrambe le storie. Cosa gli era successo nel Mondo delle Cose Impossibili? E, per lei ancora più importante, cosa gli aveva raccontato suo nonno? Se avesse potuto, avrebbe voluto anche chiedere a suo nonno cosa c’entrava lui in tutto questo ma sapeva già che probabilmente il nonno non le avrebbe risposto.
La voce di Luisa riportò Anna alla realtà.
“Sofia… Re Uberto è scomparso…. Lo stanno cercando dappertutto. Eravamo partiti proprio per questo per la Rocca. Un messaggero della Regina, un cavaliere di nome Tateb, è venuto a cercarmi alla locanda, per chiedermi di accompagnarlo da Orfeo. Sperava decidesse di aiutare la Corte nelle sue ricerche. Quando, nella foresta, abbiamo scoperto che era sparito anche Orfeo, il messaggero è rientrato alla Corte di fretta e noi abbiamo proseguito da soli. Purtroppo non sappiamo più nulla…”
Orfeo interruppe sua moglie. “Se è il talismano che vuoi, Sofia, lo puoi chiedere alla regina. Re Uberto lo regalò a lei…
“Dunque, dobbiamo andare alla Corte delle Stelle in ogni caso. Oltretutto, anche tu Orfeo hai avuto la stessa idea. Eri partito in fretta e furia. E’ solo per caso che ti trovi qui di nuovo a casa tua… E se non fosse stato per mia figlia non ci saresti mai tornato, saresti rimasto chissà per quanto tempo là, ovunque sia il luogo oscuro dove lei ti ha trovato!
Ci riposeremo qualche ora e partiremo per la Corte tutti insieme.”
Sofia, irremovibile, guardò sua figlia che la seguì in un angolo della sala dove si sdraiarono assieme su un divano. Mentre si accovacciavano una vicina all’altra, Anna si ricordò che sua madre era appena arrivata e non sapeva nulla della notte interminabile che era calata su di loro e delle sue avventure. Qualche ora da sole era ciò di cui avevano bisogno.
Quando finì di raccontare, poco prima di addormentarsi, sentì, vicino a loro, Luisa piangere sommessamente. Chiuse gli occhi e si ritrovò sola con tutti i pensieri che affollavano la sua mente, bisticciavano tra loro e stritolavano il suo cuore in una morsa. Trattenne le lacrime un attimo, ma se poteva piangere Luisa, pensò che avrebbe potuto farlo anche lei. Così, Anna si abbandonò ai suoi sogni e lasciò libere le lacrime di scivolarle sulle guance.

35
Disorientato dal bianco attorno a lui, Tobia rimase col respiro sospeso a fissare l’uomo che, con tutta probabilità, era suo nonno. Attendeva che gli dicesse quello che aveva da dire, intuiva che doveva essere importante. Attese, fissandolo negli occhi blu, e dopo poco lui parlò. Quello che raccontò, gli sembrò incredibile. Dunque, non gli credette. Poi, si convinse sia della strana storia sia sul da farsi. Prese tra le mani il talismano e lo strinse stretto pensando a quello che gli era stato detto. E svanì. Nella stanza bianca l’uomo rimase a guardare il varco chiudersi dietro il ragazzo, convinto che tutto quello che gli aveva chiesto, sarebbe stato fatto.
Anna si svegliò. Accanto a lei c’era l’uomo incappucciato.
“Ciao, Anna, io sono Filo, nella confusione non siamo ancora stati presentati. Tua madre mi ha chiesto di aspettare che ti svegliassi.” Ad Anna Filo era stato immediatamente simpatico. Anche quando ancora non sapeva il suo nome. Sotto il cappuccio ne aveva visto il viso stanco, la stanchezza di chi ha corso tutta una vita e ora vorrebbe solo riposarsi. Anna ebbe l’impressione che quei solchi sul viso sapessero di dover correre ancora per un po’.
Filo le porse un pezzo di pane e uno strano frutto viola, che assomigliava a una pera tagliata a metà, e Anna si accorse che stava morendo di fame. Divorò tutto in un battibaleno poi si voltò di nuovo verso l’uomo sperando avesse qualcos’altro da mangiare.
“Caspita, che velocità! Non ho avuto neanche il tempo di passarti il formaggio” disse Filo con un sorriso gentile, porgendole un pezzo di caciotta. Anna lo ringraziò e, passata la fame accecante, si alzò per cercare sua madre. La trovò nella camera del Mago Orfeo che fissava la piccola scatolina bianca appoggiata sul tavolo accanto al letto.
“A che cosa stai pensando?” chiese, avvicinandosi.
“A tuo nonno. Non voglio sia il mago Orfeo a raccontarmi quello che mi avrebbe dovuto raccontare mio padre. Voglio sapere da lui cosa è successo. Di Orfeo non mi fido. Purtroppo la curiosità è troppo grande e ho paura abbia la meglio su di me.”
“E non vuoi neanche sapere cos’è successo nel mondo delle cose impossibili?”
“Quello, si che lo voglio sapere! Durante il viaggio, vedrai ci dirà comunque tutto. E’ troppo esibizionista per trattenersi…”
Nella sala del planisfero gli altri osservavano lo strano oggetto e le sue luci argentate. “La situazione sta peggiorando” disse Orfeo. “Non oso immaginare cosa troveremo lungo il viaggio. Se dobbiamo aggirare la foresta senza attraversarla, non so nemmeno quanto impiegheremo ad arrivare alla Corte delle Stelle.” “Ma dobbiamo fare in fretta!” Sofia stava di nuovo perdendo la pazienza. Anna le strinse la mano per calmarla. “Possiamo chiedere al Guardiano della Montagna. Forse lui conosce una scorciatoia per raggiungere la Corte.” Suggerì, senza sapere neanche lei da dove le veniva la certezza che il piccolo topino potesse aiutarli.
“Brava Anna! Non è per niente una brutta idea.” Sek le venne in soccorso.
“Dobbiamo tornare indietro fino alla grotta?” Domandò un po’ incerta la bambina.
“Assolutamente no! Anche la Rocca del Destino è sopra una montagna, e anche qui c’è una galleria. Il Guardiano della Montagna può essere trovato dentro tutte le montagne di questo mondo. E’ come la Corte delle Stelle, basta volerlo davvero incontrare…” Aggiunse Banyan, ma fu subito interrotto dal Mago.
“Cosa state dicendo! Quel ratto mi odia! Per non aiutare me, non aiuterà neppure voi!”
Orfeo scattò innervosito, poi fece un lungo respiro per ritrovare il controllo. Non c’era dubbio, dovevano muoversi o presto avrebbero ricominciato a litigare di nuovo. Così, per la prima volta da quando si erano trovati insieme, i tre mufloni, il mago, Filo e le due donne scoprirono un piano che mise tutti d’accordo. Era l’unico piano che avevano e se lo sarebbero fatti andare bene.
In fila, uno dietro l’altro, scesero i gradini di pietra e cominciarono a costeggiare la montagna fino a quando trovarono l’entrata di una galleria. Era come quella che Anna aveva visto all’inizio della sua avventura. Illuminata da due file di candele appese ai muri, sembrava infinita. Quando, ancora in fila, furono entrati tutti, Anna chiamò Tara. La piccola luce verde sbucò obbediente dalla sua manica e senza neanche farselo chiedere volò via dentro la grotta. Dopo poco, la sua luce si mischiò con quella delle candele e non la videro più.
Rimasero in silenzio. Poi, sentirono una voce borbottare.
“Eccomi, eccomi! Sto arrivando!” Di fianco a loro, da quella che sembrava una parete solida, sbucò fuori il topino, tutto vestito di rosso e oro.
“Ah, buona sera signorina! Finalmente è ritornata. Ha trovato quel che cercava?”
Il topino osservò con attenzione i compagni di viaggio di Anna.
“… Ops! Forse ha trovato anche qualcosa di più…” disse fissando con rancore il mago Orfeo.
“Signor Guardiano, dobbiamo andare alla Corte delle Stelle, senza attraversare la foresta. Lei, per favore, potrebbe indicarci la strada?” Chiese Anna, gentilmente, ignorando l’ultima frase del suo piccolissimo amico.
Il topino si mise sulla punta dei piedi, allungando il naso verso l’alto come per annusarla da più vicino. Poi, scoraggiato dalla distanza tra lui e la bambina, guardò di nuovo in basso davanti a sè. Con la zampetta anteriore indicò un punto sulla parete rocciosa.
“Tara…” chiamò, e la lucina verde corse veloce davanti a lui. “Tu sai la strada, tu sai tutte le strade…”
La luce danzò attorno a lui per un secondo e attraversò la parete.
“Anna. Ogni volta che non sai dove andare o che ti senti persa, ricordati di chiedere a Tara. Pensavo lo avessi già capito…. Vi condurrà alla Corte attraverso i cunicoli sotterranei. State attenti, perché passerete lo stesso sotto la foresta, dove stanno accadendo cose molto strane. Fate in fretta, non fermatevi fino a quando non sarete arrivati dall’altra parte. Non fatevi distrarre da nulla. Qualcosa o qualcuno nella foresta è cambiato. Sento la terra che pulsa d’odio. I Guardiani Terrestri sono terrorizzati e i Guardiani Celesti invece, indifferenti a tutto, non ascoltano le nostre richieste d’aiuto. Se un tempo eravamo uniti, oggi non lo siamo più. E di qualsiasi cosa si tratti, ha costruito la sua casa la sotto. Nel vuoto che ora separa la terra dal cielo…”

36

Immense onde di oscurità sembravano travolgere la piccola Tara, ma la luce verde si tuffava nel buio per poi uscirne più brillante che mai. Anna e i suoi compagni la seguivano in silenzio. La bambina era l’unica a essere veramente lì, in quelle gallerie oscure che s’intrecciavano sotto la montagna. Gli altri erano tutti persi nei loro pensieri, soffocati dalla paura dell’ignoto.

Le ultime parole sussurrate erano state per il Guardiano della Montagna. “Grazie… Spero di rivederla presto,” aveva mormorato Anna e sul muso gli aveva stampato un bacino, minuscolo e appuntito proprio come il nasino del topo.

Ora ogni tanto guardava la sua mamma che cavalcava Alder insieme a Luisa. L’ultima volta che si erano parlate era stato sulla Rocca. Sofia le aveva detto di non volere sentire il racconto di Orfeo su cosa era successo alla Torre della Solitudine, di volere aspettare di parlare con il nonno. Anna, invece desiderava sapere e avrebbe voluto avvicinarsi e domandargli piano cos’era successo nel Mondo delle Cose Impossibili.

Accanto a loro, il Mago Orfeo tremava, probabilmente di paura; finora il mago non aveva dato prova di grande coraggio. Non parlava e non guardava Luisa, ma quel silenzio, che intrappolava tutti in ragnatele di solitudine, era comprensibile. Le parole del topo avevano segnato il loro passaggio sotto la montagna. “Andate avanti ma non fatevi sentire da qualsiasi cosa sia là sotto…”

E qualsiasi cosa fosse, nessuno di loro voleva incontrarla. Così procedevano lentamente e, appunto, in silenzio.

Passò un’ora, forse di più, Anna non ne era certa. Le sembrava che il rumore attutito degli zoccoli dei mufloni avesse ormai battuto un infinito numero di secondi. Di colpo le mura attorno a lei cominciarono a tremare. Prima leggermente, come se stessero respirando lievemente. Poi sempre più violentemente, quasi volessero starnutire. Infine, fu la stessa terra a tremare, proprio come aveva tremato nella foresta. Tutta la galleria pulsava…

“Qualsiasi cosa sia là sotto, vuole sputarci fuori…” pensò Anna, stringendosi con tutte le forze al collo di Sek. Luisa e Sofia a cavallo di Alder, fecero lo stesso. Filo, che per qualche motivo a lui sconosciuto, stava cavalcando Banyan insieme a Orfeo, si ritrovò imbarazzato ad abbracciare il mago. Quest’ultimo, però, si era distratto. Entrambi volarono per terra, uno sopra l’altro mentre la galleria si scuoteva come un serpente a sonagli. Nonostante l’agitazione di tutti, ad Anna sfuggì un sorriso divertito.

Rimasero tutti immobili fino a quando le cose si calmarono. Poi, dopo qualche istante d’attesa, Orfeo guardò Anna e borbottando qualcosa tra sè e sè, salì anche lui sulla groppa di Sek, dietro la bambina. Anna non riuscì più a trattenersi e sottovoce gli domandò. “Il Mondo delle Cose Impossibili? E’ lì che è andato dopo, vero? Non ha ascoltato il nonno… Cosa è successo?”.

Mentre mormorava quelle parole, le affilate orecchie del mago facevano ostentatamente finta di non sentire. Dapprima Anna pensò fosse per paura di risvegliare la galleria e farla tremare di nuovo. Poi si accorse che il mago cercava con gli occhi Luisa, ma non riuscì a capire se fosse perché non voleva che lei sentisse o piuttosto il contrario: voleva raccontare a lei quella storia? Voleva farsi in qualche modo perdonare? Anna non lo poteva sapere perché non poteva leggere la sua mente come un libro, come poteva leggere Hendegaard.

E così continuarono a seguire Tara e a percorrere le gallerie una dopo l’altra. Passò altro tempo, sospeso tra silenzio e oscurità. Tutto sembrava essersi placato. Poi, d’un tratto giunsero a un incrocio tra gallerie al centro del quale Tara si fermò e cominciò a brillare. Lentamente la sua luce illuminò lo spazio davanti a loro e Anna capì che Tara voleva che si riposassero. La bambina scese dalla groppa di Sek e fece cenno a Orfeo di fare lo stesso. Gli altri, ormai completamente abbandonati alla guida della loro luminosa compagna, la copiarono, con la certezza che Tara sapesse sempre cosa fosse meglio fare.

Quando si ritrovarono tutti seduti a terra, Anna pensò che fosse giunto il momento adatto per ripetere la sua domanda. Poi le venne un’idea, si rivolse a Sofia e disse:
“Mamma, perché secondo te, il nonno non ti ha mai detto nulla? Se ha raccontato tutto al Mago Orfeo, perché con noi ha tenuto il segreto? E la Signora del Caos? Perché non ha mai parlato di lei?”

Sofia guardò la bambina e sospirò: “Non lo so, ma il minimo che posso fare per lui è attendere una sua spiegazione e non farmi influenzare dalle parole di un mago folle…”
“Folle?” Orfeo le aveva sentite parlare sottovoce. All’inizio sembrò offeso, poi abbassò la testa e ammise, quasi più a se stesso che a loro.

“ Forse si, ero giovane e folle. E rimasi tale per tanto tempo. Poi…”

Ancora una volta, il mago cercò Luisa con gli occhi. “Poi però capii, ma ormai era troppo tardi. Luisa, da anni desideravo raccontarti tutto, ma come ben sai il coraggio non è mai stato il mio forte. Quando mi resi conto di quello che avevo realmente fatto, mi vergognai di me e mi nascosi alla Rocca del Destino… Avevo anche paura del lupo Tacatà, e non volevo coinvolgerti, soprattutto perchè vivevi così vicina alla foresta…”

“Del lupo Tacatà? E perché? Cos’altro hai combinato ?” Luisa si girò a guardarlo, col suo sguardo carico di triste rimprovero. Orfeo si avvicinò a lei, le prese una mano e iniziò a raccontare.

37

“Come ho già detto, diedi poco peso alle parole del signore con i capelli bianchi. Avevo promesso di smettere di utilizzare il talismano, ma per qualche strano motivo non solo lui non mi aveva forzato a restituirlo (e aveva tutta l’aria di poterlo fare senza problemi) ma mi aveva anche regalato la scatoletta bianca, dove avevo visto la Signora del Caos e il suo Mondo delle Cose Impossibili.
Così, di ritorno alla Corte delle Stelle, aspettai qualche giorno e ricominciai a sperimentare con il talismano. Ossessionato dalla scatoletta, passavo ore a guardarci dentro. Quando la aprivo, mi sembrava di sprofondare in quel piccolo spazio bianco. Ogni volta, vedevo il suo candore mutare lentamente, diventare sempre più scuro. Alla fine, raggiungeva un’oscurità tale che i miei occhi si dovevano abituare per continuare a guardarci dentro. A quel punto iniziava la parte più interessante.

La scatoletta mi mostrava una terra desolata e apparentemente disabitata, sovrastata da un silenzioso cielo il cui colore nero saturo di verde univa l’asprezza di un frutto acerbo alla tristezza di un albero appassito. Era un mondo privo di vita.

Ogni tanto, il cielo si ricopriva di nuvole che disegnavano il viso di una donna dall’espressione furente. All’inizio, quando succedeva, spaventato, richiudevo la scatoletta e non la riaprivo per un po’. Era il viso della Signora del Caos, e m’inquietava. Ero stato avvertito che voleva uscire dal Mondo delle Cose Impossibili. I suoi occhi ipnotizzanti penetravano nella mia mente ogni volta che li incontravo. Dopo poco però erano diventati parte di me e non li temevo più. Un giorno, non era passato forse neanche un mese, presi la scatolina e il medaglione in mano e visualizzai con la mente l’arida terra del Mondo delle Cose Impossibili. Si aprì un varco, come quello da dove è arrivata Sofia, e lo attraversai.

Dall’altra parte era buio, molto più di quanto avessi immaginato. Terrorizzato ripresi in mano il talismano per scappare di nuovo alla Corte delle Stelle. Mentre lo stringevo e cercavo di concentrarmi sul viso rassicurante di Luisa, le nuvole nel cielo disegnarono i due occhi che ormai conoscevo fin troppo bene.

Sotto, apparve un sorriso. E che sorriso! Agghiacciante è la parola che meglio potrebbe descriverlo. Eppure, non mi spaventò. Come se gli occhi avessero paralizzato le mie emozioni, rimasi impassibile a guardare il viso della Signora del Caos che domandò, con voce soffusa da anni di silenzio.

“Tu sai cos’è l’impossibile?”

Se devo essere sincero, mi sentii molto ignorante e completamente impreparato per offrire una risposta, nonostante tutti i miei anni di studio assieme al Guardiano di Mercurio. Non dissi nulla e lei domandò di nuovo:

“Tu sai cos’è l’impossibile? No? L’impossibile non è solo quello che non potrà mai essere possibile… E’ anche quello che non è ancora diventato possibile, o quello che un tempo lo è stato e ora non lo è più… Io oggi sono impossibile nel tuo mondo, ma nel passato ero possibile e domani forse lo sarò di nuovo. E c’è chi oggi è possibile e teme di diventare impossibile…”

Immaginai stesse parlando del signore che in quel mondo l’aveva imprigionata e ora temeva la sua libertà. Come se mi avesse letto nei pensieri, la signora continuò:

“Ti ha detto che il tuo mondo svanirà se torno io? Che crollerà in frantumi? Eppure lo abbiamo creato insieme, quando entrambi eravamo possibili allo stesso tempo… E ora che è possibile solo lui, tu dimmi com’è diventato quel tuo mondo? Noioso? Si, non me lo devi dire, lo vedo, tu ti annoi. Altrimenti non passeresti ore a osservarmi da quella tua scatoletta. Se il tuo mondo ti piacesse, non ne cercheresti altri. Io ti prometto, se mi ascolterai, che non ti annoierai mai più. Ti piacerebbe conoscere tutti i segreti del tuo mondo e di tutti gli altri?”

La Signora del Caos parlava di tanti mondi, non di uno solo. Mi lusingava pensarla come lei. La capivo e mi sentivo molto più vicino a quello che lei mi diceva che a quel vecchio asettico vestito di bianco che si era rinchiuso da solo in una prigione dello stesso colore. Almeno lei era stata imprigionata. Era vero, il mio mondo mi annoiava, volevo altro. Volevo sapere come cambiare la realtà. Così l’ascoltai, corrotto dalla promessa di una conoscenza segreta che mi avrebbe dato grande potere. In fondo stiamo parlando di me, e l’ambizione non mi è mai mancata.
Ma anche la Signora voleva qualcosa da me.

38
“Come mi hai trovato? Come hai attraversato le sue barriere?”

Le sue domande avrebbero dovuto spaventarmi più di qualsiasi cosa. Se la Signora del Caos fosse uscita da quel mondo arido di vita cosa avrebbe fatto? Avrebbe veramente distrutto la Corte delle Stelle? Io mi sentivo furbo, però, il più furbo di tutti. Le mostrai il talismano. Presi la pietra nera in mano e gliela porsi. Gli occhi nel cielo si strinsero come per osservare meglio lo strano oggetto che aveva davanti. Poi, un lampo di riconoscimento. E un sorriso. Non agghiacciante come quello di benvenuto con cui ero stato accolto, ma di trionfo. Ubriaca di una gioia folle esclamò:

“Finalmente! Che belle notizie porti, giovane mago. Notizie che non mi sarei mai aspettata… L’impossibile è già diventato possibile e lui ancora non lo sa!”

Lui, poteva essere solo il signore dai capelli bianchi, chi altri?

“Raccontami, dove l’hai trovato?”

Furbo. Pensavo di essere furbo e provai a ingannarla.
“Prima dimmi tu, raccontami tutto quello che hai promesso di rivelare!”
Chiesi, stolto e arrogante com’ero. Per tutta risposta, da una nuvola piovve a terra un libro.

“Ecco. In questo libro troverai tutte le risposte che cerchi. Leggerai anche le domande, soprattutto quelle che ancora non ti sei mai fatto.”

Lo presi in mano. Hendegaard c’era scritto. Le lettere d’argento intarsiate sulla copertina blu notte brillavano tra le mie mani. Lo aprii…. Immagini apparvero sulle pagine bianche e nella mia mente come se pagine e pensieri fossero una cosa sola. Per un istante, poi svanirono. Bastò quell’istante per convincermi. Era vero, quel libro mi avrebbe detto tutto, se solo avessi avuto il tempo di studiarlo.

“In cambio non ti chiedo nulla di speciale. Solo di raccontarmi esattamente dove hai trovato quella strana pietra che mi hai mostrato. E poi…” attese. Attese che il desiderio per quel libro entrasse nella mia mente, nel mio cuore e nelle mie ossa.

“E poi… mi presterai il talismano. Non ti preoccupare, una sola volta. Non chiedo troppo….” Tentennai ancora un poco… “Non oggi, non domani… Tra tanti anni e chissà …”

Sorrise trionfante e continuò: ”Forse mai.”
E io promisi.

Come per firmare l’impegno, aprii di nuovo il libro e vidi tra le pagine bianche le immagini della stessa storia che cominciai a raccontare. Le parlai di tutto. Di te, Sofia, e dei due gemelli. Del signore che era apparso dal nulla e ti aveva portato via insieme alla bambina. E della pietra che era rotolata ai miei piedi…

A quel punto, la signora m’interruppe. Non aveva bisogno di sentire altro, mi disse. Potevo andare. Potevo portare via il libro. Quando sarebbe stato il tempo di mantenere la mia parte dell’accordo, mi avrebbe chiamato lei. Così presi talismano, scatoletta bianca e libro. Strinsi a me tutti quei tesori, soddisfatto e, con tutto il mio cuore, pensai a te, Luisa, e alle bambine. Si aprì di nuovo il varco e lo oltrepassai. Dall’altra parte, a casa nostra, voi tre mi aspettavate piene di gioia. Per molto tempo dimenticai la mia stolta promessa.

39

Cominciai a studiare il libro. Appresi tutto quello che potevo. La nascita del nostro mondo. Come fare apparire cose impossibili provenienti dal mondo della Signora del Caos. Sek e i suoi fratelli furono tra i miei risultati migliori. Presto le mie conoscenze mi resero essenziale a Re Uberto che mantenne la sua promessa e mi nominò Guardiano dei Confini tra i Mondi.
Purtroppo, una nube turbava la mia gioia. Attraverso le pagine del libro capii, infatti, l’orribile conseguenza della prima volta che Re Uberto ed io avevamo usato il talismano. All’interno della quercia che avevamo squarciato, dormivano i cuccioli del lupo Tacatà. Non erano sopravvissuti all’incidente. Il cuore del Guardiano della Foresta si era spezzato insieme alla quercia. Per il dolore aveva isolato la foresta impedendo a chiunque di attraversarla. E aveva giurato di vendicarsi. Contro di me e contro il re Uberto.

Cominciai a temere per me e per le bambine. Purtroppo non mi trattenni dal combinare altri danni. Il re ed io continuammo a usare il talismano, ma tentai con tutte le mie forze di riparare a quello che avevo fatto. Provai anche a saltare avanti e indietro nel tempo… Inutilmente. Quando mi spostavo nel tempo, potevo solo osservare le cose che vedevo, come in un sogno. Non potevo fare nulla per cambiarle.

Gli anni passavano, tu e le bambine abbandonaste la Corte. Io non vi seguii. Ero ossessionato dal pensiero che nonostante tutti i poteri che avevo acquisito non riuscissi a tornare indietro e cambiare una sola cosa, l’unica che mi avrebbe permesso di tornare a vivere con voi serenamente. Provai e riprovai un infinito numero di volte. Infine, convinsi il Re Uberto a organizzare una delegazione che raggiungesse la foresta per parlare con il lupo Tacatà. Decidemmo di fare tutto senza utilizzare il talismano per mostrare al Guardiano della Foresta la nostra buona fede. Organizzammo una nave per attraversare il Golfo di Boffo e raggiungere la Foresta.

Sul vascello con me vennero anche Sek e i suoi fratelli. Ero entusiasta, forse avevo trovato il modo per tornare a testa alta dalla mia famiglia. Purtroppo successe il finimondo. Durante la tempesta, fummo attaccati dai pirati. Non avevo paura perché pagare un pedaggio a Rui, il Guardiano del Mare, era una prassi normale della Corte delle Stelle. Presto mi accorsi, però, che c’era qualcosa che non andava. Il capitano Rui aveva scoperto cos’era successo a sua moglie e sua figlia e sospettava che io conoscessi un modo per ritrovarle. Scoppiò una battaglia feroce tra i pirati e i marinai che per ordine di Re Uberto dovevano proteggermi a tutti i costi. Io mi spaventai da morire. Non amo molto la violenza…. Non ho coraggio…. Così presi il talismano per scappare e successe quello che successe.

Il raggio del talismano si alzò in cielo per poi ricadere sul ponte e affondare la nave. Rui e molti tra pirati e marinai non sopravvissero. Io… Beh io sì. Attraversato il varco, mi ritrovai in una stanza tutta bianca e ad attendermi c’era il vecchio signore tutto bianco. Era furente, i suoi occhi celesti brillavano tempestati da fulmini di rabbia. Erano uguali a quelli della Signora del Caos, quando ancora li guardavo da lontano, riparato dalla scatolina bianca. Ancora una volta non rivelerò quello che mi disse. Posso solo dire che questa volta prestai attenzione alle sue parole. Finalmente avevo capito. Il vero potere del talismano era di portare il caos nel nostro mondo. L’utilizzo del talismano aveva contribuito a determinare una serie di eventi e aveva lentamente distrutto l’armonia della Corte delle Stelle. E la sua Signora aspettava.

Tornai dal re e giurai che non avrei mai più usato il talismano. A questo punto anche il re era furente con me. Il talismano a lui serviva per governare la Corte delle Stelle nei suoi angoli più remoti e il potere gli aveva dato alla testa. Litigammo. Io abbandonai la Corte e mi rifugiai alla Rocca del Destino con i miei mufloni.

Da quel giorno utilizzai il talismano solo per non dovere attraversare la foresta, dove, ad aspettarmi, c’era sempre il lupo Tacatà. Non cercai mai di tornare da Luisa e dalle gemelle. Non volevo che il lupo facesse a loro quello che io avevo fatto ai suoi cuccioli. Poi arrivò quel dannato ragazzino! Mi rubò il talismano e rimasi imprigionato alla Rocca, dove vivevo nel terrore. Dall’alba al crepuscolo i miei gufi cercavano quel piccolo ladro, ma come ben sapete senza alcuna fortuna.

Quando ho visto il sole tramontare di colpo, ho immaginato cosa potesse essere accaduto e ho deciso di tentare di convincere la regina a tornare sul trono del sole. Il caos non doveva prendere il sopravvento. E così per la prima volta ho affrontato le mie paure e ho provato ad attraversare la foresta per raggiungere in fretta la corte. Li sono stato rapito dalle lucertole giganti che mi hanno riportato nuovamente nel Mondo delle Cose Impossibili.

Dove Anna mi ha trovato……”

40

Tobia era tornato nella grotta. Nella penombra, il lago sotterraneo luceva come una macchia di olio nero. Prese un sasso e, pensando a quello che gli aveva detto il nonno, lo scagliò con forza dentro l’acqua torbida. Il lago inghiottì il sasso, in silenzio.

Avrebbe voluto che quell’acqua inghiottisse anche i suoi pensieri. Era tutta colpa di quella bambina, sua sorella. Scorrazzare così per la Corte delle Stelle, combinando guai! L’avrebbe riportata a casa.

Ma con lei, sarebbe dovuta andarsene anche la mamma che aveva appena ritrovato. Non era giusto. Purtroppo, però, tante cose non sono giuste; questo lo aveva imparato già da qualche tempo. Cercò di distrarsi e tornò con la mente alla Torre della Solitudine.

Il signore dagli occhi azzurri, come quelli di Anna, gli aveva raccontato tutto. Gli aveva spiegato perché, tanti anni fa, aveva portato via sua sorella e sua madre. E ora toccava a lui fare lo stesso. Dalla morte di suo padre, Tobia non aveva avuto un altro punto di riferimento. Qualcuno che gli dicesse cosa fare. Qualcuno in cui credere. Ora, aveva trovato suo nonno. Il padre di sua madre, che gli aveva detto che loro due avevano simili doveri e responsabilità. Così, per la prima volta in tanti anni, Tobia aveva deciso di ascoltare qualcun altro, oltre a se stesso. Preso il talismano tra le sue mani, aveva pensato ad Anna con intensità. Ma, ancora una volta la sua mente indomabile aveva cavalcato lontano.

Oltre il varco, si era ritrovato tra alberi e piante, cupamente intrecciati tra loro come una trappola. Tobia aveva tremato di paura. Insieme con lui, anche la foresta, ogni singolo albero, tronco, pianta e ramoscello, aveva sobbalzato con violenza. Come se avesse voluto sputarlo fuori con un potente colpo di tosse. E così era successo. Uno spaventato Tobia, ripreso il talismano in mano, aveva pensato al luogo dove si sentiva più al sicuro.

Era ritornato lì. Nella grotta, vicino al suo vascello. Ora, davanti al lago dall’acqua torbida, doveva concentrarsi sul da farsi.

Salì sul ponte, immerso nei suoi pensieri. L’avventura nella foresta lo aveva preoccupato. Usare il talismano per apparire senza preavviso da qualche parte era diventato poco raccomandabile. Non c’era modo di prevedere dove sarebbe potuto finire la prossima volta. O forse si? Mentre scendeva sottocoperta, gli venne un’idea. Se la foresta andava evitata, non poteva in qualche modo cercare di apparire sotto la foresta?

Magari bastava concentrarsi su un punto, sotto terra, vicino a dov’era Anna, ma non proprio dov’era lei… Perché chissà dov’era lei, pensò rabbrividendo. Rovistando nel buio, trovò finalmente quello che stava cercando. Una scatola, dove aveva nascosto gli oggetti più preziosi appartenuti a suo padre. L’aprì. Dentro c’era un coltello a serramanico. La sua lama era lunga e appuntita e sull’impugnatura era intagliato il sigillo del Guardiano del Mare. Lo prese e controllò l’affilatura. Si. Andava ancora bene, nonostante non lo avesse usato da anni. Troppi ricordi, anche qualche senso di colpa. In fondo, non si era quasi mai comportato come un vero Guardiano del Mare. Ora però era diverso. Stava facendo il suo dovere…

Strinse il talismano nella mano sinistra, il coltello nella destra e si concentrò sulla bambina. Poi, cercò di pensare a un punto sottoterra che fosse vicino a lei. Si aprì il varco. Tentennando, fece un passo in avanti, coltello in mano, pronto ad affrontare qualsiasi cosa avesse trovato dall’altra parte. Appena varcata la soglia, come prima cosa, un buio fitto gli diede il benvenuto. Guardò in alto e non vide il cielo, ma qualcosa di marrone e solido. Perfetto, era sottoterra proprio come aveva voluto. La bambina era sopra di lui. Ma dov’era finito esattamente? Era sottoterra sì, ma non circondato dalla terra. Quello attorno a lui era legno. Si trovava al centro di un largo snodo di gallerie che a ben guardare erano enormi radici. Da qualche parte aveva sentito raccontare di un luogo come quello. Davanti a lui, due occhi che bruciavano come fiamme confermarono il suo terribile sospetto.

Era nel cuore sotterraneo di una quercia, quella del lupo Tacatà. Il lupo lo stava fissando pronto ad azzannarlo. Tobia prese il talismano per fuggire, poi si fermò. Dietro al lupo c’era un uomo legato a terra e a stringerlo non erano corde ma liane che nascevano dalle radici della quercia. Tobia lo riconobbe. L’ultima volta che lo aveva visto era seduto su un trono d’argento. Era re Uberto.

Tobia guardò il sigillo di suo padre sul coltello. Sapeva esattamente quello che avrebbe fatto il Capitano Rui in quella situazione. Avrebbe salvato il proprio re.

Si accorse in quel momento che il lupo sembrava guardare oltre, come se il suo corpo fosse stato trasparente. Si voltò. Con terrore vide il varco creato dal talismano. Non si era richiuso come al solito. Si stava allargando e aveva cominciato a inghiottire, prima gradualmente poi sempre più voracemente, le radici e il tronco dell’albero. In pochi secondi aveva risucchiato quasi tutta la quercia squarciandola completamente. Ora stava inghiottendo anche la notte. In cambio, fuori dal varco aveva cominciato a sgocciolare qualcosa. Qualcosa di terribilmente oscuro, che ora stava riempiendo lo spazio attorno a lui, come una linfa mortale. Prima a gocce, poi a fiumi. E in quei fiumi neri e verdi nuotavano creature mostruose.
Prima arrivarono le lucertole giganti. Avevano denti più affilati del lupo e occhi ancora più spaventosi. E dietro alle lucertole giganti, Tobia vide eserciti di altri mostri inimmaginabili e indescrivibili.

Tremò, pensando che la paura provata per la foresta era nulla in confronto a ciò che sentiva ora. Il terrore era entrato in tutte le sue cellule. Lontano o vicino, Tobia non avrebbe saputo dire, il lupo ululò. Anche lui di spavento. Tobia capì. Anche il lupo Tacatà aveva appena scoperto l’esistenza di qualcosa di più pauroso di un gigantesco lupo nero.

In quel momento accadde un miracolo. Le lucertole e i mostri risvegliarono dentro al cuore del temibile Guardiano qualcosa che si era spento da tempo. Di colpo si dimenticò di tutto il suo rancore e si ricordò che il suo dovere era proteggere la foresta e tutti i suoi abitanti. Il lupo si lanciò all’inseguimento di quelle creature spaventose, lasciando senza guardia il Re Uberto. Tobia non perse un secondo. Corse dall’uomo imprigionato e con il coltello tagliò le liane. Il re lo guardò per ringraziarlo ma non disse nulla e gli fece segno di seguirlo. Tobia pensò stesse scappando via, ma il re si piazzò imponente davanti al lupo che interruppe la sua caccia impazzita. Guardandolo negli occhi, con la mano destra sguainò dalla fodera la sua spada. Sull’elsa brillò fievole il sigillo della luna. Tobia pensò volesse attaccare il lupo. Il re, invece, appoggiò la spada a terra e rimase disarmato davanti alla bestia. Il lupo attese un attimo, poi con la bocca afferrò la spada e la porse al suo sovrano. Il lupo si voltò verso il ragazzo. I suoi occhi non erano più minacciosi. Al contrario, lo chiamavano con urgenza.

Tobia si avvicinò dubbioso. Allungò una mano e accarezzò l’animale. Si sentì di colpo sicuro. Certo di quello che doveva fare. Saltò in groppa al lupo e i due guardiani si lanciarono con il re in una battaglia senza speranza contro le schiere di mostri che il varco aveva sputato nel loro mondo. Presto, le lucertole li circondarono. Tobia si guardò intorno. Nulla era più come prima. Il varco aveva risucchiato tutto quello che conoscevano e lo aveva rimpiazzato con forme e vite indefinite e impossibili. E la bambina? Dov’era finita Anna? Lui aveva pensato a lei quando aveva aperto il varco…

41

La luce verde di Tara aveva avvolto le parole del mago proteggendole da orecchie indiscrete e nessuno aveva interrotto il racconto. Anna e gli altri non avevano detto nulla per un po’. Per la durata della storia erano stati anche loro in un altro tempo, in un altro luogo, e non più in quelle cupe gallerie che tanto sembravano spaventarli. Ora, ritornati al presente, si sentivano tutti un po’ spaesati. Tutti tranne Anna.

Mentre il mago Orfeo parlava, era successa la stessa cosa che era capitata quando Luisa le aveva raccontato la sua storia. Per tutta la durata del racconto aveva provato la sensazione di essere lì, accanto al mago Orfeo e di vivere con lui i suoi viaggi nel tempo senza potere cambiare niente. Tutto a un tratto riaffiorò nella sua mente una domanda che andava e veniva e che stava aspettando di trovare una via d’uscita.

“Mi scusi, signor Orfeo, posso farle una domanda? Perché i gufi di notte sono dei muf…”

In quell’istante la galleria cominciò a tremare di nuovo. Questa volta sembrava fosse arrivato veramente un terremoto. Anna guardò in alto e vide il soffitto della galleria squarciarsi sopra di lei e aprirsi sul nulla. Un nulla che diventava sempre più vasto. Era un varco, come quello che si era aperto alla Rocca del Destino e da cui era uscita la mamma.

Questo varco non voleva saperne di richiudersi, anzi, diventava sempre più grande e inghiottiva qualunque cosa. Poi, davanti ai loro occhi, successe l’impossibile.

L’aria tremò e, come se si fosse frantumato in milioni di pezzi, il buio si sciolse. Sopra le loro teste cominciarono a piovere gocce di qualcosa di ancora più oscuro dell’oscurità. Gocce che presto si trasformarono in cascate nere e allo stesso tempo verde acido… Il cielo acerbo e appassito di cui aveva parlato il mago Orfeo si era trasformato in un mare che voleva travolgerli e annegarli. A seguire, o piuttosto a cavalcare le sue onde, Anna vide le lucertole giganti e altre creature terrificanti.

Le barriere tra la Corte delle Stelle e il Mondo delle Cose Impossibili erano crollate. L’ordine della realtà era stato scambiato con l’impossibile. Solo il caos era diventato possibile, ora. Ma dov’era, in tutto questo, la sua Signora?

Anna la vide uscire, a seguito delle sue creature mostruose. Non era altro che una vecchietta, alta poco più di una bambina, poco più di lei. Camminava piano e rideva. Rideva e ripeteva le stesse parole come una canzone.
“Sono tornata! Dove sei? Non sei venuto a darmi il benvenuto?”
Ripeteva e rideva, guardando lo sfacelo che il suo arrivo aveva causato.

“Non posso più darti nulla…Ormai hai distrutto tutto…”
Anna sentì qualcuno mormorare dietro di lei. Si girò. Dal nulla, era apparso suo nonno, con i capelli bianchi, che ora sembravano grigi e sporchi, e gli occhi, un tempo azzurri, ora solo tristi e stanchi.

“Non posso più darti nulla, ormai hai distrutto tutto….” sussurrò di nuovo il nonno.

Nella confusione, nessuno sentì la sua risposta, soffocata dalla risata della vecchietta.
Solo Anna la udì. Tobia! Doveva essere stato Tobia, apparso nelle vicinanze con il talismano. Si guardò intorno ma tutto turbinava. A fatica riusciva a trattenere a sè la sua borsa.

Poi li vide. Un ragazzino, un uomo e un lupo dagli occhi accecanti inseguivano i mostri che stavano sbucando dal varco. Solo loro tre. Contro lucertole giganti e altre forme di vita impossibile.

Tobia era a cavallo del lupo. Un animale gigantesco, i cui occhi di brace e le zanne brillavano bianche come stelle in quella notte che avrebbe potuto spaventare qualsiasi notte.
Un lupo, che in una qualsiasi altra notte, avrebbe terrorizzato chiunque ma in quella, forse ultima notte, non preoccupava nemmeno un po’ le terribili lucertole giganti.
Accanto a lui combatteva un uomo alto e maestoso, con una spada argentata, sopra la quale Anna vide intarsiato il sigillo della luna. Lo stesso sigillo che aveva visto sul trono vuoto.
Insieme, tutti e tre, combattevano disperati, una battaglia che non avrebbero mai vinto.

In quel momento Tara incominciò a brillare. L’unica luce, oltre agli occhi di brace del lupo.
Anna la seguì. E, camminando dietro la sua scia, nulla la poteva toccare.
Così in una bolla di pace, nel bel mezzo della battaglia, raggiunse Tobia.

Tara si posò prima sulla mano sinistra del ragazzino, poi vicino al suo cuore, brillando come una medaglia d’onore. Anna allungò la sua mano e afferrò quella di Tobia. Per un istante, entrambi strinsero assieme il talismano. Mentre le loro mani si intrecciavano, attorno al medaglione nero, Tobia sentì qualcosa, dentro di lui, cambiare. Il buco nel suo cuore si era finalmente chiuso. La solitudine che non era mai riuscito a spazzare via, scomparsa. Tobia e Anna si abbracciarono.

Passò un istante o, forse, un’eternità. Ormai anche lo scorrere del tempo era diventato impossibile…

Poi, Tobia liberò Anna dall’abbraccio e lei portò a sè il talismano guardandolo sorpresa. La pietra nera la salutava e brillava di gioia.

“Finalmente sono a casa…Sei la bambina con i ricci capelli neri e gli occhi azzurri…Finalmente posso riposare.” Sentì la pietra mormorare…
Poi, dopo un’istante, come realizzando cos’era successo, la pietra disse:
“Ma è troppo tardi…Ho fatto troppi guai….”
Di colpo anche il talismano sembrò triste, come tristi erano stati per anni gli occhi della mamma. Era la stessa luce senza gioia che brillava negli occhi di Luisa e in quelli della regina Ottavia. La stessa tristezza che ora allagava gli occhi del nonno.

Per un secondo il suo cuore si strinse e sembrò che una lacrima le scivolasse sul viso. Non era una lacrima. Era Tara che aveva cominciato a brillare come non aveva mai fatto finora e a danzare allegramente il suo ballo d’ape, quello che aveva già danzato nella taverna quando l’aveva convinta a prendere il libro.

“Il libro!” Pensò” Devo leggere il libro!”
Di corsa aprì la sua borsa, per miracolo l’unica cosa che non era stata risucchiata dal vortice. Mentre con la sinistra continuava a stringere il talismano, la mano destra estrasse il libro. Hendegaard. Le sue lettere argentate brillavano e sembravano volersi staccare dalla copertina per tuffarsi dentro gli occhi azzurri della bambina. Poi, le pagine cominciarono a sfogliarsi da sole e da loro uscì una voce. Era la voce di Anna che raccontava una storia. La storia della Corte delle Stelle, dall’inizio alla fine.

42

“All’alba del tempo, prima di chiamarsi Signori, Caos e Ordine si chiamavano tra loro amore. Ordine sosteneva che poteva esistere un solo mondo, Caos era convinta che i mondi fossero infiniti. Su quello che era possibile e impossibile non andavano mai d’accordo. Nonostante questo, dal loro amore nacquero due gemelli: una bambina e un mondo, possibili e impossibili allo stesso tempo, entrambi composti dallo stesso numero di particelle di caos e di ordine. Il mondo era la Corte delle Stelle, la bambina era Sofia.
Alla Corte delle Stelle, come dal nulla, apparvero i Guardiani. Lentamente, i Guardiani scoprirono che ogni cosa alla Corte delle Stelle era speciale e che più loro la guardavano con attenzione, più essa diventava bella. Così anche loro, assieme a Ordine e a Caos, Guardiani della Luna e del Sole, cominciarono ad amare la Corte delle Stelle e a prendersi cura di lei. Ogni Guardiano, però, vedeva le cose in maniera diversa. I Guardiani celesti guardavano le stelle da lontano, perché, se si fossero avvicinati, le stelle avrebbero bruciato i loro occhi. I Guardiani terrestri dovevano, invece, essere vicini alla terra per poterne vedere meglio i minuscoli dettagli.

Così i Guardiani terrestri lasciarono la casa di Ordine e Caos. Il Guardiano della Montagna andò a vivere sotto le montagne, il Guardiano del Mare si costruì un vascello e cominciò a solcare le onde. Un’immensa quercia divenne la casa del Guardiano della Foresta. Dovunque si trovavano, i Guardiani si amavano tra loro e la Corte delle Stelle cresceva come una tela di luce tessuta dai loro sguardi intrecciati. Il sole e la luna, le stelle del cielo, le pietre della terra e le onde del mare danzavano tra loro e la loro danza era più importante di tutti i danzatori. Tutto mutava sempre, tutto rimaneva sempre lo stesso. Caos era felice perché nulla era quello che sembrava e Ordine sereno perché ogni cosa sembrava al suo posto.

L’alba del tempo passò.

Ordine, orgoglioso dell’armonia che aveva creato, iniziò a temere Caos e l’incertezza che la sua amata causava quando vagava tra il cielo, le montagne, il mare e la foresta. Decise allora di costruire, al posto della casa dove vivevano, un palazzo di marmo bianco e due troni, uno d’argento per lui e uno tutto d’oro per lei. Poi, convinse Caos a sedersi lì con lui, rinunciando a muoversi libera per il mondo che avevano creato.

Piano, piano la Corte delle Stelle divenne sempre più rigida e fredda e i mutamenti amati da Caos cominciarono lentamente a svanire. Presto, alla Corte delle Stelle non c’era più movimento. Tutto era duro e brillante come un cristallo ma Caos ai cristalli preferiva le fiamme colorate e vivaci del fuoco, che almeno la riscaldavano un po’. Così un giorno, un po’ per noia e un po’ per rabbia, la bellissima e temibile Caos convinse il sole a brillare tanto da incendiare la terra e asciugare il mare e la Corte delle Stelle iniziò a bruciare.

Ordine se ne accorse appena in tempo. Spense le fiamme e, non sapendo cosa fare, imprigionò Caos nel Mondo delle Cose Impossibili. Mandò Sofia a vivere nel Mondo delle Cose Possibili cosicché il caos di cui era anche lei composta non vagasse libero per la Corte delle Stelle e non continuasse quello che aveva iniziato sua madre. Poi scelse un re e una regina perché governassero dai troni della luna e del sole. A quel punto anche lui abbandonò la Corte e si rinchiuse tutto solo dentro la Torre della Solitudine.

All’alba del tempo, il Mondo delle Cose Possibili, il Mondo delle Cose Impossibili e la Corte delle Stelle erano un solo mondo e, contemporaneamente, mondi infiniti. Ora erano diventati tre mondi, isolati tra loro.

Il luogo più isolato di tutti era la Torre, che esisteva in tutti e tre i mondi e in nessuno di essi. Per evitare che Caos tornasse, Ordine chiuse tutti i passaggi. Tutti, tranne quello nella grotta sotto la Torre della Solitudine.

Tutti i giorni, quando si svegliava e prima di andare a dormire, Ordine apriva una scatoletta bianca che teneva accanto al letto. Dentro poteva vedere nel Mondo delle Cose Impossibili, e osservare Caos da lontano. Tutti i giorni, quando la vedeva, piangeva. Poi asciugava gli occhi e, ogni giorno, si dimenticava del suo dolore, così come si era dimenticato della gioia e dell’amore che avevano generato la Corte delle Stelle. Ogni giorno piangeva, ogni giorno dimenticava, e in quel vuoto nel quale lui stesso si era imprigionato, tutto sembrava in ordine.
Si sbagliava.

43

Nel Mondo delle Cose Impossibili, Caos non era sola come credeva. Insieme con lei era rimasto imprigionato un libro. La sua copertina era blu e sopra, con lettere d’argento, c’era scritto: Hendegaard.

Quando Caos lo trovò e aprì, le sue pagine erano vuote. Lo gettò per terra e lo calpestò stizzita, pensando fosse uno scherzo. Poi, se ne dimenticò. Passarono anni prima che lo riprendesse in mano. Un giorno, annoiata, lo riaprì. Vide i suoi pensieri fondersi con le pagine bianche. Mentre diventava una cosa sola con il libro, Caos finalmente comprese.

Il libro era un pezzo del cuore di Ordine sacrificato al Mondo delle Cose Impossibili per poterla rinchiudere. Era quella parte del cuore che non l’avrebbe mai potuta abbandonare e di cui Ordine si era dimenticato.

La Signora del Caos lesse nel libro le risposte a molti suoi interrogativi e domande che ancora non si era mai fatta perché non era ancora giunto il momento giusto per farsele.
Il libro le parlò del futuro declinandolo al passato, come se il futuro fosse antico quanto l’alba del tempo. E, come se fosse già avvenuta, le raccontò la storia di due bambini e di un giovane mago.
Le parlò, inoltre, di una pietra nera che era parte di lei, un piccolissimo pezzo di caos puro. Quel piccolo pezzetto di caos era la chiave per ritornare a casa. Si sarebbe staccato dalla realtà che formava la Corte delle Stelle, nel momento in cui Ordine avesse separato i due bambini.

(Povero Ordine, sospirò il libro, non lo avrebbe mai fatto se il suo cuore fosse stato intero. Avrebbe capito che il destino dei bambini era di stare insieme così come quello di Sofia sarebbe stato di crescere con sua madre).

E le parlò di una lacrima donata per caso da Ordine a un giovane mago, imprigionata in una scatoletta bianca. Era una delle tante lacrime che Ordine aveva versato che aveva trovato una via di scampo per sfuggire al triste destino della Torre, dove tutte le sue sorelle finivano per asciugarsi e svanire.

Liberata, la lacrima sarebbe volata via senza essere vista da nessuno, tranne che da una giovane donna, Luisa ( chissà perchè proprio lei? …). Avrebbe vagato per la foresta. Dovunque, al suo passaggio avrebbe portato calma e serenità. Una piccola luce verde che brillava di gioia e di amore. Una notte sarebbe entrata in una buia galleria sotto una montagna. Lì avrebbe incontrato un topino che piangeva davanti ad una divisa rossa con le rifiniture dorate e a un cappellino d’oro luccicante, con le rifiniture rosse.

Delicatamente si sarebbe appoggiata prima sul suo muso, poi sul cappello e infine sulla divisa. Il topo l’avrebbe guardata perplesso e poi, avrebbe sorriso. Infine, preso il cappello con le zampe, se lo sarebbe posato in testa.

“Come ti chiami?” Per tutta riposta, la luce avrebbe brillato e ballato davanti a lui fluttuando nell’aria come una farfalla.
“Ah… Non hai un nome… Ti chiamerò Tara. Perché non resti quaggiù con me? E’ buio e ho paura. Mio padre era Guardiano della Montagna e mio nonno prima di lui. Ora tocca a me, ma non sono abituato a stare sottoterra. Vedi, io ero un topo da vascello, un topo di mare, abituato alle avventure all’aria aperta. Qua sotto, mi sento un po’ soffocare… “

Così, nel buio del Mondo delle Cose Impossibili, Hendegaard raccontò a Caos di come Tara avrebbe acceso, assieme al topino, tutte le candele delle gallerie per aiutare i viandanti a non avere paura dell’oscurità. E di come Tara avrebbe atteso.

Solo il piccolo Guardiano vestito di rosso avrebbe riconosciuto chi attendeva Tara. Una bambina con i capelli ricci neri e gli occhi azzurri quanto il mare che, un tempo, il topino stesso aveva solcato.

Infine, Hendegaard narrò a Caos di Anna. E la voce con cui Hendegaard parlava era già la voce cristallina di Anna. Quella bambina, le disse, non sarebbe stata una bambina qualunque ma un Guardiano, il Guardiano della Corte delle Stelle e, proprio come i primi Guardiani, Anna avrebbe guardato tutto con attenzione e con amore.

Le parlò della solitudine e della sofferenza che la bambina avrebbe trovato nel suo viaggio. La tristezza di Sofia, della Regina Ottavia e di Tobia. Le raccontò del dolore del lupo che avrebbe tremato con la foresta, e della paura del mago. E poi della sconfinata tristezza che la bambina avrebbe letto negli occhi di Ordine.

Per ultimo, le parlò dalla sua rabbia. Della sua rabbia che avrebbe distrutto tutto.

Imprigionata nel Mondo delle Cose Impossibili, Caos ascoltò, ma non con la dovuta attenzione. Accecata dal suo dolore non vide quello che Hendegaard aveva cercato di mostrarle nelle sue pagine vuote. Soprattutto con le ultime parole. Anzi.

Caos giurò che avrebbe trovato il modo di usare il libro per vendicarsi di Ordine. Avrebbe usato un pezzetto del suo stesso cuore contro di lui. E così fece.

Quando, finalmente, il giovane mago la raggiunse nel Mondo delle Cose Impossibili, Caos, sprezzante, gli donò il libro, come a un cane, si lancia un osso.
E quello fu il vero inizio della fine.”

44

Ora, che tutto era stato distrutto, Hendegaard raccontò ai presenti, di nuovo la stessa storia. Quella storia che era stata scritta solo per Caos. La prima volta la nonna non aveva dato ascolto alle parole del libro. E Anna l’aveva riletta, ancora una volta. Il racconto finì e la voce di Anna si disperse nel buio, nel vuoto e nel silenzio.

Caos si guardò attorno. Le sue lucertole erano come paralizzate, ipnotizzate dalla voce trasparente e serena della bambina. Un enorme lupo nero le fissava terrorizzato. Un uomo, che un tempo doveva essere stato alto e maestoso, osservava incredulo e impotente il varco che aveva divorato ogni cosa.

Il mago che l’aveva raggiunta nel Mondo delle Cose Impossibili, sempre più piccolo, magro e impaurito, era abbracciato a una donna molto più grande di lui ma altrettanto spaventata. Un altro uomo, piuttosto anziano e vestito con una tunica rovinata, era nascosto dietro tre statuari mufloni, uno viola, uno nero e uno blu.

E poi vide loro. Sofia, Anna e Tobia. E soprattutto lui, Ordine.
Finalmente, Caos comprese quello Hendegaard aveva cercato di mostrarle tanti anni fa.

Gli occhi di tutti quelli che la circondavano erano stanchi, tristi o spaventati. Erano occhi vuoti. Solo quando la piccola luce verde si posava sulla spalla di uno di loro, gli sguardi sembravano rianimarsi per un istante.

In quel momento, la piccola luce verde si avvicinò a lei, la cui schiena ormai era piegata in due dal peso di un rancore portato da troppo tempo. Di colpo, si sentì più leggera. Abbastanza da capire che forse era anche un po’ colpa sua. La piccola luce verde si accostò allora ai suoi occhi, che s’illuminarono di un verde brillante come l’acqua di lago. E nuove gocce lucenti cominciarono a scorrere lungo le sue guance, scivolarono oltre il suo viso e spiccarono il volo.

Guidate da Tara, raggiunsero il nonno e lo avvolsero in un abbraccio. I suoi capelli bianchi, i suoi occhi blu e i suoi vestiti diventarono d’un tratto tutti verdi. Il Signore dell’Ordine si trasformò in una Tara gigante. Brillava così forte che tutti, tranne Anna, strinsero gli occhi. A differenza degli altri, gli occhi di Anna erano abituati alla luce.

Caos si avvicinò alla bambina che istintivamente le porse il libro. La vecchia signora lo prese tra le mani dolcemente e lo portò a Ordine che commosso lo strinse al petto. Aveva, finalmente, ritrovato il pezzo mancante del suo cuore.

Povero Ordine, se non lo avesse perso, quante cose avrebbe capito, quante cose avrebbe potuto evitare.

45

Ora che le parole di Anna battevano assieme al suo cuore, dagli occhi di Ordine sgorgarono altri smeraldi di luce verdi, tondi, piccoli e luminosi come quelli che erano scivolati giù dalle guance di Caos. Guidate da Tara, le lacrime di Ordine e Caos volarono insieme verso il varco che stava ancora inghiottendo tutto, senza risparmiare nemmeno le lucertole e i mostri che aveva sputato.
Continuando così, il varco avrebbe presto inghiottito anche se stesso. E non sarebbe rimasto più nulla, nemmeno il vuoto.
Le luci entrarono nel varco e questo si finalmente si calmò, sfamato da una coperta di lacrime verdi.

“Scusami, Caos.”
Mormorò piano il Signore dell’Ordine e le sue parole rimbombarono nei loro cuori come tuoni, perché da troppo tempo erano state trattenute. Questa volta, lo ascoltarono tutti. Come avrebbero potuto non farlo?
Ordine continuò a parlare sottovoce a Caos.
“Lo so che forse non potrai mai perdonarmi. Lo so, come so tante altre cose, ma chi sa così tante cose, purtroppo o per fortuna, non è esente dal commettere anche errori molto grandi. Nessuno può conoscere tutto del presente, del passato e, tantomeno, del futuro. Anzi. L’unica cosa certa del futuro è che nessuno sa esattamente quello che succederà e questo me lo hai insegnato proprio tu.“

“La Corte delle Stelle è una tela tessuta dall’amore tra il possibile e l’impossibile; tra il sole e la luna; tra il mare, la montagna e la foresta. Tra tutte le stelle del cielo. Sono stato io a strapparla. La prima volta, distrattamente quando ti ho rinchiuso nel mondo delle cose impossibili e ho portato Sofia lontano da te e dalla Corte delle Stelle. E la seconda, con intenzione, quando ho separato Anna e Tobia. Separando e dividendo, ho spezzato quella tela. Ho allontanato anche me stesso dal mio cuore. E più andavo avanti con il mio ostinato comportamento, più pensavo di creare ordine. E invece creavo caos.

Ora so che il caos non lo comprendo ma so anche di amarlo profondamente.

Scioccamente, non ho capito neanche chi fossero davvero Anna e Tobia. Ho pensato che poiché Sofia era in parte caos e in parte ordine, i due bambini per forza sarebbero dovuti essere una caos e l’altro ordine. Come noi due. Arrogante, pensando di sapere sempre tutto, ho deciso troppo in fretta. La bambina doveva essere Caos come te. Il piccolo, Ordine, proprio come me. Mi sbagliavo. Come mi sono sbagliato sempre, da quando sono rimasto solo.

Anna è Ordine. E’ sempre al posto giusto, al momento giusto. Per questo si può muovere senza usare il talismano. Non apre varchi quando si sposta, non causa tempeste o terremoti. Va semplicemente dove deve andare, ed è sempre dove deve essere. Anch’io ero così, quando mi muovevo in armonia con la Corte delle Stelle. L’unico varco che ho aperto è stato quello per riportare Anna e Sofia alla Torre della Solitudine. Non lo potevo fare e la realtà ha cominciato a sgretolarsi.

Tobia, invece è Caos. Come te, forza i cambiamenti, rompe le catene e trasforma la realtà. E’ irruento e imprevedibile come una tempesta d’estate. E d’estate, quando tutto diventa arido e secco, le tempeste sono molto importanti… ”

Ordine guardò Caos, come Orfeo aveva guardato Luisa. Con occhi che temono quello che potrebbero vedere ma che ugualmente non possono sottrarsi. Ma Caos aveva già pianto tanto, di rabbia e di furore, e non voleva piangere più. Così, la piccola e curva vecchietta sorrise. Il suo sorriso, debole e timido come il primo raggio di sole dopo una lunghissima notte, spazzò via l’oscurità.

Anna si voltò verso suo nonno e per un attimo non vide lui, ma la sua casa bianca, squadrata e rigida, che si era sempre opposta con successo alle onde del mare. La vide travolta dall’onda di quel sorriso e dalla forza del suo perdono. Anna capì che anche la Torre della Solitudine era crollata.

46

Il varco si era chiuso, la Torre non c’era più e il buio era ormai solo un crepuscolo ammorbidito dai luminosi sorrisi di Ordine e Caos.

Non erano più sottoterra. Anna non avrebbe saputo dire dov’erano. Le forme e i colori erano ancora indefiniti. Le sembrò di essere avvolta da un’immensa nuvola soffice come la spuma delle onde del mare sotto casa sua. Poi, tutto a un tratto, Anna si trovò in mezzo alla luce, ma per quanto si sforzasse non riusciva a distinguere le stelle, il sole o la luna. Era di nuovo l’alba del tempo.

La bambina cercò Tobia in quella nuvola rassicurante. Lo vide, abbracciato a Sofia. Il ragazzino non sapeva cosa fare, temendo di portare altro caos a quel mondo neonato. Anna si avvicinò, e strinse la sua mano, forte, come quando le radici avvolgono le piante legandole alla terra. Tobia iniziò a sentirsi calmo e rilassato e cominciarono a camminare insieme.

Anna sentì una musica fievole e cominciò a danzare con suo fratello un valzer lento, su quelle nuvole chiare luccicanti e lisce come un pavimento di marmo. Anna e Tobia stavano già volteggiando quando anche gli altri iniziarono a udire la musica. Caos e Ordine, Orfeo e Luisa iniziarono a ballare. Anna vide che Sofia era rimasta sola, ferma come se aspettasse qualcuno. Poi lo vide, ancora vestito da pirata. Dietro di lui, altre sagome lo seguivano. Erano gli altri pirati scomparsi.

Rui si avvicinò a Sofia e insieme iniziarono a ballare. Anna udì, come se fosse stata abbracciata a loro, quello che suo padre disse a sua madre. Dopo la battaglia sul vascello, quando si era aperto il varco, era finito imprigionato nel Mondo delle Cose Impossibili assieme agli altri pirati.
“Come hai saputo cosa era successo davvero, dopo la nascita dei due gemelli?“ chiese Sofia.

Rui, per tutta risposta, indicò con lo sguardo la vecchietta che dolcemente stava ballando stretta, stretta, al vecchio signore.
“Chiunque li guardasse ora non penserebbe mai a quanti guai quei due vecchietti sono riusciti a combinare” disse, sorridendo.

Ballavano tutti. Davanti a lei, Anna vide il re Uberto ballare con la regina Ottavia. “Chissà quando è arrivata?” si chiese, ma non le importava neanche tanto perché sapeva che era giusto così. La regina non poteva mancare.

Poi, d’un tratto, la musica si affievolì, fino a diventare inudibile. Anche se Anna sapeva che la musica c’era ancora, gli altri smisero di ballare. Anna si guardò intorno. Erano tornati tutti alla Corte delle Stelle, ma non era più un anfiteatro di marmo bianco. La Corte si era completamente richiusa su se stessa ed era diventata un uovo intessuto da luci argentate e dorate, che splendevano avvolgendoli tutti. Anna e Tobia erano al centro e si stringevano ancora per mano.

La regina si staccò dal suo compagno e si avvicinò ad Anna. Con le mani si sfilò dalla testa il piccolissimo pezzo di pietra nera che portava al collo e lo porse ad Anna. Anna prese la piccola pietra e il talismano. Con dolcezza riunì assieme i pezzi. Nel momento esatto che il talismano fu di nuovo intero, l’uovo si aprì sopra di loro e Anna vide volteggiare nel cielo stelle e pianeti sconosciuti. Allungò una mano. Poteva toccare quei nuovi astri celesti! Poteva afferrarli tra le dita e muoverli! Guardò suo fratello che immediatamente capì e insieme cominciarono a disegnare nuove costellazioni.

Mentre creavano composizioni di stelle, come fossero mazzi di fiori, l’uovo si aprì anche sotto di loro. Le luci dorate e argentate che aveva visto nel planisfero cominciarono a scorrere, fiumi di latte e di miele che tra montagne e foreste scivolavano fino al mare. Tutto era cambiato e tutto era tornato di nuovo come prima. La regina sorrise e si sedette sul trono dorato. Lontano, Anna vide il sole fare capolino dal mare.

Come se si fossero risvegliati da un lungo sonno, Sek, Banyan e Alder cominciarono a fremere di gioia e si trasformarono in tre gufi colorati. Presto svolazzavano allegri attorno alla testa del lupo Tacatà. Anna lasciò le mani di Tobia e si voltò. Accanto a lei vide il guardiano di Saturno, i suoi occhi grigi chiari splendevano come il cielo che albeggiava.

“Grazie Anna.” Le disse. “Ora che sai veramente chi sei, hai altre domande?”
E Anna una domanda forse l’aveva, ma capì che non era ancora il tempo di farla, perché c’erano cose più importanti, come correre ad abbracciare suo padre, per la prima volta.
Rui, che assomigliava a Tobia, era accanto a Sofia. Quando la bambina gli corse incontro la strinse forte al petto. Le sue spalle erano così ampie che poteva stringere a se anche Tobia e Sofia, in un unico abbraccio. Tutti insieme, finalmente.

“Anna!” Ordine la chiamò.” Sofia! E’ ora di tornare a casa…”

Ci fu un attimo di silenzio, poi, Ordine continuò. “Con Tobia e Rui, naturalmente. E con la nonna, chissà mai che non abbia voglia di riarredare casa. E’ troppo azzurra, troppo maschile… Tu Sofia, non hai mai dimostrato alcun interesse nei confronti della cosa.”

Anna non ci aveva ancora pensato. Il Mondo delle Cose Possibili e il Mondo delle Cose Impossibili dov’erano finiti? Suo nonno sembrò leggerle nel pensiero.

“Sono sempre qui. I mondi sono infiniti. Ma senza le barriere che avevo creato, ora è come se fossero uno solo. Era la Torre della Solitudine che separava il Mondo delle Cose Impossibili, dalla Corte delle Stelle e dal Mondo delle Cose Possibili. Ora la Torre della Solitudine è crollata.

“Ma se è crollata, dov’è adesso casa nostra?”
“Al suo posto.” Le rispose il nonno. “Ora è parte della Corte delle Stelle, perché adesso c’è solo un golfo, solo un mare. Dove sei pirati e sei gufi colorati stanno ad aspettare…”

Anna salutò il Guardiano di Saturno. Mentre gli stringeva la mano, le tornò in mente la domanda che aveva pensato di fargli, poi decise. “Lo chiederò al mago Orfeo.” Sicuramente era la persona giusta cui chiederlo. Si avvicinò ai due troni, dove erano finalmente seduti sia il re che la regina. Si tenevano per mano. Salutò inchinandosi leggermente.

“Siamo noi che dovremmo inchinarci….” disse sorridendo la regina Ottavia, ma Anna non sembrò farci tanto caso, curiosa com’era di vedere dove sarebbero andati ora, di rivedere la sua casa per sapere se era cambiata o se era rimasta la stessa.

47

Al posto giusto e nel momento giusto, come sempre, Anna arrivò sulla spiaggia del golfo di Boffo. Assieme a lei c’era la sua famiglia. Suo padre le stringeva la mano, come se non volesse mai più lasciarla. Tobia e il nonno camminavano uno accanto all’altro, seguiti da Sofia e Caos che chiacchieravano allegre.

La sabbia splendeva sotto il sole, oro fuso che costeggiava la foresta verde e lussureggiante come quando l’aveva vista l’ultima volta, di notte. Intrecciati tra piante tropicali, sbucavano allegri pini marittimi che assomigliavano a grandi ombrelli.

E sull’altipiano ecco comparire la sua casa, bianca e rettangolare ma non più così squadrata.

Gli angoli erano diventati tondi. Talmente smussati che si confondevano con il cielo. A guardarla bene, forse non era neanche più così bianca, ma leggermente tinta di azzurro. Come se il cielo e il mare fossero penetrati dagli angoli smussati dentro le mura e le avessero rese più morbide.
Seduti sulla sabbia, Anna vide sei uomini anziani parlottare tra loro. Tenevano stretti tra le braccia dei gufi colorati. “Gli faranno del male…” pensò con preoccupazione.

“Li potete slegare!” urlò Tobia, infastidito dal ricordo di quello che era stato il suo ultimo ordine. Ma i gufi non erano legati. Gli uomini li tenevano in braccio e li accarezzavano.
“Capitano!” Lo salutarono allegramente, poi di colpo si alzarono di scatto. Dietro Tobia era apparso Rui.

I sei uomini si affrettarono verso di lui, lasciando liberi i gufi. I gufi volarono verso qualcun altro. Era arrivato anche il mago Orfeo accompagnato da Luisa, da Sek, da Banyan e da Alder. Ed era arrivato anche il tempo di fare gli ultimi saluti. Anche se a nessuno andava di farlo. I pirati non volevano più abbandonare i gufi e presero ognuno una piuma colorata, per ricordo.

“Non mi dimenticherò mai di te, Sek….” borbottò scontrosamente Filo al gufo viola, mentre imbarazzato lo abbracciava. In quella scoppiettante confusione, Anna udì Orfeo chiedere sottovoce a Luisa.

“Dove sono le bambine?”
“Con un tuo vecchio amico, il guardiano di Mercurio. Dopo avere abbandonato la Corte, è venuto a fare il cuoco alla nostra locanda. Vive con noi anche suo nipote.”

Anna pensò che fosse arrivato il momento di fare quella domanda, che, dall’inizio di questa storia, le girava per la testa come una farfallina.

“Signor Orfeo? Perché i gufi, di notte diventano mufloni?” chiese finalmente.
Ma il mago Orfeo era sparito. Per la fretta e il desiderio di rivedere le sue figlie non aveva neanche salutato! E con lui erano volati via anche i mufloni, o erano corsi via i gufi. Chissà. Anna sorrise. In fondo, non a tutte le domande si può trovare una risposta.

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